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Miami – Ultimo appuntamento


Dopo una luuuunga notte di sonno, verso le sette del mattino mi sveglio, mi ripulisco e scendo nella hall dell’albergo per fare colazione. Non ho voglia di piazzarmi nel ristorantino e vado quindi al bancone del bar, dove mi siedo di fianco a un posto semi-occupato: lo sgabello è libero, ma sul bancone ci sono una tazzina di caffé mezza bevuta, un quotidiano e altra roba. Mi prendo un the, un succo d’arancia e un cornetto (invero abbastanza di gomma) e, mentre degusto, vedo entrare dalla porticina alla mia destra Mickey Rourke.

Michelino, che si porta dietro una specie di pantegana a pelo corto (immagino sia il suo cane), trinca l’ultimo sorso di caffé, raccoglie la sua roba e se ne va su in camera, non mancando di notare che l’ho notato e lo fisso con la coda dell’occhio. Mentre sto per finire la colazioncina, lo vedo che – senza cane – esce dall’albergo e monta in sella alla moto. Io, invece, dopo aver ovviamente fatto segnare tutto sul conto della camera, esco e mi dirigo all’ufficio informazioni dove avevo recuperato la mappetta.

Il posto fa anche da Internet Point e mi permette così, tirando fuori tre dollari, di dare una sbirciata alla posta e ad altre sciccherie (anche perché, per la cronaca, non avendo io un telefono cellulare, essere andato a Miami senza laptop mi ha tagliato qualsiasi ponte col resto del mondo). Attacco bottone anche con la signora che gestisce, che mi svela di essere la sorella della padrona, e che in realtà lei canta (è un soprano) e si esibisce in giro per il globo. Fra le sue performance, mi cita passaggi a Venezia, in altri posti d’Italia e perfino un concerto per il Papa. Simpatica sudamericana, quando le dico che sono a Miami per lavoro e che scrivo su riviste di videogiochi mi rifila subito un biglietto da visita, immagino nella speranza che io possa in qualche modo trovarle un ingaggio (suppongo la parola chiave sia stata più “riviste”, che “videogiochi”).

Svolta la pratica “contatti con il mondo”, passo velocemente in albergo e recupero il necessaire per andare in spiaggia. In pratica mi metto il costume e tiro su il libro. Il resto della mattinata lo trascorro per un bel po’ a mollo e per un altro bel po’ spaparanzato sulla sabbia, leggendo e ustionandomi la schiena e le gambe, dato che non ho con me alcun tipo di crema solare. Dopo essermi abbrustolito per bene, torno in albergo per l’appuntamento con gli altri.

Il programma della giornata è il seguente: un cazzo fino alle 18:00, quando ci si ritroverà per andare a fare un giro in elicottero. Federico coglie l’occasione per raccontarmi che la sera prima, nella super suite Falconi dell’ultimo piano, c’è stata la festa organizzata da Madonna per il dopo-concerto. Magari è per quello che Mickey Rourke è “in zona”. Federico mi racconta anche di un omone piazzato agli ascensori per controllare a che piano salisse la gente ed evitare che eventuali indesiderati s’imboscassero al party.

Comunque, i tizi di rockstar partiranno verso le quattro abbondanti e noialtri non abbiamo attività programmate. I due tedeschi vogliono andare a fare un giro in un mall al chiuso, anche perché la giornata è davvero invivibile, sul piano della temperatura (la Rumi mi racconterà poi che quello stesso giorno è stato mortale anche a Los Angeles). Federico si aggrega a loro, io penso che potrebbe essere un’occasione buona per infilarmi al cinema e vedere Superman Returns. Purtroppo un veloce sguardo agli orari sul giornale (tutte le mattine consegnato davanti alla porta della stanza) mi fa capire che andando al cinema non tornerei in tempo per l’elicottero. Scatta quindi il mall.

