Archivi tag: Jude Law

L’amore non va in vacanza


The Holiday (USA, 2006)
di Nancy Meyers
con Cameron Diaz, Kate Winslet, Jude Law, Jack Black, Eli Wallach, Rufus Sewell, Edward Burns

Due donne che c’hanno grossa crisi sentimentale decidono di farsi una vacanza lontano dai rispettivi mondi e scelgono di scambiarsi la casa tramite un sito Internet. La donna in carriera losangelina Cameron Diaz si ritrova così sepolta dalla neve britannica e insidiata dall’affascinante Jude Law. La di lui sorella Kate Winslet, impiegata servoglebissima, finisce a stare in una villa allucinante in piena Beverly Hills, flirtando con un Jack Black di passaggio. Seguono conflitti, amicizie, incomprensioni, riappacificazioni, momenti di tenerezza, risate e lieto fine.

Commediola di poche pretese, spensierata, riuscita e piacevole, The Holiday mi restituisce un vago senso di fiducia nei confronti di una regista sulla quale, dopo l’insopportabile What Women Want, avevo decisamente messo una croce su. Merito di personaggi scritti come si deve, con dialoghi divertenti e a tratti dotati – udite udite – perfino di senso, e di un bel cast, con attori bravi e in parte (al di là di Jack Black che, sarà perché non lo sopporto, mi è parso totalmente fuori posto). Nulla di trascendentale, ma un ottimo passatempo durante un lungo volo transoceanico.

Annunci

I ♥ Huckabees


I ♥ Huckabees (USA, 2004)
di David O.Russell
con Jason Schwartzman, Jude Law, Mark Wahlberg, Dustin Hoffman, Lily Tomlin, Naomi Watts, Isabelle Huppert

Albert Markovski è un personaggio un po’ strano, tanto interessante, molto poetico, un po’ tenero e un po’ patetico. Attivista in difesa della natura, vive un rapporto conflittuale con Brad Stand, ambizioso, arrivista, affascinante uomo d’affari con il quale ha commesso l’errore di mettersi a lavorare. Entrambi finiscono nelle mani di Bernard e Vivian Jaffe, una coppia di detective esistenziali, che si comportano in maniera tanto buffa e divertente, ma sotto sotto anche profonda e intelligente. E poi succedono un po’ di cose a caso, che coinvolgono un altro po’ di personaggi a caso.

Difficile raccontare l’intreccio di I ♥ Huckabees, forse impossibile, di sicuro inutile. Inutile, perché inutile è tale intreccio nell’economia di un film che è più che altro esercizio di stile vuoto e fine a se stesso. Attori che si parlano addosso sciorinando teoremi deliranti e filosofeggiando sul senso della vita. Insopportabili giochetti di regia e fotografia, buffe visioni sperimentali e trovate senza senso, poesia spicciola e colonna sonora di tendenza. Momenti comici a tratti anche molto riusciti e una performance, almeno una, di gran livello, quella di Mark Wahlberg, che dovunque lo metti è sempre spettacolare e puoi star certo che ti nobiliterà il film. Ma praticamente nient’altro, in due ore scarse sotto vuoto spinto, mosce, prive di emozioni e di guizzi. Il nulla, ogni tanto divertente, ma a tratti pure un po’ fastidioso.

Alfie (2004)


Alfie (USA/UK, 2004)
di Charles Shyer
con Jude Law, Omar Epps, Nia Long, Marisa Tomei, Sienna Miller, Susan Sarandon

Jude Law, ne sono convinto fin dai tempi di Gattaca, è talmente figo che quasi quasi me lo farei pure io. Non stupisce quindi che si decida di basare un’intera pellicola sul suo fascino magnetico e su un personaggio i cui unici interessi paiono essere il sesso spensierato, un vita comoda e lussuosa, un vago e impalpabile progetto di affari, da concretizzare prima o poi nel futuro assieme al fido amico Marlon.

Alfie si racconta tramite la voce narrante del suo protagonista, che analizza le proprie azioni parlando direttamente allo spettatore e cerca sempre di mantenere un’aria distaccata e gioiosa, qualsiasi cosa gli accada. Tant’è che i momenti migliori dell’ottima interpretazione di Law sono proprio quelli in cui Alfie prova a dissimulare il fastidio, la tristezza e l’angoscia per i suoi errori, mantenendo il sorriso stampato in faccia e nascondendo lacrime e malumore dietro una maschera di plastica.

Già, perché un personaggio del genere, è inevitabile, finisce per mandare a puttane tutto quanto di buono ci sia nella sua vita, distruggendo amicizie, rovinando amori e cercando sempre di uscirne con le mani pulite. Alfie non lo fa apposta, non vuole fare del male a nessuno, ma finisce sempre per farlo. E da qui nasce una vena triste, amara, malinconica, che percorre un po’ tutto il film e ne smorza i toni da commedia.

Pellicola tutt’altro che irresistibile, priva di particolare mordente, ma piacevole e divertente. Infastidisce un po’ con quella deriva moralista nel finale, ma va pur detto che il protagonista, a conti fatti, se ne fa travolgere solo fino a un certo punto e quell’uscita di scena, tutto sommato, il dubbio che Alfie non abbia certo intenzione di cambiare vita te lo lascia eccome.

Lemony Snicket – Una serie di sfortunati eventi


Lemony Snicket’s A Series of Unfortunate Events (USA/Germania, 2004)
di Brad Silberling
con Liam Aiken, Emily Browning, Jim Carrey, Jude Law, Meryl Streep, Kara e Shelby Hoffman

Lemony Snicket è un film che a volare basso, “sotto il radar”, non ci prova nemmeno per sbaglio. Tutto è sempre e costantemente sopra le righe, esagerato, barocco fino allo sfinimento. Non c’è particolare interesse per un racconto che, in effetti, non ha poi troppo d’interessante, nella sua banale semplicità. C’è solo la voglia di metterlo in scena nella maniera più bizzarra e ricercata possibile, dando vita a un filmetto piacevole, divertente, ma forse un po’ vuoto.

Sopra le righe è poi, ovviamente, Jim Carrey, che dimostra ancora una volta di conoscere solo due registri: con l’interruttore acceso e con l’interruttore spento. Se lo accendi, fa il buffone, la macchietta, l’istrionico giullare. Se lo spegni e lo tieni a bada, diventa un interprete pacato e dimesso, anche apprezzabile, ma un po’ monocorde. In Lemony Snicket, inevitabilmente, abbiamo il Carrey scatenato, che pure ci sta bene nel contesto, ma finisce per essere davvero poco incisivo.

Se tutto, dai personaggi, all’intreccio, alla recitazione di praticamente chiunque (compresa una pur divertente Meryl Streep) è così finto, volutamente pataccaro, è difficile creare trasporto emotivo. Si possono mettere assieme tante belle immagini, frutto di un notevole lavoro su scenografie, luci e colori, più che di una regia abbastanza ordinaria, e si può girare un film comunque divertente. Ma a conti fatti si vive di sole gag, numeri isolati, piccoli episodi e non rimane in mente molto, se non qualche immagine affascinante e l’apprezzabile faccia da porcella della bimba protagonista.