FROGEvolution Soccer Tour 2 – Kaput


Sono contro l’accanimento terapeutico e non mi sembra proprio il caso di praticarlo. Ho quindi staccato i fili al FROGEvolution Soccer Tour 2, che agonizzava ormai da tempo. Le varie classifiche sono aggiornate agli ultimi risultati (risalenti ormai a oltre due settimane fa) e mostrano – mi si permetta di dirlo – il mio dominio. Spiace solo non aver avuto occasione di confrontarmi nel girone di ritorno con il Duspa, l’unico che, perlomeno nel contesto di questo torneo, si sia dimostrato degno di fare qualcosa in più che leccarmi la suola delle scarpe. Per il resto, non posso fare altro che augurare sofferenza e dannazione a chi ha causato la fine prematura del torneo. A buon rendere.

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Il codice Da Vinci


The Da Vinci Code (USA, 2006)
di
Ron Howard
con
Tom Hanks, Audrey Tatou, Ian McKellen, Jean Reno, Paul Bettany, Alfred Molina, Jurgen Prochnow

Se prendi un sacco per la pattumiera, lo riempi di frutta marcia, latte scaduto e cibo avariato, lo chiudi non troppo bene e lo appoggi sul balcone esposto al sole, dopo un po’ di giorni è molto probabile che puzzi parecchio e sia pieno di vermi. Se a quel punto lo apri, togli un po’ di scatolette e barattoli vuoti per far posto e prima di richiuderlo ci caghi dentro, beh, difficilmente smetterà di puzzare. Ed è probabile che i vermi non si infastidiscano troppo per la merda.

Il codice Da Vinci cinematografico è un ottimo adattamento del mediocre libro da cui è tratto. La sceneggiatura di Akiva Goldsman tralascia (soprattutto nella prima parte) qualche episodio e ne modifica (soprattutto nella seconda parte) qualcun altro, ma nel complesso riassume molto bene il “quid” del libro.

E infatti i difetti sono gli stessi, a partire dal colossale turbine di cazzate su cui si fonda l’intreccio, proseguendo con una scrittura piatta, didascalica, logorroica e prevedibile e giungendo infine alla massacrante assenza di ritmo della seconda metà di film. Ron Howard ci prova anche, a metterci del suo, ma il materiale è indifendibile e non concede scampo.

Di buono nel film c’è che si è scelto di sorvolare su alcune fra le fesserie più impresentabili del libro e che anche per questo la sua struttura ripetitiva e monocorde emerge meno. Di non altrettanto buono c’è un’impressione di tirato via nell’adattamento delle sequenze iniziali e una pesantezza se possibile ancora più marcata del segmento centrale, quello più “divulgativo”. Di pessimo c’è il fatto di dover vedere un attore delizioso come Ian McKellen sprecato in roba del genere.

Dan Brown, devi bruciare all’inferno, e con te tutti gli stronzi – me compreso – che ti hanno dato dei soldi per questa merdata.

X-Men 3


Un film che mi comincia con Colosso che prende in mano Wolverine e fa il lancio speciale tirandolo contro una sentinella… e poi continua in quel modo… e poi va a finire in quel modo… beh… ho svalvolato.

Non so e al momento non mi interessa sapere se è un bel film, perché ho passato cento minuti abbondanti con le lacrime agli occhi, un groppo in gola, la pelle d’oca e lo stomaco in subbuglio.

I supereroi in tivù, cazzo.

Il codice Da Vinci


Santa Monica, una sera a caso.
Mi schianto a letto e inizio a leggere Il codice Da Vinci.
Il libro sul Saturday Night l’ho finito in aereo e questo me lo sono portato dietro perché mi incuriosisce e voglio leggerlo prima di vedere il film.

Inizio a leggere, dicevo, ma dopo una decina di pagine mi ritrovo a chiedermi “Ma perché ‘sto leggendo una roba scritta in maniera tanto infame?”
Chiudo il libro e mi metto a dormire.