L’uscita dall’albergo è devastante: il caldo è insostenibile e il sole si riflette sull’asfalto modello Attacco Solare. Zompiamo in macchina e veniamo portati a destinazione… sbagliata! Finiamo infatti in un mall estremamente deluxe, fatto solo di negozi d’alta moda e, oltretutto, all’aperto. Ovviamente scatta subito il taxi, che ci porta dritti dritti all’Aventura Mall. Una costruzione dalle discrete dimensioni: due piani di negozi, ciascuno dei quali – cito dal depliant/mappetta – se percorso per l’intero perimetro comporta un miglio di cammino. Due miglia di consumismo, insomma, più un terzo piano con un multisala e un Johnny Rockets.

Io e Federico ci separiamo dai crucchi e ci infiliamo da Johnny Rockets, per consumare un hamburger ottimo, ma che i continui sbalzi di temperatura (dall’inferno fuori al tifone glaciale dentro) mi faranno restare un po’ sullo stomaco. Dopo mangiato mi distacco dal mio accompagnatore e vado un po’ in giro, non riuscendo ad evitare di estrarre la carta di credito, ma limitandomi a due cazzatine al Disney Store, un regalino per la rumi nel negozio Sanrio e una maglietta dei Philadelphia Phillies in saldo. Da EBGames e nel negozio di “collectables” sportivi non trovo nulla e, comunque, il tempo a disposizione basta appena per completare il giro del doppio miglio consumistico. Afferro un succo di frutta da Starbucks e ci si fionda in un taxi.

Dall’albergo si riparte con una macchinona dai vetri oscurati, la cui autista è una donna di colore brasiliana che ci apostrofa con un “Campeones!” appena capisce che siamo italiani. Destinazione: l’attracco di un traghetto. I controlli incrociati e carpiati della guardia sfiorano il ridicolo, ma alla fine ci viene dato l’ok e ci imbarchiamo con tutta la macchina su uno di questi traghetti che fanno avanti e indietro a getto continuo dall’isola dove siamo diretti (e che mi sembra popolata da gente con molti soldi). Qui zompiamo su un elicottero, pilotato da un fantastico ammerigano molto yeah!

Cuffie e microfoni allacciati, cintura stretta, si decolla, e la sensazione è la stessa di quando qualche anno fa volai sulle Alpi svizzere. Sulle prime, ti chiedi quanto cazzo vanno in alto ‘ste montagne russe, poi ti abitui ed è solo una gioia. Il tipo ci conduce in un giro sopra tutta Miami, vagando fra le isole, illustrando a voce, chiacchierando e commentando con noi i posti dove siamo già passati in macchina, a piedi o in barca. Gentile e disponibile, risponde a tutte le domande (comprese le menate su “cosa puoi e non puoi fare con ‘sto elicottero”) e rende ancora più piacevole un viaggio che, comunque, è già uno spettacolo di suo.

Dopo un po’ si fa tappa dal benzinaio dei volatili. Una specie di mini aereoporto poco frequentato, dove c’è veramente una pompa di carburante da cui il tipo fa rifornimento e ci sono tutti i comfort del caso, compreso un distributore di bibite. Prima che riprenda il viaggio, patteggio con il PR tedesco e mi scambio di posto: il primo tratto me l’ero fatto seduto dietro, mentre per questa seconda parte mi piazzo davanti, dove la visuale è più ampia e vedo anche cosa combina il pilota (la tentazione di muovere una leva a caso è forte, ma per fortuna mi trattengo).

Una volta terminato il volo e salutato il tipo, si torna in albergo e, dopo una rinfrescata, si esce per cena, avvolti da un caldo più accettabile, ma sempre terribile. Sperando di trovare un bel luogo caratteristico, ci dirigiamo al viale messicano che si trova a due isolati dalla Lincoln Boulevard, ma troviamo invece un posto che sembra uscito dal villaggio del far west di Gardaland. Quattro ristoranti in croce, ciascuno dei quali con fuori un messicano che ti invita a sbirciare il menu. Sul quarto messicano, che in realtà è una bella messicana, vacilliamo, ma decidiamo di tirare dritto.

