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Walker Texas Ranger


Ovviamente, come al solito, mercoledì mattina ho già gli occhi spalancati all’alba. Poco male, così ho il tempo per farmi una doccia, far colazione e sbattere già un po’ di roba in valigia, per non dover fare troppo all’ultimo momento. A colazione incontro il tipo francese e la PR inglese, così ho occasione di salutare ancora una volta entrambi. Alle nove in punto si presenta in albergo la simpatica signora dell’Avis, pronta a portarmi fino alla loro sede, dove recupero la macchina che userò per tutta la giornata.

Lungo il tragitto si chiacchiera piacevolmente, le spiego per quale motivo mi trovo lì, mi fa notare che è quasi criminale passare per il texas senza provare il barbeque di cui vanno tanto orgogliosi e si arriva con calma a destinazione. Una volta sbrigate le pratiche, mi metto in viaggio lungo la Interstate 35, che mi porta direttamente verso San Antonio. Contrariamente alle previsioni, il traffico si rivela abbastanza tranquillo: certo, di macchine in viaggio ce ne sono parecchie, ma è tutto molto scorrevole e incappo in un rallentamento solo in corrispondenza di uno svincolo particolarmente “pesante”.

Durante il viaggio resto ancora una volta affascinato da queste enormi strade americane. Quattro o cinque corsie per senso di marcia, disperse in mezzo al nulla completo. Ogni tanto un centro abitato, con queste giga-uscite dove trovi di tutto, dal benzinaio, al McDonald’s, all’albergo, alla Steakhouse. L’America dei film e dei telefilm, insomma, avvolgente e tremendamente ipnotica da osservare.

Nel giro di un’ora o poco più arrivo a San Antonio. Seguendo le indicazioni stampate da Mapquest e i cartelli in giro raggiungo subito la zona dell’Alamo e vado a mollare la macchina in un parcheggio del centro commerciale. Una volta uscito – e una volta superata una momentanea fase di panico modello “oddio ho perso il bigliettino del parcheggio” – comincio a vagare guardandomi attorno, gironzolando per Alamo Plaza e raggiungendo il centro informazioni turistiche, dove raccatto un bell’assortimento di mappe e volantini.

Recupero una bottiglietta d’acqua e mi metto in marcia verso sud, in direzione dell’Hemisfair Park. Lungo il tragitto mi imbatto in una scala che scende verso il basso e porta alla River Walk, una sorta di lunga passeggiata che costeggia il San Antonio River (anche l’immagine in apertura del post è presa da lì). Il fiume taglia in due la città e si chiude in una specie di anello nella parte centrale. Sulle due rive si trovano altrettanti “camminatoi”, fatti apposta per gironzolare in tranquillità. Nella parte più centrale c’è un discreto assembramento di folla, vuoi perché è pieno di baretti e ristoranti, vuoi per il passaggio di imbarcazioni turistiche. Ma se ci si allontana un po’ dal centro, la passeggiata diventa davvero silenziosa (i rumori del traffico sono smorzati dal fatto di trovarsi più in basso) e rilassante.

Ad ogni modo, per il momento, sfrutto la River Walk solo per raggiungere il parco. Qui spunto fuori e comincio a gironzolare, fermandomi a un chiosco per mangiare qualcosa (per la precisione un’insalata di pollo). Dopo aver consumato, salutato e augurato buon Thanksgiving, mi rimetto in marcia e procedo verso sud, passo di fianco alla Federal Courthouse e taglio poi verso est, prendendo la direzione dell’Alamodome, la vecchia casa dei San Antonio Spurs. Per raggiungerlo si cammina lungo un ampio passaggio pedonale, che passa sotto la Interstate 37. Il transito è per certi versi inquietante, con questo “soffitto” bassissimo che lancia vibrazioni fortissime per ogni macchina che passa.

