Let’s go Phillies!

L’anno in cui sono stati la prima squadra nella storia dello sport professionistico a toccare quota 10.000 (diecimila) sconfitte è anche l’anno in cui Phillies tornano ai playoff. Ci vanno solo per la decima volta da quando, 124 (centoventiquattro) anni fa, hanno giocato la loro prima partita. Ci vanno per la prima volta dal 1993, quando furono sconfitti alle World Series, nella quarta finale persa su cinque giocate. Ci vanno ventisette anni dopo l’unico titolo vinto. Ci vanno, fra l’altro, grazie a una fra le più colossali rimonte della storia (sette vittorie di differenza recuperate in poco più di due settimane). A questo punto la domanda è: sono sufficientemente stronzo da stare sveglio la notte pure per delle partite di baseball?

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Hard Candy

Hard Candy (USA, 2005)
di David Slade
con Patrick Wilson, Ellen Page

Un trentenne fotografo di successo e una quattordicenne maliziosa si conoscono in chat e decidono di incontrarsi. Lavorando di occhiatine e sorrisini, lei riesce a farsi invitare a casa e, nonostante la prudenza di lui, gli eventi sembrano viaggiare verso un bel processo per abuso sessuale di minori. Sembrano…

Ho scoperto questo film quasi per caso, indagando sul regista che si sta occupando di adattare per il grande schermo 30 giorni di notte, e ho trovato un gioiellino, magari non perfetto, ma davvero interessante. Il soggetto ricorda un po’ Audition, ma la messa in scena e gli sviluppi della storia non hanno nulla a che vedere col film di Takashi Miike.

Qui a tenere banco è soprattutto la notevole prova attoriale di Patrick Wilson ed Ellen Page, entrambi molto intensi e convincenti, anche se magari un filo sopra le righe in certi passaggi. Un confronto a due quasi interamente fatto di dialoghi e di immagini evocative, con una fotografia molto, molto bella e una regia che, quando non si fa prendere dall’effettaccio, tiene bene in mano il racconto.

Hard Candy è un film fatto di dubbi e caratterizzazioni sfumate, che rende difficile l’identificazione e mette in crisi nella ricerca di un personaggio per cui parteggiare. Estremamente teso nella parte centrale, si sfilaccia un po’ nell’ultima mezzora, forse perché viene troppo tirata per lunghe, forse per l’incosistenza della sottotrama sentimentale. Ma rimane comunque un’opera molto interessante, che mette in mostra una giovane attrice e un regista esordiente davvero promettenti.

La settimana a fumetti di giopep – 25/09/2007

Novità
L’Uomo Ragno #469 ***
Gli incredibili X-Men #207 ***
Devil & Hulk #131 ***
Thor & I Nuovi Vendicatori #102 ***/****
Iron Man/Capitan America: Vittime di guerra ***/****
Civil War #7 ***
E finalmente siamo arrivati alla fine. Mi manca ancora da leggere qualche tie-in, ma insomma, ci siamo. E, in tutta franchezza, sebbene il giudizio complessivo sull’operazione Civil War sia buono, i dubbi rimangono. Sicuramente sono state molto ben costruite le premesse, si è lavorato bene nel far percepire le ramificazioni della saga un po’ dappertutto e in generale la storia è stata affascinante, potente nelle premesse e ben orchestrata nello sviluppo. Però, dopo un avvio davvero scoppiettante, arrivati al giro di boa ha un po’ cominciato ad affloscarsi tutto e, prevedibilmente, non si è arrivati a una vera conclusione. Marvel e DC, ormai, sono in modalità crossover perenne e se la cosa da un lato è piacevole, perché il senso di continuità e di appartenenza dell’universo narrativo ne guadagnano, dall’altra si finisce per far perdere di incisività alle singole saghe. Civil War, tanto quanto House of M e prima ancora Avengers Disassembled, è l’ennesimo prologo di qualcosa a venire, l’ennesimo coito interrotto che inizia alla grande e poi si affloscia nell’inconcludente nulla. Per quanto ancora potrà durare? Boh? Comunque, nel marasma, ci sono state singole storie molto belle. Nella manciata di albi elencata lì sopra, segnalo in particolare la storia dedicata a Bucky in Iron Man/Capitan America: Vittime di guerra.

Guyver #36 **
Ormai con Guyver si va avanti per sola forza d’inerzia, perché ne escono uno o due all’anno, la spesa è accettabile e mi spiace mollarlo lì. Certo è che siamo veramente al nulla narrativo. Voglio dire, il singolo numero è “pregno” più o meno come un albetto della prima edizione di Dragonball Star Comics. Solo che almeno quello usciva ogni quindici giorni…

La casa delle vacanze *****
Tratta da un romanzo di Clive Barker, La casa delle vacanze è una splendida favola horror, che si rivolge ai più giovani ma riesce ad essere digeribilissima anche da un pubblico adulto, grazie ai toni maturi, allo splendore grafico e alla solidità del racconto. Le si può al massimo imputare una certa prevedibilità nell’intreccio, ma la sua forza sta anche nella semplicità propria dei classici. E a questo punto voglio leggermi il romanzo.

Magico Vento #111: “Lo zoo di Kelly” ***
Un solido, banale, prevedibile, ma convincente e riuscito numero di Magico Vento. Si legge con piacere dall’inizio alla fine, non dice nulla di sconvolgente, ma fa il suo dovere. D’altra parte, purtroppo, ormai da questa serie sto imparando ad aspettarmi nulla più che una valida routine.

Shadowplay ****
Un doppio delirio horror, con due approcci diversi al mondo dei vampiri. Da una parte un tuffo morboso nelle perversioni sessuali dei succhiasangue, dall’altra l’innocente visione di un bambino che scappa di casa e si ritrova preda di un vecchio vampiro (e, a esser maligni, pure qui ci si potrebbero leggere allussioni). Bellissimi i disegni di Ashley Wood e Ben Templesmith, forse un po’ troppo contorto lo stile narrativo.

The Punisher: Barracuda ****
Un’altra bella saga del Punitore di Garth Ennis, fatta di crudo realismo, comicità sopra le righe e iperviolenza. Solida, divertente, in costante e riuscito equilibrio fra serioso e dissacrante e graziata dalle sempre ottime matite di Goran Parlov. Cosa chiedere di più?

Ultimates #30: “Potere supremo #1” ****
Inizia l’incrocio fra l’universo Ultimate e il nuovo Squadrone Supremo reinventato da Straczynski e inizia col botto. Ritmo, colpi di scena, azione e le evocative matite di Greg Land sono gli ingredienti. Il risultato, per il momento, non delude.

Ultimate X-Men #41: “Cable #2” ****
Si conclude la saga dedicata al Cable (e all’Alfiere) dell’universo Ultimate e non posso fare a meno di pensare che, nonostante il clamoroso avvenimento raccontato, continui a mancare reale pathos. Non so, a me sembra proprio che Kirkman non ce la faccia.