Tornati sulla Lincoln, si cerca un ristorante non italiano e l’impresa è ardua. Arrivati quasi in fondo, troviamo quello che cerchiamo, ma io mi congedo dagli altri: non ho ancora smaltito l’hamburger pomeridiano, ho un caldo boia che mi dissuade dal sedermi a cenare all’aperto e, soprattutto, sono in tempo per l’ultimo spettacolo di Superman Returns, peraltro in un cinema, quindi al fresco. Saluto tutti e mi godo lo spettacolo, non prima di aver notato per l’ennesima volta che secondo gli americani una coca piccola misura un litro e non prima di aver visto sul grande schermo i trailer di Spider-Man 3 e Invincible (che non c’entra nulla con il capolavoro di Robert Kirkman, ma parla dei Philadelphia Eagles).

Il film finisce all’una e mezza, quindi me ne torno in albergo e, dopo aver infilato un po’ di roba in borsa, collasso. La mattina dopo mi sveglio relativamente presto, mi sdoccio e mi rilasso un po’ davanti alla TV. Scendo a fare colazione nel ristorante e mi sollazzo con un the caldo, del succo d’arancia e dei pancake, che almeno una volta li mangio sempre, quando vado negli USA (ottimo l’accompagnamento a base di mango).

Dopo mangiato, vado a fare un ultimo giro in Lincoln Boulevard, che percorro fino in fondo (facendo però tappa in libreria, dove compro Our Movie Year di Harvey Pekar e un paio di riviste, una delle quali per il Gruspola). Stavolta, per curiosità, vado oltre la parte pedonale e arrivo fino alla fine della via, una strada chiusa che, in mezzo a villette varie, butta direttamente sul tratto di oceano che la separa da un’altra isola. Me ne resto un po’ fermo lì, a osservare il panorama, abbrustolirmi sotto il sole e riflettere sul senso della vita.

Dopodiché, gustandomi un ultimo passaggio sul lungomare, me ne torno in albergo, sudato da far schifo, mi faccio una doccia, finisco di preparare i bagagli e scendo per il checkout (tutto pagato, che meraviglia). Dopo una lunga attesa è ora di partire, si piglia la solita macchina privata e, ad appena un paio di isolati dall’albergo, sono costretto a chiedere il dietro-front, dato che ho lasciato il marsupio sul divanetto. L’autista, fra l’altro, è un meraviglioso tizio di Haiti, che ci ringrazia perché abbiamo battuto i francesi in finale.

Il volo, condiviso con Ezio Greggio e famiglia, è il solito Alitalia, con le solite hostess non proprio adorabili e con le solite “comodità”. Fra i film proiettati, mi desta un vago interesse, frutto probabilmente del mio gusto per l’orrido, Manuale d’amore. Ma, come mio solito nei viaggi di ritorno, non ho modo di guardarlo, dato che collasso e non mi risveglio fino a un’oretta dall’atterraggio, che trascorro leggendo Underworld.

E siamo di nuovo a Milano, dove l’afa col cazzo che ti sembra quasi piacevole. Alla dogana gli addetti sono tutti lì a sorridere per Greggio e la gente normale la guardano di sfuggita, con scritto in fronte “dai, levati dal cazzo, che ho da fare”. Per farmi sentire subito a casa, poi, in autostrada trovo una bella coda causata da un’incidente. Arrivato nel mio caro appartamentino, per la prima volta in stagione non resisto e attacco il Pinguino. Poco dopo, magia, viene a piovere e la temperatura si abbassa un filo. Casa dolce casa, insomma.

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Miami, seconda parte


Il secondo giorno a Miami si apre alle sei del mattino, quando il signor jet lag mi spalanca gli occhi e mi fa alzare dal letto. Dopo una veloce colazione a base di frutta (quella del cesto omaggio), mi metto il costume e mi dirigo verso la spiaggia. Vista l’ora, comprensibilmente c’è una manciata di persone e i bagnini stanno appena appena iniziando ad aprire i vari ombrelloni e piazzare le sdraio. In questa bella e silenziosa atmosfera scatta quindi la passeggiatina con le gambe a mollo, che si trasforma velocemente in un bel bagnetto.

