Il GGG – Il grande gigante gentile

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Il cuore di Il GGG (che da adesso chiamerò The BFG, perché sono un geek appassionato di videogiochi e mi fa ridere) sta tutto nel titolo, nel personaggio letteralmente “larger than life” così ben interpretato da Mark Rylance. Il suo gigante è caratterizzato in maniera surreale, buffa, con il classico taglio visivo da effetti speciali di film per bambini. Ricerca grande pulizia e vicinanza alla realtà, ostenta un livello tecnico esagerato nella resa interpretativa ma allo stesso tempo non si vergogna della propria natura pupazzosa, cartoonesca nelle movenze esagerate, nell’estetica colorata, che stacca almeno in parte da quanto di normale lo circonda. Inoltre, la scrittura dei suoi dialoghi è buffa, stralunata, dinoccolata tanto quanto le sue movenze, in un delirio di parole stiracchiate, arrotolate, pasticciate, impossibili, eppure allo stesso tempo comprensibilissime. Rylance, però, gli dona una dolce, delicata, adorabile credibilità, caricandosi il film sulle spalle con eleganza e disinvoltura, facendo funzionare tutto forse anche più del dovuto.

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The Night Of

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The Night Of nasce nel 2012 come produzione fortemente voluta da James Gandolfini, che vi partecipa nelle vesti di attore e produttore. Dopo qualche tentennamento, la serie, che è ispirata alla britannica Criminal Justice, scritta dal crime novelist Richard Price e diretta da Steve Zaillian, riceve luce verde da parte di HBO. Nel frattempo, però, con pronto solo l’episodio pilota, Gandolfini ci lascia. Ma il progetto non si incarta del tutto, anzi, viene portato avanti anche con lo spirito di omaggio all’attore scomparso. Inizialmente, per rimpiazzarlo davanti alla macchina da presa, viene scelto Robert De Niro, che però poi rinuncia per conflitti con altri lavori, e subentra infine John Turturro. Fast forward di un paio d’anni e ci ritroviamo per le mani una fra le migliori serie del 2016, un John Turturro che si mangia tutto in una delle sue interpretazioni migliori, un Riz Ahmed rivelazionissima, il pensiero di chissà come sarebbe stata con Gandolfini e il dubbio che De Niro abbia rinunciato in favore di Lo stagista inaspettato o Nonno scatenato e veramente meriti solo gli schiaffi.

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Burp!

A meno di imprevisti, mentre queste righe si manifesteranno sul blog, io sarò a Milano (da ieri sera, miracoli dei paradossi temporali di programmazione dei post) che cazzeggio fra pannolini, parenti, amici, cibo, la qualunque. Il blog si prenderà probabilmente una mezza pausa per una decina di giorni. Mezza, perché comunque qualcosina dovrei pubblicare. Pausa, perché, oh, eh, un po’ di riposo ci vuole. Voi, nel frattempo, fate i bravi.

Safe Neighborhood

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Un festival del fantastico è sempre bene chiuderlo con un “crowd pleaser”, quel tipo di film che scatena l’applauso, la risata, il divertimento, il coinvolgimento. Già solo a scrivere queste righe mi torna in mente quella volta in cui a Monaco si chiuse con quella meraviglia di You’re Next e fu tripudio intestinale. Qua non siamo a quei livelli, ma Safe Neighborhood è un film adorabile ed è sicuramente un ottima scelta per la serata di chiusura del Paris International Fantastic Film Festival. È però anche un film di cui è bene non raccontare molto, così come del resto lo era You’re Next, ed è per questo che, casomai non si fosse capito, sto cazzeggiando sulla fascia per chiudere il primo paragrafo senza aver detto troppo. Mi limito a dire che è divertente, è natalizio, è un po’ retrò nel suo taglio giovanile, non è particolarmente horror, anche se c’è gente che muore malissimo, e la butta parecchio sul ridere, anche se poi quel che succede è abbastanza inquietante. È una specie di Mamma ho perso l’aereo con le coltellate, se vogliamo.

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Oceania

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Oceania racconta una storia ispirata alla mitologia polinesiana, che ha per protagonista una tizia di nome Moana, che in America è anche il titolo del film. Dalle nostre parti, probabilmente, è sembrato un nome poco adatto alle giovani menti e molto a far battutine, oltre che forse problematico sul piano del copyright, quindi la protagonista si chiama Vaiana. E pure il film, in molti paesi europei, si intitola Vaiana. Ma in Italia non ci siamo accontentati e, magari per lo stesso motivo che mi spinge a chiamare il film “Poiana”, abbiamo deciso che Vaiana andava bene come nome, ma il titolo doveva essere, appunto, Oceania. Una girandola di imprevisti, decisioni e indecisioni onestamente più interessante, sorprendente ed emozionante rispetto all’intreccio proposto dal film, che segue in larga misura cliché e parametri classici del cinema d’animazione disneyano a base di principessina dal carattere tosto, impegnata ad andarsene di casa e trovare la sua strada. Però è bello, eh!

