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Shut In

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Shut In è basato su una sceneggiatura dell’esordiente Christina Hodson, che se ne stava bella placida nella famigerata Black List hollywoodiana dal 2012. La sceneggiatura, non la Hodson. Il film racconta di una psicologa specializzata in giovincelli che, a seguito di un incidente stradale, si ritrova improvvisamente vedova e con figliastro paralizzato a carico. In più, per maggiore praticità, vive in una casetta semi-isolata nel bosco che, in caso di nevicate forti, finisce quasi tagliata fuori dal resto del mondo. Vogliamo aggiungerci che, a seguito di un altro paio di eventi abbastanza equivoci, inizia a dormire malissimo, viene perseguitata da sogni ambigui e, agevolata dai rumori angoscianti che ogni abitazione di quel tipo emette, teme di avere un fantasma in casa? Aggiungiamocelo e otteniamo, bene o male, quello che Shut In propone e promette.

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Demolition – Amare e vivere

Conobbi cinematograficamente Jean-Marc Vallée undici anni fa, quando mi ritrovai davanti così, all’improvviso, il suo C.R.A.Z.Y., durante la rassegna dei film del Festival di Venezia e mi innamorai perdutamente del modo incredibile in cui raccontava vent’anni di vita di una persona, la sua crescita, il suo rapporto coi genitori, la droga, il sesso e Patsy Cline. Poi, Jean-Marc lo persi un po’ di vista e me lo beccai nuovamente di fronte con Dallas Buyers ClubWild, due film molto belli ma anche molto distanti da quel colpo di fulmine di alcuni anni prima. Ecco, fra i motivi per cui Demolition mi è piaciuto e ha finito per piacermi forse più di quanto si meritasse c’è anche l’aver ritrovato, almeno in parte, quel Jean-Marc Vallee lì, la sua capacità di raccontare adolescenti tormentati e la forza che riesce a imprimere in piccoli dettagli, anche in un film per molti versi ordinario e risaputo.

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Giovani si diventa

While We’re Young (USA, 2014)
di Noah Baumbach

con  Ben Stiller, Naomi Watts, Adam Driver, Amanda Seyfried, Charels Grodin

Per essere un film che parla di crisi di mezz’età, rimpianti, ripensamenti, sogni infranti, prospettive buie, disillusione e solchi che separano non due, ma addirittura tre diverse generazioni, Giovani si diventa è un film sorprendentemente allegro, leggero, semplice, scorrevole. E la cosa stupisce anche perché si tratta forse della commedia più tradizionale, pura, accessibile, a conti fatti anche un po’ piaciona, di Noah Baumbach, autore che non si è fatto esattamente conoscere fino a qui per la sua capacità di tenere alto il ritmo con raffiche di battute e spensieratezza.

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La promessa dell’assassino

Eastern Promises (USA, 2007)
di David Cronenberg
con Viggo Mortensen, Naomi Watts, Vincent Cassell, Armin Mueller-Stahl

Ecco, questo è il Cronenberg che piace a me. Questo, non quello. Il Cronenberg che oltre alla sua glaciale cura per l’immagine, oltre alla rozza semplicità e linearità di intreccio e personaggi, oltre alla sua lancinante e fredda eleganza, dentro al film ci sbatte il melodramma, estremo e forzato, romantico e straziante.

Eastern Promises racconta dell’infermiera Naomi Watts e dell’odissea in cui s’imbarca per salvare la figlia orfana di una vittima delle crudeltà mafiose. Parla delle motivazioni che spingono l’intraprendente “matricola” russa Viggo Mortensen ad interessarsi della bella infermierina e approfondisce il suo rapporto d’amicizia col figlio in carriera Vincent Cassell. Parla del destino di un anziano boss che preferisce fidarsi del nuovo arrivato piuttosto che del suo sciagurato figliolo. Racconta le più classiche storie da film di mafia, che per ampi tratti ricordano mille altri film, a cominciare, banalmente, da Il padrino.

