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Poi non dite che non vi ho avvisati – Allied: Un’ombra nascosta

Oggi esce al cinema in Italia il nuovo film di Robert Zemeckis, quello con Brad Pitt e Marion Cotillard che si guardano vogliosi mentre fanno le spie ai tempi del nazismo. Non è nulla di clamoroso, però non mi è dispiaciuto, anche se va detto che probabilmente, se a dirigere c’è Zemeckis, non mi dispiacerebbe anche un’ora e mezza di riprese dello sfintere di Brad Pitt. Ad ogni modo, ne ho scritto quasi due mesi fa, a questo indirizzo qua.

Allied: Un’ombra nascosta

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Mentre guardavo Allied nel buio della mia bella saletta cinematografica, sono stato colto da un improvviso balzo indietro di oltre quindici anni (glom) e mi sono ritrovato a pensare ai bei tempi in cui il trailer e il manifesto di Le verità nascoste svelavano il colpo di scena di metà film, o giù di lì. E mi sono chiesto se a Bob Zemeckis questi autospoiler sui suoi film facciano girare i maroni, considerando che con Allied non siamo esattamente nello stesso territorio ma non ci si va neanche troppo lontani. Voglio dire, capisco che la faccenda del crollo di fiducia maritale causato dal tema spionistico sia il cuore emotivo e il nodo della natura da thriller melodrammatico del film, quindi è forse inevitabile venderselo così, però, quando mi sono reso conto che si trattava di una svolta che a conti fatti arriva dopo un terzo buono di pellicola, sostanzialmente in avvio del secondo atto (o giù di lì), mi sono un po’ stranito. Ma che ci dobbiamo fare?

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La grande scommessa

La grande scommessa si ispira al libro di Michael Lewis The Big Short – Il grande scoperto, che spiega le modalità tramite cui il collasso del mercato immobiliare e la relativa bolla speculativa hanno portato alla crisi finanziaria del 2007/2008. Lo fa raccontando le vicende di alcune persone che avevano colto in anticipo i segnali di quel che stava per accadere e avevano deciso di approfittarne traendone profitto, alcuni per conto dei rispettivi gruppi d’investimento, altri solo ed esclusivamente per interesse personale. Visto l’argomento decisamente serio, attuale e delicato, può risultare un po’ strano vedere al lavoro su sceneggiatura e regia Adam McKay, autore delle migliori (e più intelligenti, va detto) commedie demenziali con Will Ferrell e responsabile dell’ottima riscrittura che ha portato lo script di Ant-Man dalle mani di Edgar Wright a quelle di Peyton Reed, ma in realtà sono proprio il suo approccio brillante e la sua personalità a far funzionare il film.

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La robbaccia del sabato mattina: Deadpool!

Allora, facciamo un’ultima rassegnina di trailer e video buffi subito prima di levarci dalle palle per un po’ di relax nella terra dei cachi.

By the Sea, il nuovo film diretto da Angelina Jolie su Angelina Jolie che si fa le paranoie d’amore con Brad Pitt al mare in Francia. Mi attira come un dito in un occhio, anche se c’è Mélanie Laurent. Boh.

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Il curioso caso di Benjamin Button

The Curious Case Of Benjamin Button (USA, 2008)
di David Fincher
con Brad Pitt, Cate Blanchett

Nel raccontare la curiosa storia di un uomo che invecchia al contrario, David Fincher si conferma ancora una volta autore interessante, originale e che sfugge con insistenza al manierismo e alle vie più ovvie e semplici. E conferma pure di non riuscire mai ad annoiarmi o a sembrarmi prolisso. Anche quando tutti lo accusano di questo, qui come nel bellissimo Zodiac, lui proprio non ci riesce a farmi sbadigliare.

Il “bello” di Benjamin Button sta nella totale innocenza e schiettezza, del personaggio come del film. Nell’insistenza con cui Fincher evita di farsi trascinare dalla facile tentazione di dirigere un film macchietta, fatto di continue trovate originaligenialifresche, e sceglie invece la via della normalità, del presentare come ovvio, netto, inevitabile un fatto completamente senza senso. Non c’è spiegazione, non c’è accanimento sull’idea come metafora di chissà cosa, c’è solo la vita normale di un uomo anormale. Ed è forse questo il maggior pregio e il maggior limite di un film che ti stupisce per come sia lontano da quel che t’aspetteresti e ti delude perché in fondo ti sembra che da quell’idea non si stia cavando nulla.

