LAcast

Questa settimana abbiamo pubblicato ben due podcast che hanno più o meno in qualche modo a che fare con l’E3 2013. Il primo è l’Outcast Reportage dedicato alla fiera, in cui io, Fotone, Gino Kenobittino, Ualone e l’intruso Marrone chiacchieriamo di quanto visto, fatto, provato, ascoltato e assaggiato a Los Angeles. Sono tre ore di morbidezza e stanno tutte a questo indirizzo qua.

Il secondo, con una copertina incidentalmente molto simile, è il nuovo Tentacolo Viola, in cui si chiacchiera del più, del meno e del forse in relazione alla fiera e alle conseguenze della stessa e poi io mi intrattengo a berciare di Last Window, New Super Luigi U, RASL, Fast & Furious 6, L’uomo d’acciaio e Monsters University. Ospite in studio, Il cinese. Lo trovate a questo indirizzo qui.

E se si riesce, sono in arrivo ben due The Walking Podcast. Con calma. Più o meno. Forse.

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I trailer del sabato mattina

Dopo quattro giorni consecutivi di post in cui ho effettivamente parlato di qualcosa, festeggiamo il sabato mattina con un bel post di quelli totalmente vuoti in cui mi limito a mostrare due trailer e dire cose a caso.

Ultimamente (tipo negli ultimi vent’anni) Ridley Scott mi piace più quando fa questo genere di cose “realistiche” che quando fa altro. Da questo teaser trailer non si capisce molto, se non che essendo tratto da Cormac McCarthy ci deve essere Javier Bardem con la pettinatura strana. Però l’atmosfera mi piace. Si intitola The Counselor – Il procuratore e arriva a novembre.

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E poi abbiamo Escape Plan – Fuga dall’inferno, il film formerly known as The Tomb, con i rinati Arnie e Sly impegnati a fare comunella per scappare dalla super prigione della fantascienza impossibile. Il regista è quello di 1408 e insomma. Il trailer sembra mostrare bene o male tutto quel che ci si poteva aspettare, ma onestamente non è che m’abbia messo addosso tutta questa allegria, anche se non riesco a inquadrare bene il motivo. Di buono c’è che Schwartzy, con questo look da orsetto del cuore, mi fa venire voglia di abbracciarlo e tirargli i pizzicotti. Boh, vedremo. Comunque per oggi è tutto, dato che gli altri due trailer che avevo adocchiato mi sono parsi brutti e trascurabilissimi.

Questo post è stato pubblicato in automatico da Blogger mentre ero in volo verso l’Italia, pronto a due settimane di relax al mare lavoro, ma perlomeno in località marittima.

World War Z

World War Z (USA, 2013)
di Marc Forster
con Brad Pitt e un po’ di gente sullo sfondo

Nella parte iniziale di World War Z, subito dopo il riuscito avvio cittadino, succede una cosa importante, che non è esattamente la norma nei film di zombi “seri” e fino ad oggi mi sembra di aver visto relegata solo alle commedie (a praticamente tutte le commedie sui non morti, ora che ci penso): scopriamo che nel mondo raccontato dal film di Marc Forster esistono i film di zombi. La gente li ha visti, conosce questa mostruosa icona pop e si esibisce in tutta una serie di scambi a base di “Ma saranno mica… “, “Hanno usato la parola z… ” e “Oh, questi sono zombi”. Un piccolo passo per l’umanità, un grande passo per i film di zombi, che finalmente entrano nel territorio di vampiri e lupi mannari, possono permettersi di dare per scontata l’esistenza del proprio babau nell’immaginario collettivo e smetterla di ambientare le loro storie in un mondo parallelo in cui George Romero ha passato la vita a dirigere commedie romantiche. Quando sono partiti quegli scambi, ho avuto un momento di epifania, ero lì che mi agitavo sul seggiolino e stringevo i pugnetti ululando nella mente per la gioia, circondato da tedeschi che non capivano. Cinque alto a chiunque, fra i centododici che han firmato la sceneggiatura di World War Z, abbia deciso questa cosa. E un grazie, magari, al successo fuori scala di The Walking Dead, che forse un ruolo ce l’ha.