Antiquariato
Superman Family – Ottobre 2002/Ottobre 2003 (L.O.) ***/****
Superman: Ending Battle (L.O.) ****
Oh, finalmente stiamo crescendo, una bella annata di storie, certamente con alti e bassi, ma con davvero tanti passaggi convincenti. Su tutti, senza dubbio, Ending Battle, la classica saga tutta basata sul significato stesso dell’esistenza di Superman in quanto eroe. Il confronto fra Kal-El e Manchester Black è ben pensato e raccontato, davvero travolgente nel crescendo e spiazzante nel finale.

Locarno e Venezia 2007

Sarà il fatto che con gli anni sono diventato cintura nera nella sacra arte della censura preventiva, ma quest’edizione della rassegna mi ha messo davanti davvero pochi film da mani nei capelli. Vero anche che non posso più fare (per limiti fisici oltre che logistici) otto giorni di full immersion come un tempo e che quindi, dovendo scegliere non più di un film al giorno, ci ho messo più attenzione. Ma resta il fatto che la classica fuga di metà film con la coda fra le gambe si è manifestata poco, a fronte di una qualità media senza dubbio discreta. In compenso vale anche la pena dire che fra tante belle pellicole non si è mai andati “oltre”, con neanche un film in grado di esaltarmi sul serio. Dovessi dire qual è stato il migliore, così, di getto, farei un po’ fatica. Comunque, questo è quel che ho visto.

Locarno – Piazza Grande
Waitress (USA)
di Adrienne Shelley
con Keri Russell, Nathan Fillion, Jeremy Sisto, Cheryl Hines, Adrienne Shelley, Andy Griffith

La classica commediola che prende spunto da un’idea simpatica (la protagonista che sfoga i propri sentimenti ideando torte a tema) e la porta avanti per tutto il film. L’idea, però, è buona per davvero, anche perché fa venir voglia di tuffarsi su un bancale intasato da quelle lussuriosissime pie, e il film è supportato da ottime interpretazioni (Nathan Fillion adorabile e ipercarismatico come al solito), da una regia non banale e da una fotografia deliziosa. Ottima anche la sceneggiatura, strapiena di battute memorabili, peccato solo che come al solito si parta all’insegna dello spirito graffiante e si scivoli pian piano nel buonismo spinto e prevedibile.

Locarno – Concorso
Ai no yokan (The Rebirth) (Giappone)
di Masahiro Kobayash
con Masahiro Kobayashi, Makiko Watanabe
Pardo d’oro
Menzione speciale arte & essai CICAE

Film molto particolare, sperimentale, che si ispira a un fatto di cronaca giapponese (l’uccisione a coltellate di una quattordicenne da parte di una sua compagna di classe). Si apre su una doppia intervista, alla madre dell’assassina e al padre della vittima, interpretato dal regista, per poi fare un balzo in avanti di un anno. Passiamo così a osservare da vicino la vita delle due persone, trasformatasi in un anonimo, alienante, abulico agonizzare stancamente in preda alla routine. Ogni giorno lui va a lavorare in fabbrica, torna nell’albergo in cui vive e mangia sempre le stesse cose, lo stesso ovetto versato sul riso, lo stesso vassoietto da mensa. Lei lavora proprio in quella mensa e gli prepara tutti i giorni gli stessi pasti. Il film segue le “vicende” in tono spento e smorto, calando perfettamente lo spettatore in quell’atmosfera di stanca, monotona e assurda depressione. Ripetitivo e snervante, Ai no yokan è forse un filo troppo lungo, ma funziona incredibilmente bene nel gettare un occhio indiscreto sull’angosciante e silenziosa disperazione che colpisce la vita di queste due persone. Purtroppo, non è il film più adatto a una serata in cui sei colto da atroce mal di testa.

Venezia – Concorso
In questo mondo libero (It’s a Free World…) (GB)
di Ken Loach
con Kierston Wareing, Juliet Ellis
Premio per la migliore sceneggiatura

Il solito Ken Loach, con le sue indagini sul sociale e le sue denunce. Qua si parla di lavoro nero, di immigrazione e delle difficoltà nel barcamenarsi fra la voglia di rispettare le regole e le necessità del quotidiano. Solido, ben scritto, con una protagonista sconosciuta ma molto brava, è il classico film in cui si fatica a trovare personaggi nettamente positivi o negativi, mentre tutti quanti navigano nel mezzo. Non sono un fan di Loach, ma questo film mi è piaciuto più di altri, anche se ho fatto davvero fatica ad appassionarmi alle vicende, perché la protagonista mi è stata sulle palle fin dall’inizio e non è che con le sue azioni facesse molto per diventarmi simpatica.

Locarno – Piazza Grande
Funeral Party (Death at a Funeral) (USA, GB)
di Frank Oz
con Matthew Macfadyen, Keeley Hawes, Andy Nyman, Ewen Bremner, Daisy Donovan, Alan Tudyk
Premio del pubblico

Altra divertente commedia che si tinge di scorrettezza giocando sullo humor nero, ma alla fin fine non può fare a meno di chiudere all’insegna dei buoni sentimenti. Siamo a un funerale e, molto semplicemente, fra equivoci, antipatie, vecchi amori sopiti e incomprensioni ne succedono davvero di tutti i colori. I fan della fantascienza televisiva riconosceranno il simpatico Alan Tudyk (Wash nel mai troppo rimpianto Firefly), qui delirante vittima di un potente allucinogeno inghiottito per errore.

Venezia – Concorso
L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford (USA)
di Andrew Dominik
con Brad Pitt, Casey Affleck, Sam Rockwell, Mary-Louise Parker, Sam Shepard
Coppa Volpi per il miglior attore a Brad Pitt

A leggere “Brad Pitt” vicino a “Jesse James” ti aspetti un western tutto azione e sparatorie e forse anche per questo in molti sono rimasti delusi e annoiati di fronte all’ambiziosa opera seconda di Andrew Dominik. Io non mi aspettavo nulla e ho trovato un film dalle immagini forti, intense, splendido da guardare, affascinante da seguire nelle sue particolari vicende, con almeno un paio di sequenze bellissime (la rapina al treno e l’assassinio del titolo). L’assassinio di bla bla bla è un film fatto di atmosfera, che gioca sul senso di paranoia dei suoi protagonisti, sul dubbio e l’incertezza costantemente vissuti da James e dai membri della sua banda. Un drammone psicologico che forse qua e là andrebbe sforbiciato (eppure io non mi sono annoiato un secondo) ma che nei suoi momenti migliori riesce davvero ad ammaliare e che dipinge in maniera non so quanto realistica, ma certo interessante, lo stile di vita, i rapporti, le personalità di quei banditacci. Bravi un po’ tutti gli attori, anche se il premio a Pitt è quasi delirante, un po’ perché lo stesso Casey Affleck mi sembra più meritevole, un po’ perché comunque in altri film della rassegna si è visto di meglio. Avran voluto premiare il ragazzo stupido che si impegna.

