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Penny Dreadful – Stagione 3

La terza stagione di Penny Dreadful, tanto vale dirlo subito, non è complessivamente all’altezza delle prime due. Intendiamoci, ha dei momenti altissimi, Un filo d’erba è fra le migliori puntate della serie in assoluto (come del resto lo sono state anche negli anni scorsi quelle dedicate al passato di Vanessa Ives), nonché il momento in cui la stagione finalmente decolla per non fermarsi più, e la serie si conclude in maniera coerente e azzeccata. Però manca quella pazzesca costanza qualitativa forse irripetibile dei primi due anni. Per dirne una, la puntata iniziale è davvero goffa nello svolgere il suo lavoro di “Dove eravamo rimasti?” e anche le due successive, prima appunto del decollo segnato dalla quarta, sono lente, fumose, affaticate nello stare dietro ai vari personaggi. Inoltre, l’impressione è che quell’equilibrio così delicato, e così perfetto nei primi due anni, fra melodramma, natura macchiettistica della premessa e strizzatine d’occhio, non venga qui sempre raggiunto, con momenti davvero poco riusciti. È proprio il tirare di gomito che, secondo me, diventa troppo forte e sottolineato, si fa un po’ prendere la mano e perde la sorprendente eleganza degli anni passati. Però, ehi, sto anche un po’ cercando il pelo nell’uovo.

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Penny Dreadful – Stagioni 1 e 2

Penny Dreadful – Season 1 & 2 (GB/USA, 2014/2015)
creato da John Logan

con Eva Green, Josh Hartnett, Timothy Dalton, Reeve Carney, Rory Kinnear, Billie Piper, Danny Sapani, Harry Treadaway, Simon Russell Beale, Helen McCrory

Penny Dreadful è la prima creazione televisiva di John Logan, sceneggiatore cinematografico tutt’altro che infallibile ma dalla carriera lunga e ricca di successi, che negli ultimi anni l’ha visto diventare amichetto del cuore di Sam Mendes. E non a caso il nostro amico Sam è coproduttore per la serie e avrebbe pure diretto qualche episodio, se non si fossero messi di mezzo impegni fastidiosi legati a una certa spia britannica. La sua mano, però, si vede in maniera abbastanza evidente nel taglio visivo e nel livello pazzesco della produzione alle spalle della serie, cui mi sono avvicinato pensando di provare una cosetta simpatica, buffa, scemotta e un po’ trash ma della quale sono ora innamorato perso, in languida e devastante attesa della terza stagione. Cose che capitano.

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30 giorni di buio

30 Days of Night (USA, 2007)
di David Slade
con Josh Hartnett, Melissa George, Danny Huston, Ben Foster

Barrow è una piccola cittadina situata nell’angolo più sperduto all’estremo nord dell’Alaska, ad almeno trecento miglia da qualsiasi cosa, e che ogni anno, in pieno inverno, si trova ad affrontare una notte lunga trenta giorni. Un giorno un gruppo di vampiri particolarmente incazzosi decide di recarsi in questa amena località per trascorrere un mesetto di vacanza dalla frenetica vita del succhiasangue moderno, pasteggiando in serenità senza doversi preoccupare di nascondersi dalla luce del sole. I cittadini di Barrow, condotti dallo sceriffo senza macchia e senza paura Eben Oleson, faranno di tutto per sopravvivere.

30 giorni di buio è un discretamente riuscito tentativo di portare sul grande schermo la splendida e più o meno omonima saga a fumetti creata da Steve Niles e Ben Templesmith. Il risultato della trasposizione è un horror dall’atmosfera sordida e cupa, che gioca tantissimo sul fascino dell’ambientazione e sulla furia animalesca dei cattivi di turno. Tutta la prima parte di film è particolarmente riuscita, con una bella atmosfera morbosa di “preparazione” e uno splendido primo assalto dei vampiri. Slade non si preoccupa di trattenere i sacchetti di plasma e i risultati convincono grazie al ritmo serrato e a una discreta cura per l’immagine.