Un’altra cosa abbastanza distintiva che fa World War Z è l’infilare a calci un film sui morti viventi nella classificazione PG-13, trasformandolo da inquietante storia di mostri cannibali a thrill ride quasi per famiglie. La violenza è al 99% fuori campo, non si vede praticamente una singola goccia di sangue e la cosa, a tratti, risulta davvero straniante. Finché Forster segue il taglio epico del racconto, mostrando gli sciami di zombi che s’ammassano per le strade, fra le mura, sui palazzi, fino a quando ci si concentra insomma sulla guerra globale, in realtà, le cose funzionano: non è una storia intimista su un uomo alle prese con quattro mostri che lo inseguono, è il racconto globale dell’apocalisse. E in generale, la tensione c’è, il divertimento in senso ampio pure, un paio di “buh” funzionano e certi passaggi riescono comunque a risultare forti grazie al suggerito. Ma ogni tanto, quando il racconto torna un po’ sui binari classici da zombata, il gioco si rompe in maniera abbastanza netta. C’è una scena, in particolare, in cui Brad Pitt ha appena fatto fuori uno zombi con un’accettata in fronte e sta cercando di recuperare l’arma, incastrata fra i lobi della sua vittima, mentre un altro non morto s’avvicina minaccioso. È una scena lunga, insistita, di grande tensione, eppure io non ero minimamente teso, l’ho trascorsa tutta chiedendomi cosa cacchio ci fosse che non funzionava. E poi mi ha colpito: mi sembrava di stare guardando la pubblicità di una chat line erotica su una rete locale italiana, con l’inquadratura che interrompe il movimento sempre quell’attimo prima di arrivare al dunque e lo stacco di montaggio piazzato ad arte. Insomma, la cosa mi risultava posticcia, forzata: se l’accetta fosse stata incastrata nel muro, ce l’avrebbero mostrata, ma siccome era piantata in faccia a un morto non potevano. Era ridicolo, mi ha fatto uscire dal film.

E intendiamoci, non è una questione di volere per forza la classica inquadratura sul non morto che mastica un intestino, talmente standard da essere ormai banale e risultare altrettanto posticcia, è che proprio a tratti la cosa mi è sembrata limitante per la forza espressiva del film. Senza contare che, forse, un po’ di splatter, mostrarli che masticano, far quantomeno sentire il rumore del morso e vedere uno schizzo di sangue dalla giugulare, è necessario per non disinnescare completamente la potenza brutale dei morti viventi. Altrimenti li trasformi in morti resuscitati che saltano in giro come le mummie di Stephen Sommers, il film diventa una cosa diversa e va a finire che la zomba di colore e quello nel laboratorio, quando sbattono i denti e provano a farti senso, generano ilarità in sala. Perché di fondo, a parte saltare in giro, fare la piramide come le cheerleader dei Dillon Panthers e sbattere i denti, che fanno? Tanto più che passiamo l’intero film a seguire un Brad Pitt eroe solitario che fa tutto da solo circondato da sagome di cartone, allora a ‘sto punto mettiamoci Nicolas Cage e trasformiamolo nel terzo episodio di National Treasure.

Dammi una D… dammi una I… dammi una L… 

Ma al contrario di quanto possa magari sembrare leggendo tutto ‘sto papagno qua sopra, in realtà, World War Z non mi è dispiaciuto. Non ricordo a sufficienza il libro per discutere di adattamento, ma a occhio direi che ne prende lo spunto e magari qualche elemento qua e là da utilizzare come background per la storia di Brad Pitt. Che è poi la storia della famiglia del Mulino Bianco improvvisamente gettata in mezzo a un’epidemia di zombi corridori e salterini, con una prima mezz’ora, ripeto, veramente molto efficace, per poi passare a inquadrare la lotta per la sopravvivenza umana su scala globale, con grandi inquadrature su questo enorme esercito di morti che ha prima o poi inevitabilmente la meglio su tutti, anche su quelli ganzi che han capito come difendersi ma talmente scemi da non aver capito che [SPOILER]. La natura globale del racconto si manifesta adorabilmente anche nelle scelte di casting, con una serie di personaggi di contorno (e di cartone) pescati un po’ da tutto il mondo che appaiono, fanno ciao ciao con la manina e poi si levano di torno. Nella parte finale, i tre italiani seduti dietro di me hanno avuto un sussulto indicando col ditino “Oh, guarda chi c’è, coso, non mi ricordo come si chiama”. Subito dopo, l’intera sala attorno a me s’è esibita in un risolino all’apparizione del bavarese Moritz Bleibtreu. Gli amici sudafricani mi hanno poi detto di aver riconosciuto il tale attore loro compatriota. Insomma, tutto un tripudio di globalizzazione, in un film in cui il mondo intero viene messo sotto dai morti e collabora per rispedirli nella tomba, l’unico gentile a Philadelphia è un uomo di colore e l’unico che aiuta Brad Pitt è un messicano, ma, ci mancherebbe, a gestire le operazioni sono per lo più americani biondi, l’unico con accento britannico fa una fine da Benny Hill e l’universo viene salvato da Brad Pitt. Che è poi un po’ l’altro problema.