Fincher racconta la vita di un uomo che nonostante la sua diversità cerca quello che cerchiamo tutti. Parla dei suoi fallimenti e delle sue esperienze, mette in scena la malinconica e disperata ineluttabilità che ci accomuna. Nel farlo, sciorina quasi tre ore affascinanti, ammorbanti, incostanti, nelle quali si alternano passaggi molto intensi, per esempio gli incontri “falliti” fra Benjamin e Daisy, e altre scene più ordinarie e meno sentite, a cominciare dal momento in cui finalmente le due vite s’incrociano, raccontato in maniera mediocre, pacchiana, “staccata” quasi a voler dichiarare fin da subito come non ci sia modo di uscirne vincitori.

Un film stranissimo nella sua normalità, che sembra costantemente in procinto di sprofondare nella melassa insopportabile, ma riesce sempre in qualche modo a tenersene fuori, o per quella manciata di belle trovate (l’orologio e la guerra, l’ometto e i suoi fulmini, gli “e se” e quello sguardo disperso), o per l’atmosfera subdola che scivola sotto pelle, o perché Brad Pitt l’è proprio bravino, o perché comunque, di fondo, si respira un senso di malinconia, di fallimento, di non potercela proprio fare, che ti mette a disagio dall’inizio alla fine. Non sarà un capolavoro, non sarà un grandissimo film, non sarà quel che sarà, ma avercene, di non capolavori e non grandissimi film come questi.

E poi stiamo parlando di un film in cui Cate Blanchett interpreta la donna più bella del mondo. E come posso non apprezzare un film in cui Cate Blanchett interpreta la donna più bella del mondo? Non posso. E infatti io lo apprezzo, un film in cui Cate Blanchett interpreta la donna più bella del mondo. Quindi, apprezzo Il curioso caso di Benjamin Button, un film in cui Cate Blanchett interpreta la donna più bella del mondo.

P.S.
Al cinema Arcobaleno di Milano proiettano Il curioso caso di Benjamin Button in lingua originale. Tutti i giorni, a tutti gli spettacoli. Esatto, ce l’hanno proprio fuori in lingua originale. Solo in lingua originale, non anche. Senza sottotitoli. O sono completamente pazzi, o Porta Venezia è diventata roccaforte degli immigrati anglofoni, o sono completamente pazzi. Io comunque approvo, apprezzo e, nel mio piccolo, supporto e foraggio. Ah, il 13 marzo esce in tutta Italia Gran Torino. E se nel frattempo questi non rinsaviscono, per il film di Clint Eastwood è previsto lo stesso trattamento. Stima.

Locarno/Venezia a Milano 2008

Quindici film in sette giorni. Son finiti i tempi in cui alla rassegna di Venezia mi sparavo quaranta film. Non ho più la possibilità di farlo, e sinceramente mi sa che in ogni caso non ce la farei. Oppure sì, vai a sapere. Di buono c’è che l’obbligatoria censura preventiva fa il suo sporco lavoro: non ho certo guardato solo roba esaltante, ma mai una volta mi sono messo a dormire o sono scappato a film in corso. Hai detto niente! Mi brucia un po’ l’aver visto solo uno dei film in concorso a Venezia, ma d’altra parte era il vincitore e fra gli altri presenti alla rassegna milanese proprio poco mi ispirava. E poi lo dicono tutti che il meglio sta nelle altre sezioni, no? Comunque, questo è.

Locarno – Sezione Piazza Grande
Choke (USA)
di Clark Gregg
con Sam Rockwell, Anjelica Huston, Kelly Macdonald

Ancora Palahniuk, ancora elogio dell’anarchico e pseudo-satira della vuota società moderna, però con un film che, insomma, è vuotarello pure lui. Choke è un’ora e mezza divertente, con qualche battuta azzeccata, qualche sottotitolo tradotto completamente a caso, un paio di momenti toccanti e furbetti. C’è dentro una manciata di ottimi attori, con Rockwell e la Huston che svettano, e si sente una certa difficoltà a colpire allo stomaco, sia quando vorrebbe graffiare, sia quando vorrebbe commuovere. Va via placido e non è certo scritto male, ma insomma, forse gli manca un regista.

