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Suicide Squad

Tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana, hanno provato a raccontarci la favoletta della DC/Warner Bros. che si proponeva con una visione opposta rispetto a quella dei Marvel Studios e tentava di regalarci anch’essa un universo cinematografico di film tutti collegati fra loro e pieni di cretini in costume, ma buttandola sulla depressione, sul tono cupo, sul lasciare ad ogni singolo regista, e quindi ad ogni singolo film, la possibilità di esprimere liberamente la propria personalità e sul fatto che noi c’abbiamo i cattivi fichi, altro che quegli sfiatati della concorrenza, Fuck Marvel, yo! Certo, se la personalità è quella di Zack Snyder, si parte bene ma non benissimo, però, insomma, era bello crederci. Fra l’altro a me L’uomo d’acciaio neanche è dispiaciuto, ma qui posso difendermi dicendo che non l’ho mai rivisto. Peccato che il master plan sia in realtà partito dopo L’uomo d’acciaio e già nel secondo film ci siamo ritrovati con pasticci da comitatone infilati a calci in culo per mettere assieme l’universo in fretta e furia, un cattivo (anzi, due) impresentabile(i) e le battutine d’avanspettacolo che facevano capolino sul finale. E il terzo lo potremmo sottotitolare “Calata di braghe”.

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Harsh Times – I giorni dell’odio

Harsh Times (USA, 2005)
di David Ayer
con Christian Bale, Freddy Rodriguez

Jim Davis, ex ranger, reduce dalla Guerra del Golfo, vivacchia in una luridissima Los Angeles cercando disperatamente lavoro nelle forze dell’ordine, coltivando più o meno seriamente un sogno di vita col suo amore oltreconfine e abbandonandosi spesso e volentieri ai suoi istinti (auto)distruttivi. Assieme a Miguel, l’amico per la pelle ingenuo e manipolabile, Jim insegue sogni e soddisfazioni, tallonato da fallimenti, angosce e tragedie.

Nella sua opera prima da regista David Ayer recupera quanto di buono aveva messo nello script di Training Day e scatena un’insospettabile violenza espressiva per tirare fuori uno splendido noir. Duro, sporco, polveroso, cupo, irrecuperabile, percorso da una vena tragica di pura sostanza, senza strizzate d’occhio o derive citazionistiche. Immagini asciutte e che colpiscono allo stomaco, essenziali, lucide ma non certo rozze o dozzinali. Una regia sorprendente, che tiene botta per tutto un film tosto come un mattone e privo di compromessi.

Ma a far risplendere Harsh Times ci pensa soprattutto un incredibile Christian Bale, impressionante interprete di un drammatico e inesorabile tuffo nell’autodistruzione. Schizofrenico viaggiatore, uomo disperato e condannato, carico di violenza selvaggia pronta a esplodere in qualsiasi momento, incapace di dare un senso alla propria vita, condannato al fallimento anche quando mosso dalle migliori intenzioni. Al suo fianco, il povero Freddy Rodriguez fa il possibile, ma viene fondamentalmente annichilito.

P.S.
Il sottotitolo italiano c’entra ovviamente pochino col film, ma pare sia comunque meglio di un doppiaggio inqualificabile. “Pare”. Non lo so, non l’ho sentito, non ne voglio sapere niente.