Arrivato davanti all’Alamodome mi fermo a zuzzurellare un po’ nel piazzale, guardandomi attorno, sbirciando in giro, pensando alle immagini viste negli anni in TV durante le tante dirette di partite NBA. Intanto il sole splende alto nel cielo: la giornata è bellissima, senza una nuvola. C’è un bel caldo e infatti sto in maniche corte, anche se con sopra la giacchetta per proteggermi da un bel venticello fresco. Soddisfatto dalla breve visita, mi rimetto in cammino verso il parco, intenzionato a visitare la Tower of the Americas.

Trattasi di torre alta circa 230 metri, con un capiente ascensore utilizzabile per raggiungerne la vetta. Qui si trovano un ristorante e un osservatorio, organizzato in una sezione interna, protetta da una bella vetrata, e una sezione esterna, con una passatoia esposta al vento. Il bello della sezione interna è che ci sono tutta una serie di pannelli con cenni storici e indicazioni utili per riconoscere questo o quel palazzo. Il bello della sezione esterna, beh, è che è esterna!

La vista è davvero notevole e gironzolare per la passerella cazzeggiando, guardandomi intorno e chiacchierando coi passanti è un piacere. Dopo un po’ mi metto a scrutare l’orizzonte per cercare di individuare luoghi precisi. Per esempio l’Alamo, l’Alamodome, l’AT&T Center (ex SBC Center, attuale casa dei San Antonio Spurs). Quando mi rendo conto che sto facendo foto stupide a cartelli e ombre, decido che è giunta l’ora di tornare a terra, spendere qualche soldo al negozio di souvenir e uscire dalla torre.

A questo punto decido di dirigermi verso l’Alamo, allungando il cammino per visitare una parte del parco che ancora mi manca. Mi ritrovo infatti in questa via, sui cui lati sorgono ancora delle vecchie case risalenti non ricordo più a quale epoca e conservate ancora oggi. Qui mi fermo a ciondolare su una panchina e a farmi quattro risate osservando gli scoiattoli. Mentre riprendo il cammino, incontro un simpatico signore di mezz’età che attacca bottone chiacchierando dei bei tempi, del bel tempo, della cognata di origini italiane che vive a San Marino e che lui è andato a trovare e bla bla bla. Dopo averlo scaricato, punto dritto all’Alamo.

Il giretto nella vecchia missione e in quel poco o nulla che resta della fortificazione è interessante, anche se obiettivamente non c’è moltissimo da vedere e più che altro si percepisce il fascino di stare in un posto dalle vicissitudini tanto “cariche”. Anche se poi si tratta di un evento tutto sommato geograficamente distante, poco vicino e vissuto, almeno per me. Certo è che i dettagli, le scritte e i segni sui muri, le armi e i resti, qualche brivido addosso te lo mettono. Termino la visita firmando il guest book, leggiucchiando i cenni storici, passando nel negozio di souvenir e, ovviamente, cazzeggiando un po’ nel parchetto.

Una volta uscito, mi faccio il giro delle vetrine di Alamo Plaza e dintorni, più che altro perché si tratta di quei folli musei americanissimi, roba sullo stile de “Il gomitolo di lana più grande del mondo”. Ci sono per esempio il museo del Guinnes dei primati, quello del Ripley’s Believe it or not e quello, allucinante ma vero, delle corna. Sì, le corna, quelle degli animali. Non ho però la forza di entrare in nessuno di questi posti e mi dirigo allora di nuovo verso la River Walk, con lo scopo di girarmela più a fondo.

Si rivela una scelta vincente: complice anche il bel tempo (non mi capita spesso di girare in maglietta a novembre inoltrato), la passeggiata è piacevolissima. Procedendo verso nord oltrepasso tutta la zona dedicata a ristoranti e ristorantelli (c’è anche un Johnny Rockets che mi tenta, ma per fortuna è sull’altra riva) e procedo, cazzeggiando fra panchine, paperelle e scoiattoli. A un certo punto mi rendo conto di stare andando troppo in là e sbircio la mappetta. Scopro di essere più o meno all’altezza di un posto che volevo visitare e salgo alla prima scala.