Locarno – Sezione Cineasti del presente
La forteresse (Italia/Sri Lanka/Germania)
di Fernand Melgar
Pardo d’oro per la sezione Cineasti del presente

Un documentario nudo e crudo sulla vita delle migliaia d’immigrati che vivono nel limbo, in attesa di sapere se l’accogliente Svizzera vorrà o meno accettare le loro richieste d’asilo politico. Affascinante e interessante per quel che mostra, smuove lo stomaco nel raccontare le storie di questi ragazzi piovuti nel cantone da un po’ tutto il mondo. Dura tanto e stanca abbastanza, ma merita.

Venezia – Concorso
The Wrestler (USA)
di Darren Aronofsky
con Mickey Rourke, Marisa Tomei, Evan Rachel Wood
Leone d’oro

Oh, The Fountain non l’ho visto e non so se faccia cacare come dicono, ma questo, nella sua essenziale, pulita, quasi perfetta semplicità, è davvero un gran bel film. Non racconta nulla che non si sia mai detto, nel mostrare questo stanco lottatore giunto al capolinea umano, professionale, temporale, che prova a rialzarsi in tutti i modi ma viene rischiaffato al tappeto e schienato per un’ultima volta. Si è già visto nel “genere” sportivo, si è già visto nelle storie di (auto)distruzione che sembrano essere tanto care ad Aronofsky. Epperò è proprio il genere di roba che, se me la racconti in una bella maniera, solitamente tende a diventare un gran film e a regalare prove d’attore eccezionali. E infatti, guarda un po’, Mickey Rourke è strepitoso che vien voglia di abbracciarlo, e il film è una bomba, cruda, impietosa, sanguinaria, realistica e commovente. Sfugge al patetismo e alla maniera, schiva le colonne sonore a effetto e si ferma subito prima di spingere il pedale sul finalaccio strappalacrime. Irretisce con una narrazione ferma, solida, profonda e personaggi semplici e ben scritti. Funziona, alla grande, e non c’è nient’altro da dire.

Venezia – Fuori concorso
Burn After Reading (USA)
di Ethan e Joel Coen
con Frances McDormand, George Clooney, John Malkovich, Brad Pitt, Tilda Swinton

Quando fanno i cazzari i Cohen mi lasciano spesso abbastanza indifferente, al di là del solito Lebowski che comunque, pur apprezzandolo, non riesco proprio a mettere sul mitologico piedistallo dove lo piazzano tutti. E invece stavolta per qualche motivo mi han preso. Burn After Reading è una specie di presa per il culo totale e radicale del film d’intrigo e spionaggio, che ne ricalca meravigliosamente bene la grammatica nei toni, nelle musiche, nelle trovate di regia (a tratti sembra di vedere una roba girata da Tony Scott). Solo che, a popolare il film, Joel ed Ethan ci mettono una serie di sfigatelli comuni d’antologia, gente alle prese con roba mille volte più grande di loro e che per una volta non ci capisce davvero niente. Assurdo e stupidissimo, poco più che un giochetto divertente, forse un filo troppo lungo, ma strepitoso nei suoi momenti migliori, tipo tutti quelli in cui appare Brad Pitt. Avercene.

Encarnação Do Demonio (Brasile)
di José Mojica Marins
con José Mojica Marins

Scalpi lacerati, tette traforate, schiene fatte a pezzi, occhi cavati, peni masticati, cavità varie esplorate da bestie assortite, sgozzamenti e ammazzamenti, torture e carne trita sceltissima. Questo, in sostanza, l’intreccio di un film che – riporto perché non ne so nulla – è il grande ritorno di un maestro del genere dopo vent’anni a riposo. Una specie di seguito che, al di là degli ettolitri di morte dispensata per la gioia degli appassionati, ha comunque un suo senso gustoso nell’utilizzo degli spezzoni d’annata come flashback, nel mescolare colore e bianchennero con quei fantasmi dei ricordi, nel consapevole, sbracato e divertente tuffo in un trash piacevolissimo, con un protagonista che recita talmente sopra le righe da strappar più di un sorriso. Nonostante quel che si vede faccia abbastanza schifo, certo.