Venezia – Concorso
Io non sono qui (I’m not There) (USA)
di Todd Haynes
con Christian Bale, Cate Blanchett, Marcus Carl Franklin, Heath Ledger, Richard Gere, Ben Winshaw, Charlotte Gainsbourg, Julianne Moore, Michelle Williams
Premio speciale della giuria
Coppa Volpi per la miglior attrice a Cate Blanchett

Il regista di Velvet Goldmine torna a lavorare sulla musica, con un film bello e assurdo. Sei episodi diversi, che raccontano brani della vita di Bob Dylan e delle sue canzoni. In tutto il film non c’è un solo personaggio che si chiami Bob Dylan e addirittura uno dei “riccioli”, nella versione Heath Ledger, fa l’attore invece che il cantante. Eppure sono comunque tutti Bob Dylan, compreso quello intrepretato da una strepitosa Cate Blanchett, che ovviamente è il più Bob Dylan di tutti. Assurdo, straniante, accompagnato da una colonna sonora meravigliosa (ovviamente tutta a firma Dylan), divertentissimo nella parentesi londinese coi Beatles, affascinante nel raccontare di un vecchio Billy the Kid, I’m not there è davvero un gran bel film per me che di Bob Dylan so poco o nulla. Figuriamoci per un fan.

Venezia – Concorso
Lust, Caution (Se, Jie) (Cina)
di Ang Lee
con Tang Wei, Tony Leung, Joan Chen
Leone d’oro
Osella per la migliore fotografia a Rodrigo Prieto

Praticamente la stessa storia del Black Book di Verhoeven (Venezia 2006), infilata nella Cina occupata dai giapponesi in piena Seconda Guerra Mondiale e raccontata con la diversissima sensibilità di Ang Lee. Anche qui c’è una donna tirata più o meno a forza nel gorgo della resistenza e anche questa donna si ritrova ad ammaliare sotto mentite spoglie il super generalissimo cattivissimo. Seguono storia d’amore passionale, momenti di thrilling e indecisione, dubbi ancestrali e tragiche conseguenze. Ma mentre Verhoeven punta sostanzialmente sul (fallimentare) filmone di genere, tutto manicheismo, azione e divertimento, Ang Lee sceglie la via del melodrammone intenso e leccato. Splendide immagini, ritmi lancinanti, personaggi sfumati e difficili da identificare e una malinconica, struggente, disperata atmosfera di oppressione. Crudo e crudele, anche nel concedere ben poca speranza nei minuti finali, Lust, Caution è il classico filmone strappalacrime che vince ai festival. Tremendamente già visto, ma comunque un gran bel vedere.

Venezia – Concorso
Gli amori di Astrea e Celadon (Francia)
di Eric Rohmer
con Andy Gillet, Stéphanie de Crayencour
Premio Manoel De Oliveira assegnato direttamente da me

Prima o poi doveva succedere: abbiamo perso anche Rohmer. Non che mi lamenti, in fondo rincoglionirsi a ottantasette anni è comunque un buon risultato. E poi mi sento di dargli comunque ancora il beneficio del dubbio. Sta di fatto che questa roba, non me ne voglia chi l’ha adorata, è davvero inguardabile. Già La nobildonna e il duca (Venezia 2001) era discutibile, ma quantomeno era affascinante per le scenografie sperimentali. Qui, invece, la messa in scena è da sagra paesana. L’intenzione è di rievocare la “faccia” e lo spirito di una rappresentazione teatrale del diciassettesimo secolo e non posso ovviamente dire quanto Rohmer abbia colto nel segno. Posso al limite apprezzare il tentativo, ma non i risultati, che hanno fra l’altro generato, nella parte centrale, una bella dormita del sottoscritto.

Venezia – Fuori concorso
Il diario di una tata (The Nanny Diaries) (USA)
di Shari Springer Berman e Robert Pulcini
con Scarlett Johansson, Laura Linney, Nicholas Art, Paul Giamatti, Donna Murphy, Alicia Keys, Chris Evans

Scarlett Johansson, non ci posso fare niente, per me ha il sex appeal di un panettone. Non di quelli coi canditi, eh, di quelli cementati che stanno in giro per le strade, i “dissuasori di sosta”. Certo, un panettone non ha le tette, ma a sua discolpa posso dire che non ha neanche quella voce insostenibile e che recita più o meno allo stesso modo. Comunque, il fatto che quando sale in bicicletta sembra una polpetta, tutto sommato in questo film aiuta, visto che il ruolo non è proprio quello della femme fatale. Una studentessa scoglionata dall’obbligo di successo scolastico che le impone la madre decide di prendersi un anno sabbatico lavorando da tata per una ricca e disfunzionale famiglia di New York. Nel giro di un’ora e mezza abbondante riporta amore e fantasia nel focolaio domestico, ritrova se stessa, decide il suo futuro e si innamora di un figone pieno di soldi. La solita commediola spensierata, con qualche passaggio in cui si ride di gusto e qualche passaggio in cui si storce il naso per le sdolcinatezze. Laura Linney è deliziosa come sempre, Paul Giamatti sta diventando una lumaca, Chris Evans è brillantissimo anche quando appare solo pochi minuti.

Venezia – Fuori concorso
The Hunting Party (USA)
di Richard Shepard
con Terrence Howard, Richard Gere, Jesse Eisenberg, James Brolin

The Hunting Party mette le cose in chiaro fin da subito, perché non ci siano equivoci: “Solo le parti più evidentemente ridicole di questo film sono vere” (o qualcosa del genere). E Richard Shepard ci tiene a ribadirlo per tutta la durata, che gli eventi del suo film non si prendono e non vanno presi sul serio, infarcendo le sue vicende di situazioni oltre il limite dello stereotipo e dell’assurdo, buttando lì continuamente immagini di Chuck Norris scatenato e puntando esageratamente sull’aspetto comico. Mette le mani avanti, insomma, cercando di far capire che questa storia di giornalisti vendicatori, che si infiltrano in Bosnia per eliminare il supercattivo da fumetto, è solo un’iperbole, messa lì per dire qualcosa d’altro. Oppure non ho capito niente, e Shepard si prende invece sul serio ed è convinto che una storia di questo tipo, così tremendamente anni Ottanta, così mostruosamente Sylvester Stallone, possa avere senso ancora oggi. Il problema di The Hunting Party, forse, è proprio in questo voler stare nel mezzo. Non si capisce se vuole essere The Bourne Identity o Three Kings e in ogni caso non sembra funzionare fino in fondo come nessuno dei due. Comunque, finché dura, ci si diverte.

