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Il GGG – Il grande gigante gentile

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Il cuore di Il GGG (che da adesso chiamerò The BFG, perché sono un geek appassionato di videogiochi e mi fa ridere) sta tutto nel titolo, nel personaggio letteralmente “larger than life” così ben interpretato da Mark Rylance. Il suo gigante è caratterizzato in maniera surreale, buffa, con il classico taglio visivo da effetti speciali di film per bambini. Ricerca grande pulizia e vicinanza alla realtà, ostenta un livello tecnico esagerato nella resa interpretativa ma allo stesso tempo non si vergogna della propria natura pupazzosa, cartoonesca nelle movenze esagerate, nell’estetica colorata, che stacca almeno in parte da quanto di normale lo circonda. Inoltre, la scrittura dei suoi dialoghi è buffa, stralunata, dinoccolata tanto quanto le sue movenze, in un delirio di parole stiracchiate, arrotolate, pasticciate, impossibili, eppure allo stesso tempo comprensibilissime. Rylance, però, gli dona una dolce, delicata, adorabile credibilità, caricandosi il film sulle spalle con eleganza e disinvoltura, facendo funzionare tutto forse anche più del dovuto.

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Bridge of podcast

Ed eccoci all’immancabile appuntamento settimanale con la giornata in cui sono un po’ sommerso di cose da fare, non ce la faccio a mettermi a scrivere di qualche cosa di sensato qua dentro e quindi consiglio l’ascolto di un podcast. Questa volta tocca a The Q & A With Jeff Goldsmith, che ho già segnalato una volta qua ed è interamente basato su interviste a gente di cinema e/o TV, tipicamente realizzate in occasione di proiezioni speciali organizzate dal Goldsmith stesso. Nello specifico, l’altro giorno, stavo ascoltando quello su Il ponte delle spie, con ospite lo sceneggiatore Matt Charman che racconta un sacco di cose interessanti, fra il lavoro di ricerca, il contatto con i parenti di James B. Donovan, l’approccio di Steven Spielberg, il passaggio per le mani dei Coen e via dicendo. Insomma, se vi è piaciuto il film, dategli un ascolto. E se non vi è piaciuto il film, andate via che siete brutti.

A margine, segnalo anche questo episodio del podcast di Bill Simmons, ché veramente stavo ridendo con le lacrime agli occhi. Dal minuto 50 circa, ci sono lui e Michael Rapaport che parlano delle doti da sciupafemmine professionista di Leonardo Di Caprio (che Rapaport a quanto pare conosce bene) e più avanti c’è pure il racconto di quando Michelino è stato colpito da erezione incontrollabile mentre girava la scena di ballo con Uma Thurman per Beautiful Girls. Le lacrime.

Il ponte delle spie

Bridge of Spies (USA, 2015)
di Steven Spielberg

con Tom Hanks, Mark Rylance, Alan Alda

Mentre nel resto del mondo la distribuzione cinematografica è fuggita a gambe levate dal 16 dicembre, in Italia s’è deciso che era il caso di rinviare a questa settimana l’arrivo dalle nostre parti dei nuovi film di Steven Spielberg e Woody Allen, distribuiti altrove settimane fa, immagino per sfruttare il traino della stagione natalizia. E nessuna paura nell’affrontare il colosso stellare targato Disney. Ci sta, in fondo i target non sono esattamente sovrapponibili e non necessariamente i tre film si cannibalizzano a vicenda. Eccoci quindi a chiacchierare anche del nuovo film di Stefanino Spielberg, che racconta e romanza le vicende reali di James B. Donovan, avvocato statunitense la cui carriera è, per l’appunto, roba da cinema. Gli highlights: impegnato nel processo di Norimberga, si ritrovò poi a difendere in tribunale una spia russa arrestata negli USA, a negoziare in quel di Berlino est lo scambio fra quella stessa spia e il suo equivalente americano (aggiungendoci pure il bonus) e successivamente a negoziare il rilascio di 1163 prigionieri nel post-Baia dei porci. Insomma, campione del mondo.

