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Star Wars: Gli ultimi jedi

Due anni fa, sono andato un paio di giorni a Londra per partecipare a una cosa scema e bellissima che si chiama Secret Cinema.  Il tema era L’impero colpisce ancora e lo svolgimento è descritto nel post che ho linkato qui sopra. Parte della cosa era anche una proiezione del film e nel riguardarlo per l’ennesima volta, a parecchi anni dalla precedente, mi colpi un aspetto in particolare: il ritmo. Quel film ha un ritmo pazzesco. Non se ne parla spesso, perché ci sono mille altri motivi per i quali è il più amato della serie e, se lo chiedete a me, l’unico Star Wars a cui davvero non puoi dire nulla di male, ma il ritmo, mamma mia. Parte fortissimo, non molla mai, tira dritto dall’inizio alla fine e ti martella senza tregua, senza ammorbarti con mezzo secondo che risulti superfluo. Che roba pazzesca, ancora oggi. O, insomma, due anni fa. Ed è una cosa che spicca, a ripensarci, vuoi perché molti film d’azione degli anni Ottanta, a riguardarli adesso, hanno un ritmo che risulta assai più compassato, vuoi perché oggi, se il tuo blockbuster non dura troppo, non ha un calo di ritmo clamoroso nel secondo atto e non ha in quella parte almeno due o tre scene di cui si poteva fare a meno (perché superflue o anche solo brutte), beh, non sei nessuno. Succede anche con Star Wars: Gli ultimi jedi? Certo.

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Barry Seal – Una storia americana

Un film come Barry Seal – Una storia americana (in originale American Made, che volendo, nella sostanza, è moderatamente ben ripreso dal nostro sottotitolo) nasce per tanti motivi. Nasce perché oggi fa tendenza cavalcare l’onda lunga di Wolf of Wall Street, e chi è Doug Liman per dire di no. Fra l’altro un giorno dobbiamo parlare un attimo dell’amore di Liman per i videogiochi e del modo trasversale tramite cui li infila nei propri film. In tutti, eh, mica solo in Edge of Tomorrow. Ad ogni modo, dicevo, un film come Barry Seal – Una storia americana, nasce anche perché, dato il successo di Narcos, che fai, non vuoi girare un film in cui appaiono Pablo Escobar e i suoi superamici? Dedicandolo fra l’altro a un personaggio minore di Narcos, che magari ha incuriosito la gente. Perfetto, no? Praticamente è uno spin-off. Poi, certo, ti serve la star, ma tanto, per convincerlo a firmare, basta dire a Tom Cruise che la scena in cui pilota l’aereo, mette il pilota automatico e va nel retro per lanciare pacchi di droga la si gira facendoglielo fare davvero. A quel punto, sei a cavallo.

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Ex Machina

Ex Machina (GB, 2015)
di Alex Garland

con Oscar Isaac, Domhnall Gleeson, Alicia Vikander

Alex Garland ha avviato la sua attività professionale vent’anni fa come romanziere, ma il suo sguardo era rivolto fin dall’inizio a Hollywood. O perlomeno questo sostiene nelle interviste. E al cinema ci è arrivato relativamente in fretta, dato che il suo primo romanzo è finito nelle mani di Danny Boyle, dando il via a un sodalizio poi durato per tre film, durante il quale ci siamo quasi convinti che il pur bravo Garland non fosse in grado di scrivere un terzo atto degno di questo nome. Poi, però, Alessandro bello ha scritto un paio di film per altri registi, un paio di film che si concludevano in maniera degna e che ci hanno fatto venire il dubbio che fosse tutta colpa di Daniele bello (nel frattempo al lavoro su quella cosa inspiegabile di In Trance). Infine, il caro Garland ha deciso di fare il suo esordio da regista e ha tirato fuori un gran bel film con un gran bel finale. A posto così, insomma.

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