Con un solo protagonista a fare tutto, per quanto caratterizzato assolutamente come umano e per nulla infrangibile, e il nulla sotto vuoto spinto a girargli attorno, la tensione, il timore, la passione per quel che accade svaniscono abbastanza in fretta. Lo vede anche un cieco che il caro Brad la farà sempre franca e anche quando succede quel che succede alla fine, beh, non ci crede nessuno. Altri personaggi ce ne sono e due o tre ci lasciano le penne, ma sono tutti figurine di passaggio, senza alcuna sostanza. Vittime collaterali di un conflitto globale, certo, la cosa è sicuramente in larga parte anche voluta, ma l’effetto rimane quello. Però così sto tornando a parlarne male, e invece vorrei dire che in fondo è un disaster movie gradevole, divertente, realizzato in maniera competente, con un paio di spunti interessanti e che ha la saggezza di non abusare della sua unica bella idea. Peccato solo che ne abbia abusato in campagna promozionale e quindi, quando lo sciame di zombi si manifesta, l’effetto sia ormai perso. E peccato anche per un finale un po’ impacciato e sfiatato, che sembra davvero appiccicato lì (e del suo cambiamento a posteriori ho letto solo poi) e pare più che altro il trailer della seconda stagione di un telefilm. Per non parlare del product placement firmato Pepsi, pure simpatico per l’idea, ma veramente infilato in maniera pacchiana e brutale, al punto che sembra proprio l’interruzione pubblicitaria in un episodio di The Walking Dead. E poi… e poi ecco, uffa, ho ricominciato a parlarne male, non ci riesco proprio. Eppure, davvero, mentre lo guardavo mi divertivo. Moderatamente, ma mi divertivo. È a posteriori, che mi fa incazzare.

Il film l’ho visto al cinema qua a Monaco, in lingua originale e in 3D. La lingua originale è sfiziosa per tutti gli accenti dai mille angoli del globo e perché Brad Pitt rimane pur sempre The Original Man With a Patata in the Mouth, però vi avviso che i tre italiani seduti dietro di me, per ampi tratti, non ci capivano nulla. Per quanto riguarda il 3D, siamo in quella zona a metà fra il neanche me ne sono accorto e il certo però che è faticoso, ‘sto 3D, quando partono le scene girate dall’operatore che soffre pesantemente di parkinson. Pierfrancesco Favino parla un ottimo inglese.

L’uomo d’acciaio

Man of Steel (USA, 2013)
di Zack Snyder
con Henry Cavill, Michael Shannon, Russell Crowe, Amy Adams, Kevin Costner, Diane Lane, Lawrence Fishburne e un paio di super gnocche kryptoniane

Man of Steel conferma questo bizzarro fenomeno in base al quale io e Zack Snyder andiamo d’accordo a film alterni. L’alba dei morti viventi mi è piaciuto un sacco, 300 mi ha indisposto, a Watchmen ho voluto bene, Sucker Punch mi ha fatto l’effetto del valium e questo Superman qua m’è piaciuto. E no, il robo dei gufi non lo considero. E com’è, L’uomo d’acciaio? È un po’ il film che era lecito attendersi, un polpettone cupo post-nolaniano (qualsiasi cosa voglia dire) in cui si sostituisce il piglio fiabesco dei vecchi Superman con un’aria da fantascienza, tutto e tutti hanno un’estetica da pubblicità Pirelli, i toni coloratissimi dei film Marvel sono roba lontana, i momenti di umorismo o sincera meraviglia si contano sulle dita di una mano e, inevitabilmente, la sequenza d’azione finale è brutale, violenta, spacca tutto e dura un’ora. Ma complessivamente mi sembra anche il meglio che si potesse sperare visti i tempi, i problemi e la gente coinvolta. Ha dei limiti, la sceneggiatura non è esattamente a prova di bomba, di fondo si risolve nel solito climax a base di palazzi sbriciolati, ma propone una lettura moderna, interessante e secondo me anche piuttosto rispettosa dell’uomo d’acciaio, mette in scena superuomini che spaccano tutto come mai s’era visto (anche The Avengers glie lo puppa, in questo), pone basi interessanti per l’inevitabile seguito e si concede anche il lusso di trovare i suoi due o tre momenti più forti ed emozionanti con un paio di scene in cui nessuno sta spaccando nulla. L’impresa alla piattaforma petrolifera c’ha un tono epico che levati, un po’ tutto il Clark bambino è una roba deliziosa, quell’uragano lì, dopo quel dialogo là, è proprio bello, e nel finale, quando il bambino corre attorno ai panni stesi, m’è perfino venuto un occhio lucido. Davanti a un film di Zack Snyder. No, dico.

Superman secondo Christopher Nolan e Zack Snyder. Motto compreso, in effetti.