Dopo la glaciale esperienza in Irlanda e il “manco ce provo” di Santa Monica, finalmente faccio il bagno nell’oceano a una temperatura accettabile. L’acqua è stupenda, limpidissima, tiepida e accogliente. Anche andando un po’ al largo (non troppo, sai mai che ci sia davvero qualche squalo), si vede sempre perfettamente il fondo. Dopo essere stato un po’ a mollo, torno a riva e mi svacco sulla sabbia ad asciugarmi, anche se il procedimento è lungo, dato che il sole non è ancora alto e putente in cielo. Tocca però tornare in albergo abbastanza in fretta, perché è ora di lavorare.

Dopo una veloce doccia, raggiungo i tizi di Rockstar nella loro stanza e trascorro qualche ora a provare ‘sto nuovo GTA per PSP. Evito di approfondire, intanto perché probabilmente non mi è permesso farlo, e poi perché lunedì dovrò mettermi a scrivere sei pagine sull’argomento, quindi sai che voglia di farlo anche qui. Svolta la pratica, comunque, ho un po’ di tempo per cazzeggiare e decido di andare a farmi una passeggiata “cittadina”.

Appena uscito dall’albergo trovo un centro informazioni, nel quale recupero una mappa di Miami. Da lì mi dirigo verso Lincoln Boulevard, che è la via pedonale in cui si trovano praticamente solo negozi e ristoranti (mentre nella via dell’albergo, beh, ci sono solo alberghi). Davvero impressionante notare la smodata presenza italiana a Miami, o perlomeno in questa zona. Praticamente, tolte le catene – che comunque sulla Lincoln non sono molto presenti – il novanta per cento dei ristoranti/bar/paninari sono italici.

Insegne stile “Gelateria Parmalat” a ogni angolo, tricolori srotolati sui tetti, manifesti con le foto della Nazionale e scritte modello “Grazie ragazzi” e “Voi ci credevate? Noi sì!”, una meraviglia! Ovviamente una tale presenza di “italianitudine” non è casuale e infatti ovunque ti giri senti voci parlare nella nostra lingua. A quanto pare Miami è meta turistica particolarmente ambita dagli alfieri di pasta pizza e mandolini vari.

La passeggiata è abbastanza deludente, nel senso che davvero ci sono quasi solo posti per rifocillarsi e i negozi scarseggiano un po’ (o forse scarseggiano quelli per me interessanti). Magari, per una volta, riuscirò a tenere chiusa nel portafogli la carta di credito, che non sarebbe neanche male. Arrivato al termine della parte pedonale di Lincoln Boulevard, scopro un cinema multisala e subito miro i film disponibili: Clerks 2, My Super Ex-Girlfriend, Pirates of the Caribbean, Superman Returns, Cars… mamma mia, quanta roba sfiziosa! Fossi costretto a decidere, davvero non saprei cosa pescare, ma la decisione l’ho già presa prima di partire e non me ne preoccupo.

Proseguendo oltre il cinema, la Lincoln torna ad essere una via “normale”, con carreggiata e marciapiede. Sulla sinistra c’è una piccola fila di negozi e locali, “inaugurata” da una sede della Wachovia (una banca che riconosco solo perché da qualche anno sponsorizza il palazzetto dello sport dei Philadelphia 76ers). Sulla mappa della zona noto che poco più in là c’è un Dunkin’ Donuts e mi ci dirigo subito, che è dal 2002 che non riesco a mettervi piede.

Armato di super frullatone e ciambella al cioccolato, mi avvio per tornare all’albergo, sorseggiando e masticando la plastica che mi porto in mano. Giunto alla meta, non prima di una piccola deviazione che mi porta a fare un altro giretto sul lungomare, sono letteralmente sudato fradicio. Ma proprio ricoperto, con maglietta e pantaloncini che han cambiato colore. Eppure, non posso fare a meno di pensare che, nonostante il caldo e pur sudando a conti fatti molto più che a Milano, si sta tanto (ma proprio tanto) meglio. Sarà l’arietta fresca, sarà un fatto psicologico, vai a sapere.

Dopo una doccia veloce e un po’ di relax davanti alla TV (ci sono le World Series of Poker 2006), scendo nella hall per l’appuntamento con gli altri. Si prende la macchina e – passando sotto il ponte della scena iniziale di Scarface – ci si dirige al Four Seasons, un super albergone, da cui ci imbarchiamo [Momento Vice #4] su uno yacht. Il classico motoscafone bianco, con i divanetti a poppa, i materassini su cui sdraiarsi a prendere il sole a prua e sotto coperta una serie di stanzette superlusso e un frigorifero ben fornito.

