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The Good Wife – Stagione 7

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Per sette stagioni consecutive, fra alti e bassi, con qualche impaccio d’avvio, un picco clamoroso, un po’ di ricaduta e infine un anno conclusivo decisamente buono, The Good Wife ha tenuto alta la bandiera della televisione classica, da network, quella con le stagioni lunghe che portano avanti la loro storia tramite una struttura procedurale. E in quei sette anni è stata probabilmente la miglior serie da network degli ultimi… boh… quindici? Qualcosa del genere, perlomeno, dai. Certo, oggi come oggi, è un po’ una vittoria nel campionato della sfiga, ma il fatto è che The Good Wife è stata una serie clamorosa a prescindere da dove la trasmettevano e ha dimostrato anno dopo anno quanto sia ancora possibile fare ottima televisione anche senza la libertà strutturale e creativa di cui puoi godere fra streaming e cavo. Il tutto, ripeto, sparando fuori ogni anno venti e più puntate dalla qualità costante e altissima, in un mondo in cui, cavo o non cavo, ci sono serie che riescono ad essere altalenanti e logorroiche anche su stagioni da tredici, sei, perfino tre puntate. E questo, magari, fa un po’ più impressione.

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The Good Wife – Stagione 6

The Good Wife – Season 6 (USA, 2014/2015)
creato da Robert King e Michelle King
con Julianna Margulies, Matthew Goode, Matt Czuchry, Archie Panjabi, Chris Noth, Christine Baranski, Alan Cumming

E niente. Lo temevo, speravo non fosse accaduto e invece è andata proprio così: la sesta stagione di The Good Wife non ce la fa. Oddio, poi è un “non ce la fa” relativo, perché siamo ben lontani da quel macello inaudito che è per esempio la sesta stagione di 24, ma in ogni caso anche qui c’è stato il reflusso gastroesofageo e dopo quella bomba atomica del quinto anno, che probabilmente rimarrà fino in fondo là in cima come apice, siamo tornati bruscamente sul pianeta Terra. Poi, di nuovo, non è che questa sesta annata sia un disastro, per carità: è sempre un piacere da seguire, ha i suoi momenti molto riusciti e oltretutto finalmente ci leva dalle palle chi sappiamo, ma insomma.

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X-Men – La trilogia


X-Men (USA, 2000)
di Bryan Singer
con Hugh Jackman, Patrick Stewart, Ian McKellen, Anna Paquin, Famke Janssen, James Marsden, Rebecca Romijn, Halle Berry, Tyler Mane, Ray Park, Bruce Davison

Nel rivedere il primo X-Men quasi sei anni dopo, mi sono stupito per un’eleganza formale che non ricordavo e non gli riconoscevo. Singer costruisce la scena apponendo ben chiara la sua firma, raccontando le psicologie dei personaggi e creando atmosfere stranianti. Non rinuncia a dipingere immagini dalla grande forza evocativa, ma si concentra soprattutto sui volti, sui dettagli, sulle piccole cose.

E il punto di forza è il taglio realistico, che punta a raccontare una storia fatta di persone, non di superpoteri. Singer si mantiene terra terra ed apre la strada per quello che poi diventerà il nuovo filone del cinema fumettistico, lontano dalle esagerazioni barocche di Tim Burton e Joel Shumacher. A risultare vincente è quindi la scelta di adattare, invece che riprodurre, trasformando materiale fumettistico in materiale cinematografico, fatto di credibilità, buoni attori e compattezza narrativa.

Il bello è che, nonostante questa fuga dall’estetica colorata e ipercinetica dei fumetti di supereroi, X-Men si mantiene estremamente fedele al materiale d’origine. I personaggi, pur avendo molti punti di distacco da quelli noti ai fan, ne conservano l’essenza, nella caratterizzazione psicologica e in quella visiva. E la stessa struttura narrativa del film aderisce in pieno alle regole della serialità a fumetti, presentando un episodio importante, ma inserito in un contesto preesistente e che certo non si chiude qui. Insomma, promosso a pieni voti.


X-Men 2
X2 (USA, 2003)
di Bryan Singer
con Hugh Jackman, Patrick Stewart, Ian McKellen, Brian Cox, Alan Cumming, Anna Paquin, Shawn Ashmore, Aaron Stanford, Famke Janssen, James Marsden, Kelly Hu, Rebecca Romijn, Halle Berry, Bruce Davison

Tre anni dopo, gli X-Men di Bryan Singer proseguono sulla stessa linea, riallacciandosi a quanto raccontato nel primo film e portando avanti un discorso seriale, fatto di trame che si intrecciano con quelle del primo episodio e che pongono le basi per il già annunciato successivo. Aumentano i personaggi e con loro il senso di meraviglia, ma si perde un po’ per strada l’approfondimento, in parte per un gioco di sottintesi (inutile sarebbe ripetere quanto detto nel precedente film), un po’ per le difficoltà nel tenere le redini di un cast tanto ampio.

Il secondo X-Men, comunque, è un buon film di genere, riuscito come e in parte più del primo, ma che soffre di un problema congenito e inevitabile, del resto caratteristico anche del fumetto d’origine, che ha sempre dato il suo meglio quando abbandonava un po’ la sua natura corale per concentrarsi su pochi personaggi. E così, mentre protagonista e mattatore rimane il solito Wolverine di Hugh Jackman, il resto del cast si muove sullo sfondo, facendo quasi da tappezzeria.