Puccini e la fanciulla (Italia)
di Paolo Benvenuti
con Federica Chezzi, Riccardo Moretti
Premio “Poveri ma belli”

La storia della cameriera di Puccini che si suicida perché non riesce a vivere col dolore di essere accusata ingiustamente d’essersi trombata il Puccini stesso (che invece, a quanto pare, tutte si trombava tranne che lei). Il punto del film sta nell’esser tutto costruito attorno a suoni e musiche, pensato e ritmato sulle partiture di Puccini e raccontato quasi senza parole, ma solo tramite suoni, melodie, immagini. L’idea è interessante, ma il risultato è francamente un po’ barboso e forse un po’ meno bello di quanto se la creda.

Venezia – Sezione Orizzonti
Pa-ra-da (Italia/Francia/Romania)
di Marco Pontecorvo
con Jalil Lespert

Lui è tanto bravo e buono e avanti e fuori dagli schemi e chi lo segue gli vuole tanto bene ed è tanto reso migliore da lui che è troppo un grande ma le istituzioni gli danno contro e gli creano problemi però comunque vada alla fine lui ha fatto del bene. Good Morning Vietnam, L’attimo fuggente, Patch Adams, insomma, quelle cose lì, i film con Robin Williams tratti da una storia vera (in questo caso quella di un pagliaccio francese che va a lavorare coi servizi sociali in Romania per tirar via dalle strade i bambini che si drogano, si prostituiscono, vivono nelle fogne, parcheggiano in doppia fila, non pagano le tasse e rubano la pensione alle vecchiette fuori dall’ufficio postale). Ecco, rispetto al Williams medio, qui c’è un gusto un po’ più europeo, una certa voglia di essere crudi e terra terra, di toccare le corde giuste senza scivolare troppo nel patetismo. Pontecorvo ci riesce abbastanza bene, anche se più si avvicina la fine e più lo si intravede, quel patetismo. E a me il patetismo dà un po’ fastidio, anche se ammetto che gli occhi lucidi mi son venuti.

Venezia – Giornate degli autori
Machan (Italia/Sri Lanka/Germania)
di Uberto Pasolini
con Dharmapriya Dias, Gihan De Chickera, Dharshan Dharmaraj, Namal Jayasinghe
Un paio di premi delle sezioni collaterali che non mi ricordo

Una cosetta banale banale, ma placida e divertente. Parte raccontando delle condizioni di chi vive in Sri Lanka, della voglia di fuggire, delle difficoltà nel riuscirci. Ti butta lì qualche pezzetto di denuncia un po’ a caso, in pieno stile commedia brit pop operaia che piace tanto alle masse e alle massaie. Scivola poi nel film sportivo piacione e non dimentica d’impegnarsi a toccare tutte le corde giuste, senza andare a solleticare quelle sbagliate. Innocuo, ma divertente e pure un pochino emozionante, anche in quel suo modo scemotto di prendere in giro (ma anche no) gli stereotipi del genere.

Nowhere Man (Belgio)
di Patrice Toye
con Frank Vercruyssen, Sara De Roo

L’ennesima storia di un uomo in piena crisi d’identità, che sceglie di fuggire dalla sua vita di tutti i giorni, dal lavoro, dalla moglie, da tutto. A Venezia tirano di brutto, ‘ste storie, ce n’è praticamente una all’anno. Questa, in particolare, viene dal Belgio, ha una bella cura per l’immagine, un gradevole senso dell’umorismo, un protagonista incredibilmente faccia da pirla e un piglio autoriale e pretenzioso che sulla distanza scartavetra un po’ i maroni.