Comincia quindi un tour che ci porterà a gironzolare attorno alle varie isole che compongono Miami, con il “secondo” che ci illustra il panorama, spiegando a chi appartengono le varie ville (fra gli altri Shakira, Shaquille O’Neal – la cui villa si riconosce perché sul molo c’è un pupazzetto che riproduce le sue fattezze – e Puff Daddy). Meravigliosa la figura del capitano, un vecchietto un po’ sdentato, con i capelli platinatissimi, un codino lunghissimo e una faccia sempre sorridente.

Il viaggio è affrontato dalla stessa gente della cena al ristorante giappo (senza però Ausie (o come cazzo si scrive), che è dovuto rimanere in albergo per una faccenda imprevista). In aggiunta, tre tizi di Rockstar, i due con cui ho visto il gioco e un altro, folle, che passerà tutto il pomeriggio a prendere il sole fino a diventare un’aragosta.

Dopo un giro davvero lungo, durante il quale si chiacchiera, si osserva il panorama, si trinca come disperati e ci si spalma di crema solare per evitare di prendere fuoco (io ovviamente me la spalmo a caso e mi abbronzo a chiazze, tipo sulle ginocchia, in faccia e su piccoli pezzi di schiena), si accelera in impennata e ci si dirige verso un punto preciso, dove ci fermeremo.

In pratica, poco al largo di Key Biscayne, c’è un tratto di oceano con delle secche, in cui l’acqua diventa bassissima e a tratti addirittura affiora la sabbia (seppur ricoperta un po’ d’alghe e un po’ di rocce). Ci fermiamo quindi lì e stazioniamo per qualche ora, facendo il bagno (acqua ancora una volta adorabilmente perfetta), sguazzando, chiacchierando sotto il sole e rimpinzandoci di patatine, noccioline e cazzate varie.

Attaccato sul retro dello yacht c’è un jet ski, messo lì apposta perché tutti noi, previa firma e controfirma di una liberatoria, ci si faccia a turno un giro sopra. Non ci ero mai salito e, beh, è divertentissimo e mostruosamente facile da usare (forse pure troppo). Dopo qualche imbarazzo iniziale, mi sono ritrovato a sfrecciare a massima velocità, dando le accelerate al momento giusto per sfruttare le onde in arrivo per saltare e andando come un coglione. Al ritorno mi han detto che andavo davvero veloce e che per un bel po’ ero scomparso alla vista…

Durante il viaggio di ritorno continuiamo a strafogarci di porcherie e a chiacchierare con i tizi di Rockstar, che scopro grandi appassionati di sport (uno di football e uno di basket). Il passaggio alla chiacchiera spinta su NFL, NBA e tifoserie varie è inevitabile e immediato. Si parla anche di Mondiali e del fatto che negli USA hanno avuto una copertura pazzesca, come mai si era visto prima sulle loro TV, anche se i commentatori facevano un po’ pena.

Una volta tornati in albergo, ci si lascia con l’idea di ribeccarsi verso le otto. In serata il nostro stesso albergo, infatti, gestisce un party (ovviamente a bordo piscina). Poco prima delle otto, però, mi arriva una telefonata che mi avvisa che l’appuntamento è spostato in avanti di un’ora. A quel punto ho la pessima idea di sdraiarmi sul divano davanti alla TV… improvvisamente sono le nove e mezza e qualcuno mi sveglia bussando alla porta. Risate, “no, guarda, a ‘sto punto continuo a dormire”, collasso.

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La logorrea non mi abbandona e pure questa seconda parte del racconto ha finito per essere più lunga del dovuto. Anche per oggi è tutto, quindi, l’ultimo blocco di cazzate arriverà appena (e se) ne avrò voglia, magari con a disposizione anche ‘ste benedette foto, che stanno diventando un’agonia.