Dopo una breve camminata, mi ritrovo in una piazza dove sorgono un monumento per i caduti della guerra in Corea e uno per quelli del Vietnam. Gironzolo un po’ nei dintorni e poi mi dirigo nuovamente verso Alamo Plaza, deciso a recuperare la macchina: comincio ad essere stanco di camminare e, soprattutto, prima di andare a vedere la partita voglio fare visita a una fumetteria di cui ho pescato l’indirizzo su Internet.

Trattasi di Dragon’s Lair (e già il nome mi aveva convinto), presente fra l’altro anche ad Austin. Per raggiungerla, mi servo del cumulo di mappe della città e delle indicazioni stampate con Mapquest riportanti il tragitto da Alamo Plaza all’indirizzo esatto della fumetteria. In pratica, affronto qualche viuzza ( prendendo, temo, anche un rosso… speriamo non arrivi la multa) e imboco poi la Interstate 10, che seguo verso nordovest per poco più di sei miglia, fino a Balcones Heights. Qui esco e mi immetto in Fredericksburg Road, al cui numero 7959 pesco la fumetteria.

Il posto è molto simile a quello dispersissimo in cui si trovava il negozio di wargame visitato per esigenza di Paglianti durante il viaggio all’E3 dello scorso maggio. Questi stradoni lunghi e larghi, delle sorta di Viale Coni Zugna ampi il doppio e lunghi dieci volte tanto, con agglomerati di negozi ogni tot miglia. Ovviamente Dragon’s Lair si trova nel senso di marcia opposto a quello in cui ho imboccato la via, ma poco importa, perché appena me ne accorgo gestisco la manovra sfruttando un benzinaio e mi rimetto in carreggiata.

La fumetteria è ottima. Niente di strabordante, ma è un bel negozio, ampio, ordinato e con grande attenzione per i volumi, che poi è ciò che speravo di trovare. Mi cade subito l’occhio sulla ristampa in paperback delle due miniserie-revival della Justice League di Giffen/DeMatteis/Maguire: me ne aveva parlato Montag anni fa e da allora le bramavo. Afferro al volo e già così sarei soddisfatto, ma la vera illuminazione arriverà un paio di espositori dopo: la One Volume Edition di Bone, il Santo Graal delle mie spedizioni fumettistiche in giro per fiere e negozi negli ultimi due anni. Essa. La afferro sbavando con estrema bramosia e comincio a guardarmi attorno con fare circospetto, temendo che qualcuno voglia fregarmela. In queste condizioni perlustro il resto del negozio, ma so benissimo che non raccoglierò altro, perché già così spenderò abbastanza e perché, diciamocelo, sono più che soddisfatto.

Una volta posato l’obolo alla cassa, esco e torno in macchina. Mi rilasso un attimo, sfoglio la roba comprata, mi accascio un po’ e poi decido di ripartire: destinazione NBA. Mentre mi immetto nuovamente in Fredericksburg Road, direzione sud, noto in lontananza la silhouette della Tower of Americas e in generale la skyline del centro. Mi rendo insomma conto che per tornare in città non c’è bisogno di infilarsi nuovamente nella highway, che fra l’altro è un po’ intasata di lavori in corso, e decido così – confortato da quel che vedo sulla mappa – di tirare semplicemente dritto per la strada in cui mi trovo.

Dopo un po’ mi fermo a un passaggio a livello. Sta transitando un treno merci. Che transita. Transita. Transita. Transita. Transita. (“Ma quanto cazzo è lungo?”) Transita. Transita. Transita. Si ferma. Aspetta. Aspetta. Aspetta. Alcune macchine fanno inversione e se ne vanno. Aspetta. Aspetta. Aspetta. Aspetta. Mi metto a leggiucchiare la Justice League. Aspetta. Aspetta. Aspetta. Aspetta. Finalmente riparte, dopo una decina di minuti da quando mi ero fermato. Vabbé, alla fine è stato quasi divertente.