Aereo, viaggio di ritorno.
Dormo quasi tutto il tempo, ma quando si inizia la lunga e interminabile fase di atterraggio decido di dare un’altra chance al codice.
Enigma, fuga, fuga, enigma, enigma, Broken Sword, enigma, enigma, fuga, fuga, fuga, enigma.
Vabbé, dai, tutto sommato si lascia leggere, sembra un po’ troppo un videogioco, ma si sopporta.
Andiamo avanti.

Due o tre giorni dopo.
Mattina presto, sono in metropolitana e sto leggendo dell’ennesima fuga.
Pagina 270, inizia il tremendo momento della spiega.
Una roba insopportabile, che dura quasi cinquanta pagine, ma pesa almeno il doppio, tanto che quando finisce mi sono ormai convinto che mi manchino al massimo centocinquanta pagine. Ne mancano in realtà ancora duecento. I personaggi ricominciano a fuggire.
“Meno male.”

Meno male mica tanto, ormai i coglioni sono stramazzati al suolo, non ci sarà più ripresa.

Lunedì 22 maggio, mattina, metropolitana, sto leggendo.
E, mentre leggo, non posso fare a meno di chiedermi: “Perché? Perché sto andando avanti a leggere questa puttanata?”. E c’è solo una risposta: “Perché mi girano le palle a mollarla lì senza arrivare alla fine”.

Gli stronzi sono in aereo.

Finalmente aprono il cazzetto di kryptonite.

Non è possibile, ce n’è dentro un altro.

Martedì 23 maggio, Mattina, metropolitana.
Leggo e mi rendo conto che non me ne frega niente di quello che sto leggendo. Vado avanti per inerzia, leggo di gente che scappa e risolve enigmi. Ogni tanto parte la spiega e con la spiega parte il pilota automatico: leggo pensando ai fatti miei. Poi la spiega finisce, ricomincia a succedere qualcosa e io ricomincio a leggere per davvero.

Nel frattempo mi convinco che ormai mancano trenta pagine alla fine.

Martedì 23 maggio, sera, metropolitana.
Leggo una decina di pagine e poi, improvvisamente, mi rendo conto che di pagine me ne mancano sessanta. Vengo aggredito da un terrificante colpo di sonno, chiudo il libro e mi accascio.

Mercoledì 24 maggio, mattina, metropolitana.
Colpo di scena, il cattivo è quello lì.
Pazzesco, chi l’avrebbe mai detto.

Colpo di scena, io sono tua nonna.
Ma pensa te.

Epilogo.

Fine.

Che figata.

Vaffanculo.

Man on Fire


Man on Fire (USA, 2004)
di
Tony Scott
con
Denzel Washington, Dakota Fanning, Marc Anthony, Radha Mitchell, Christopher Walken, Giancarlo Giannini, Rachel Ticotin, Mickey Rourke

“Forgiveness is between them and God. It’s my job to arrange the meeting.”

Bel noir, cinico e struggente, firmato dalla penna del sempre ottimo Brian Helgeland, che grazia Tony Scott con uno script solido, crudo e senza compromessi, con personaggi ben delineati e dialoghi eccellenti. Il regista britannico affronta di petto una pellicola sostanzialmente priva di azione e riesce nel non facile compito di darle un ritmo inesorabile sfruttando i famigerati “giochetti da videoclipparo” e, incredibile ma vero, riuscendo a trovare loro un preciso senso narrativo.

Splendida la prima parte, in cui si costruiscono i rapporti fra i personaggi e vengono poste estremamente bene le premesse drammatiche della vicenda, estremamente efficace la seconda, che mette in scena l’implacabile, inesorabile e a modo sua placida carica distruttiva del protagonista. Il film si perde forse nel finale, cercando colpi di scena tutto sommato un po’ inutili, ma regge bene fino all’inevitabile e drammatica conclusione.

