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The Nice Guys

La visione di The Nice Guys mi ha lasciato in faccia un sorriso talmente grosso che non so neanche bene come elaborarlo in maniera coerente. Proviamoci nella maniera più banale, facendo un passo indietro col momento Wikipedia per chi non conosce Shane Black. Shane, da queste parti, è un discreto idolo. A lui dobbiamo le sceneggiature di Arma Letale L’ultimo boyscout, il che vuol dire che non ha magari inventato il buddy cop movie come lo intendiamo oggi (quel primato, forse, va a 48 ore), ma che l’ha rifinito, definito e lanciato nella stratosfera, tanto sul piano dei mega-successi, quanto su quello dei cult. Ha scritto anche Scuola di mostri, che è delizioso ma è off topic, e ha avuto la sfortuna di finire nel macello produttivo di Last Action Hero.

Fast forward di qualche anno, Black scrive e dirige quella bomba atomica di Kiss Kiss Bang Bang, che fa sempre un po’ parte dello stesso filone, e nel farlo rimette in piedi la carriera di Robert Downey Jr. Ulteriore fast forward e Robertino restituisce il favore coinvolgendo Black in Iron Man 3 (che alla fin fine è un buddy cop movie pure lui), facendogli presumibilmente staccare un gran bell’assegno e permettendogli così di avere scritto nei suoi futuri trailer “Dal regista di Iron Man 3“. Si arriva quindi ai giorni nostri. Black sta lavorando sul rilancio di Predator e nelle sale è appena arrivato il suo nuovo film, The Nice Guys, nuova rielaborazione dello stesso modello, con quelle facce meravigliose di Russell Crowe e Ryan Gosling sul manifesto. Ed è un’altra bomba atomica, oltre che il film dell’anno. O quantomeno il film più divertente dell’anno. Fra quelli che ho visto, s’intende.

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La grande scommessa

La grande scommessa si ispira al libro di Michael Lewis The Big Short – Il grande scoperto, che spiega le modalità tramite cui il collasso del mercato immobiliare e la relativa bolla speculativa hanno portato alla crisi finanziaria del 2007/2008. Lo fa raccontando le vicende di alcune persone che avevano colto in anticipo i segnali di quel che stava per accadere e avevano deciso di approfittarne traendone profitto, alcuni per conto dei rispettivi gruppi d’investimento, altri solo ed esclusivamente per interesse personale. Visto l’argomento decisamente serio, attuale e delicato, può risultare un po’ strano vedere al lavoro su sceneggiatura e regia Adam McKay, autore delle migliori (e più intelligenti, va detto) commedie demenziali con Will Ferrell e responsabile dell’ottima riscrittura che ha portato lo script di Ant-Man dalle mani di Edgar Wright a quelle di Peyton Reed, ma in realtà sono proprio il suo approccio brillante e la sua personalità a far funzionare il film.

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La robbaccia del sabato mattina: Una tantum

Quasi due mesi dopo l’ultima volta che ho scritto cose a caso sui trailer di sabato, torno a farlo così, velocemente e una tantum, perché mi va.

Il primo trailer di Tartarughe Ninja: Fuori dall’Ombra. Non me ne frega assolutamente nulla, ma devo ammettere che vedere Bebop e Rocksteady in azione nel trailer di un film mi ha provocato qualche languido lampo di nostalgia dei bei tempi che furono. Finisce lì, eh, but still.

X-Men: Apocalypse, con Oscar Isaac che fa il Power Ranger. Di base, per me, se c’è Oscar Isaac il film è venduto, anche se con tutto quel trucco addosso ci perderemo i suoi sguardi intensi e quindi vorrei uno sconto. Per il resto, come da previsione, sembra tutto un po’ meno di gomma rispetto alle prime foto, ma rimane ovviamente tutta una roba di pupazzoni. Secondo me ci si diverte, vedremo.

Ebbeh, signori miei, Shane Black che torna a fare quel che sa fare meglio, con una coppia di attori che levati e Kim Basinger che fa sempre piacere. Certo, vederlo indicato come il regista di Iron Man 3 è un po’ come vedere Kenneth Branagh indicato come il regista di Thor, ma non importa: è già il film del 2016.

Niente, buon weekend.

Stay – Nel labirinto della mente


Stay (USA, 2005)
di Marc Forster
con Ewan McGregor, Ryan Gosling, Naomi Watts

Sam Foster è uno psichiatra che “eredita” da una sua collega in malattia il caso di Henry Letham, ragazzo a dir poco pieno di problemi, abituato a conversare con voci che arrivano da chissà dove e in grado, pare, di prevedere il futuro. Nel tentativo di aiutarlo e di dissuaderlo dai suoi propositi autodistruttivi, Sam finisce per farsi trascinare nel delirante vortice di follia che vaga per la testa di Henry e comincia egli stesso a perdere il contatto con la realtà.

Maliziosamente pubblicizzato come thrillerone soprannaturale, Stay è invece un film dai toni cupi, lenti e riflessivi, che punta tutto su un crescente senso di oppressione, spaesamento, paranoia. Marc Forster, uno fra i registi più versatili e interessanti dell’Hollywood attuale, mette assieme immagini molto suggestive, senza lasciarsi però andare troppo sulle ali della visionarietà forzata. E soprattutto imbastisce incredibilmente bene più livelli di lettura, infarcendo ogni inquadratura di dettagli, indizi e piccoli tasselli di un mosaico che nasconde il mistero nella testa di Henry Letham.

Si parla spesso di film dal finale a sorpresa, che a una seconda visione perdono tutto il loro fascino. Stay, probabilmente, rappresenta il caso opposto, e offre due racconti: il dramma di Sam Foster, che si offre alla prima visione, e quello di Henry Letham, da gustarsi col senno di poi in un secondo approccio più consapevole, in grado di far notare la minuziosa e maniacale cura nella messa in scena e di dare un senso al mostruoso carico di simbologie e doppi significati nascosti in ogni inquadratura.

Un approccio supplementare, va detto, magari sconsigliato da una certa pesantezza narrativa, ma che sicuramente offre notevoli spunti d’interesse e permette di godere una seconda volta delle doti di “concreto visionario” che Forster mette in mostra. E non è poco, viste anche le premesse da ennesimo thrilleraccio sovrannaturale in stile nippo.