Poi, certo, ha un intreccio in cui non accade nulla che non si possa prevedere almeno dieci minuti prima, anche al di là degli elementi “storici” che in un film sulle origini di Superman non possono mancare, Russell Crowe, che pure stimiamo per essersi rimesso in forma al fine di non sfigurare nelle scene d’azione su Krypton, sostanzialmente interpreta il ruolo del generatore di spiegoni portatile e i personaggi di contorno sono veramente solo macchiette abbozzate di pura inutilità. La stessa Lois Lane, che pure sembra nascondere da qualche parte un bel personaggio forte e quantomeno viene impiegata come giornalista, invece che solo come damigella da salvare o strafiga da mettere in mostra, è un po’ sottosfruttata, sta in pratica lì pure lei solo per spingere avanti a calci un paio di svolte narrative e sembra innamorarsi di Superman solo perché c’ha dei gran pettorali e rappresenta una buona opportunità per far carriera (e in effetti ci potrebbe pure stare). Ma alla fine il punto è che tutto il film ruota attorno a lui, a questo Superman totalmente alieno e in difficoltà nel trovare un suo posto sul pianeta Terra. I suoi dubbi, i suoi timori, il suo percorso di crescita, il rapporto con un padre combattuto fra l’incoraggiare lo spirito altruistico del figlio e il timore del muro contro cui questi andrà a sbattere se il mondo dovesse scoprire la sua esistenza, la necessità di imparare a controllarsi anche sul piano emotivo, l’inesperienza, quel bel momento in cui capisce di poter volare – a proposito: bell’omaggio al Superman degli inizi che saltava in giro tipo Hulk – e sorride mostrando un attimo di gioia pura, cosa per altro abbastanza rara in tutto il film.

Non è un trattato di psicologia ed è tutto poco più che abbozzato, per carità, ma d’altra parte cosa ci si può aspettare da un blockbuster di supereroi del 2013, diretto per di più da Zack Snyder? Alla fine, il suo compito era non scazzare quando parlano e distruggere tutto quando spaccano. E tutto sommato ci riesce bene, anche se sui deligatissimi riferimenti a Gesù bambino e all’undici settembre la mano è pesante come un macigno, il tocco è quello di un rinoceronte in amore. Però Superman c’è, funziona, ha un bel percorso e un bell’antagonista, cattivissimo, brutale, perfino affascinante nel suo essere in fondo non un sadico malvagio ma qualcuno che sta solo provando, nella sua perversa maniera, a svolgere il suo ruolo, a salvare il suo popolo. E Michael Shannon, mano nella mano con Kevin Costner, fa di tutto per mangiarsi il film, anche se poi ci pensano le esplosioni a seppellirli. Hans Zimmer fa il suo dovere con un tema molto efficace, anche se onestamente un po’ abusato nell’arco di due ore e passa, gli attori non sfigurano, le kryptoniane sono delle gnocche pazzesche, alla fine scoppia tutto e gli spunti per andare avanti (un Lex Luthor che c’avrebbe pure le sue ragioni a odiare alieni che gli hanno smantellato la città, un Superman alle prese con le conseguenze anche morali di quanto accaduto qui, un’umanità in larga parte dubbiosa su di lui, Nolan che prova a convincerci che sia realistico un Clark Kent camuffato dagli occhiali) sono sfiziosi. Senza contare che poi vale sempre anche il fatto che il bambino appassionato di supereroi nascosto dietro ai miei occhi è stato spalancato per tutta la seconda metà di film infarcita di gente che volava. A posto.

Il film l’ho visto qua a Monaco, in lingua originale e in 3D. Metà del mangiarsi il film a firma Costner/Shannon sta nella voce, eh. Il 3D, invece, serve a una sega.

SPOILERISSIMI SUL FINALE

Per quanto riguarda la gente – compreso Mark Waid – che si lamenta della scomparsa del boyscout a cui voleva tanto bene, ho l’impressione che si stiano lamentando del fatto che volevano vedere un’altra cosa e/o che questo non è il Superman che piace a loro. Ma sostenere che questo non sia Superman, mah, mi sembra un voler negare la storia del personaggio, oltre che un non volersi rendere conto di quel che racconta il film. Tutto quel che accade nel finale mi sembra molto contestualizzato nel modo in cui è stato costruito il personaggio, un Superman alle prime armi, che ha trascorso la vita a salvare gente che affogava e ad avere a che fare con bulletti che poteva sistemare a scorregge, ha imparato a volare cinque minuti prima e per la prima volta in vita sua ha a che fare con gente che mena tanto quanto lui, non si fa il minimo scrupolo, c’ha il sangue agli occhi e ha pure dalla sua un addestramento militare. Avrà ben diritto di non essere in grado di padroneggiare la situazione, povera stella? Tanto più che viene dipinto come un personaggio sì dallo spirito nobile, ma che fatica a controllare le emozioni ed è pieno di timori. Non mi sembra così folle, che non abbia il controllo della situazione e gli manchino la prontezza, la serenità, la capacità di distruggere macerie con uno sguardo, salvare cittadini con un soffio, controllare tutto e bersi un caffè mentre fa a cazzotti con una truppa di kryptoniani incazzati neri. Dopodiché penso anche io che sarebbe stato bello mostrarlo mentre ci prova, a spostare lo scontro e a mettersi in difficoltà nella battaglia per salvare gli umani in pericolo, a prender calci in culo perché preferisce proteggere il gattino che fare a cazzotti. Anzi, questa cosa, se infilata in qualche modo, avrebbe aumentato ulteriormente l’impatto drammatico del momento e dello spezzacollo successivo. Ma, ehi, Zack Snyder, che pretendete?