Mi riavvio e, senza manco guardare la mappa, mi oriento a memoria e controllando costantemente la posizione della Tower of Americas, manco fosse la Stella Polare. Beh, magari anche un po’ a culo, ma così facendo finisco proprio per incrociare quel che cerco, vale a dire Houston Street, la via su cui si affaccia l’AT&T Center. La imbocco tutto tronfio e la percorro per un bel po’, tanto da temere di averla presa nel senso sbagliato (“Ma no, è giusto, devo andare verso est”), fino a che non vedo spuntare all’orizzonte il palazzetto.

Mi immetto nella stradona e vado a piazzare la macchina nel parcheggio ufficiale, pagando il relativo obolo, ma ritrovandomi in sostanza a due passi dalla destinazione (la foto purtroppo è venuta un po’ una merda). Il momento si fa emozionante: per la terza volta vado a vedere del basket dal vivo. Nel 2002 fu l’All Star Game di Philadelphia, nel 2004 furono le semifinali e le finali del torneo di basket olimpico ad Atene e adesso, per la prima volta, una partita NBA vera (per quanto di regular season autunnale). Emozioni diverse, per motivi diversi e in momenti diversi.

Comunque, mi incammino verso il palazzetto, vado a ritirare il mio biglietto, supero i controlli (vedendomi fra l’altro consegnare quei meravigliosi “stecconi” gonfiabili, da schiantare l’uno contro l’altro per far casino e da agitare davanti agli ospiti quando tirano i liberi) e comincio a gironzolare. Manca poco meno di un’ora, quindi me la prendo comoda, visito tutto il posto, osservo le cheerleader, gironzolo per i negozietti, mi mangio una terrificante Pepperoni da Pizza Hut e, con calma, vado a sedermi al mio posto, nella sezione 226.

Sono abbastanza in alto, ma mi trovo sul lato lungo e la visuale è ottima. Il palazzetto mi sembra più piccolo rispetto ai due in cui sono stato in passato, ma non ho certezze al riguardo. Comunque, trascorro un po’ di tempo osservando il luogo, facendo qualche foto, scrutando i giocatori che fanno riscaldamento e divertendomi con gli spettacolini. Quando è quasi ora di iniziare, Matt Bonner fa gli auguri per il Thanksgiving e lascia poi spazio tre tizi che si esibiscono in una versione “a cappella” dell’inno americano. Tutti in piedi, mani sui cuori, gente che si gasa. Bello.

La partita è divertente, dal risultato abbastanza scontato (Miami, priva di Shaq, regge per i primi due quarti e viene poi travolta), ma piacevolissima da seguire, un po’ perché il tifo è spettacolare, un po’ perché gente tipo Duncan, Wade, Ginobili e Parker, vista dal vivo, è davvero incredibile, da lasciare ipnotizzati. Poi, vabbé, non posso fare a meno di notare come il tifo, al di là dei “buuuu”, sia vigoroso, passionale, ma estremamente corretto e mai offensivo nei confronti delle sacche di tifosi ospiti. Negli ultimi tre anni ho frequentato parecchio San Siro e francamente non ricordo una singola sera in cui non mi siano volate attorno tonnellate di insulti (quando ci si limita a far volare quelli).

Comunque, una volta finita la partita, mi gusto ancora un po’ l’atmosfera e poi mi alzo e mi allontano trotterellando con un bel sorriso stampato in faccia. Una volta arrivato al parcheggio, vengo per brevi attimi colto da un accenno di panico: dove cazzo ho messo la macchina? Per fortuna, una rapida combo di tasti sul telecomandino la fa illuminare in stile Incontri ravvicinati e mi mostra la via. Salgo a bordo, studio velocemente le mappe e mi metto in viaggio. E, beh, non è che voglia per forza fare quello che “certo che lì è troppo meglio che da noi”, ma l’uscita dal parcheggio è quasi inquietante: tutti sono ordinati e precisi, nessuno vuole prevaricare, ci si muove uno alla volta e si è incanalati e distribuiti lungo tante corsie. In due minuti sono fuori dal parcheggione attaccato al palazzetto e strapieno di macchine. In Italia ci avrei messo minimo mezzora. Per non parlare del fatto che cinque minuti dopo sono già sulla Interstate.