Bravo Scott a non farsi prendere dal compiacimento, bravo Helgeland a scavare bene e a fondo negli stereotipi del genere, magnifici Denzel Washington e soprattutto la fuori scala Dakota Fanning. Non un capolavoro, forse neanche un gran film, ma certo l’ennesima pedata in faccia agli stolti detrattori dello Scott “minore”.

Saturday Night Live


Live From New York (USA, 2002)
di Tom Shales & James Andrew Miller

Deliziosamente agiografico come solo gli americani sanno esserlo, Saturday Night Live racconta la storia di uno show che ha fatto la Storia della comicità americana e indirettamente quella della comicità punto e basta, visto quanto – per dirne una – è stato vivisezionato e rielaborato da chiunque abbia fatto comicità televisiva in Italia negli ultimi dieci anni. Non un racconto vero e proprio, ma una lunga serie di brevi interviste, con membri del cast, autori, produttori e ospiti che riferiscono la loro esperienza, raccontano aneddoti, si parlano addosso.

Affascinante nel suo ritrarre un modo di fare televisione che sembra francamente lontano ben più dei chilometri che ci separano da New York, struggente nel ricordare chi, fra quell’incredibile marea di talenti, è scomparso ormai da tempo, il libro di Shales e Miller, per un lettore italiano, è forse interessante soprattutto nella prima metà, che racconta di comici molto noti anche da noi grazie alle loro esperienze cinematografiche.

Tutta la lettura resta comunque interessante fino in fondo e, anzi, acquista forse un fascino diverso proprio per il fatto di non aver vissuto quegli anni di televisione americana, a occhio estremamente diversi da quelli che oggi, grazie al satellite, fanno capolino anche da noi. E in effetti viene anche un po’ di amarezza, al pensiero di cosa ci siamo persi.

Certo, noi abbiamo lo Zelig.

Che culo.

Silent Hill


Silent Hill (Giappone/USA/Francia, 2006)
di
Cristophe Gans
con
Radha Mitchell, Sean Bean, Jodelle Ferland, Laurie Holden, Deborah Kara Unger, Alice Krige

L’adattamento cinematografico della saga horror Konami è esattamente ciò che, pur con tutte le buone speranze alimentate dal trailer, era lecito attendersi da quel mediocre narratore di Christophe Gans: una lunga serie di belle, pacchiane e vuote cartoline dalla città di Silent Hill, confezionate a regola d’arte, ma prive di qualsiasi senso cinematografico.

L’immaginario visivo dei videogiochi, grazie soprattutto allo splendido lavoro dell’ormai fedele Dan Lautstsen, è riprodotto alla perfezione, con una fedeltà notevole. La cura con cui personaggi, ambienti, situazioni e mostri visti nei giochi sono realizzati è impressionante, ma tutto sommato prevedibile, vista la fedeltà quasi maniacale con cui Gans si era occupato un decennio fa di Crying Freeman. E splendide ed evocative sono molte delle immagini messe assieme dal regista francese, che svolge alla perfezione il compitino e rende giustizia alla sua fonte di ispirazione. Il problema, però, è che manca il film.

La sceneggiatura di Roger Avary zoppica in maniera tremenda, racconta personaggi poco credibili, le cui scelte illogiche e i cui tristi dialoghi tolgono qualsiasi credibilità alla vicenda. Credibilità minata anche dal design di creature che, francamente, mi sembra funzionino tanto bene in un videogioco nipponico quanto male in un film americano. Ma più che altro in Silent Hill manca la carne, il sangue, la voglia di sconvolgere per davvero lo spettatore.

Troppo patinato e leccatino per attanagliare le budella, troppo legato a meccanismi narrativi da videogame per funzionare altrettanto bene sul grande schermo. Se l’utente PS2 vive il terrore di lasciarci le penne (e doversi rifare chilometri di gioco a piedi), lo spettatore cinematografico segue le vicende di una protagonista che non sembra mai realmente in pericolo, che non riesce a generare angoscia o trasporto.

