Archivi tag: Ethan Hawke

Valerian e la città dei mille pianeti

Innamorato fin da bambino del fumetto di Pierre Christin e Jean-Claude Mézières, Luc Besson ha inseguito il sogno di girare Valerian e la città dei mille pianeti praticamente per tutta la vita e ha iniziato a pensarci seriamente già ai tempi de Il quinto elemento, anche se non riteneva che fosse tecnologicamente possibile. Vent’anni dopo, complice magari anche un ritorno di vendibilità garantito dal successo di Lucy, è riuscito a portare nelle sale questo suo mastodontico passion project. Per farlo, ha messo in piedi quella che è di gran lunga la più grossa produzione cinematografica della storia francese, con un budget da circa duecento milioni di euro, vale a dire oltre il doppio rispetto a chi si accontenta del secondo posto. Più forte di ogni ostacolo, Besson è addirittura riuscito a far modificare la legislatura sugli sgravi fiscali per i film girati in Francia, che in precedenza escludeva quelli in lingua straniera. Insomma, quella di Valerian e la città dei mille pianeti è una bella storia, facile da prendere in simpatia, fosse anche solo perché – pur nella consapevolezza che di Besson ne abbiamo solo uno – è bello vedere che si riesce a fare qualcosa del genere nel vecchio continente. E il film? È simpatico pure lui?

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I magnifici 7

Progetto inseguito a lungo e finalmente centrato da parte del fanatico di western Antoine Fuqua, il suo I magnifici 7 è un remake che sulla carta poteva mirare più alto di numerosi altri: c’è un cast senza dubbio molto azzeccato e, per una volta, con un minimo di star power; c’è un regista solido, anche se con solo un grande film alle spalle; ci sono temi interessanti e che risultano particolarmente attuali. C’erano, insomma, le basi per tirare fuori perlomeno qualcosa di buono, se non di veramente grosso. E almeno in parte Fuqua ci riesce, perché il suo è un film divertente, ben confezionato, con un immaginario visivo che omaggia i classici, dei personaggi accattivanti e delle scene d’azione efficaci. Il che è ben più di quel che si può dire per tanti altri tentativi paragonabili, ma gli manca comunque quella scintilla in più e di certo gli sfuggono la carica del classico omonimo di John Sturges e la profondità dell’originale I sette samurai di Akira Kurosawa.

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Good Kill

Good Kill è il nuovo film di Andrew Niccol, uno sceneggiatore e regista che magari non centra sempre il bersaglio ma di sicuro riesce ad essere interessante anche nei suoi film meno riusciti. E quando le cose girano, tira fuori roba del calibro di GattacaLord of War. All’interno della sua filmografia, però, Good Kill, è una creatura quasi unica, perché totalmente priva di toni fantastici o sopra le righe. Ma d’altra parte racconta una realtà dei giorni nostri talmente assurda che, a voler ben vedere, sembra uscita da un film di fantascienza. E Niccol la affronta in maniera asciutta, cruda e pesante, senza fuggire dai conflitti etici al centro della questione, anche se magari non riuscendo ad esplorarli fino in fondo o in con la scioltezza di scrittura che servirebbe.

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Onora il padre e la madre


Before the Devil Knows You’re Dead (USA, 2007)
di Sidney Lumet
con Philip Seymour Hoffman, Ethan Hawke, Albert Finney, Marisa Tomei

Quanto il titolo italiano di ‘sto film faccia cacare e non valga un decimo dell’originale non vale neanche la pena dirlo, ma ormai sono talmente fissato su ‘ste cose da essere macchietta e non posso certo uscire dal personaggio. Quanto bravo sia Philip Seymour Hoffman, bravo da far paura, bravo nonostante qualsiasi doppiaggio, bravo perché recita col corpo come pochi altri, pure, è quasi inutile e banale dirlo. Ma io lo dico lo stesso perché qui è bravo per davvero.

E poi bisogna dire che bravi in ‘sto film lo sono tutti, chi più chi meno. Bravo Ethan Hawke, che forse va un po’ troppo sopra le righe, ma quasi riesce nell’impresa di non starmi sulle palle come suo solito. Mostruosamente bravo Albert Finney, che sta male lui per davvero e stiamo male noi che lo guardiamo. Brava pure Marisa Tomei, che interpreta un ruolo un po’ del cazzo, ma lo interpreta davvero bene.

Ma in realtà la cosa che mi colpisce per davvero è il modo in cui Before the devil cha cha cha mi è cresciuto dentro. Mentre lo guardavo, pur notando la lancinante bellezza di certi momenti – l’abbandono coniugale su tutti – pur gustandomi la perizia e la lucidità con cui Lumet costruisce le sue scene madri, non riuscivo a farmi prendere fino in fondo. Forse perché questa voglia di tratteggiare una serie di rapporti umani e familiari sterili, vuoti, piatti, privi d’emozione positiva finisce per rendere un po’ freddo il racconto e limitarlo al thrilling del colpo andato male. O magari perché di storie dalla scansione temporale scombinata ne ho un po’ pieni i coglioni e, oltretutto, mi sembra davvero che qui la cosa non aggiunga nulla, se non la voglia di fighettare un po’.