Il viaggio di ritorno non è proprio una passeggiata, perché la stanchezza, unita ai soliti problemi di jet-lag, comincia a farsi sentire di brutto. Combatto le palpebre pesanti alzando a palla il volume della radio (sintonizzata su uno splendido canale rock scoperto in mattinata) e cercando di concentrarmi: non sono nemmeno le dieci, ma mi sento come se fosse notte fonda. Arrivo comunque all’albergo (22:30 circa) sano e salvo e mi fiondo in camera, dove ovviamente sono abbastanza pirla da non mettermi subito a dormire, ma anzi mi piazzo a letto davanti a ESPN.

La mattina dopo mi sveglio ancora più all’alba del solito e mi fiondo a far colazione. L’intenzione è chiara: voglio mangiare pancake, a costo di pagarli. Ma – piacevolissima sorpresa – il cameriere mi spiega che non c’è il buffet, ma posso comunque utilizzare il buono-buffet lasciatomi da Midway per ordinare qualcosa dal menu. E via di pancake, allora, conditi con banane, frutti di bosco e, ovviamente, litri di sciroppo. Il tutto, come al solito, accompagnato da the caldo e succo d’arancia. Dopo aver consumato, vado a recuperare i bagagli, gestisco il check-out e mi fiondo in macchina. L’aereoporto è vicino, circa un quarto d’ora, ma devo comunque sbrigarmi, perché se tardo sull’ora di consegna all’autonoleggio mi toccherà pagare un giorno in più.

Si gestisce comunque tutto in tranquillità. Il viaggio di ritorno va via abbastanza liscio. Ad Austin ammazzo il tempo connettendomi tramite un Internet spot a pagamento e zuzzurellando un po’. A Chicago, dove peraltro noto tristemente un volo Alitalia in partenza diretto a Milano, mangio un panino al tacchino (alè, il Ringraziamento) e seguo sui monitor la partita fra Cowboys e Buccaneers. Il volo intercontinentale di ritorno è gestito come al solito: leggo (Justice League) fino all’inizio dei primo film. Mi guardo – purtroppo – fino in fondo il mediocrissimo Uomini e donne e mi abbandono quindi al gentile abbraccio di Morfeo, per ridestarmi solo a un’oretta dall’atterraggio. Meglio di così potrebbe andare solo se fossi già arrivato a Milano. Già, perché invece sono a Londra e mi aspetta ancora un volo. Il rimpianto vero, comunque, è un altro: arrivare a casa e scoprire che il giorno della mia partenza si è giocata a una spettacolare San Antonio/Dallas, vinta dai Mavericks di due punti. E vabbé, non si può avere tutto…

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Tex Mex


Partenza col turbo, Malpensa Express in orario perfetto, check-in tranquillo, trolley affidato (in preda al terrore) al nastro trasportatore, compro la gazzetta per poi scoprire che la smollavano gratis all’imbarco, mi spaparanzo al mio posto e trascorro il tragitto fino a Londra leggiucchiando. Giunto a Heathrow, prendo il bus per spostarmi al terminal 4. Nell’attesa dell’imbarco mi accaparro la prima di tante cioccolate calde da Starbucks e il tempo scorre in fretta. Il volo verso Chicago è tranquillo e comodo, perché l’aereo è semivuoto e di spazio ce n’è in abbondanza. Oltre a leggermi quasi per intero il numero di Empire comprato a Londra, mi ciuccio un po’ di fumetti, mi guardo il divertente Talladega Nights e sonnecchio un po’.