X-Men 3: Conflitto finale
X-Men: The Last Stand (USA, 2006)
di Brett Ratner
con Hugh Jackman, Famke Janssen, Halle Berry, Patrick Stewart, Ian McKellen, Kelsey Grammer, Shawn Ashmore, Aaron Stanford, Ellen Page, Anna Paquin, Ben Foster, James Marsden, Rebecca Romijn, Cameron Bright, Vinnie Jones, Dania Ramirez

Paradossalmente, ma forse neanche troppo, l’episodio che meglio riproduce le atmosfere dei fumetti originali è anche il film meno riuscito dei tre. In The Last Stand si vedono per la prima volta dei veri scontri fra esseri dotati di superpoteri e si respira per la prima volta quell’estremo senso del melodramma così tipico delle saghe di Chris Claremont (per fortuna senza dover subire la logorroica retorica dello sceneggiatore britannico).

Il problema è che tutto questo leva spazio a ciò che aveva reso grandi i primi due episodi, soprattutto perché Brett Ratner fatica a sfruttare il potenziale drammatico offerto dalla sceneggiatura. Ci sono trovate potentissime, dall’esordio di Angelo, con quel suo disperato e vergognoso mutilarsi, ai dubbi della Bestia di fronte alla cura, al rigetto di Magneto per chi subisce la cura stessa. Ma viene tutto accennato, lasciato più che altro alla fantasia dello spettatore, stordito dalla magnificenza e dalla spettacolarità della messa in scena.

L’approfondimento psicologico non è nelle corde di Ratner, che si concentra più sul macrocosmo narrativo, mettendo in scena un conflitto di proporzioni cataclismatiche e premendo sul pedale dell’azione e del conflitto “esteriore”. Il regista, poi, probabilmente anche nel tentativo di non distaccarsi troppo dall’immaginario visivo creato da Singer, firma un film solido, ma un po’ anonimo, che fa sentire la mancanza del ragazzone fuggito su Krypton. In questo terzo episodio non c’è nulla che richiami la potenza evocativa della prigione di plastica o di quella bellissima sequenza iniziale che, nel secondo film, introduceva il personaggio di Nightcrawler.


Nel complesso, la trilogia cinematografica dedicata agli X-Men si distingue per compattezza narrativa e stilistica. Guardare i tre film in fila permette di cogliere un preciso filo conduttore, che poneva già nel primo episodio le basi e i punti chiave che avranno poi portato alla cataclismatica conclusione. Il cambio di regista nel terzo film si sente, ma non in maniera esagerata e anche sul piano estetico la serie tiene molto bene.

A convincere, poi, è anche l’attenzione con cui gli sceneggiatori hanno scelto di rielaborare e adattare per il grande schermo personaggi, temi e situazioni che hanno fatto la pluridecennale storia fumettistica dei mutanti Marvel. Tutta la serie è ricca di ammiccamenti a episodi che sono impressi a fuoco nella memoria degli appassionati e nella stessa scrittura dei dialoghi c’è grande attenzione al linguaggio, alle frasi fatte, a tutto ciò che può richiamare i fumetti d’origine.

E allora mi tocca ripetere quanto dicevo parlando di Batman Begins: “Tutti, ma proprio tutti i recenti film di supereroi hanno un momento o due in cui mi scatenano la pelle d’oca, mi mettono addosso i brividi, mi fanno quasi venire le lacrime agli occhi, perché fanno vivere davanti alle mie pupille personaggi e situazioni che da tanti, troppi anni ho imparato ad amare.” Beh, questa trilogia “mutante” è strabordante di situazioni del genere, dalla battaglia fra Wolverine e Sabretooth nel primo film, al momento in cui lo stesso Logan si scatena a scuola durante l’assalto militare nel secondo, a tutto il terzo film. Che, ripeto, è forse il più debole, ma anche il più fumettistico e, quindi, il più emozionante in quest’ottica.

The Mask 2


Son of the Mask (USA, 2005)
di
Lawrence Guterman
con
Jamie Kennedy, Alan Cumming, Bob Hoskins

Il primo The Mask era una sciocchezzuola coi suoi bravi meriti. Rappresentò assieme ad Ace Ventura il definitivo lancio mondiale per la stella comica di Jim Carrey (ma forse alcuni non lo considerano un merito) e, non dimentichiamocelo, segnò l’esordio sul grande schermo di Cameron Diaz. Inoltre mostrava effetti speciali ottimamente realizzati e, per l’epoca, anche abbastanza innovativi. Al di là di questo, comunque, era un discreto adattamento in ottica mainstream dello splendido fumetto originale.

Il film era infatti ispirato direttamente all’opera di John Arcudi e Doug Mahnke, che nel 1989 avevano preso in mano un personaggio creato sette anni prima da Mike Richardson e l’avevano rivoltato come un calzino, dando vita a un personaggio fantastico e molto sottovalutato. Rispetto alla versione fumettistica, sicuramente la pellicola di Chuck Russel perdeva la carica di smodata ultraviolenza, ma conservava almeno in parte quello splendido humor nero, la spettacolare idea di fondo e le tante trovate. Questo perlomeno in un primo tempo divertentissimo, cui seguiva poi una svolta più classica, con il classico scontro fra buoni e cattivi e il finalino lieto.

Tutti i lati positivi di The Mask, comunque, svaniscono in questo orrendo seguito, piatto e insignificante sotto qualsiasi punto di vista. Nel film di Lawrence Guterman, molto semplicemente, non c’è nulla. L’unica idea simpatica, il ripetuto omaggiare intere sequenze di classici cartoni animati Warner Bros, è realizzata in maniera piatta e avvilente. Un tonfo indifendibile, un catorcio di film.