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Munich


Munich (USA, 2005)
di Steven Spielberg
con Eric Bana, Daniel Craig, Ciaran Hinds, Mathieu Kassovitz, Hanns Zischler, Geoffrey Rush

4 settembre 1972, Monaco di Baviera, la ventesima edizione delle Olimpiadi estive si sta avviando alla conclusione. Il nuotatore americano Mark Spitz conquista la sua settima medaglia d’oro in pochi giorni, stabilendo un record semplicemente pazzesco e ancora oggi irripetuto. Dopo il termine dei Giochi, a soli 22 anni, si ritirerà dalle competizioni. Ma quella sarà l’ultima partecipazione alle Olimpiadi anche per undici atleti israeliani. Il 5 settembre un commando palestinese dell’organizzazione Settembre Nero fa irruzione nel villaggio olimpico e prende in ostaggio gli undici uomini, uccidendone subito due. Le loro richieste non vengono accolte e, anzi, le autorità tedesche tendono un agguato ai terroristi, che reagiscono uccidendo tutti gli ostaggi. I servizi segreti israeliani reagiscono dando la caccia agli undici palestinesi coinvolti nell’operazione, col solo obiettivo di ucciderli, per ottenere vendetta e dare dimostrazione di forza. O, almeno, questo è ciò che viene raccontato agli esecutori delle condanne…

Ennesimo esempio della poetica cerhiobottista spielberghiana, Munich racconta i fatti in maniera solida e appassionante, volando sulla superficie delle cose e cercando di mantenere una posizione al di sopra delle parti. Il punto di vista è quello di Avner e dei suoi compagni, ma non può mancare l’immagine del commando terroristico avversario, che ci mostra – con una soluzione spesso usata da Spielberg – un nemico non “malvagio” in senso stretto, ma solo dall’altro lato della barricata. E allora Steven si lava la coscienza, sottolineando come non ci siano buoni e cattivi, e che le azioni di tutti i coinvolti sappiano essere brutte e puzzone. Oltre al confronto fra le due “bande di terroristi”, fin troppo esplicito in questo senso l’utilizzo del flashback sull’attentato al villaggio olimpico, spezzettato e diluito nell’arco di tutta la pellicola, estratto dal cilindro in maniera episodica, ogni volta che le azioni dei protagonisti cominciano a sembrare troppo sopra le righe e bisogna ricordarne la causa scatenante. Munich, inoltre, non sembra avere pretese di divulgazione, non approfondisce i fatti con piglio documentaristico e offre ben poche nozioni a chi degli avvenimenti sapeva poco o nulla.

Ma per fare grande cinema non è necessario sbandierare il miraggio dell’aderenza ai fatti reali, prendere forti posizioni politiche, approfondire tematiche scottanti. Basta, beh, fare grande cinema! E Spielberg, come suo solito, lo fa. Come già accadeva ne La guerra dei mondi, una buona metà di film è un perfetto esercizio di suspence, magistrale tanto nella sceneggiatura, quanto nella conduzione della macchina da presa. I primi due omicidi sono costruiti alla perfezione e il quasi catastrofico esito del secondo è da mozzare il fiato. Al contrario del suo precedente film, però, qui Spielberg, pur accusando qualche calo di tensione, tiene ben salde le redini del racconto e conduce lo spettatore fino all’amaro finale. Eccellente anche lo sviluppo dei personaggi, che partono quasi come ironica famigliola modello Mulino Bianco, pronti a svolgere il loro compito nel nome del bene, e piano piano si trasformano in bestie, abbandonandosi a squallidi atti di rabbia e finendo, nell’ultima, fallimentare, missione, per ridursi sullo stesso piano dei peggiori terroristi. Contribuiscono senza dubbio alla riuscita le eccellenti prove degli attori, dal sempre ottimo Eric Bana, al neo Bond Daniel Craig, passando per un sorprendente Ciaran Hinds.

Triste, snob, ma inevitabile nota finale per il doppiaggio. Se perdere per strada la babele di accenti e cadenze che caratterizza l’originale è comprensibile, vedere un cane infame e inascoltabile come Claudio Santamaria sempre più lanciato anche nel mondo dei doppiatori è inaccettabile. Il suo agghiacciante lavoro sul personaggio di Eric Bana fa bella coppia assieme all’interpretazione di Edoardo Ponti e ce la mette tutta per rovinare un doppiaggio altrimenti valido. Peccato.