Venezia – Giornate degli autori
Non pensarci (Italia)
di Gianni Zanasi
con Valerio Mastandrea, Giuseppe Battiston, Anita Caprioli

Stefano, rockettaro mezzo fallito che vede la sua vita andare improvvisamente a rotoli, decide di tornarsene a casa, da mamma e papà, ma anche dal fratello incatenato all’azienda di famiglia e dalla sorella innamorata dei delfini. Ne viene fuori una commedia deliziosa, agrodolce, leggera ma a modo suo molto realistica e verace. Un bel film italiano fino al midollo, simpatico e intelligente, capace oltretutto di non scivolare nel lieto fine a tutti i costi. Molto bravo Mastandrea e bravo pure il regista Zanasi, anche se nella parte finale tende un po’ a scivolare nel poetismo forzato stile Cameron Crowe.

Venezia – Settimana della critica
La maggiore distanza possibile (Zui yao yuan de ju li) (Taiwan)
di Jing Jie-Lin
con Lun-mei Guey, Siao-guo Jia, Kwai Lun-mei

Uno strano film che collega assieme più storie, trovando punti di contatto azzardati che vanno a chiudere un immaginario cerchio. Una donna confessa a uno psicologo che suo marito la tradisce. Lo psicologo incontra un tecnico del suono che spedisce alla sua ex dei pacchetti conteneti registrazioni ambientali del mondo che lo circonda. Ma la ex non vive più lì e i pacchetti vengono ricevuti dalla nuova inquilina. Che è l’amante del proprio capufficio, marito della donna di cui sopra. Aggiungere varie ed eventuali e miscelare con le classiche atmosfere stranianti e sognanti dei film dagli occhi a mandorla. Un po’ barboso, ma interessante e a modo suo anche poetico.

Venezia – Concorso
In the Valley of Elah (USA)
di Paul Haggis
con Tommy Lee Jones, Charlize Theron, Jason Patric, Susan Sarandon

L’ufficiale in ritiro Hank Deerfield (uno straordinario Tommy Lee Jones) indaga per i fatti suoi sulla scomparsa del figlio, avvenuta subito dopo il suo ritorno dalla querra in Iraq. Nel farlo trova l’aiuto di una detective di polizia con la faccia imbrunita di Charlize Theron e, ovviamente, finisce per scoperchiare un brutto pentolone. Un drammone sociale e impegnato, che parte come giallo ma finisce a raccontare l’impatto che la guerra in Iraq ha avuto sulla vita dei giovani soldati americani. Bello e intenso, appassiona per il mistero che nasconde e colpisce per i fatti che racconta. Molto brava anche la Sarandon, come sempre quando non interpreta la vecchia mamma rincoglionita col monologo intenso. Annie Lennox che canta sulla bandiera ce la potevano risparmiare.

Venezia – Giornate degli autori
Continental. Un film sans fusil (Canada)
di Stéphane LaFleur
con Réal Bossé, Marie-Ginette Guay, Fanny Mallette, Pauline Martin, Gilbert Sicotte

Un film corale su cinque personaggi insopportabili e sulle loro tristi e misere vite. Piatto, prevedibile, spento e sciatto. Un film francese da festival, insomma. Con l’aggravante di essere canadese.

Venezia – Fuori concorso
Beyond the Years (Chun nyun hack) (Corea del sud)
di Kwon-taek Im
con Hyeon-jae Jo, Jung-hae Oh, Seung-eun Oh, Seung-yong Ryoo

Iperdrammatica storia d’amore fra un uomo e una donna cresciuti come fratelli pur non avendo legami di sangue. Ad allevarli c’è un padre frustrato per i suoi fallimenti come interprete del pansori (un genere musicale tradizionale coreano) e intenzionato a farli diventare dei musicisti d’elite a colpi di frusta. La mia totale ignoranza sull’argomento mi ha portato ad osservare i “numeri” musicali con interesse, ma sono stato respinto a forza dallo stucchevole manierismo del racconto e dall’invadenza della colonna sonora.

Venezia – Concorso
Espiazione (Atonement) (GB)
di Joe Wright
con James McAvoy, Keira Knightley, Saoirse Ronan, Romola Garai, Vanessa Redgrave

Classico melodrammone a sfondo guerresco, con lui che si arruola e lei che rimane a casa a piangere. Parte come una leggera commedia e piano piano si trasforma in una valle di lacrime, prima di sciogliersi in un finale un po’ impacciato, con un’interminabile spiega che ha il solo valore di farci ammirare una bravissima Vanessa Redgrave. La messa in scena è sontuosa, la parte iniziale col montaggio che mostra i diversi punti di vista è azzeccata e molto ben fatta, la colonna sonora a colpi di macchina da scrivere è un’idea davvero simpatica e il piano sequenza sulla spiaggia invasa dall’esercito è da mozzare il fiato.

Venezia – Fuori concorso
Tim Burton’s The Nightmare Before Christmas 3D (USA)
di Henry Selick
con le voci di Chris Sarandon, Danny Elfman, Catherine O’Hara
Leone d’oro alla carriera a Tim Burton

Rivista quattordici anni dopo, la favoletta gotica di Tim Burton è divertente, magica, deliziosamente cupa come allora e il bonus della lingua originale le fa guadagnare parecchi punti su alcuni numeri musicali. L’effetto 3D è notevole, anche se si vede un po’ che il film non è stato pensato per quello, e più in generale alla lunga si stancano gli occhi. Comunque un bel modo per chiudere la rassegna in allegria.

Battlestar Galactica – Stagione 1

Battlestar Galactica – Season 1 (USA, 2004/2005)
creato da Ronald D. Moore
con Edward James Olmos, Mary McDonnell, Katee Sackhoff, Jamie Bamber, James Callis, Tricia Helfer, Grace Park, Michael Hogan, Aaron Douglas, Tahmoh Penikett

Dopo un primo approccio sotto forma di miniserie, Battlestar Galactica torna in pista con una prima stagione da soli quattordici episodi, a testimoniare ancora una volta la “prudenza” che si respira attorno alle produzioni televisive di fantascienza. Sempre meglio del fastidioso destino riservato a Firefly, ci mancherebbe, ma insomma, fa comunque un po’ tristezza, specie quando si parla di prodotti dalla qualità stratosferica come questi.

Battlestar Galactica, oltretutto, è il perfetto esempio di fantascienza pensata apposta per chi non regge la fantascienza, perlomeno quella che normalmente domina sul grande e piccolo schermo. Certo, ci sono le astronavi e le battaglie, c’è l’apparentemente inevitabile ambientazione a sfondo militare, ma siamo davvero lontani dalle piroette mistiche di Star Wars e dalle utopie buoniste di Star Trek (oh, non ci si incazzi se semplifico, che a me Star Wars e Star Trek piacciono anche).

Al centro di Battlestar Galactica ci sono i personaggi e le relazioni fra di loro. I misteri che gravitano attorno alla natura stessa dei Cylon e della loro folle psicologia. In parte per evidente scelta, in parte forse anche per limiti di budget, gli elementi fantascientifici servono soprattutto da sfondo, da pretesto, da mezzo narrativo per raccontare un enorme melodrammone e le meravigliose vie in cui si sviluppa. E il tutto all’insegna del gretto realismo, con una regia sporca e movimentata, uno stile selvaggio e terra terra.