L’immigrazione, il ritiro della valigia e il check-in presso la American Airlines vengono gestiti sorprendentemente in fretta, tanto che, dopo essermi spostato al terminal giusto col trenino, ho tutto il tempo per cominciare ad americanizzarmi con un bel quarter pounder value meal da McDonald’s. Non faccio neanche in tempo a stupirmi di quanto facciano vomitare le patatine, che è già ora di salire sul terzo e ultimo aereo. In fase di decollo la stanchezza invade le mie membra, le palpebre si afflosciano e improvvisamente, come per magia, mi ritrovo in fase di atterraggio. Oltretutto l’aereo si presenta ad Austin con mezz’ora d’anticipo. Meglio di così non potrebbe andare!

Zompo sul primo taxi, peraltro gestito da un texano con la voce roca, l’accento marcatissimo e, probabilmente, un machete nelle mutande, e scopro che l’albergo (anzi, il buco con l’albergo intorno), situato ai margini del centro, è a un quarto d’ora dall’aereoporto. A mezzanotte sono in camera, pronto alla morte. Ma siccome sono stronzo, prima di svenire sul letto decido di perdere un altro po’ di sonno installando la mia roba in cassetti e cassettini e attaccandomi un po’ a Internet per controllare la posta e altre fesserie.

Martedì, dopo essermi ovviamente svegliato all’alba, consumo la classica colazione “prendo tutto quello che trovo nel buffet” a base di salsicce, uova strapazzate, dolci vari, the, succo d’arancia e una strana poltiglia che mi portano in un bicchierino. Gestite le presentazioni coi vari colleghi europei presenti e con le PR, ci si dirige verso gli studi Midway, un filo fuori porta, per una mattinata di piacevole lavoro. Al di là del gioco, sul quale ovviamente non mi soffermo, è sempre ottimo gironzolare per gli uffici in cui vengono partoriti i videogiochi, chiacchierare con chi ci lavora e sbirciare nei vari anfratti di questi enormi open space. Da notare che i tizi ci accolgono con una serie di pacchetti provenienti da un non meglio identificato “Taco Deli” e contenenti una serie di – credo – burrito con dentro uova, formaggio, carne e/o altro. Deliziosi.

Dopo la mattinata lavorativa e un pranzo alla messicana, giunge il tempo di tornare all’albergo. Alcuni han da lavorare, altri vanno a farsi un giro al mall, io decido di restarmene per i cazzi miei e visitare quel poco o nulla che c’è da vedere ad Austin. Prima, però, faccio mente locale “internettara” su cosa ci sia in effetti da vedere e, soprattutto, mi fermo dalla consierge, tramite la quale prenoto due cose fondamentali per la giornata di mercoledì, che sarà totalmente libera e in solitaria: una macchina a noleggio e un biglietto per la partita fra Miami Heat e San Antonio Spurs. Gestire la seconda cosa non sarà facile e richiederà l’esplorazione di qualche sito web e una lunga e incomprensibile telefonata con un’operatrice di Ticketmaster. Ma andrà tutto a buon fine.

Il giretto a piedi per la downtown di Austin è piacevole e interessante. Vicino all’albergo scorre un ramo del Colorado River, traversabile su svariati ponti e ponticelli e sulla cui riva si trovano passeggiatine immerse nel verde. Scopro leggiucchiando un volantino che nel periodo autunnale (ma solo fino a fine ottobre) il tramonto sul fiume è caratterizzato da stormi di pipistrelli che se ne escono da sotto il ponte e volano via. Purtroppo sono arrivato qualche giorno troppo tardi per godere di tale vista. Dopo una breve passeggiata arrivo nella zona del campidoglietto di Austin e trascorro un’oretta gironzolando per il parco, curiosando fra le statue (meravigliosa l’iscrizione modello “Le Termopili all’Alamo gli fanno una sega”) e rilassandomi sulle panchine. Obiettivamente non è che ci sia molto altro da vedere e, in più, si sta avvicinando l’ora di andare a cena. Mi dirigo quindi verso l’albergo, cambiando strada e ciondolando per vie diverse da quelle dell’andata.

