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Valerian e la città dei mille pianeti

Innamorato fin da bambino del fumetto di Pierre Christin e Jean-Claude Mézières, Luc Besson ha inseguito il sogno di girare Valerian e la città dei mille pianeti praticamente per tutta la vita e ha iniziato a pensarci seriamente già ai tempi de Il quinto elemento, anche se non riteneva che fosse tecnologicamente possibile. Vent’anni dopo, complice magari anche un ritorno di vendibilità garantito dal successo di Lucy, è riuscito a portare nelle sale questo suo mastodontico passion project. Per farlo, ha messo in piedi quella che è di gran lunga la più grossa produzione cinematografica della storia francese, con un budget da circa duecento milioni di euro, vale a dire oltre il doppio rispetto a chi si accontenta del secondo posto. Più forte di ogni ostacolo, Besson è addirittura riuscito a far modificare la legislatura sugli sgravi fiscali per i film girati in Francia, che in precedenza escludeva quelli in lingua straniera. Insomma, quella di Valerian e la città dei mille pianeti è una bella storia, facile da prendere in simpatia, fosse anche solo perché – pur nella consapevolezza che di Besson ne abbiamo solo uno – è bello vedere che si riesce a fare qualcosa del genere nel vecchio continente. E il film? È simpatico pure lui?

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Suicide Squad

Tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana, hanno provato a raccontarci la favoletta della DC/Warner Bros. che si proponeva con una visione opposta rispetto a quella dei Marvel Studios e tentava di regalarci anch’essa un universo cinematografico di film tutti collegati fra loro e pieni di cretini in costume, ma buttandola sulla depressione, sul tono cupo, sul lasciare ad ogni singolo regista, e quindi ad ogni singolo film, la possibilità di esprimere liberamente la propria personalità e sul fatto che noi c’abbiamo i cattivi fichi, altro che quegli sfiatati della concorrenza, Fuck Marvel, yo! Certo, se la personalità è quella di Zack Snyder, si parte bene ma non benissimo, però, insomma, era bello crederci. Fra l’altro a me L’uomo d’acciaio neanche è dispiaciuto, ma qui posso difendermi dicendo che non l’ho mai rivisto. Peccato che il master plan sia in realtà partito dopo L’uomo d’acciaio e già nel secondo film ci siamo ritrovati con pasticci da comitatone infilati a calci in culo per mettere assieme l’universo in fretta e furia, un cattivo (anzi, due) impresentabile(i) e le battutine d’avanspettacolo che facevano capolino sul finale. E il terzo lo potremmo sottotitolare “Calata di braghe”.

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