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Una (quasi)quattro giorni a Miami


La sera prima di partire, pizzata post-Mondiale con la gente del Vit. Me ne vado anzitempo, ma la cosa non mi impedisce di manifestarmi a casa all’una abbondante con ancora il bagaglio da preparare. Appena rientrato, prenoto il taxi per la mattina dopo, infilo il vestiario nel trolley (conquistato coi punti Granarolo :D) e il merdaio (fumetti/libri/riviste/DS/PSP/cazzincul) nella tracolla olimpica, perdo tempo in stronzate e vado a dormire. Dormirò tre ore, come mi succede sempre prima di partire per un viaggio.

Il viaggio in aereo scorre tranquillo. Certo, è un volo Alitalia, quindi non si possono usare le console portatili e ci sono schermetti minuscoli a un miglio di distanza per vedere i film, ma non bisogna dimenticare che non l’ho pagato. Fra un pisolino e l’altro riesco comunque a guardarmi Tre metri sopra il cielo e La pantera rosa, oltre a leggere un altro po’ di Underworld, che sta cominciando a piacermi da matti e, oltretutto, ha una struttura narrativa perfetta per una lettura a spizzichi e bocconi.

L’atterraggio a Miami, verso le 15:00, non è dei più felici: piove, e anche di brutto. L’autista che ci scodella fino all’albergo sostiene che è normale, dato che siamo nella stagione degli uragani, e che tutti i giorni c’è il sole la mattina, la pioggia nel primo pomeriggio e poi di nuovo il sole sul tardi. In effetti dopo un’oretta smette di piovere e spunta il sole, ma io non vedrò più un goccio di pioggia per tutta la permanenza.

All’arrivo in albergo tocca aspettare una buona mezz’ora nella hall, perché le suite non sono pronte. Veniamo comunque serviti e riveriti e ci danno da bere. Fra l’altro [Momento Vice #1] nell’atrio ci sono quei classici tavolini con la superfice a specchio. Quelli su cui di solito, nei film, si vedono sparse tonnellate di cocaina.

La stanza d’albergo è interessante, considerando che a Milano ho visto bilocali molto più piccoli. Superdivano con davanti un televisore al plasma sulla trentina abbondante (vado a spanne sulla memoria) di pollici e un lettore DVD. Lettone, con sopra alla cassettiera un altro plasma da una ventina abbondante (vado a spanne sulla memoria) di pollici col il suo lettore DVD. Ovviamente TV via cavo, ci mancherebbe. Poi, radiosveglia con incorporata base per ricarica dell’iPod. Si aggiungono un lettore di CD estremamente stylish e una serie di immancabili comodità, dall’armadio a muro contenente ferro da stiro, pantofole e quant’altro, a un bagno devo dire tutto sommato di basso profilo, a una finestra con bella vista sull’oceano (e sulla piscina sottostante).

Dopo un po’ che sono in stanza, arriva un omino a consegnarmi un cesto di frutta, che piano piano consumerò nel corso dei giorni. Nel frattempo, dopo essermi cambiato, vado a fare un giro e mi avvio verso la spiaggia, che si trova a uno sputo dall’albergo (praticamente dopo la piscina c’è un marciapiede e, appunto, la spiaggia). Le dimensioni sono meno mostruose rispetto a quella di Santa Monica e arrivare a riva è tutto sommato uno scherzo, al confronto. La “faccia” è abbastanza simile a quella delle spiagge italiane, coi baracchini, le sdraio, gli ombrelloni e via dicendo, tutto legato all’albergo di turno. Peccato che la pioggia abbia fatto salire un filino il tasso di umidità e che si manifesti molto in fretta il bisogno di fare una nuova doccia. Eseguita la pratica, si va a mangiare fuori.

Destinazione: Nobu, “pezzo” locale di una catena di ristoranti giapponesi presente un po’ in tutto il mondo (io non ci ero mai stato). Oltre a me, Federico (di Take 2 Italia), un giornalista e un P.R. entrambi tedeschi e Ausie (o come cazzo si scrive) un simpaticissimo P.R. di origini tedesche, ma che vive in America da parecchi anni. Chiaramente tutti e tre i tedeschi (soprattutto i primi due della lista) saranno perculati abbondantemente sull’argomento Mondiale e abilmente zittiti a colpi di dialettica ogni volta che tenteranno una vaga risposta buttandola sullo scandalo Moggi.