E a proposito di spezzacollo, che ha fatto rabbrividire in tanti, ribadisco: mi pare totalmente giustificato dal contesto, dalla caratterizzazione del personaggio e dalla situazione che Zod va a creare (e comunque contestualizzato nella mitologia del personaggio dall’urlo di disperazione immediatamente successivo: non è che lo faccia con indifferenza). Tanto più che nei fumetti si è visto un Superman ben più maturo e in grado di riflettere fare sostanzialmente la stessa cosa allo stesso personaggio e NON in una situazione di panico, ma, anzi, calcolando proprio a mente lucida che l’unica soluzione era di far fuori Zod e i suoi compagni prigionieri e messi fuori combattimento. Tutto questo nella conclusione del ciclo di John Byrne, quello che aveva esordito con la miniserie The Man of Steel. Pensa te che coincidenza!

Superman, se messo alle strette, uccide, l’ha fatto pure con Doomsday. E, anzi, lo fa anche in situazioni di totale lucidità, decidendo che è proprio il caso di farlo, non solo quando, come in questo film, è preda dell’ansia da prestazione. Questo senza contare che nell’amatissimo secondo film di Donner lo vediamo spezzare una mano e gettare in un crepaccio uno Zod ormai impotente o che ci siamo tranquillamente bevuti il Batman di Tim Burton che ammazzava senza il minimo ripensamento chiunque gli passasse davanti, quando il Bruce Wayne dei fumetti, lui per davvero, non ucciderebbe MAI. Quelli andavano bene?

Gli ultimi sei mesi a fumetti di giopep


Dunque, un mese fa ho pubblicato l’ultimo episodio di La settimana a fumetti di giopep, una rubrica che in origine era settimanale e adesso faccio più o meno una volta l’anno. D’altra parte si invecchia, non c’ho tempo, non c’ho voglia, leggo meno fumetti, non avrei cose nuove da commentare ogni settimana, bla bla bla, pucchiacche. Però, quando ho pubblicato quel post, diverse persone mi hanno contattato per dirmi quanto era ganzo quel fumetto o quell’altro che ha scoperto dopo averne letto qui dentro e, beh, alla fine non è anche un po’ questo il punto di tenere in piedi un blog? Voglio dire, una volta uno mi ha scritto di aver letto Delitto e castigo dopo averne letto nel mio blog… son soddisfazioni mica da ridere! E quindi, eccoci qui, dopo appena un mese, a un nuovo appuntamento con La, ehm, settimana a fumetti di giopep. In cui parlo degli ultimi sei mesi a fumetti di giopep, che ovviamente comprendono il tradizionale passaggio in fumetteria natalizio con conseguenti letture abbondanti sotto la coperta e i tradizionali acquisti (con conseguenti letture in aereo) durante i viaggi alla GDC e all’E3.

Saga #1 *****
Dunque, Saga è la nuova serie scritta da Brian K. Vaughn, che è l’autore di Y – L’ultimo uomo sulla terra e a cui io voglio proprio tanto bene anche solo per quel motivo là. E sembra avere il potenziale per poter diventare il prossimo motivo per cui voglio proprio tanto bene al Brian, che ha tirato fuori dal cilindro un racconto di fantascienza che parla di umanità, amore, religione, razzismo, guerra, azione, avventura buttandola sul metaforone fatto di razze aliene bizzarre con le corna, i tentacoli e le strane protuberanze. Il primo paperback è una delizia e fra l’altro ieri, mentre pasticciavo su Comixology, ho visto spuntare il secondo. Alla grande. Ah, ne ho anche parlato in questo podcast qua.

RASL #2: “The Fire of St. George” ****
RASL #3: “Romance at the Speed of Light” ****
RASL #4: “The Lost Journals of Nikola Tesla” ****
Questo l’avrei volentieri infilato nella sezione là sotto dei “ne ho parlato altrove”, ma ne ho parlato nel Podcast del Tentacolo Viola che abbiamo registrato ieri e pubblichiamo sabato, quindi non me la posso giocare così. Comunque, è il nuovo fumetto dell’autore di Bone, ha un taglio molto più maturo, crudo, anche brutale, sicuramente noir, ed è una storia ben più di fantascienza che di scienza, carica di tecno bla bla e approfondimenti sparsi nei quali ammetto di essermi un po’ perso. È bello, appassionante, tutto attorcigliato nei suoi colpi di scena e nelle sue rivelazioni e alla fine è quanto di più lontano, ma in fondo anche vicino, potesse fare Jeff Smith dopo Bone. Ah, e si è concluso col quarto volume. Almeno credo. Fra l’altro queste raccolte qua sopra sono belle perché in formato giga, con le tavole allargate.