Pescuit Sportiv (Romania)
di Adrian Sitaru
con Adrian Titieni, Ioana Flora, Maria Dinulescu

Un’ora e mezza di soggettive che raccontano un drammetto pseudofamiliare tramite gli occhi dei personaggi. Tutto il film è “visto” in prima persona, prevalentemente attraverso lo sguardo dei protagonisti, episodicamente sfruttando quello di veloci comparse. Il classico commento dopo la visione di un film del genere è: “L’idea è buona, ma andava bene per un cortometraggio”. E invece tutto sommato qui la durata non si soffre, perché i personaggi, i dialoghi, i comportamenti sono scritti davvero bene. Mezzo film è dato dall’idea, mezzo film dalla sceneggiatura. Entrambe sono buone, obiettivo centrato.

Pokrajina St.2 (Slovenia)
di Vinko Möderndorfer
con Marko Mandic, Barbara Cerar, Maja Martina Merljak

Una specie di thrillerino a tinte fosche, in cui uno sfigato qualunque s’imbarca in un furtarello e finisce inavvertitamente per scatenare la tremenda vendetta di un ex collaborazionista nazi. Noir sarcastico e crudele, che non risparmia risate e schizzi di sangue. Si racconta con toni placidi e meditabondi, tirando fuori dal nulla improvvise accelerate fatte di umorismo grottesco e micidiali eccessi violenti. Amaro e puzzolente, non concede un filo di speranza che sia uno. Avanti così, facciamoci del male.

Stella (Francia)
di Sylvie Verheyde
con Léora Barbara
Un altro paio di premi minori a caso (ma quanti ce ne sono?)

Un bel filmetto su una bimba alle soglie dell’adolescenza, che nel finire degli anni Settanta vive il duro impatto sociale e culturale con un ambiente scolastico a lei ignoto (viene da una famigliaccia un po’ del cazzo e finisce a studiare in una scuola da figli di papà – quindi, se vogliamo, un po’ del cazzo pure quella). Divertente, intenso, con una colonna sonora assurda (Umberto Tozzi rulez) e una serie di interpreti bravissimi, a partire dalla bimba protagonista.

Venezia – Settimana della critica
L’apprenti (Francia)
di Samuel Collardey
con Paul Barbier, Mathieu Bulle
Premio Settimana Internazionale della Critica

Un giovane studente d’agraria che non va molto bene a scuola e vive maluccio il rapporto coi genitori si dedica alla sua passione facendo da apprendista presso l’azienda agricola di un signore di mezz’età, che finirà per fargli da pseudopadre. Tutto prevedibile e già visto mille volte, con quell’aria da film francese da festival che fa un po’ cadere le palle. L’aspetto documentaristico però non è male e la scena del maiale sgozzato fa passare la voglia di prosciutto.

Pranzo di ferragosto (Italia)
di Gianni Di Gregorio
con Gianni Di Gregorio, Valeria De Franciscis, Marina Cacciotti, Maria Calì
Premio Luigi De Laurentiis per la miglior opera prima

Un gran bel film, costruito su una semplice trovata che dilaga per un’ora e mezza raccontando tutto e niente con pochi mezzi e tanta voglia. Di Gregorio, regista e protagonista, è un uomo di mezz’età costretto in casa per star dietro alla madre anziana, curarla, accudirla. Una vita da mezzo recluso, che non lavora e non fa molto altro che il casalingo. Impossibilitato a pagare i conti, cede alla proposta del padrone di casa, che gli rifila madre e zia da accudire a ferragosto in cambio di qualche spesa azzerata. Da questo e un paio di altri episodi vien fuori una commedia deliziosa, tutta giocata sulla demenzialità spontanea che nasce dai comportamenti, dagli atteggiamenti, dallo spirito delle donne anziane. Divertentissimo e percorso da un lieve retrogusto malinconico che non fa mai male.

$E11.OU7! (Malesia)
di Yeo Joonhan
con Jerrica Lai, Peter Davis
Premio “Altre visioni”

Un adorabile commedia-musical che prende in giro tutto e tutti, fa satira e demenziale autoironia, strizza d’occhio allo spettatore e lo coinvolge in un delirante e surreale gioco basato sui meccanismi stessi della narrazione. Le canzoni sono bellissime, coinvolgenti e perfettamente cucite addosso al tessuto narrativo, sempre che si possa parlare di tessuto narrativo per un film che gioca così tanto sul limite dell’assurdo e del nonsense. Si ride di gusto, si allibisce davanti a trovate spiazzanti e lampi di genio, ci si spiace un po’ per qualche lungaggine che viene comunque perdonata senza problemi. I tre momenti di poesia in avvio sono da dichiarazione d’amore istantanea al regista, ma fra reality show sulla morte, intense dissertazioni musicali sul valore del denaro, esorcismi assortiti e quel dirompente momento karaoke ce n’è proprio per tutti i gusti. Modo migliore per chiudere la rassegna non c’era, e infatti ho pisciato i due film che avrei voluto vedere dopo e me ne sono andato a casa con un sorrisone stampato in faccia.