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Sam Was Here

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Il messaggio più forte comunicato da Sam Was Here è che fare il venditore porta a porta nel deserto californiano è una palla indescrivibile quando va bene, pure abbastanza pericoloso quando va male. Il film racconta infatti di tale Sam, inviato dal suo capo a proporre prodotti fra le abitazioni sparse in giro per il mojave. Siamo nel 1998, quindi il povero Sam non ha neanche uno smartphone con cui passare il tempo postando selfie coi cactus su Facebook, e si deve orientare pasticciando coi pennarelli sulle mappe di carta. Aggiungiamoci che non gli dà retta nessuno, quando prova a bussare alle porte non ottiene risposta e quando si aggrappa ai telefoni pubblici per chiamare i clienti gli mettono tutti giù. Per altro, col telefono gli dice proprio sfiga: quando prova a chiamare il suo capo e la sua famiglia, risponde sempre la segreteria telefonica. Non basta? C’è una strana luce rossa all’orizzonte che lo tormenta e nei dintorni sembra esserci un serial killer in attività. Non basta? Certo che non basta, che domande!

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Realive

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Realive ha un po’ quel cipiglio lì da fantascienza canadese tutta glaciale, elegante, inquadrata, ma sotto sotto romantica e voluttuosa. E invece il regista, Mateo Gil, è nato alle Canarie ed è sostanzialmente di formazione spagnola, con alle spalle soprattutto una carriera da sceneggiatore di fiducia di Alejandro Amenábar e già qualche film da regista. Ma tutto sommato, via, ci sta anche inquadrarlo come fantascienza canadese. Il problema è che puoi inquadrarlo come ti pare ma alla fin fine è più una questione di temi e aspirazioni che di risultato finale, perché Proyecto Lázaro (splendido titolo per il mercato spagnolo) propone begli spunti, idee affascinanti e un bel taglio incentrato sulla ricerca di emozioni forti, malinconia, romanticismo, ma casca sul traguardo della realizzazione. Non è un disastro, anzi, ma ti lascia addosso quella sensazione di “Ah, se fosse stato un film di David Cronenberg!” Ah!

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K-Shop

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K-Shop è il classico film horror che prende spunto da fatti di cronaca e cerca di sfruttare l’elemento trucido per parlare d’altro. L’horror impegnato, diciamo, con il bonus del protagonista vigilante, dalla moralità deviata ma che il film ti spinge ad apprezzare per mezzo del contesto, delle condizioni in cui si trova, del fatto di essere circondato da gente forse peggiore di lui. Che forse se lo merita, di finire infilata su uno spiedo. Forse. O forse stai parteggiando per un pazzo criminale. Vai a sapere. Il pazzo criminale in questione, comunque, è Salah, uno studente universitario britannico, ma di origini turche, che si ritrova a gestire il locale di famiglia in seguito alla morte del padre, ucciso da teppisti sbronzi durante quella che, nel contesto raccontato dal film, è la norma delle notti inglesi: tutti ubriachi e strafatti, in giro per le strade a rendersi ridicoli, spaccare tutto, trattare di merda il prossimo ed estrarre lampi di razzismo non proprio nascosto.

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Poi non dite che non vi ho avvisati: Miss Peregrine – La casa dei ragazzi speciali

Oggi esce in Italia l’ultimo film di Tim Burton, quello che sembra la sua versione degli X-Men (o magari dei Nuovi Mutanti) ma lui nega fortissimo perché i fumetti fanno cagare e i suoi non sono supereroi. Non è brutto, non è bello, è litigarello. Ne ho scritto quando l’ho visto, due mesi fa, a questo indirizzo qua.

Rogue One: A Star Wars Story

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Quest’immagine che ho messo qua sopra* fa un po’ schifo ma ci sta bene, perché riassume quel che Rogue One doveva essere, ci avevano promesso che sarebbe stato e tutto sommato è, seppur nei limiti di quel che si può fare con il film di Guerre Stellari gestito dal comitatone Disney. È un film cupo e con protagonisti dalla moralità sfumata, nei limiti di cui sopra ma comunque tale, soprattutto per quelli che sono gli standard della serie. È il primo Star Wars che racconta e mette effettivamente in scena una “war”, proponendosi quindi come film di guerra, anche piuttosto tradizionale nelle sue svolte e nei suoi cliché, seppur sempre all’interno di quei limiti sul piano della violenza, dei temi, dell’approccio. È il primo Star Wars che dà l’idea di stare raccontando una vicenda di guerra in cui la posta in palio è qualcosa di enorme, di ben più grosso rispetto alle vite dei personaggi, senza avere fra le palle le solite fregnacce della famiglia Skywalker. Ed è un film di Gareth Edwards, che esprime chiaramente il suo stile, la sua capacità folle di imprimere su schermo il senso di scala, di ometti piccoli di fronte all’immenso, ma anche il suo dono per la composizione di immagini stupende, quasi pittoriche, seppur sempre all’interno dei limiti bla bla bla. Insomma, è effettivamente lo spin-off che si distacca in una certa misura dai canoni della serie, anche se ovviamente non lo fa fino in fondo e in tanti aspetti rimane costretto e inquadrato. Un po’ come i film dei Marvel Studios ma un po’ di meno costretto e inquadrato rispetto ai film dei Marvel Studios.

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