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Into the Badlands – Stagione 2

Conclusasi la seconda stagione, con una terza già confermata e la ormai solita formula AMC del numero di puntate che cresce da un anno all’altro ben avviata, viene da pensare che l’esperimento di Into the Badlands abbia funzionato, quantomeno in termini di pubblico. D’altra parte, se il catalogo statunitense di Netflix deve fare testo, le arti marziali sulla TV a stelle e strisce funzionano bene, quindi non è che ci sia troppo da stupirsi. E Into the Badlands, pur con tutti i suoi problemi, si inserisce bene in quella nicchia, cercando e trovando una sintesi abbastanza azzeccata fra diverse scuole di calci in faccia e occupando uno spazio che nelle serie TV non era particolarmente esplorato. C’è un immaginario da distopia fantasy e/o fantascientifica che non inventa molto e fa un bel mix casinista. C’è un tasso di violenza particolarmente alto, con ettolitri di sangue, arti mozzati, spade che – incredibile! – tagliano davvero la carne. E c’è un approccio al combattimento che strizza l’occhio all’oriente sul piano visivo, utilizza un po’ di cavi per far zompare la gente ma non esagera e butta sul piatto coreografie divertenti, spettacolari, visivamente molto curate.

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Shaun of the Dead


Shaun of the Dead (GB, 2004)
di Edgar Wright
con Simon Pegg, Nick Frost, Kate Ashfield

Shaun of the Dead (no, non ce la faccio a usare quel brutto brutto brutto titolo italiano) è un raro caso di riuscitissima parodia in grado di essere allo stesso tempo divertente presa in giro di un genere e ottima rappresentante dello stesso. Racconta di Ed e Shaun, due squallidi perdenti, vittime della loro strafottente nullafacenza e della loro ignorante puerilità. Vivacchiano, si sbronzano, trattano male chi sta loro attorno e si beano della loro misera esistenza. E si ritrovano nel bel mezzo di un invasione di morti viventi.

Chiaramente affrontano la questione alla loro maniera e generano un’incredibile alternarsi di momenti comici e passaggi dal reale gusto horror. Ed è proprio in questo che, nonostante la svolta iperdrammatica del finale possa apparire un po’ forzata, il film di Edgar Wright dà il suo meglio. Nel non tradire il genere di riferimento, seguendone le regole, sfruttandone gli stereotipi e raccontandone l’inevitabile crescendo di panico. Non c’è speranza, non ci sarà mai, perché sono troppi, sono dappertutto e sono inarrestabili. Piano piano tutto scivola verso il caos, verso banchetti su corpi straziati e persone pronte ad uccidersi a vicenda per sopravvivere.

Nel frattempo, però, si prende per il culo il coinquilino insopportabile, ci si rifugia in un pub (perché se gli americani scappano nel centro commerciale, i britannici non possono che scappare in un pub), si tentano strategie assurde e inqualificabili per farla franca e si prova a sopravvivere ammazzando di risate lo spettatore. Il bello di Shaun of the Dead è che è un film serio con dei protagonisti da sit-com. Credibili pur nella loro assurdità, tremendamente divertenti nei rapporti fra di loro, ancor più tragicamente inadeguati alla sopravvivenza dei classici protagonisti da film horror quando le cose si fanno serie.

Ben scritto, recitato e sorprendentemente ben diretto, imperdibile per qualsiasi appassionato, immagino piacevole e divertente anche per chiunque altro. E, ne sono certo, preziosissima fonte d’ispirazione per gli sviluppatori di Dead Rising. Insomma, per più di un motivo, Shaun of the Dead (L’alba – sigh – dei morti dementi) è un film da amare, senza riserve.