Ma nel far questo mette in scena con crudele e tragico realismo l’agghiacciante realtà della mafia russa, le dinamiche di violenza e onore tramite cui si sviluppano i rapporti, il disastro a cui porta lo scontro culturale fra chi ne fa parte e gli “esterni”. Eastern Promises è soprattutto questo, lo splendido e impietoso ritratto di un mondo sanguinario e spietato, l’intensa ricerca sulle motivazioni di personaggi tragici e intensi, lo spiazzante sfiorare passioni estreme e strabordanti nascoste sotto un velo di fredda indifferenza, tragicamente necessaria per sopravvivere.

E c’è poi anche altro, c’è un colpo di scena poco telefonato e molto convincente, ma trattato con una tranquillità e un “understatement” talmente placidi da evitare che si trasformi nella trovata a effetto. È solo un altro snodo narrativo, naturale e giusto. C’è una regia pazzesca, che regala almeno un paio di scene – l’iniziazione e la famigerata rissa nella sauna – bellissime e da ricordare. C’è un bel divertirsi con le lingue mescolando accenti, idiomi, espressioni (film indoppiabile, mi sa). C’è la capacità di sfiorare l’improbabile senza crollare nel ridicolo, dote un po’ assente in History of Violence. C’è insomma un gran film.

King Kong

King Kong (USA, 2005)
di Peter Jackson
con Naomi Watts, Adrien Brody, Jack Black

Fin dagli esordi Peter Jackson ha sempre dichiarato il suo amore passionale per King Kong, un film che ha scatenato la sua fantasia di bambino e ha dato vita per primo alla sua passione per il cinema. Che realizzarne un remake fosse il suo sogno era risaputo da anni, quali razza di segoni debba essersi tirato nel poterlo fare con i mezzi finanziari e la libertà creativa derivanti dal successo della sua precedente trilogia tolkeniana, beh, lo si può solo immaginare.

Di sicuro, l’impressione è che si sia divertito un sacco, nel realizzare questo giocattolone pieno d’amore nei confronti di ciò che racconta così come del cinema stesso. King Kong è tre film in uno, tutti notevolmente riusciti e molto ben amalgamati. È un cupo, sordido e inquietante viaggio all’avventura, che si apre su un bel ritratto dell’America in preda alla Grande Depressione e prosegue verso la scoperta di una terra nascosta e pericolosa. È una spettacolare e travolgente battaglia fra titanici mostri, in mezzo ai quali un gruppo di sfortunati esseri umani tenta di portare a casa la pelle. È un melodrammatico e triste epilogo in cui la bella finisce per uccidere la bestia.

Nel mettere in scena il suo King Kong, Jackson racconta un bizzarro triangolo amoroso, che coinvolge lo sceneggiatore Jack Driscoll, l’attricetta Ann Darrow e un gigantesco scimmione. Nel mondo di Peter Jackson, King Kong non è solo un semplice spauracchio, un mostroso babau da cui fuggire, ma una creatura che si affeziona alla sua preda, con cui il personaggio interpretato da Naomi Watts sviluppa un legame di fiducia e affetto. Ne viene fuori un trasporto emotivo e romantico che nei precedenti due film era assente, o poco più che accennato, suggerito sottopelle. Qui, invece, il rapporto fra Ann e la creatura diventa ben presto il motore della vicenda, capace di generare scene deliziose come il “corteggiamento” in cima alla montagna o la danza sul ghiaccio a Central Park.

E attorno a tutto questo c’è anche uno spettacolare film d’azione, pieno di momenti esaltanti e che riesce a tenere alto il ritmo dall’inizio alla fine. C’è un personaggio riuscito come Carl “Orson Welles” Denham, che ha per me il difetto di essere interpretato da Jack Black (non lo sopporto), ma che con la sua avida sete di fama e potere funge da ulteriore, efficacissimo, motore per le vicende. E ci sono effetti speciali incredibili, con creature convincenti e pochi passaggi sottotono anche nella visione televisiva (la fuga fra le gambe dei dinosauri è un po’ piatta, diciamocelo).

Insomma, King Kong è un gran bel film, appassionante, romantico e divertente. Cinema popolare ambizioso e presuntuoso, che sbatte in faccia al pubblico tutta la sua prosopopea e la sua logorrea. Forse è un po’ troppo lungo, forse a qualche rutilante effetto speciale si poteva rinunciare, ma io non mi sono annoiato un attimo e mi sono divertito dall’inizio alla fine, come non mi capitava con un film di Peter Jackson dal primo dei tre “anelli”.

