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Snowden

Snowden è un film per molti versi complementare al documentario Citizenfour, che ha raccontato le vicende dell’uscita allo scoperto di Edward Snowden da dentro, mostrandoci un po’ il volto e lo spirito del personaggio ma senza andare troppo a fondo sulla sua figura, rispettandone in fondo il desiderio principale espresso nel momento in cui fece scoppiare il bubbone. Non voleva diventare protagonista della conversazione pubblica e giornalistica, non voleva essere messo al centro dell’attenzione, voleva che ci si concentrasse sulle informazioni che aveva coraggiosamente deciso di svelare al pubblico e pretendeva che il dibattito si limitasse al tema principale, alle menzogne del governo americano e alla necessità di informare i cittadini su quel che viene fatto in termini di sorveglianza, giusto o sbagliato che sia il farlo. Tre anni dopo, però, il film di Oliver Stone, comunque scritto e realizzato in collaborazione con Snowden stesso, si propone come opera complementare proprio perché fa ciò che all’epoca Snowden non voleva: parla anche e soprattutto di lui.

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[FF11] Red State

Posso fare a meno di aprire il post su Red State con la tiritera su Kevin Smith, sul personaggio Kevin Smith che ultimamente ha preso a starmi un po’ sui maroni, sul fatto che sono riuscito a farmi piacere più o meno tutti i suoi film fino a Jersey Girl (compreso Jersey Girl) ma Clerks II mi ha fatto piuttosto cacare, non ho visto Zack & Miri e Cop Out m’è parso gradevole, anche se più per meriti di Tracy Morgan che altro? Uhm, no, mi sa che non posso. Comunque, quando lo Smith se n’è saltato fuori con questo progetto sfizioso e con quel trailer davvero intrigante, non so perché mi sono convinto che si fosse messo in testa di girare un torture porn, o come cacchio si chiamano adesso le robe in stile Hostel. E che sarebbe venuta fuori una schifezza. E invece Red State è una cosa ben diversa, che tutto sommato non mette in mostra particolari dosi di violenza esplicita insistita (giusto qualche pistolettata) e che si gioca tutto sull’atmosfera e sull’ansia. E non è una schifezza.

Faccio pure fatica a considerarlo un horror vero e proprio, checché ne dica Smith, perché di fatto non c’è questa gran ricerca della tensione o dello spavento. C’è un racconto semplice semplice, che parte sì dalle classiche premesse da film horror (ragazzi arrapati in cerca di sesso, troveranno guai) e per un attimo sembra davvero andare nella direzione di Hostel, ma si dirige poi in un territorio tutto suo, fatto di amoralità, disinteresse per uno sviluppo classico o prevedibile, critica insistita a un po’ tutto e tutti, sparando a caso in ogni direzione.

Ispirandosi al reverendo Fred Phelps e alla sua simpatica congrega battista, Smith sembra quasi voler spiegare a tutti quanti che in realtà è molto più capace di quanto si pensi. La sceneggiatura è micidiale, perfetta nel suo prendersi i tempi che servono e costruire la tensione con uno sviluppo dalla lentezza lancinante, puntuale nei rarissimi accenni di risata, ottima nel tratteggiare i vari protagonisti esattamente per quel che servono. Non si prende le parti di nessuno, anche se è evidente che ci sono personaggi per i quali è più facile simpatizzare, e si lascia spazio a una direzione del film e degli attori incredibile, che zittisce tutti quelli che han sempre considerato Smith una capra. Certo, poi aiutano le interpretazioni notevoli di praticamente tutti gli attori coinvolti, ma è proprio il film tutto a funzionare davvero, forse anche e soprattutto per la sua capacità di sorprendere fino in fondo lo spettatore che vi si presenta davanti più o meno vergine, oltre che per la subdola bravura nel dipingere una situazione totalmente assurda senza sconfinare nel ridicolo, ma ricordandoti anzi che, tutto sommato, robe del genere, nella pazza pazza America, sono sempre dietro l’angolo.

Guardando il film ho realizzato che il “God Hates Fangs” di True Blood fa riferimento al “God Hates Fags” motto della chiesa di Phelps. Non ci avevo mai pensato, sono parecchio stordito.

Le tre sepolture


The Three Burials of Melquiades Estrada (USA, 2005)
di Tommy Lee Jones
con Tommy Lee Jones, Barry Pepper, Julio Cedillo, January Jones, Melissa Leo

Interessante western moderno, che segna l’esordio alla regia di un Tommy Lee Jones misurato e struggente, anche se eclissato sullo schermo dalla gran prova di Barry Pepper. Le tre sepolture è una storia di amicizia virile, talmente forte da andare oltre la ragione e i colpi di fucile.

L’avvio, pur piacevole, non è dei migliori, con quell’aria ormai trita e ritrita da film maledetto che giocherella con la struttura narrativa e si diverte a stupire con immagini di bassa umanità. Ma nella seconda parte Jones sceglie per una messa in scena più lineare e dall’impatto decisamente più forte, abbandona le pretese da autore di tendenza e si limita a raccontare una bella storia.

Il protagonista diventa un eroe western di quelli veri, che non guardano in faccia a nessuno e schiantano nella polvere chiunque provi a metter loro i bastoni fra le ruote. La narrazione si fa più intensa e la macchina da presa mostra immagini molto evocative, anche se forse un po’ di maniera. Peccato per un finale troppo buonista e tutto sommato inconcludente, ma, per essere l’opera prima di un attore, non è niente male.