In questa prima stagione si parte esattamente da dove terminava la miniserie, con gli umani sopravvissuti in fuga dai Cylon. Si parla di una disperata lotta per la sopravvivenza e per la speranza, dei confliti sociali e morali che esplodono in una comunità governata a quattro mani da politici e militari, dei dubbi di protagonisti costretti a scoprire più di quanto vorrebbero sulla propria natura e dell’obbligo di scendere a patti con tremende verità.

Gli sceneggiatori buttano sul piatto elementi nuovi a ogni puntata, tengono alta la tensione con svariate sottotrame portate avanti nell’arco di tutta la stagione, introducono nuovi personaggi e propongono sviluppi interessanti per quelli già presenti. E, pur essendo evidentemente progettata come rampa di lancio per ciò che verrà poi, con una quantità incredibile di spunti buttati lì e pronti ad essere sviluppati, questa prima annata rappresenta anche un bell’arco narrativo, con un inizio e una fine.

Oddio, proprio di fine è difficile parlare, visto che come al solito si chiude su un coacervo di cliffhanger da far girare abbastanza le palle, ma insomma, ci siamo capiti. E in ogni caso si tratta di quattordici episodi spettacolari, anche se ovviamente non possono mantenere la tensione constantemente alle stelle come fa quella specie di incredibile filmone che è la miniserie. Gli episodi peggiori sono semplicemente molto belli, i migliori sono fuori parametro. Mica male!

Eurobasket 2007 – Considerazioni finali

La Spagna campione del mondo, che gioca un basket stellare, che affronta gli europei in casa e col cammino facile, che batte per l’ennesima volta una Grecia eroica e mai doma, in una partita bellissima e che per certi versi ha ricordato la vittoria di misura sull’Argentina nella semifinale dell’anno scorso. La Spagna fortissima, bravissima e bellissima, che inizia la finale dominando e tentando gli alley-oop dietro la schiena contro una Russia che ci mette l’impegno ma non sembra all’altezza. La Spagna che si fa rimangiare il vantaggio e gioca punto a punto. La Spagna che tira il 20% da due. Venti per cento. Sette su trentacinque. La Spagna che va sotto di uno, affida il tiro della vittoria a Gasol e lo vede sputato dal ferro. La Spagna che per la sesta volta perde in finale agli europei.

Lode alla Russia, che vince di cuore e fotta, dopo essere sopravvissuta a un quarto di finale tremendo e a una semifinale in cui ha mandato la Lituania fino a quel momento imbattuta sotto di 19 e ha poi resistito a una rimonta spezzagambe. Lode a David Blatt, che sconfigge quel rosicone di Pepu Hernandez con una squadra che vale la metà. Ma lode anche ai lituani, che hanno fatto un signor torneo nonostante uno Jasikevicius per larghi tratti a mezzo servizio e hanno conquistano podio e Pechino. E lode infine alle squadre che vanno al preolimpico dell’anno prossimo (Grecia, Germania, Croazia, Slovenia).

Gli sloveni, fra l’altro, hanno sfiorato il capolavoro: dopo averne vinte cinque in fila, stavano per perderne quattro di seguito e restarci con un palmo di naso, e invece sono riusciti a far ceffare nuovamente la qualificazione a Tony Parker. Per il francesino sanguinosi i tiri liberi sbagliati nel finale di ben due partite perse, in particolare quelli ai quarti con una Russia dominata per ampi tratti (liberi comunque decisivi in negativo anche per la Croazia, che esce contro la Lituania sugli errori dalla lunetta di Planinic).

Slovenia, si diceva, davvero a un passo dalla barzelletta per l’incapacità di gestire i finali: al di là della partita vinta con noi sulla tripla di Lakovic dopo essersi fatti rimontare l’impossibile, il botto vero arriva nel quarto di finale con la Grecia: questi stavano sopra di 16 a sei minuti dalla fine e di 10 a due minuti dal termine. E han perso di 1, con tripla di Lakovic sbagliata allo scadere. Bravi i greci a non mollare mai, a difendere come ossessi e a mettere tiri assurdi, eh, però qui c’è qualcosa che non va.

Complessivamente, comunque, è stato un gran bel torneo, se non sempre per la qualità del gioco, di sicuro per le emozioni che le varie partite hanno saputo regalare, con tante rimonte incredibili e con una marea di scontri decisi all’ultimo tiro. Si è giocata quasi sempre una difesa asfissiante, e in generale si son viste delle belle squadre, che l’anno prossimo daranno ancora spettacolo (assieme a USA, Argentina e un’eventuale altra in arrivo dall’America, anche se forse solo un Brasile al completo può pensare di giocarsela a questi livelli).

La sconfitta in finale non cambia l’impressione sulla Spagna, che ha la “fortuna” di aver portato a maturazione i propri campioni in un momento storico a dir poco propizio, in cui le grandi squadre degli anni passati vagano nella zona morta che sta fra l’appagamento per le vittorie ottenute e lo sfiatamento degli uomini chiave. Non che ad Argentina, Grecia e Lituania manchino giovani interessanti, ma soprattutto le ultime due in questi ultimi due anni hanno dato qualche segnale di schianto un po’ troppo grosso per essere ignorato (in particolare la Grecia, che per di più fra un anno non sarà certo più giovane e, se dovesse arrivare a Pechino, lo farebbe con anche un preolimpico sulle spalle).

Impossibile non considerarle ancora tutte fra le grandi potenze, ma la Spagna mi sembra un (mezzo, via) gradino sopra, anche se probabilmente l’Argentina a pieni ranghi e gli USA, se si portano la squadra di quest’estate, più magari uno o due lunghi di peso, sono all’altezza (oddio, degli USA davvero completi sarebbero probabilmente più forti, eh, anche se le solite difficoltà culturali e regolamentari livelleranno come sempre la situazione). Detto questo, non posso negare la soddisfazione per l’esito della finale, perché davvero gli spagnoli non li sopporto più. Già ai tempi di Atene, quando uscirono contro gli USA, non si poteva davvero sentire l’allenatore che rosicava su “e la formula è sbagliata, e ne abbiamo persa una sola, e siamo più forti noi, e gne gne gne”, ma adesso che vincono e spaccano hanno un atteggiamento inguardabile. E quindi ben venga lo schiaffone umiliante in casa, oh.

Peraltro la formula di questo torneo mi è parsa sbagliata per davvero, neanche troppo per le solite questioni di girone e calendario facile per i padroni di casa (Israele e Portogallo, eh, ma anche un giorno di riposo dopo ogni turno), che obiettivamente ci stanno, quanto piuttosto perché in un torneo così massacrante avere un giorno di sosta in più fa troppo la differenza. E infatti, sarà un caso, ma in finale ci sono arrivate le due squadre che hanno riposato prima della semifinale, mentre per esempio la Lituania è uscita alla terza partita in tre giorni (al che uno si chiede pure a cosa serva vincere il girone, se manco ti avvantaggia sul piano del calendario). Forse era meglio la formula usata fino a due anni fa, con lo spareggio secco al posto del secondo girone.

