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I magnifici 7

Progetto inseguito a lungo e finalmente centrato da parte del fanatico di western Antoine Fuqua, il suo I magnifici 7 è un remake che sulla carta poteva mirare più alto di numerosi altri: c’è un cast senza dubbio molto azzeccato e, per una volta, con un minimo di star power; c’è un regista solido, anche se con solo un grande film alle spalle; ci sono temi interessanti e che risultano particolarmente attuali. C’erano, insomma, le basi per tirare fuori perlomeno qualcosa di buono, se non di veramente grosso. E almeno in parte Fuqua ci riesce, perché il suo è un film divertente, ben confezionato, con un immaginario visivo che omaggia i classici, dei personaggi accattivanti e delle scene d’azione efficaci. Il che è ben più di quel che si può dire per tanti altri tentativi paragonabili, ma gli manca comunque quella scintilla in più e di certo gli sfuggono la carica del classico omonimo di John Sturges e la profondità dell’originale I sette samurai di Akira Kurosawa.

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American Gangster

American Gangster (USA, 2007)
di Ridley Scott
con Denzel Washington, Russel Crowe, Chiwetel Ejiofor, Josh Brolin

Se Ridley Scott non avesse girato Soldato Jane, 1492 e – cazzo – Un’ottima annata, probabilmente oggi sarei ancora un suo fan, come quando ero un pirletta adolescente innamorato di Alien, Blade Runner e I duellanti. Adesso, invece, sono un pirletta trentenne innamorato di Michael Mann, mi piace tirarmela annuendo intensamente quando qualcuno dice che in fondo in fondo Tony potrebbe non essere il fratello scemo e al caro Ridley lo guardo un po’ con quell’occhio tenero che si riserva allo zio rincretinito.

Se fossi ancora quell’adolescente lì, beh, andrei a vedere American Gangster con la speranza di gustarmi, che so, una roba vagamente paragonabile a Il padrino o a Quei bravi ragazzi. E invece ci vado prevenuto, di Padrino mi viene in mente il terzo, e non spero neanche troppo che si graviti in zona The Departed. E finisce che in fondo un pochino rimango sorpreso, e non si sa perché.

Del resto che c’è da rimanere sorpresi, nell’osservare ancora una volta quanto impegno da pubblicitario creativo ci metta Ridley nel dipingere belle immagini? Che mica si può pensare di dire che American Gangster sia brutto da vedere, anzi, è proprio figo e bello solido. Il problema è che è troppo bello e troppo solido. Troppo pulitino, perfettino e leccatino, con quell’aria da epica criminale progettata a tavolino seguendo tutte le regole della ricetta.

Sembra fatto col manuale, non si sfugge a nulla e ci si becca tutto, dall’inizio alla fine. Che va pure bene, eh, se però si riesce a dare un filo di mordente, invece di tirar fuori ‘sto lavoro di routine banale come una scorreggia con la sbroda dopo che hai preso freddo al pancino. Un film da due ore e mezza a cui serviva un’altra mezzora almeno, anche se rimane la sensazione che Ridley non sarebbe riuscito a dargli spessore neanche in quattro ore.

Certo, ci sono delle gran belle immagini, quella cruda apertura fra le fiamme, quel matrimonio spezzato dal poliziotto rompicoglioni, quella maestosa retata, ma c’è anche tanto, troppo, di tirato via, buttato lì a caso, come tutta la vicenda del compagno di Russel Crowe o il tentativo un po’ maldestro di tratteggiare un’epoca, che vien la malinconia al pensiero di quanto bene c’era invece riuscito Ted Demme.

Oh, poi, si torna al punto di partenza: considerando certa roba che il Ridley riesce a tirar fuori quando ci si mette, American Gangster me lo bevo molto volentieri. Tanto più che un film con Denzel Washington in cui non mi viene voglia di uccidermi ogni volta che appare Denzel Washington non lo vedevo da un po’.

Man on Fire


Man on Fire (USA, 2004)
di
Tony Scott
con
Denzel Washington, Dakota Fanning, Marc Anthony, Radha Mitchell, Christopher Walken, Giancarlo Giannini, Rachel Ticotin, Mickey Rourke

“Forgiveness is between them and God. It’s my job to arrange the meeting.”

Bel noir, cinico e struggente, firmato dalla penna del sempre ottimo Brian Helgeland, che grazia Tony Scott con uno script solido, crudo e senza compromessi, con personaggi ben delineati e dialoghi eccellenti. Il regista britannico affronta di petto una pellicola sostanzialmente priva di azione e riesce nel non facile compito di darle un ritmo inesorabile sfruttando i famigerati “giochetti da videoclipparo” e, incredibile ma vero, riuscendo a trovare loro un preciso senso narrativo.

Splendida la prima parte, in cui si costruiscono i rapporti fra i personaggi e vengono poste estremamente bene le premesse drammatiche della vicenda, estremamente efficace la seconda, che mette in scena l’implacabile, inesorabile e a modo sua placida carica distruttiva del protagonista. Il film si perde forse nel finale, cercando colpi di scena tutto sommato un po’ inutili, ma regge bene fino all’inevitabile e drammatica conclusione.

Bravo Scott a non farsi prendere dal compiacimento, bravo Helgeland a scavare bene e a fondo negli stereotipi del genere, magnifici Denzel Washington e soprattutto la fuori scala Dakota Fanning. Non un capolavoro, forse neanche un gran film, ma certo l’ennesima pedata in faccia agli stolti detrattori dello Scott “minore”.

Inside Man


Inside Man (USA, 2006)
di Spike Lee
con Denzel Washington, Clive Owen, Jodie Foster, Christopher Plummer, Willem Dafoe, Chiwetel Ejiofor

Dopo il deludente Lei mi odia, Spike Lee sceglie di realizzare il classico progetto su commissione (probabilmente stipendiato da una qualche lobby ebraica) e si getta nel fantastico mondo delle rapine in banca. Con in mano una stella emergente come Clive Owen e l’affezionato gigione Denzel Washington, dal regista newyorchese sarebbe lecito attendersi un efficace blockbuster. Il problema, però, è che Lee non affronta il progetto con la giusta umiltà e sembra quasi ostentare un certo disprezzo per ciò che sta facendo.

Inside Man funziona abbastanza bene grazie alla buona sceneggiatura e alle ottime prove dei due protagonisti, ma soffre un po’ la voglia di “firmare” a tutti i costi ostentata da Lee. Il monologhino verso la macchina da presa, la solita immagine del personaggio che si muove senza camminare, le battutine sul melting pot… tutti momenti un po’ fuori posto, fini a loro stessi, quasi buttati lì solo per far contenti i fan che si bevono qualsiasi cosa Spike Lee partorisca.

Più in generale il film paga una parte centrale in cui il racconto stenta un po’ e tende a girare su se stesso, con una regia e una colonna sonora troppo didascaliche, qualche trovata narrativa improbabile, facili moraline e inserti di pubblicità progresso che lasciano davvero il tempo che trovano. Un film piacevole, ma che non ha l’onestà intellettuale di limitarsi ad essere puro “entertainment”.