The Boys: Herogasm ****
The Boys #6: “Self-Preservation Society” *****
The Boys #7: “The Innocents” *****
The Boys #8: “Highland Laddie” ***
The Boys #9: “Big Ride” ****
The Boys #10: “Butcher, Baker, Candlestickmaker” *****
The Boys l’ho iniziato a leggere tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana, quando è arrivato in Italia per mano di Panini, e poi l’ho un po’ perso di vista quando ho deciso che era il caso di passare a leggerlo sui paperback originali. Ultimamente mi si è chiusa all’improvviso la vena e ho iniziato a recuperarlo violentemente in digitale su Comixology, divertendomi un sacco. Sicuramente è una serie con tanti alti e bassi (ma del resto si poteva dire lo stesso di Preacher, che però aveva dalla sua una maggiore solidità sul piano grafico, senza tutta quest’alternanza) ma è anche un ottimo Garth Ennis, dissacrante, burbero, violento, drammatico, capace perfino di emozionare. Eppoi questa cosa che praticamente ha passato cinquanta numeri a trollare i lettori girando in tondo sugli approfondimenti del cast per far salire la fotta in previsione del conflitto finale mi fa molto ridere. Sono molto pronto a leggere gli ultimi due volumi.

Fairest #1: “Wide Awake” *****
La faccio breve: non riesco a capacitarmi di quanto riesca a piacermi qualsiasi cosa esca legata al marchio Fables, nonostante poi di fondo sia sempre un continuare a proporre lo stesso stile, lo stesso genere di racconto, le stesse idee. Bill Willingham rende irresistibile la routine.

Vampire Boy ****
Carlos Trillo, che, scopro ora e verso una lacrima, ci ha lasciati nel 2011, mi piace tantissimo e mi fa incazzare tantissimo. Mi piace tantissimo perché ha una fantasia tutta malata e tutta sua, un modo di raccontare e di inventarsi robe perversamente bizzarre dalla personalità tutta particolare e fortissima. E quindi solo lodi. Però mi fa anche incazzare per la maniera mortalmente didascalica con cui scrive i suoi personaggi, generatori casuali di spiegoni come manco Russel Crowe in L’uomo d’acciaio. Alla fine la prima cosa vince sulla seconda, anche nel corposissimo e delizioso Vampire Boy, però la seconda mi impedisce sempre di amare alla follia quel che fa. Anche se in questo caso i disegni di Eduardo Risso aiutano a compensare.

Quelli che ci ho pensato fortissimo ma non mi viene proprio in mente nulla da scrivere e del resto, oh, sono passati mesi, abbiate pazienza, comunque mi ero appuntato le stelline, quindi li metto comunque qua in fila
La mia Maetel #1 ***, Naoki Urasawa – Gli esordi ****, Sul pianeta perduto ***

Quelli che ne ho scritto o parlato altrove e quindi metto il link ad altrove
The Walking Dead #18 “What Comes After” ****

Quelli che ho scritto in altre occasioni dei numeri precedenti e non ho niente da aggiungere e mi limito quindi a metterli qua in fila con le stelline che mi ero appuntato
Fables #18: “Cubs in Toyland” *****, Happy #12/14 ****, Invincible #17: “What’s Happening” ****, L’immortale #28 ****, Morning Glories #4: “Truants” *****, Q&A #6 ***, Shanghai Devil #10/14 ***

Fra l’altro sabato vado in Italia, passo in fumetteria e poi giù due settimane di mare con conseguenti letture sul lettino. Va che quasi torna ad essere una rubrica periodica.

Monsters University

Monsters University (USA, 2013)
di Dan Scanlon
con le voci di Billy Cristal, John Goodman, Steve Buscemi, Helen Mirren, Alfred Molina, Nathan Fillion e un sacco d’altra gente

Non sono mai stato un grande fan di Monsters & Co., che è per carità un film gradevole e divertente, ma m’è sempre parso anche una grossa occasione sprecata. Un’idea fulminante sfruttata alla grande sul piano visivo ma ridotta a un paio di gag molto azzeccate e a un racconto ordinario e prevedibile. Sicuramente sbaglio io, visto quanto è amato, ma quando ne sento tessere le lodi mi sembra di sentir parlare di come sarebbe piaciuto un sacco anche a me che avessero realizzato quel film, invece che del film effettivamente uscito. Insomma, è un po’ la stessa faccenda di BioShock Infinite. Il punto, comunque, è che evidentemente non sono troppo il target a cui si rivolge Monsters University, sapida operazione di spremitura dell’idea da parte di una Pixar sempre più in aria da catena di montaggio (e lo dico da persona che ha apprezzato Brave). Perché di fondo, alla fin fine, come posso apprezzare uno stanco prequel di un film che già in partenza avevo trovato non poi così convincente?