I risultati ottenuti dagli spagnoli in questi anni, comunque, dovrebbero dar da pensare a noi, che in fondo saremmo teoricamente dove loro stavano qualche anno fa: con una nuova squadra in rifondazione e con tanti giovani di talento. Certo, Gasol al suo primo europeo da protagonista fece il botto e guidò la squadra all’argento da capocannoniere, mentre Bargnani ha fatto un po’ pena, ma il succo rimane quello. Sulla carta, fra due/tre anni noi potremmo essere lì, a giocare per l’oro in tutte le competizioni. Ce la faremo? Boh. Nelle varie partite qualche lampo di grandezza si è visto, qualche momento in cui piazzavamo parziali senza senso, sprazzi di gioco fuori dal normale. Lavoriamoci su e speriamo in bene.

Di sicuro, comunque, ripensando a questo europeo, non si può fare a meno di pensare a quanto abbiano pesato gli episodi. Due/tre tiri usciti o entrati in maniera e in direzione diversa, e adesso saremmo perlomeno al preolimpico. Senza contare la preparazione andata a puttane fra infortuni e acciacchi e l’importanza delle assenze di Rocca e Gallinari. Quanto avrebbero dato entrambi sotto canestro è incalcolabile, quanto avrebbe potuto migliorarci in attacco e in difesa il secondo, pure.

E lo stesso Bargnani, obiettivamente, è probabile che fosse più infastidito dalla lombalgia di quanto si sperava, perché in molte partite, Germania compresa, andava via al difensore come niente, ma poi sbagliava tiretti facili, da smarcato, che normalmente mette in scioltezza. Senza contare il fatto che probabilmente lui più di tutti, da giocatore particolare quale è, ha patito la preparazione a singhiozzo e la difficoltà nell’inserimento. Ma, il punto è sempre quello, inutile stare a menarsela su queste cose, anche perché poi, obiettivamente, se gli episodi sfortunati ci avessero detto bene, sarebbero stati gli avversari a poterci rosicare su.

Meglio pensare alle partite che abbiamo perso da polli, a quanto siamo stati in grado di sprecare in attacco le buone cose che facevamo in difesa, a quante fesserie abbiamo commesso nei match persi giocando punto a punto. Certo, siamo in buona compagnia, in questo, ma resta il fatto che l’anno prossimo saremo in vacanza assieme a francesi, turchi e serbi. E in questo le colpe son di tutti, perché è vero che Recalcati qualche scelta sembra averla sbagliata in pieno (l’aver lasciato a casa Hackett, che col senno di poi sarebbe potuto servire, il non aver dato nemmeno un minuto a Crosariol nell’ultima partita, l’aver provato Bargnani in difesa su Nowitzki, il non essere riuscito a motivare davvero i suoi perché dessero il massimo in ogni momento, come tante volte ha invece fatto in passato), ma è vero anche che non deve certo essere il C.T. della nazionale a insegnare ai giocatori come si fa il tagliafuori, come si va a rimbalzo, come si gestiscono gli ultimi minuti di gara.

Inutile rimuginarci su, è finita ed è finita male. L’abbiamo presa in culo, ce la portiamo a casa e non ne faremo tesoro, perché questa è la nazionale italiana, perché la nazionale italiana è così. Nei secoli dei secoli, amen.

La settimana a fumetti di giopep – 15/09/2007

Novità
L’Uomo Ragno #467 ***
L’Uomo Ragno #468 ***
Wolverine #212 ***
Civil War Special #2 ***
Punisher War Journal ***
Vale quanto detto settimana scorsa: un mese di transizione e di passaggio per praticamente tutto l’universo Marvel, che si prepara al (presumibile) botto del finale di Civil War. Degne di menzione, comunque, le generalmente molto ben scritte storie “tangenti”, dei personaggi minori, secondari, che mostrano uno sguardo per certi versi esterno sulle vicende. Quello dei giornalisti, delle persone comuni, degli eroi di basso rango e di quel lucido psicopatico del Punitore. Tutto molto ben orchestrato, davvero. Però adesso voglio vedere come va a finire.

Annihilation #4 ***
In questi quattro volumi Annihilation si è presentata come una saga affascinante e di ampio respiro, del resto creata da un autore storicamente fissato con questo genere di storie come Keith Giffen. Eppure ho fatto un po’ fatica a farmi acchiappare, a farmi prendere fino in fondo dal racconto, forse perché l’ho trovato troppo dispersivo e sfilacciato. Qui, comunque, si tirano le fila e c’è davvero un gran bel crescendo, anche se poi si chiude col solito finalino inconcludente.

Capitan Atom: Armageddon Vol.2 ***
Termina col botto una storia obiettivamente un po’ forzata e la cui unica ragion d’essere sembra davvero il voler porre le basi per il “reboot” dell’universo Wildstorm. Comunque una lettura piacevole, grazie ai sempre frizzanti dialoghi di Will Pfeifer e alle matite dell’ottimo Giuseppe Camuncoli.

Fables Vol.9: Sons of Empire (L.O.) ****
Ma che è, il mese degli episodi di transizione? Pure con Fables, un bel volume che non porta avanti quasi per nulla il racconto della guerra fredda fra fiabe e avversario, ma sistema un sacco di pedine in giro e si dedica all’approfondimento e alla presentazione di vari personaggi (da Hansel a Raperonzolo, passando perfino per Babbo Natale). Oddio, avercene di episodi di transizione così belli, ben scritti e disegnati: fossero così in tutte le serie a fumetti, ci metterei la firma.

Giant Monster ****
Steve Niles è veramente un grande, per come riesce a trottolare in perfetto equilibrio fra la presa per il culo e il racconto serio, fra il ridicolo voluto e quello involontario. La butta sulla farsa e sulla satira, ma non perde praticamente mai il controllo della situazione. Qui racconta di un astronauta che torna sulla terra invaso da un organismo alieno e si trasforma in un bestione alto più di un palazzo e incazzato nero con la sua ex moglie. Il nulla narrativo, raccontato in maniera divertente e divertita.

Gli incredibili X-Men #206 ***
X-Men Deluxe #149 ***
Toh, due albi che con Civil War c’entrano poco o nulla. Peccato che continui a trovare poco interessante l’ennesima saga spaziale dei mutanti Marvel. Già meglio le varie serie infiliate su X-Men Deluxe, con una bella storiellina autoconclusiva sui drammi di Colosso e le sempre piacevoli (ma mai entusiasmanti) New X-Men ed Exiles. Purtroppo c’è anche un “What if?” basato sulla poco interessante saga spaziale di cui sopra, ma non si può avere tutto dalla vita.

