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The Flash – Stagione 1

La prima stagione di The Flash segue un andazzo adeguato al protagonista che si ritrova: ingrana subito, parte a mille, non si ferma quasi mai a guardarsi indietro e, anzi, acquista sempre più impeto fino alla fine. Per essere il primo anno di una serie pop da network, ha una forza, una solidità e una qualità generale onestamente rare, riesce a superare con agio quasi tutti gli inciampi classici da show esordiente e raggiunge in scioltezza, anzi, in sprint lanciato, un finale davvero bello. In questo senso, in questa sua capacità di partire subito a mille, mi ha ricordato un po’ il sorprendente iZombie, con la differenza che quello ha il vantaggio della stagione in formato ridotto, mentre questo tiene quasi sempre botta per ventitré episodi pieni. Ma d’altra parte The Flash, forse, ha il vantaggio di nascere da un qualcosa di già consolidato come Arrow (che però, incidentalmente, nella contemporanea terza stagione è miseramente crollato).

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Time Lapse

Time Lapse segna sostanzialmente il doppio esordio di Bradley King e BP Cooper. Il primo arriva da quattro cortometraggi e qui ha scritto e diretto. Il secondo ha alle spalle un decennio da produttore nel cinema indipendente americano e ha qui co-firmato la sceneggiatura. Assieme, i due han tirato fuori il classico bel film tutto incentrato su uno spunto forte e messo assieme con un budget ridotto, probabilmente speso più che altro per piazzare a schermo facce non dico famose, ma quantomeno riconoscibili. E dalla loro hanno avuto anche il culo di poter infilare nei titoli di coda un grazie grosso come una casa a John Rhys-Davies, che ha partecipato sotto forma di fotografia. Tema del film? I paradossi temporali – ma non i viaggi nel tempo – e i modi in cui la capoccia delle persone parte per la tangente quando queste si ritrovano davanti soldi facili e opportunità incredibili.

Volendo, può ricordare un po’ il senso di paranoia e di rovinosa caduta verso l’abisso che c’era in Piccoli omicidi fra amici, esordio di quell’altro regista là che sappiamo bene e con cui fra l’altro Time Lapse condivide la presenza di un cadavere misterioso come catalizzatore degli eventi. Il cadavere, in questo caso, è quello di un vicino di casa dei tre protagonisti (un giovane pittore in crisi creativa, la sua ragazza e il loro convivente perdigiorno col trip delle scommesse sulle corse di cani), che sbarcano il lunario facendo i custodi del complesso residenziale in cui vivono e scoprono in casa del cadavere uno strano macchinario. Salta fuori che si tratta di una macchina fotografica in grado di produrre immagini prelevate dal futuro, per la precisione da ventiquattro ore dopo, e che il suo creatore, per eseguire i test, l’aveva puntata sulla finestra di fronte, quella dei tre cuori in affitto. Ovviamente a questo si aggiungono ulteriori piccoli misteri, tipo l’esatto funzionamento della macchina fotografica o il motivo per cui dalla “collezione” dello scienziato sembrino mancare alcune foto, e il film si sviluppa attorno a questi dubbi e alle decisioni su come approfittare della scoperta.

È possibile cambiare il futuro? Influenzarlo? Se sappiamo cosa faremo fra un giorno esatto, possiamo permetterci di provare a cambiare gli eventi facendo altro? Il semplice fatto di saperlo finisce per influenzare le nostre azioni al riguardo e rendere tutto inevitabile? Ma soprattutto: se vinci troppe scommesse clandestine di fila, non è che poi qualcuno s’incazza? Time Lapse offre risposte a queste e altre domande, regalando qualche svolta efficace, seppur magari un po’ forzata – ma non più che in altri film che giocano con le linee temporali – e giocando bene sul crescente senso di paranoia, oltre che sulla pura curiosità di sapere come andrà a finire. Gli attori fanno il loro dovere, lo script riesce più volte a presentare situazioni che paiono impossibili facendo invece poi tornare tutto e c’è pure uno di quei finali da pernacchia in faccia ai protagonisti che pare uscito da un episodio di Ai confini della realtà. E questo nonostante, tutto sommato, Time Lapse non lasci addosso la tipica sensazione da storiella breve tirata troppo per le lunghe che spesso i film basati su una singola trovata fantascientifica forte finiscono per dare. Va detto che non lascia neanche addosso la sensazione di aver scoperto chissà quale nuovo talento pazzesco nel cinema del fantastico, ma tutto sommato ci si può pure accontentare di gente che sa fare bene il proprio lavoro senza menarsela troppo.

Se IMDB non mente, il film non è ancora uscito da nessuna parte, ma si sta facendo il giro di un po’ tutti i festival del pianeta, compreso il Fantafestival di Roma dello scorso luglio. Attendiamo fiduciosi.