Sta di fatto che Monsters University è robetta. Robetta estremamente ben confezionata – e ci mancherebbe – ma che non fa nulla più di ciò che ci si può aspettare. Racconta quel che è venuto prima, mette in scena i nostri eroi da giovani, tira di gomito, fa l’occhiolino, introduce qualche personaggio inedito e si adagia su una comicità spentolina e un racconto ancor più ordinario rispetto a dodici anni fa, con l’aggravante che ormai il fascino dell’idea si sarebbe anche un po’ esaurito. Mi piacerebbe dire che comunque ha ritmo e scorre via, ma la verità è che in quei 104 minuti, pur ridacchiando, pur apprezzando qualche soluzione visiva, pur perfino emozionandomi quando si punta alla lacrima facile come solo Pixar sa fare, mi sono anche discretamente spaccato i maroni. Problema mio? Forse. I bambini ci si divertono, coi colori, le luci, e i mostriciattoli pelosi? Da quel che ho visto, mi sembra di sì. Tanto più che, beati loro, non si rendono conto di quante volte abbiamo visto questa stessa storia e di quanto sia deprimente una commedia ambientata al college in cui non viene versato un goccio di birra e non si accenna minimamente al sesso. Mah.

Ah, ovviamente non posso fare a meno di spendere due parole sul cortometraggio proiettato prima del film, come al solito un adorabile sfoggio di tecnica e poesia che racconta in maniera deliziosa una metropoli che prende vita quando sollecitata dal picchiettare della pioggia e mette in scena con gusto e arte la delicata storia d’amore fra due ombrelli in uno scenario emozionante, fatto di musiche sognanti e sguardi fugaci, fosse anche solo per dire che questa volta, forse per la prima volta, fa pietà. Una roba pacchiana, stucchevole, brutalmente melensa, assolutamente ordinaria, talmente da latte alle ginocchia che ho rimpianto di non essermi portato dietro i cereali. Però, ah, che sfoggio di tecnica!

Il film l’ho visto qua a Monaco, al cinema, in lingua originale e in treddì. La lingua originale, come sempre, merita, se possibile, fosse anche solo per Helen Mirren. Il treddì, boh, mi è parso totalmente superfluo e fra l’altro anche molto poco spinto. Ogni tanto levavo gli occhiali e quasi non c’era differenza. In Italia, se IMDB non mente, esce il 21 agosto.

Un paio di trailer che quasi non me ne accorgevo

Oggi mi sarebbe piaciuto scrivere di L’uomo d’acciaio, che, oh, mi è piaciuto decisamente più di quanto m’aspettassi, nonostante alcuni aspetti non del tutto convincenti e a conferma del fatto che con Zack Snyder vado d’accordo a film alterni, ma mi sono messo a scrivere questo post alle 15:19 e mentre lo scrivevo mi sono accorto che ero talmente preso dal lavoro da non aver ancora pranzato. Quindi, innanzitutto, adesso mangio qualcosa. Intervallo.

Dicevamo. Se mi metto a scrivere il post quotidiano a pomeriggio inoltrato, è difficile che ne venga fuori qualcosa di molto lontano da una lenzuolata di chiacchiera veloce o da quelle robe inutili in cui metto in fila dei trailer e li commento velocemente. Solo che l’Hollywood non mi è venuta incontro proponendo nuovi trailer nel corso del weekend. O almeno non mi pare. In compenso, attenzione, mi sono accorto che m’erano sfuggiti dei trailer usciti di recente. Quindi rendiamo ancora meno interessante questo post segnalando un paio di trailer che ormai avranno già visto tutti ma, ehi, il punto è scrivere un post che mi venga via veloce e su cui non debba riflettere troppo perché mi piace l’idea di pubblicare qualcosa ogni giorno, qualsiasi cosa, se ci riesco, pazienza se inutile. Con meno virgole possibile.

Il secondo trailer di Elysium mi affascina meno del primo, ma per qualche motivo mi sembra anche un po’ meno copiato da tutti i videogiochi usciti negli ultimi dieci anni, che è una cosa positiva, ma fondamentalmente figlia di un montato un po’ diverso. Di base, sembra essere il film con Matt Damon che fa l’eroe da centro sociale con l’esoscheletro infilato su per il culo nelle membra, metaforoni a manetta ricchi vs poveri e un sacco di azione spaccatutto. Alla fine ci sto, dai.

E questo invece è il trailer di Snowpiercer, ennesimo esordio occidentaloide di un regista coreano, stavolta quello di The Host (il The Host vero, non quello americano). Anche qua il mondo è finito, i ricchi tengono i poveri nel ghetto, solo che invece dell’anello di Halo c’è un trenino con la divisione fra prima classe e classe pezzenza. Onestamente ‘sto trailer non mi dice molto, mi sembra proprio poco intrigante, però nel regista voglio crederci, Chris Evans mi sta simpatico e c’è Kang-ho Song. Mboh, crediamoci.

Breaking news: hanno appena confermato che William Fichtner vestirà le lamiere di Shredder nel disastro annunciato a firma Jonathan Liebesman sulle tartarughe ninja. Alla riscossa!