I problemi di Silent Hill, comunque, stanno tanto nella fredda messa in scena quanto in una sceneggiatura troppo didascalica, impacciata nel fornire spiegazioni superflue, attenta a regalare omaggi e strizzatine d’occhio per gli appassionati del videogioco senza rendersi conto di quanto poco funzionino su pellicola. Il risultato è un film magari non brutto, ma di sicuro largamente imperfetto. Un horror privo di attributi, innocuo e incapace di mordere. Ma anche un’affascinante e barocca esperienza visiva, che merita comunque una visione e, anzi, la esige da parte degli appassionati di videogiochi.

Le tre sepolture


The Three Burials of Melquiades Estrada (USA, 2005)
di Tommy Lee Jones
con Tommy Lee Jones, Barry Pepper, Julio Cedillo, January Jones, Melissa Leo

Interessante western moderno, che segna l’esordio alla regia di un Tommy Lee Jones misurato e struggente, anche se eclissato sullo schermo dalla gran prova di Barry Pepper. Le tre sepolture è una storia di amicizia virile, talmente forte da andare oltre la ragione e i colpi di fucile.

L’avvio, pur piacevole, non è dei migliori, con quell’aria ormai trita e ritrita da film maledetto che giocherella con la struttura narrativa e si diverte a stupire con immagini di bassa umanità. Ma nella seconda parte Jones sceglie per una messa in scena più lineare e dall’impatto decisamente più forte, abbandona le pretese da autore di tendenza e si limita a raccontare una bella storia.

Il protagonista diventa un eroe western di quelli veri, che non guardano in faccia a nessuno e schiantano nella polvere chiunque provi a metter loro i bastoni fra le ruote. La narrazione si fa più intensa e la macchina da presa mostra immagini molto evocative, anche se forse un po’ di maniera. Peccato per un finale troppo buonista e tutto sommato inconcludente, ma, per essere l’opera prima di un attore, non è niente male.

Viewtiful Joe

Viewtiful Joe (Capcom, 2003)
sviluppato da Capcom Production Studio 4 – Atsushi Inaba, Hideki Kamiya

Viewtiful Joe è un perfetto esempio di come si possano ancora realizzare videogiochi classicheggianti e legati al passato senza scadere nello stucchevole e nel patetico. La perla che ha svelato al mondo le capacità di Clover Studio è allo stesso tempo il più banale dei giochi di piattaforme bidimensionali e il più innovativo dei moderni action game.

Tutto richiama al passato, dalla progressione lineare di buona parte dei livelli, alla fin troppo famigerata riproposizione in sequenza di tutti i boss nelle fasi finali. Ma tutto viene rielaborato con tratti geniali e stupefacenti, a partire da uno stile grafico che riesce nella non facile impresa di dire qualcosa di nuovo pur sfruttando l’ormai abusata impostazione “cartoonesca”.

Ma Viewtiful Joe, soprattutto, appassiona grazie al ricercato design dei livelli, alla fantasia degli enigmi, alla diabolica concezione dei trabocchetti. E il vero genio non sta tanto nel proporre idee dalla fantasia sconvolgente, perché a conti fatti poco di quanto il gioco Capcom contiene non si è già visto altrove, ma nel riuscire ad assemblare il classico insieme superiore alla somma delle parti.

Viewtiful Joe funziona perché tutto si trova al posto giusto. La trama delirante è supportata da uno stile grafico adeguato e contribuisce a calarsi nella giocosa atmosfera alla base di tutto. Il sistema di controllo, le meccaniche di combattimento, la risoluzione degli enigmi, pretendono che il giocatore s’impadronisca della logica perversa che domina il mondo di Joe. E, un po’ come avveniva nei primi due Monkey Island, solo chi riesce a farlo comprenderà appieno ciò che lo aspetta e affronterà tutta l’avventura sapendo sempre cosa deve fare – e cercando disperatamente un modo per riuscirci.