Poi il film si adagia, perdendosi in sviluppi abbastanza ordinari e prevedibili. A mantenerlo in piedi ci pensano le buone interpretazioni (Danny Huston mette davvero i brividi) e un’intrigante ricerca stilistica. Le schizoidi tavole pittoriche di Ben Templesmith erano difficile da riprodurre in maniera realmente fedele, ma il look dei vampiri e in generale la composizione delle immagini sono davvero notevoli e riescono a dare al film una faccia fresca e di grande personalità. Certo, le sorprese terminano abbastanza in fretta e da un certo punto in poi diventa facile capire dove si stia andando a parare, ma il ritmo trascinante e la carica violenta con cui si sviluppano gli eventi rendono 30 giorni di buio gustoso fino alla fine.

Discorso a parte andrebbe fatto sulle scelte di adattamento: durante la visione il film mi sembrava incredibilmente fedele al ricordo che avevo del fumetto, cosa che testimonia la capacità di coglierne l’atmosfera e il fascino particolare (o il mio rincoglionimento, magari). Poi, però, il fumetto me lo sono riletto e bisogna anche dire che in un certo senso se ne è tradito uno degli aspetti più particolari e caratterizzanti. Nella storia di Steve Niles gli esseri umani sono pochissimo approfonditi e solo i due protagonisti hanno un abbozzo di passato da raccontare, mentre i vampiri sono personaggi a tutto tondo, dalla forte personalità, che si comportano come esseri umani, parlano inglese e si atteggiano da sbruffoni “tarantiniani”. La scelta di caratterizzare maggiormente le vittime e ripiegare su vampiri bestiali e stralunati che parlano una lingua tutta loro appare un po’ troppo facile e adagiata su piste battute mille volte. Poco coraggiosa, insomma, e dal retrogusto di occasione persa.

A margine – non ce la faccio proprio a evitarlo – mi devo lamentare dell’adattamento italiano. Non tanto di un doppiaggio che mi è parso decoroso, ma della scelta di usare come titolo 30 giorni di buio, piuttosto che il già utilizzato per il fumetto e a parer mio ben più elegante, particolare ed evocativo (oltre che fedele all’originale) 30 giorni di notte. Questo senza nemmeno citare il fatto che in realtà, nel film, fra luci artificiali, luna piena, riverbero del ghiaccio ed esigenze sceniche, i protagonisti al buio non ci stanno praticamente mai. Altro che trenta giorni.

Slevin – Patto Criminale


Lucky Number Slevin (USA, 2006)
di Paul McGuigan
con Josh Hartnett, Lucy Liu, Morgan Freeman, Ben Kingsley, Bruce Willis, Stanley Tucci

Slevin è un film che gioca con lo spettatore, si diverte a farlo e certo non se ne vergogna. Prende amichevolmente in giro l’abitudine del “twist” narrativo che ribalta la prospettiva e lo fa in maniera del tutto aperta. Troppo fuori dall’ordinario le premesse, troppo allucinate e simboliche le splendide scenografie, troppo favoleggianti e ironici i toni con cui sono presentati i personaggi, per non capire fin dall’inizio che “c’è qualcosa sotto”.

Se preso per il verso giusto, però, l’ultimo film di Paul McGuigan funziona, grazie a dei divertenti dialoghi tarantiniani e alle solite notevoli performance di tutto il cast. Ma bisogna essere disposti a giocare col regista, accettare le bottarelle di gomito e le strizzate d’occhio, sorvolare su certe forzature e su un’aria da esercizio di stile fine a se stesso che permea buona parte del film.

Quando poi arriva il momento del citato twist, però, a sorprendere non è tanto il prevedibile sviluppo dell’intreccio, quanto piuttosto la piega tremendamente noir che prende il tutto. Un tipo di narrazione già intrapreso nei minuti iniziali, ma poi abbandonato in favore di un’atmosfera sognante e sarcastica, talmente sopra le righe da risultare quasi fiabesca. E invece negli ultimi minuti si torna alla realtà, alla disperazione e al cinismo, seppur tagliato da uno sferzante raggio di luce.