Kin ***
La premessa dei Neanderthal che hanno vissuto per i cazzi loro e ancora esistono sul pianeta terra (e, ovviamente, sono tecnologicamente più avanzati di noi) è interessante, anche se puzza di Martin Mystère lontano un miglio. Lo sviluppo lascia un po’ a desiderare: Gary Frank si conferma ottimo disegnatore, ma come molti suoi colleghi non sembra in grado di scrivere nulla più che una storiella d’azione sì divertente, ma anche un po’ inconcludente e pervasa da un forte senso di vuoto.

L’immortale #20 ***
Si chiude finalmente il lunghissimo, apparentemente interminabile, francamente un po’ palloso arco narrativo che ha visto Manji rinchiuso nelle segrete e macellato a colpi di bisturi. Non escludo che sia la classica situazione di manga che guadagna assai da una lettura “tutta d’un fiato”, ma a cadenza mensile è stato quasi ammorbante. Dal prossimo numero, leggo in ultima pagina, parte la saga finale. Speriamo bene.

The Authority: Rivoluzione ***
Bella saga autoconclusiva, che indaga sulle motivazioni, i dubbi, le incertezze, i difetti, i successi e i fallimenti del supergruppo autoritario, fascistoide, ambientalista e perfino comunista più sboccato dell’universo. Torna un nemico storico di Hawksmoor e compagni e Jenny (Quantum) prende finalmente in mano la situazione. Ne esce fuori una saga lunga e appassionante, anche se forse c’è ormai un po’ di maniera nella caratterizzazione dei personaggi e, in generale, l’intreccio appare un po’ prevedibile.

Vagabond #37 ***
Anche qua (oh, ma basta) sembra stare avvicinandosi la zona cesarini, con la preparazione dell’atteso duello fra Musashi Miyamoto e Kojiro Sasaki. Anche qua le cose cominciano ad andare un po’ troppo per le lunghe, ma al momento la narrazione funziona ancora bene e il crescendo non è mica male.

Antiquariato
Superman Family – Return to Krypton II (L.O.) ***
Piccolo segnale di ripresa nelle mie letture supermaniane, con una saga un po’ sconclusionata ma che perlomeno butta nella mischia qualche elemento vagamente interessante e non ha troppo quella puzza di riempitivo che si respira normalmente. Si continua comunque a respirare mediocrità generale, per quanto stemperata dalla qualità dei disegni spesso molto alta. Bah…

Ombre rosse

Stagecoach (USA, 1939)
di John Ford
con John Wayne, Claire Trevor, Andy Devine, John Carradine, Thomas Mitchell, George Bancroft

Le ombre rosse del titolo italiano sono quelle degli apache la cui presenza si avverte per buona parte del film ma si manifesta solo nella bellissima, strepitosa, scena madre dell’inseguimento. La diligenza del titolo originale è quella su cui i tanti protagonisti di questo melodrammone viaggiano verso oriente, alla ricerca di un futuro migliore e di un destino meno beffardo. Alcuni troveranno quello che cercano, altri troveranno solo la morte.

Posso sbagliarmi, ma – tolte eventuali visioni da bambino delle quali non ho ricordi – credo che questo sia il primo film di John Ford su cui poso gli occhi. E come spesso accade quando mi metto davanti a un classico, ho trovato qualcosa che sicuramente è invecchiato tantissimo, nella “faccia” e nel linguaggio, ma che allo stesso tempo riesce ad essere ancora oggi appassionante e a mozzare il fiato nelle sue sequenze più riuscite.

E poi c’è John Wayne, che al suo primo ruolo da protagonista recita più o meno come la sella del suo cavallo, ma riempie lo schermo in maniera impressionante e domina la scena con la sua presenza. E c’è il fascino del viaggio contro le avversità, della natura e non, la malinconia di personaggi gettati a caso nella zona grigia fra il bene e il male, il senso epico e la capacità di far sentire ancora oggi splendidamente trasportati in quelle lande immense, nonostante il bianco e nero e il quattroterzi che sul plasmone accaddì fa brutto brutto brutto. Insomma, un grandissimo film, poco da dire.

Italia vs Germania – 58 a 67

Era la partita della vita, quella che vale la possibilità di andare avanti nell’Europeo, di giocarsi le chance di un’altra Olimpiade. Era una delle ultime occasioni, per dei veterani che a questa nazionale hanno dato tanto, di regalare ancora qualcosa. Era la prima occasione, per dei giovani che questa nazionale se la porteranno sulle spalle per un decennio, di far vedere quello che potranno e dovranno combinare. E tutto questo avveniva contro una squadra obiettivamente mediocre, con una prima punta fortissima e un branco di dopolavoristi volenterosi, concentrati, ammirabili, ma pur sempre dopolavoristi. Ecco, noi questa partita ce la siamo giocata andando sotto di ventuno rimbalzi, tutti concessi in attacco, e non riuscendo nemmeno a giocarcela punto a punto fino alla fine come avevamo fatto in praticamente tutte le altre.

E tutto questo con Nowitzki che combina poco o nulla, grazie certo alla strepitosa difesa di Gigli (praticamente il tedesco è entrato in ritmo solo quando non era marcato da Angelone), ma soprattutto al fatto che non c’è n’è stato neanche bisogno, perché i suoi, di compagni, la partita sono stati in grado di vincerla. Le triple decisive le ha messe Herber, del resto. Poco da dire, abbiamo giocato di merda, glie l’abbiamo consegnata su un piatto d’argento e loro non sono stati abbastanza polli da restituircela.

Una partita oscena, sembrava di guardare una fantozziana scapoli ammogliati, con gli ammogliati che si affidavano totalmente a quello bravo e gli scapoli che invece si impegnavano, lavoravano di squadra per aiutare il fenomeno e alla fine riuscivano meritatamente a portarla a casa. Abbiamo fatto talmente schifo che alla fine non ero manco particolarmente dispiaciuto, solo un po’ demoralizzato. Siamo ben lontani dall’ansia e dalla tensione della partita con la Lituania di un anno fa, per capirci.

Ed è inutile andare a guardare gli episodi, all’infortunio a Belinelli dopo un suo primo quarto strepitoso, al fatto che quando ci siamo arrampicati a meno due siamo stati uccisi da una tripla di Herber lasciato solo per andare a raddoppiare su Nowitzki (come Kutluay due giorni prima, mica può sempre andar bene). Anche perché poi Belinelli è tornato in campo e ha continuato a segnare e perché a quel meno due non è che ci fossimo arrivati meritando particolarmente. Esattamente come in altri casi, siamo andati sotto, ripeto, contro una squadra poco più che mediocre e non siamo stati in grado di rimettere in piedi la partita. Forse questo significa che, perlomeno a oggi, pure la nostra è una squadra mediocre, anche se talmente “stronza” che probabilmente sarebbe riuscita a far sudare pure la Spagna ai quarti di finale, prima di uscire a calci.