Mentre vago fra i vicoli uno scoiattolo attraversa la strada, mi passa davanti e si arrampica su una scala antincendio arrivando fino al tetto. Non lo fotografo perché non ho la macchinetta sotto mano e sono troppo ipnotizzato dai suoi caratteristici movimenti isterici. Mentre mi avvicino all’albergo noto interi stormi di uccelli che si levano non so bene da dove e vanno ad appollaiarsi sugli alberi. E cantano. Come disperati. Ininterrottamente. A migliaia. Una roba impressionante, davvero. Comunque, proseguo, passeggio un po’ lungo il fiume e torno all’albergo, passando da un altro ponte.

La cena, in compagnia dei vari giornalisti europei e dei vari/varie PR, si tiene in un ristorante specializzato in granchi. “Crab qualchecosa”, si chiama. E io non posso fare a meno di ridacchiare sotto i baffi pensando al Crab Man di My Name is Earl (Gamberone nell’edizione italiana). Dopo un antipasto misto a base di ostriche, gamberetti e mille altre sfiziosità marine, mi prendo del tonno ai ferri (quello bello cotto all’esterno e crudino all’interno… mamma mia che spettacolo). Ovviamente, alla richiesta del cameriere “lo vuoi accompagnato da una coda d’aragosta?” non posso che rispondere positivamente e mangiare così, credo per la prima volta in vita mia, dell’aragosta (ma in effetti mi è piaciuto di più il tonno). Notando che il piatto più economico costa venti dollari, chiudo con un’enorme fetta di cheesecake. Ah, chiaramente il tutto è innaffiato da abbondante vino.

Per il resto, trascorro la maggior parte del tempo chiacchierando con un giornalista francese di cui, come mio solito, non ricordo il nome. Al suo primo press tour “intercontinentale” (ma non è l’unico “novellino”, c’è anche un belga che addirittura sta facendo uno stage per l’università presso un editore), il francese – che per inciso lavora pure lui per Future – si rivela simpaticissimo e un’ottima chiacchiera. Si parla del più, del meno, del passatopresentefuturo delle riviste, di altri press tour e del cha cha cha. Fra l’altro nel chiacchiericcio scopro di aver avuto un culo pazzesco, perché la PR inglese e un paio di giornalisti si sono visti smarrire il bagaglio nel volo interno americano (che era però gestito da una compagnia diversa dalla mia). D’altra parte, siamo nella settimana del Thanksgiving, figurati il caos di traffico…

Lo scenario “chiacchieroso” si manifesta anche una volta tornati in albergo, al baretto del piano terra, ma io vengo sopraffatto abbastanza in fretta dalla stanchezza e dal jet-lag e me ne torno in camera a collassare. Anche perché il giorno dopo si prospetta come quantomeno faticoso, se vogliamo anche per il rischio di trovare chissà che traffico: in fondo è lecito presumere che alla vigilia del Ringraziamento l’intera popolazione degli Stati Uniti sia in viaggio.

Continua…

Texas Hold’em


Si riparte, destinazione Texas. Decollo a mezzogiorno in punto e mi sparo una vera e propria odissea volante (Milano-Londra, Londra-Chicago, Chicago-Austin). Arriverò lì nientemeno che alle 23:35, ovvero, grazie alle meraviglie del fuso orario, le vostre 06:35 di domattina. Cristoddio, diciotto ore e mezza di viaggio, e ci sarà ancora da prendere il taxi per l’albergo. Vabbuò, mi fermo fino a giovedì, quando il primo dei tre decolli è fissato, again, intorno a mezzogiorno. Se ho capito bene, mercoledì dovrebbe essere giornata totalmente libera e, ovviamente se sarà possibile farlo, mi sa che la dedicherò a una gitarella in direzione San Antonio (dove fra l’altro in serata si presentano i Miami Heat, vedi mai che si trovino i biglietti). Comunque, gestiremo. Il portatile della Rumi me lo porto dietro, ma come al solito non so dire se avrò tempo e/o voglia di postare qualcosa. In ogni caso, detto che ho uno o due post scritti in un impeto di grafomania e pronti quindi ad essere pubblicati nelle occasioni in cui mi connetterò dal Texas, male che vada ci si risentirà nel fine settimana.