Appassionante e ben calibrato, con un tasso di sfida che cresce in maniera graduale e si presta al classico meccanismo del “piccolo progresso a ogni tentativo”, Viewtiful Joe ha forse l’unico difetto di essere un po’ troppo breve. Ma si salva in corner quando permette, una volta terminato, di ripetere tutto nei panni di Dante, con i dialoghi recitati al contrario in un’ultimo, sferzante, colpo di genio.

Trionfo del bene


Stamattina ho preso a calci in faccia l’amarezza e l’ho messa da parte. A colazione, mentre mi scofanavo le mie solite quattro ciambelle, è subito emerso come lampante che ero l’unico a voler fare la gita lontano da Los Angeles. Mentre gli altri parlavano di girare per Santa Monica, il mio cervello veleggiava verso altri lidi e prendeva una decisione. Gestite le pappe e lavati i dentini, volo su Mapquest e mi scrivo su un foglio le indicazioni per raggiungere il Joshua Tree National Park. A quel punto mi incammino verso l’Avis a qualche isolato di distanza, dove noleggio una compact. Anzi, no, le compact le abbiamo finite, ti diamo una medium, ma la paghi comunque come una compact. Oltretutto mi danno la Chevrolet Malibu, la stessa macchina che avevamo preso a noleggio cinque anni fa, durante la vacanza a Philadelphia. Il bene galoppa imperioso verso il sole.

Torno all’albergo, faccio un ultimo – svogliato e fallimentare – tentativo di coinvolgere Alepolli, schiaffo un po’ di cose nello zaino e saluto Skulz, che esprime invidia con la faccia piantata nel portatile. Sbrigata la tappa “provviste”, che prevede tre litri d’acqua al supermercato e un prelievo al bancomat, imbocco l’Interstate 10. Da lì, la fuga da L.A. procede senza intoppi, a parte una coda di una decina di minuti causata da un incidente. Per circa un’oretta il panorama sembra quello dell’autosole, ma poi, improvvisamente, mi ritrovo in America, e già comincio a ringalluzzirmi, fra montagne e distese da centinaia di mulini a vento. L’autoradio mi accompagna alternando il CD dei Tool e una radio autoctona che trasmette successi del passato, e il viaggio procede tranquillo. Nel mentre, realizzo che il cambio automatico e il cruise control (o come cazzo si chiama) sono due fra le più grandi invenzioni nella storia dell’umanità.

Dopo un paio d’ore sono ai margini del deserto. Mi fermo a un Subway per mingere e mangiare uno sfilatino con della carne (tacchino, pollo e roast beef, credo), del formaggio e dei pomodori. Trincata pure la coca, torno in macchina e mi getto nella strada che porta all’ingresso ovest del parco. Mi attende una bella ranger, che incassa i miei 15 dollari e mi porge una mappa e un depliant. Accosto subito dopo l’ingresso del parco, sbircio la mappetta, scendo dalla macchina e mi guardo intorno. Il paesaggio è già uno spettacolo e faccio un paio di foto. Poi torno in macchina e mi inoltro nel selvaggio.

Il selvaggio è “selvaggio”. Una lunga strada asfaltata a due corsie taglia tutto il parco e ogni tot miglia c’è una zona di sosta con panchina, cesso pubblico e a volte pure il necessaire per fare una grigliata. In realtà queste contaminazioni rendono tutto abbastanza ordinato e limitano il casino, tanto che è tutto impressionantemente a posto. Non una bottiglia o una cartaccia per terra, cessi pulitissimi, una meraviglia. E in più, attorno, c’è il nulla completo. Il silenzio, totale. E un paesaggio tanto bello da star male. Roba da mozzare il fiato, ma proprio in senso letterale, nonostante le foto non rendano giustizia. Sarà che in un deserto non ci ero mai stato e l’elemento sorpresa è forte, ma quando mi fermo alla Hidden Valley e mi arrampico su una rocciona, beh, nel guardarmi attorno, il fiato mi manca per davvero. Commozione.