Indafazzacast

Mezz’ora fa, se la pubblicazione automatica non s’è smignottata, abbiamo uscito il nuovo episodio di The Walking Podcast, il podcast in cui si parla di The Walking Dead e di tutte le cose zombe che ci passano davanti. In questo episodio, in particolare, io, Ualone, DeLu e Nabacchiodorozor chiacchieriamo di What Comes After, diciottesimo volume in paperback della serie a fumetti appena uscito negli iuessei e da me arraffato al volo prima di zompare sull’aereo per tornarmene a casina bella dopo l’E3. Se la cosa v’interessa, trovate il tutto a questo indirizzo qua.

Domani e dopodomani, invece, registriamo l’Outcast Reportage sull’E3 2013 e un Tentacolo Viola d’urgenza fortemente voluto dal Dave alla luce degli annuncissimi Microsoft.

Tre trailer di film che in realtà non mi interessano troppo ma in qualche modo anche sì

È sabato, fa un po’ meno caldo di qualche giorno fa, forse non mi taglio i capelli, ho visto gara 6 e gara 7 in diretta e veramente guarda è stato straziante, povero Timmino. Due finali spaccacuore, proprio. Prima quella gara 6 che a venti secondi dalla fine stavano preparando il tavolo con la coppa e poi è andata in quel modo e mi viene in mente quella volta che la presidentessa inseguiva per il campo il cioccolataio con la coppa in mano e poi è finita in quel modo. E poi gara 7. Immagine simbolo della partita e della serie Tim Duncan che sbaglia il tiretto più facile della storia, due volte nella stessa azione, valeva il pareggio, torna in difesa e SI METTE A TIRARE CAZZOTTI PER TERRA DALLA RABBIA. Lui che in sedici anni al massimo ha alzato un sopracciglio. Ma d’altra parte è lo sport, è così che funziona, è così che ci piace, serie meravigliosa, ci vediamo l’anno prossimo. Passiamo ai trailer.

Io onestamente non me la ricordo l’ultima volta che un film diretto da Luc Besson m’è piaciuto tanto tanto tanto. Forse Leon, e si parla del 1994, avevo diciassette anni, vai a sapere cosa ne penserei oggi. Questo The Family, poi, parte veramente da mani in faccia, con De Niro che fa wink wink, ed è una commediola probabilmente orrenda, però è anche un’occasione per rivedere sullo schermo Michelle Pfeiffer, cui voglio sempre tanto bene, ed è comunque un film la cui trama sembra riassumibile in: “Andiamo a vivere in Francia, sono antipatici, picchiamoli tutti fortissimo”. Seems legit.

Il fratello sbagliato di Thor e tre anziani a nobilitare il film con le loro prove di grande carisma per una roba che si intitola Paranoia ma mi fa venire più che altro in mente la parola noia. Però Amber Heard.

Olivia Wilde, Anna Kendrick, quello che beveva un sacco di Band of Brothers e Olivia Wilde che fa il bagno nuda in uno di quei film con la gente che parla e improvvisa dall’inizio alla fine. Ci sto, dai.

Ma adesso che è finita l’NBA che si fa? Si va in vancanza? Fino a ottobre? Ci sto, dai.

Stokazz!

Stanti la signorilità e l’estremo buon gusto che mi sono propri, non potevo esimermi dal sottile, raffinato, criptico, ricercato gioco di parole utilizzato per introdurre il post con cui segnalo che ieri – mi ero distratto – è uscito al cinema in Italia Stoker, un gran bel film che segna l’esordio occidentale di quel regista coreano il cui nome – in quanto coreano – è impossibile ricordarsi, ma tanto si chiama Quello di Old Boy. E secondo me è un gran bel film, ma attenzione, perché se cercate il nuovo film di quello di Old Boy, forse, potreste rimanerci male. Oppure potreste entrare anche voi nel club di quelli che si toccano il pizzetto mentre sostengono che “Ma guarda in realtà secondo me si vede un sacco che è un film suo però devi starci attento è il sottotesto la sottile allegoria l’uso del colore bla bla bla”. Tipo il sottoscritto, anche.

Il film è fra l’altro interpretato da un tris di ottimi attori che riescono incredibilmente a non scoppiare a ridere ogni volta che vengono inquadrate le labbra di Nicole Kidman. La sorpresa più grossa, comunque, è il fatto che Stoker è un bel film anche grazie alla sceneggiatura scritta da Michael Scofield. Invece che nonostante, intendo. Ad ogni modo, io l’ho visto qualche settimana fa e ne ho scritto a questo indirizzo qua. Poi ieri è uscito anche il film col tizio da Krypton che salva il mondo diretto da uno il cui precedente film è stato definito “a steaming pile of shit” da gente migliore (e molto più grossa) di me. E ovviamente stasera vado a gustarmelo. Ci mancherebbe. Speriamo bene. Dai.

Ho scritto queste righe sorseggiando una tazzona di brodaglia al vago sapore di caffè, mentre aspettavo pazientemente l’inizio di gara 7. Come sarà andata a finire? Boh?