Stay – Nel labirinto della mente


Stay (USA, 2005)
di Marc Forster
con Ewan McGregor, Ryan Gosling, Naomi Watts

Sam Foster è uno psichiatra che “eredita” da una sua collega in malattia il caso di Henry Letham, ragazzo a dir poco pieno di problemi, abituato a conversare con voci che arrivano da chissà dove e in grado, pare, di prevedere il futuro. Nel tentativo di aiutarlo e di dissuaderlo dai suoi propositi autodistruttivi, Sam finisce per farsi trascinare nel delirante vortice di follia che vaga per la testa di Henry e comincia egli stesso a perdere il contatto con la realtà.

Maliziosamente pubblicizzato come thrillerone soprannaturale, Stay è invece un film dai toni cupi, lenti e riflessivi, che punta tutto su un crescente senso di oppressione, spaesamento, paranoia. Marc Forster, uno fra i registi più versatili e interessanti dell’Hollywood attuale, mette assieme immagini molto suggestive, senza lasciarsi però andare troppo sulle ali della visionarietà forzata. E soprattutto imbastisce incredibilmente bene più livelli di lettura, infarcendo ogni inquadratura di dettagli, indizi e piccoli tasselli di un mosaico che nasconde il mistero nella testa di Henry Letham.

Si parla spesso di film dal finale a sorpresa, che a una seconda visione perdono tutto il loro fascino. Stay, probabilmente, rappresenta il caso opposto, e offre due racconti: il dramma di Sam Foster, che si offre alla prima visione, e quello di Henry Letham, da gustarsi col senno di poi in un secondo approccio più consapevole, in grado di far notare la minuziosa e maniacale cura nella messa in scena e di dare un senso al mostruoso carico di simbologie e doppi significati nascosti in ogni inquadratura.

Un approccio supplementare, va detto, magari sconsigliato da una certa pesantezza narrativa, ma che sicuramente offre notevoli spunti d’interesse e permette di godere una seconda volta delle doti di “concreto visionario” che Forster mette in mostra. E non è poco, viste anche le premesse da ennesimo thrilleraccio sovrannaturale in stile nippo.

I ♥ Huckabees


I ♥ Huckabees (USA, 2004)
di David O.Russell
con Jason Schwartzman, Jude Law, Mark Wahlberg, Dustin Hoffman, Lily Tomlin, Naomi Watts, Isabelle Huppert

Albert Markovski è un personaggio un po’ strano, tanto interessante, molto poetico, un po’ tenero e un po’ patetico. Attivista in difesa della natura, vive un rapporto conflittuale con Brad Stand, ambizioso, arrivista, affascinante uomo d’affari con il quale ha commesso l’errore di mettersi a lavorare. Entrambi finiscono nelle mani di Bernard e Vivian Jaffe, una coppia di detective esistenziali, che si comportano in maniera tanto buffa e divertente, ma sotto sotto anche profonda e intelligente. E poi succedono un po’ di cose a caso, che coinvolgono un altro po’ di personaggi a caso.

Difficile raccontare l’intreccio di I ♥ Huckabees, forse impossibile, di sicuro inutile. Inutile, perché inutile è tale intreccio nell’economia di un film che è più che altro esercizio di stile vuoto e fine a se stesso. Attori che si parlano addosso sciorinando teoremi deliranti e filosofeggiando sul senso della vita. Insopportabili giochetti di regia e fotografia, buffe visioni sperimentali e trovate senza senso, poesia spicciola e colonna sonora di tendenza. Momenti comici a tratti anche molto riusciti e una performance, almeno una, di gran livello, quella di Mark Wahlberg, che dovunque lo metti è sempre spettacolare e puoi star certo che ti nobiliterà il film. Ma praticamente nient’altro, in due ore scarse sotto vuoto spinto, mosce, prive di emozioni e di guizzi. Il nulla, ogni tanto divertente, ma a tratti pure un po’ fastidioso.