I primi momenti di viaggio in macchina nel deserto sono deliranti: praticamente a ogni piazzola di sosta mi fermo e mi metto a girare in mezzo alla sterpaglia, felice come un bimbo. Faccio foto e gironzolo. Poi prendo il ritmo e avanzo fino, appunto, alla Hidden Valley, una sorta di zona circoscritta da una serie di enormi rocce in cui c’è un sentiero tramite il quale passeggiare in mezzo ai vari tipi di piante. In questo punto del parco trovo più gente che in qualsiasi altro, ma siamo comunque nell’ordine della decina, per di più talmente sparsa che se ne vedo due assieme è un miracolo. E tutto è dominato da un silenzio delizioso.

Dopo essermi fatto un giro nella Hidden Valley, proseguo in macchina lungo la Parkway Boulevard e imbocco la deviazione verso Keys View. La strada sale in cima a un monte, da cui si gode di una vista spettacolare. Parcheggio, smonto e mi siedo su un muretto che mi separa dalla voragine. Sto un po’ lì con le gambe a penzoloni, poi salgo la scalinata che porta in cima e gironzolo un po’ gustandomi il sole e il venticello fresco. Mi sdraio su una panca a vegetare, chiudo gli occhi e lascio passare il tempo, mentre qualche altro visitatore mi gira attorno. Dopo un po’ mi desto e torno in macchina, dove finisco di trincare la prima bottiglia da un litro e mezzo d’acqua.

Comunque il clima non è particolarmente asfissiante. Prima di partire avevo guardato su Yahoo Forecast e le indicazioni davano 30° di massima e 19° di minima. Nel complesso fa caldo, ma si sta bene, perché c’è un bel venticello fresco e soprattutto non c’è umidità. Nel tornare giù da Keys View, mi infilo sulla destra nella strada sterrata che porta verso la Lost Horse Mine. Parcheggio vicino a una jeep e imbocco il sentiero da percorrere a piedi, un saliscendi da due miglia lungo colline, collinacce e montagnette. Il sole sta cominciando a calare e a un certo punto mi viene quasi voglia di tornare indietro. Ma vado avanti a colpi di “vedo se è dopo quel colle” e, finalmente, avvisto in lontananza la miniera. Non solo, vedo anche una coppietta un po’ più avanti di me che sta arrivando all’obiettivo. Immagino siano i passeggeri della jeep. Comunque, non esiste assolutamente che loro ci arrivino e io no.

Con le energie rinnovate, accelero, li sorpasso e giungo a destinazione. Scatto qualche foto, mi guardo intorno, osservo il panorama e faccio una pisciatina per marcare il territorio. Il sentiero in teoria andrebbe avanti altre quattro miglia, fino a una roba che si chiama, se ricordo bene, Lost Horse Loop. Non so cosa sia e non lo scoprirò, perché si torna indietro. Sulla via del ritorno il sole cala sempre più e quando arrivo alla macchina noto che le ombre si stanno allungando e le rocce cominciano a tingersi di rosso. Mentre scolo anche la seconda bottiglia, un po’ bevendo, un po’ sciacquandomi la testa dal sudore e della polvere, scatta la decisione di non uscire dal parco dalla parte da cui sono entrato, ma di farmi tutta la strada che lo taglia da una parte all’altra, facendomi passare dal deserto del Mojave a quello del Colorado. Questo tragitto più lungo, fra l’altro, mi permetterà anche di gustarmi il tramonto nel deserto.

Torno quindi sulla strada principale e proseguo verso est, con il sole alle spalle. Preso da totale trip deserto, mi fermo praticamente a ogni “fatto” segnalato da un cartello, sia esso un ammasso di rocce puffettose, un avvallamento o un semplice punto da cui si gode di buona vista. Il passaggio da un deserto all’altro è tutto sommato abbastanza visibile nel cambio di terreno, che diventa meno roccioso e più sabbioso. A un certo punto, davanti ai miei occhi, un road runner attraversa la strada di corsa. Si, lui, “bip bip”. Hahahahha, sto andando in macchina e vedo questa specie di uccellaccio che mi taglia la strada correndo come un disperato. Fantastico.