Ocean’s Twelve


Ocean’s Twelve (USA, 2004)
di Steven Soderbergh
con George Clooney, Brad Pitt, Catherine Zeta-Jones, Matt Damon, Andy Garcia, Vincent Cassel, Julia Roberts, Casey Affleck, Scott Caan, Eliott Gould, Don Cheadle, Bernie Mac, Carl Reiner. Shaobo Qin

Terry Benedict ha rintracciato Danny Ocean e i suoi compari e ora rivuole indietro i soldi che gli hanno rubato. Con gli interessi. Per un totale di circa duecento milioni di dollari. I nostri simpatici, eleganti e spiritosissimi eroi si ritrovano così a organizzare una serie di colpi impossibili, incrociando le armi con un’agente dell’Europol e un super ladro professionista francese. Ocean’s Twelve è, tanto quanto il primo episodio, una “scusa” utilizzata da Soderbergh e dal suo gruppetto di amici per divertirsi assieme cazzeggiando e giocherellando col cinema di genere.

Ancora una volta è tutto un gioco di battutine, inside joke, metareferenzialità e prese in giro. Di nuovo ogni attore recita nel ruolo di se stesso (a parte Andy Garcia, l’unico convinto di dover interpretare un personaggio), e addirittura, stavolta, questa specie di realismo al contrario fa da pretesto per una delle gag più riuscite. Uno sterile spettacolo di regia ricercata, scenografie lucide e leccate, costumi eleganti e musiche d’alto lignaggio. Ti dà di gomito e ammicca, cerca la tua complicità e sorride malizioso. Se stai al gioco, probabilmente, il divertimento è assicurato. Altrimenti, per quanto vuote, son comunque un paio d’ore piacevoli, ritmate e tremendamente ben confezionate.

Sinbad – La leggenda dei sette mari


Sinbad – Legend of the Seven Seas (USA, 2003)
di Patrick Gilmore e Tim Johnson
con le voci di Brad Pitt, Catherine Zeta-Jones, Michelle Pfeiffer, Joseph Fiennes

Dopo il pomposo, pretenzioso, impacciato, in sostanza deludente, Il principe d’Egitto, Dreamworks ha corretto il tiro e ha scelto di affrontare il mondo dei film d’animazione tradizionale in maniera leggermente diversa. È così arrivato Eldorado, che riusciva a coniugare umorismo, taglio adulto, avventura e senso di meraviglia in maniera veramente ottima. Sinbad, ultimo, probabilmente in tutti i sensi, esperimento Dreamworks nel settore, è diretta evoluzione di quella scelta.

Miscuglio per certi versi disneyano di svariate mitologie e numerosi personaggi letterari, il Sinbad di Patrick Gilmore e Tim Johnson ha poco a che vedere con quello di Le mille e una notte, ma non per questo va condannato. L’ottima sceneggiatura rende divertente e appassionante una storia fatta di amicizia, amore e senso dell’onore, regala dialoghi frizzanti e assicura l’inevitabile lieto fine. Dal punto di vista tecnico, poi, il film è ovviamente un piacere per gli occhi, anche per un utilizzo non troppo invadente della solita computer grafica e per una regia davvero ispirata. Perfette, infine, le voci scelte per il doppiaggio originale, su cui svetta soprattutto una seducentissima Michelle Pfeiffer.

Sinbad – La leggenda dei sette mari è insomma un ottimo film d’animazione, l’ennesimo esempio di come la bistrattata scuola americana riesca a dire ancora qualcosa, nonostante l’insopportabile propaganda filonipponica portata avanti da schiere di appassionati. Delle quali, peraltro, ho fatto a suo tempo parte pure io.