Dopo un primo quarto giocato bene e tenendo in mano le redini della partita, ci siamo completamente persi, smettendo di segnare e attaccare, riprendendo la solita tarantella delle triple buttate per aria a caso e non prendendo un rimbalzo nemmeno per sbaglio. Recalcati, due giorni dopo aver centrato tutto contro la Turchia, non prova nemmeno a mettere dentro Crosariol, che non sarà un rimbalzista d’elite ma perlomeno sotto canestro ci mette il fisico e lotta. No, niente, meglio farci scherzare a rimbalzo da Nowitzki, Femerling e Jagra. E la gestione del finale? Dopo aver tirato qualcosa come 130 triple in cinque partite e mezzo, non riusciamo a tentarne neanche una? Ci mettiamo dieci secondi a fare fallo? Lasciamo libero di tirare da tre il giocatore che fino a quel punto ci ha più massacrati? Qua il problema è la testa, la mancanza della stessa.

Che si vuole dire, dopo una roba del genere? Che abbiamo giocato di merda, come in tutto l’Europeo, e che questa volta non siamo neanche stati in grado di trovare la forza mentale, la cattiveria e – per carità – il culo di andare a giocarcela fino alla fine. Qualche mossa sbagliata, qualche errore di testa, qualche giocata sfortunata e via, siamo fuori. Non siamo la più grossa delusione dell’Europeo perché, nonostante i ridicoli proclama della stampa italiana alla vigilia, Serbia e Turchia ci staccano di gran lunga. Ma di sicuro il terzo posto sul podio degli stronzi siamo riusciti a soffiarlo alla Germania.

E non ha molto senso guardare al bicchiere mezzo pieno, però è giusto dare ancora una volta atto a Gigli di aver giocato in maniera incredibile, come forse non aveva mai fatto in vita sua. Ieri è mancato un po’ in attacco, ma perché si stava ammazzando in difesa su Nowitzki. Se rimane su questi livelli, è una scoperta notevole. Bene, benissimo anche Bulleri, tornato grande e rimasto tale per tutto il torneo. E io non sono mai stato un suo estimatore. Bene, infine, anche Belinelli, che cresce nel corso delle partite e si adatta alle necessità, mostrando di poter e voler essere un leader e tornando in fretta quello che avevamo ammirato ai Mondiali dell’anno scorso.

In prospettiva molto bene anche Crosariol, che deve crescere e migliorare, ma ha fatto vedere cose egregie e ha ribadito di essere l’unico giocatore di un certo tipo che abbiamo e di poter portare in dote materiale per noi altrimenti rarissimo. Deludentissimo, invece, Bargnani, secondo me in larga parte per l’incapacità di cavalcarlo da parte di allenatore e squadra, magari anche un po’ penalizzato dai problemi alla schiena, ma comunque dubito esente da colpe. Lui fa il compitino, fa quello che gli si chiede e lo fa con impegno, su entrambi i lati del campo, ma caspita, non chiedo molto, ma almeno nei minuti in cui Belinelli era fuori per la caviglia girata, mi aspettavo che ci provasse a prendere in mano la squadra. E invece niente, come se non ci fosse.

Infine, i veterani, è il caso facciano ciao ciao con la manina. Bulleri e Mordente, se non bolliscono nel frattempo, hanno dimostrato di poter essere ancora utili. Già Soragna, strepitoso per quasi tutto il torneo, nelle ultime due partite mi è parso aver esaurito la benzina. Basile e Marconato, per quanto mi dispiaccia soprattutto per il primo, se son così servono solo a far danni, a togliere spazio ai giovani per andare in campo e non combinare nulla di buono. Azzeccare una sola partita su sei non è sufficiente, mi spiace.

A questo punto, a meno di un’improbabile e immeritata Wild Card olimpica, l’anno prossimo ci toccano le qualificazioni per gli Europei del 2009. Che si riparta quindi con una squadra giovane, fatta dai ragazzetti che ci sono già e da quelli rimasti fuori (col senno di poi, per portarci questo Di Bella, tanto valeva convocare Hackett e regalargli l’esperienza dell’Europeo). Un paio di veterani, al massimo tre, ma basta. Mi farà contento Recalcati? Boh, io non lo capisco davvero più. Vedremo.

Kirby’s Dream Course

Kirby Bowl (Nintendo, 1994)
sviluppato da HAL Laboratory, Inc.

Narra la leggenda che inizialmente Kirby’s Dream Course dovesse intitolarsi Special Tee Shot e che nel bel mezzo dello sviluppo si sia deciso di infilarci un po’ a caso la polpetta rosa e le sue caratterizzazioni iper tenerose. Considerando che poi, sull’allucinante Satellaview, è uscito un gioco praticamente identico, ma senza Kirby e con titolo Special Tee Shot, direi che ci siamo. Io però, al contrario delle recensioni che leggo in giro, non ho trovato così fuori posto lo gnocco rosato e le sue zuccherose movenze.

Ma al di là di questo, il punto è che Kirby’s Dream Course è un gran gioco. Molto più puzzle game che vero e proprio minigolf, propone livelli da affrontare con cura certosina, studiando le traiettorie migliori e approfittando dei vari poteri. Kirby va spinto in giro con una versione semplificata dei classici controlli da gioco di golf arcade (siamo dalle parti di Everybody’s Golf) ed è possibile esibirsi in tre tipi di tiro, imprimendo anche rotazioni in avanti e indietro e dando effetti a uscire e rientrare. Considerando le dimensioni abbastanza ridotte delle varie buche, è tutto più che sufficiente e di possibili approcci ce ne sono parecchi.

Ma, come detto, si tratta soprattutto di un puzzle game e infatti, generalmente, ogni buca ha un miglior possibile approccio, grazie al quale piazzare un hole in one o comunque andare abbondantemente sotto il par. Per completare una buca bisogna usare Kirby per colpire in sequenza i vari nemici. Quando ne rimane uno solo, questo si trasforma nella buca.

L’ordine in cui abbattere i nemici è decisivo non solo perché influenzato dalla conformazione del terreno (e quindi dalla necessità di trovare il percorso migliore per superare gli ostacoli), ma perché i vari mostri, una volta colpiti, regalano a Kirby poteri particolari. Dato che ci si porta dietro un solo potere alla volta, bisogna spesso decidere con attenzione chi colpire per primo, perché un potere ottenuto può essere utilizzato subito, magari per prolungare il tiro fino a raggiungere la buca, oppure per fermarsi sul posto, o ancora per eliminare un ostacolo e via dicendo.

Otto percorsi, con otto buche ciascuna e altrettanti record da battere. Un boss finale che sembra davvero appiccicato con lo sputo ma fa colore. Una veste grafica e una colonna sonora deliziose. Una modalità multiplayer azzeccatissima ed estremamente competitiva. Questo è Kirby’s Dream Course, un gioco che si merita appieno i suoi 800 punti.