Fra l’altro, a proposito di animalini, i – cito dalla guida sul retro della mappa – kangaroo rat sono dappertutto. Saltellano in giro nascondendosi fra i cespugli e se ti avvicini a meno di, boh, dieci metri, fuggono via. Qua ho provato a fotografarne uno, ma praticamente non si vede. Sta al centro della foto, comunque, in mezzo al cespuglio. In giro ci sono anche tantissimi corvi, e a un certo punto, sempre mentre sono in macchina, vedo un – cito – jackrabbit che fa per attraversare, mi nota, cambia idea e torna fra i cespugli. Purtroppo non avvisto aquile.

L’ultima tappa a un sito “turistico” è costituita dal Cholla Cactus Garden, dove c’è una vera e propria foresta di – cito – Bigelow Cholla Cactus, con un sentiero che conduce in mezzo a ‘sti cosi. Ci sono anche altre sciccherie, piante di jojoba strane e perfino qualche tana di topino. Il resto del tragitto verso l’uscita del parco è fatto di piccole soste in cui mi fermo a osservare le rocce colorate dal sole che tramonta e, ovviamente, il sole stesso. Purtroppo la macchinetta fotografica non è delle migliori e le foto non rendono giustizia alla bellezza che tentano di catturare. Quando torno a casa, magari, provo a ritoccarle un po’, ma chi mi legge qui si becca queste, che fra l’altro non sono ovviamente tutte.

A un passo dall’uscita c’è Cottonwood, dove si trova un centro accoglienza che è chiuso ormai da ore. Mi fermo comunque per una pisciatina nell’unico cesso dotato di sciacquone. Ingegnoso il sistema con cui viene gestita la luce: si accende con un interruttore che è anche un timer simile a quelli dei forni. Così, se qualcuno si dimentica di spegnere, fa tutto da solo. Gestita la pisciata, torno alla macchina e mi avvio. Giusto il tempo degli ultimi saluti, per poi immettermi sulla Interstate 10 e tornare verso Santa Monica.

Lungo il tragitto vengo assalito dai morsi della fame e decido di fermarmi a uno dei fast food lungo la strada. Avvisto un Wendy’s – catena di merda food da me molto gradita – con la coda dell’occhio e imbocco l’uscita, ma le indicazioni sono incasinate e non riesco a raggiungerlo. Torno sulla Interstate con la coda fra le gambe e, ovviamente, dalla rampa capisco che strada dovevo fare per raggiungere il “ristorante”. Mi rassegno e decido di attingere a uno degli ottocentomila McDonald’s che costeggiano la strada. Prendo un doublequarterpounderwithcheese, patatine e coca, ingoio e riparto. Ovviamente poi scoprirò che cinquecento metri più avanti c’era un altro Wendy’s, facilissimo da raggiungere.

Le indicazioni di Mapquest, all’andata, mi avevano fatto abbandonare per una settantina di miglia l’Interstate 10, probabilmente perché prendendo la 60 si taglia di brutto il percorso. Nel viaggio di ritorno, per non fare casino ed evitare sbattimenti, resto sulla 10, che tanto comunque porta fino a Santa Monica. La durata del tragitto, però, mi sembra sensibilmente maggiore. Probabilmente l’Interstate fa un giro molto più ampio di quanto sembri dalla cartina, e con la 60 era possibile tagliare. Vabbé, pace.

Dopo essere arrivato in albergo, mi sono docciato, ho ripreso i contatti con gli altri e ho dato una preparata alla valigia. Quindi, dopo aver scritto un breve articolo per Alepolli, mi son messo a creare questo probabile ultimo “pezzo” per il blog. Il prossimo, tendenzialmente, dovrei scriverlo da Milano. E quindi, almeno per quest’anno, da Santa Monica è tutto.