Jurassic Park – La trilogia


Jurassic Park (USA, 1993)
di
Steven Spielberg
con
Sam Neill, Laura Dern, Jeff Goldblum, Richard Attenborough
Son passati dodici anni dall’uscita di questo film, dodici anni in cui gli effetti speciali hanno fatto passi da gigante, come del resto testimoniano gli altri due film del cofanetto, eppure il primo episodio della trilogia giurassica regge incredibilmente bene anche alla distanza. Merito senza dubbio di Spielberg, che qui ritrova in parte le atmosfere de Lo squalo, dando alla pellicola un taglio horror che francamente non ricordavo così forte. La punta si raggiunge nella sequenza del T-Rex, incredibilmente tesa e riuscita, senza dubbio la punta massima del film.

Ma è la pellicola per intero che funziona ancora benissimo, pur con qualche momento un po’ troppo “bambinesco”. L’inizio è costruito alla perfezione, crea aspettativa e, pur avendo ormai visto i sauri in mille salse, riesce ancora a rendere quel senso di meraviglia della prima volta. Poi, come sintetizza meravigliosamente Ian Malcolm nel secondo film, cominciano le urla. E il carrozzone funziona alla grandissima, anche se la parte del tentacolo alien… dei raptor in cucina è meno efficace rispetto alla stordente potenza del T-Rex. Ad ogni modo, un signor film, divertentissimo, con una grandissima colonna sonora e con tante belle immagini entrate ormai nell’immaginario collettivo (l’acqua nel bicchiere smossa dai passi, il Rex nello specchietto, il raptor in controluce dietro il telo… ). Menzione d’onore per Samuel L. Jackson: chissà se prima di essere ucciso dal raptor ha provato a recitargli un brano di bibbia.


Il mondo perduto
The Lost World – Jurassic Park (USA, 1997)
di
Steven Spielberg
con
Jeff Goldblum, Julianne Moore, Pete Postlethwaite, Vince Vaughn

Molto, ma molto meglio di come me lo ricordavo. Un secondo capitolo all’altezza del primo, forse superiore sotto alcuni aspetti, forse inferiore sotto altri, ma sicuramente all’altezza della situazione. Come nel primo episodio, i momenti migliori sono quelli dedicati al T-Rex: il doppio assalto alla roulotte è spettacolare e tesissimo. Le punte degli alberi che si muovono, i passi, la sequenza del figlioletto, il ritorno… una meraviglia. E solo ottimo anche il breve duello con Pete Postlethwaite, che fra l’altro offre un personaggio molto più carismatico e affascinante rispetto alla macchietta del capo della sicurezza del primo episodio. E’ un seguito, e tutto si espande e raddoppia: il doppio dei T-Rex, molte più razze in scena, molto più baracconata la parte dedicata ai raptor, che francamente delude un po’ (e fra l’altro contiene l’unico passaggio davvero indifendibile del film: la ragazzina che stende il dinosauro facendo le parallele sui tubi). Ma la vera chicca di questo secondo episodio è la sceneggiatura: dei dialoghi spettacolari, frizzanti, taglienti, ricchi di ironia e humor nerissimo, da uccidersi dalle risate. Inoltre, anche qui la mano di Spielberg regala momenti estremamente affascinanti, su tutti la ragnatela sul vetro e le scie dei raptor nell’erba alta.