Epperò, a ripensarci adesso, in mente mi resta soprattutto il tragico, drammatico, asfissiante pugno nello stomaco dell’ennesima storia fatta di perdenti destinati a perdere. Gente che vive sotto il livello di un mare saturo di lordura e lercio inquinamento, che prova ad alzare la testa un’ultima, disperata volta e finisce per ingoiare solo altri liti di acqua sporca e merda. Senza ammiccamenti, facili ironie, luci di speranza, ma anzi, con il rimorso e la triste consapevolezza di aver fatto ben più che l’ennesimo errore. Di essere riusciti a mandare per davvero tutto a puttane. Avercene, di ottantenni talmente lucidi da firmare roba del genere, tanto cruda, spiazzante e davvero priva di compromessi.

[Venezia 2006] Private Fears in Public Places – The Hottest State – Offscreen – Farval Falkenberg – Mabei Shang De Fating – Taiyang Yu


Concorso
Private Fears in Public Places (Francia, Italia)
di Alain Resnais
Leone d’argento per la miglior regia
Ennesimo film corale, con varie storie che si rincorrono e si intrecciano fra di loro a formare un unico affresco. Inevitabile un vago confronto con Non prendere impegni stasera, anche se più perché l’ho visto qualche giorno fa, che per reale affinità di spirito. Rispetto a Tavarelli, Resnais mostra molta più capacità nel tenere sotto controllo quello che sta facendo, dirige ottimamente gli attori, non perde mai il filo del discorso, sfrutta bene l’idea della nevicata come raccordo fra i vari episodi e usa decisamente meglio, in maniera più sottile, la colonna sonora. Eppure, sarà per la sua estrema “francesitudine”, sarà perché è troppo pulitino, perfettino, carino, questo Private Fears in Public Places non mi ha preso, non mi ha convinto, non mi ha appassionato fino in fondo. Troppo bello per essere vero.

Sezione Orizzonti
The Hottest State (USA)
di Ethan Hawke
Ethan Hawke torna dietro la macchina da presa dopo cinque anni e racconta di una storia d’amore nata morta fra due ventenni artisti in erba. L’innamoramento a prima vista, il tacchinaggio, il cedimento, la settimana di folle passione e l’inevitabile crollo, con l’incapacità di accettare quello che sta succedendo e i glebici tentativi di rimettere le cose a posto. Bei personaggi, bei dialoghi e una regia efficace, seppur con qualche fighettata di troppo. Bravi gli interpreti, compresa l’adorabile mamma Laura Linney, un’attrice che apprezzo tantissimo e che vedo sempre poco utilizzata.

Sezione Venice Days
Offscreen (Danimarca)
di Christoffer Boe

Una sorta di Blair Witch Project in cui vengono “ritrovati” i nastri girati da un attore per realizzare il suo progetto di film d’amore verità. Tutti interpretano loro stessi, e il giochetto di “far finta di non star recitando” funziona abbastanza bene. L’intreccio, comunque, è ai limiti del trash delirante: il protagonista prova a realizzare un film riprendendo con la videocamera tutti i momenti della sua vita e dando così inizio a un tracollo della stessa. Prima la fidanzata s’incazza e lo molla, poi falliscono i tentativi di broccolaggio, quindi ci si prova con un’attrice (“dai, fai finta di essere la mia ragazza”, “dai, andiamo a letto”), e infine, dopo aver perso amante, lavoro e amicizie, ci si butta sull’omicidio efferato, con tanto di isterici rotolamenti nel sangue della vittima. Il nostro eroe finirà seppellito di schiaffoni. Sembra una porcata, probabilmente lo è, ma in qualche modo mi ha tenuto in sala fino alla fine.

Sezione Venice Days
Farval Falkneberg – Farewell Falkenberg (Svezia, Danimarca)
Se decidi di fare un film sulla vita di un gruppo di ragazzi fancazzari, puoi farlo divertente e intrigante, come è per esempio Trainspotting, oppure puoi tirare fuori una roba inguardabile, come è per esempio questo Farval Falkenberg. Leggi il riassuntino sulla guida alla rassegna e ti aspetti una sorta di ennesimo Grande freddo in salsa danese. E invece ti ritrovi davanti cinque ragazzotti qualunque che passano il tempo a parlare del nulla. C’è un motivo, se solitamente nei film i momenti poco interessanti della vita quotidiana vengono evitati, ed è che sono poco interessanti. Dopo mezz’ora ho deciso di andare a mangiare con calma, per una volta.

Sezione Orizzonti
Mabei Shang De Fating – Courthouse of the Horseback (Cina)
di Liu Jie
Premio Orizzonti
Un giudice Santi Licheri dagli occhi a mandorla vaga per campagne e montagne nella provincia sud-occidentale cinese dello Yunan assieme a un giovane alla sua prima esperienza e una compagna in là con gli anni e prossima al ritiro. Il loro compito è di dirimere piccoli litigi fra persone abituate a vivere a decine di miglia dalla città. Tutto il mondo è paese e le questioni son sempre quelle: confini invasi, merci rubate, animali che non stanno al posto loro e via dicendo. Un film affascinante, girato coi suoi lentissimi ritmi, tipici di una certa cinematografica orientale, ma che vive di un’ottima scrittura, della capacità di ironizzare su se stesso e del fascino per culture e civiltà lontane in maniera incredibile.

Sezione Orizzonti
Taiyang Yu – Rain Dogs (Malesia, Hong Kong)
di Ho Yuhang
Io mi chiedo come sia possibile che in Estremo Oriente ci siano così tanti bravi registi e direttori della fotografia, capaci come pochi di dipingere immagini affascinanti, e così pochi bravi sceneggiatori. Questo film dura cento minuti, dei quali ce ne saranno una decina di storia e una decina di visioni suggestive. Il resto, semplicemente, non c’è. Ed è un po’ troppo, da affrontare come sesto film della sesta giornata di rassegna.