La cena è uno spettacolo, con Ausie (o come cazzo si scrive) che fa l’esperto e ordina per tutti una serie di varianti strane di sashimi di vario tipo e, in finale, varie portate di sushi assortito. Sushi così buono non ne ho mai mangiato, mamma mia, da lacrime, soprattutto il bis su quello finale di tonno. Fra l’altro ho avuto la mia prima esperienza di sake, bevendone di due tipi diversi, entrambi freddi. Chissà perché avevo quest’idea del sake caldo, bah. Ausie (o come cazzo si scrive) farà fra l’altro sfoggio di cultura spiegando che in realtà il sake è quasi sempre freddo perché bla bla bla…

Serviti da una cameriera spettacolare, molto simile alla Lisa Bonet dei tempi d’oro, mentre un’altra cameriera nippo nappo con una scollatura pazzesca vaga per il locale, consumiamo la cena. Durante la permanenza, fra gli avventori del locale si manifesta, semicamuffato da un cappellino, David Caruso, mitico protagonista di King of New York, della prima stagione di New York Police Department e, ovviamente, di C.S.I. Miami.

A cena terminata, belli carichi di sake, ci dirigiamo verso Ocean Drive [Momento Vice #2] per fare una passeggiata lungo una via carica di alberghi e residenze più o meno famose, fra cui per esempio quella di Versace. La passeggiata e, probabilmente, il sake fanno sorgere in me la convinzione che Miami sia praticamente la versione americana di (inserire nome di località a caso della costa adriatica). L’atmosfera da passeggiata sul lungo mare, con quell’afa umido-ventilata e quel relax da località balneare, è troppo quella. Puntualizziamo, comunque, che con “la versione americana” s’intende “tutto elevato a potenza”. Per “tutto”, invece, si fa riferimento alle dimensioni, alla quantità di gente, alla grandezza delle costruzioni, all’enormità della spiaggia, allo sfarzo, al fatto che invece del mare c’è l’oceano… queste cose qui.

Terminata la scarpinata, ci si dirige a non so quale albergo per il [Momento Vice #3] party super esclusivo (“no, con gli shorts non puoi entrare dentro” “vabbé, tanto noi abbiamo lo spazio prenotato fuori”) a bordo piscina, con davanti ‘sti palazzoni altissimi, luci soffuse, DJ che mixa, cameriera (ovviamente) fighissima, nigga da tutte le parti, divanozzi e bottiglia di vodka per servirsi miscelando con soda o succo di frutta… burp! Purtroppo non ho foto di questa cosa ma, hahahaha, è fantastica, sembrava troppo che dovesse arrivare da un momento all’altro Don Johnson in volo con la Ferrari.

Dopo un’oretta di sbevazzate e piacevolissime chiacchiere (anche con membri di Rockstar presenti sul posto), decido che è ora di andare a morire e me ne vado in albergo, per gustarmi il sonno dei giusti. Anche perché in mattinata toccherà pure lavorare, pensa te!

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Volevo raccontare tutto il viaggio in un post ma, come mio solito, mi sono fatto prendere dalla logorrea. Facciamo che per oggi chiudo qua e che andrò avanti, se avrò voglia e sulla base di fallaci ricordi, nei prossimi giorni. Così magari nel frattempo riesco anche a mettere ordine fra le foto.

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Going to Miami


Fra circa tre ore decollo da Malpensa, direzione Miami, per lavoro, per il bene dell’umanità e per visitare velocemente (atterraggio a Milano previsto per mercoledì mattina) un posto dove non sono mai stato. Non mi porto dietro il PC portatile, dato che serve alla Rumi, che lo userà durante il suo viaggio lungo una settimana per questa cosa. Quindi, stavolta, è davvero difficile che riesca ad aggiornare il blog in trasferta. E poi resta sempre da vedere se ne avrò voglia.

Ah, fra l’altro, la Rumi, tutta gasata per il viaggio a Los Angeles, ha aperto un blog sul tema, che condivide con le altre squinternate bambolare, e pure un sito. Bene, è tutto. Arrivederci.