Jurassic Park III (USA, 2001)
di
Joe Johnston
con
Sam Neill, William H. Macy, Tea Leoni, Alessandro Nivola

A guardare tutti e tre i film di seguito, purtroppo, il cambio dietro alla macchina da presa si sente molto più che a vederne uno ogni quattro anni. Johnston fa il possibile e realizza senza dubbio un film degnissimo e divertente, ma la differenza di “tocco” è enorme. Mancano proprio il senso di meraviglia e l’incredibile perizia di Spielberg, anche se, pur fra alti e bassi, il film funziona. Il taglio è nettamente diverso rispetto ai primi due: scompare praticamente del tutto l’anima horror, in favore di un’impostazione più da filmone avventuroso per ragazzi. C’è qualche morto masticato, ma non c’è il gusto del trucido che invece si sentiva palpabile in precedenza e, in generale, scarseggia proprio la tensione. Il cambiamento è evidente anche nel tipo di comicità impiegata: scompare quasi del tutto il cinismo (visto soprattutto nel secondo episodio) e c’è più spazio per gag fisiche e, volendo, anche un po’ grezze. Superlativi gli effetti speciali, ma spicca poco altro, se non il fatto che finalmente si vedono gli pterodattili (o quel che sono, ci ero rimasto troppo male quando non li ho visti nel primo film). Meravigliosa, comunque, la citazione del coccodrillo di Peter Pan. Verrebbe quasi da dire che da sola vale il film.

La guerra dei mondi


War of the Worlds (USA, 2005)
di
Steven Spielberg
con
Tom Cruise, Dakota Fanning, Justin Chatwin, Miranda Otto, Tim Robbins

Ray Ferrier è un povero stronzo. No, non è il classico protagonista banale, trito e ritrito, da blockbuster hollywoodiano. Non lo è perché è un personaggio squallido, triste, che si realizza facendo il bulletto con il figlio in crisi adolescenziale e arriva perfino a fare il grosso con la figlia (“io vado a dormire, perché sai, io lavoro“. Questo è e questo rimane, sostanzialmente fino alla fine del film. Certo, riscopre e accetta il suo ruolo di padre, sviluppa un affetto per i figli che comunque non era assente in principio, ma trascorre due ore abbondanti a mostrarci una personalità gretta e meschina, qualunquista e interessata solo al tornaconto suo e dei due suoi creaturi. E’ un essere umano, fra quelli più “belli” e credibili che si possano vedere in film di questo genere. E un gran pregio de La guerra dei mondi è che altrettanto credibili e pulsanti sono tutti i personaggi che ruotano attorno a Ray, dai figli, gli unici altri due minimamente approfonditi, alle varie macchiette che incontra nel suo peregrinare, quasi mai “colpevoli” di atteggiamenti o dialoghi improbabili. Macchiette, perché la visione che ci fornisce Spielberg filtra dallo sguardo di Ray, e non può quindi essere che superficiale. A lui interessa sopravvivere e gli interessano i due figli, il resto del mondo può fottersi. Certo, una mano non la si rifiuta mai, ma vediamo di non andare troppo in sbattimento per degli sconosciuti.

Attraverso gli occhi di Ray, Spielberg ci racconta un avvenimento totalmente folle e incredibile, ma lo fa con un taglio assurdamente realistico. Tutta la prima ora di film (vado a spanne, diciamo fino a quando si risvegliano in mezzo alla carcassa dell’aereo) è mostruosamente coinvolgente. La costruzione è classica (e per certi versi simile a un altro remake recente, Dawn of the dead), nel suo presentarci momenti di vita “normale” durante i quali spuntano indizi di anormalità. Per i personaggi del film non c’è nulla di particolarmente folle, ma noi sappiamo di essere andati a vedere un film sugli alieni (zombie) e la tensione prende a salire. Di diverso rispetto al solito c’è, appunto, la “visuale in prima persona”, che trascina dentro alla pellicola come meglio non si poteva fare. Tutta la prima oretta di film è un vero e proprio stupro emozionale, angosciante, vivo, trascinante. Troppo credibili le reazioni e gli atteggiamenti, troppo “vicino” al protagonista lo sguardo, troppo ben costruito il susseguirsi degli avvenimenti. In quell’oretta di film ho passeggiato nel prato assieme a Ray, ho preso in simpatia la figlia e desiderato dare due schiaffoni al figlio, mi sono incuriosito e inquietato per i fulmini, sono andato a sbirciare, intimorito e allo stesso tempo intrigatissimo, sull’orlo di quello strano buco nel terreno. E, poi, sono stato preso dal panico. Le urla, il caos, le persone che esplodevano, il desiderio di tornare dai figli. Mi sono lavato di dosso la cenere dei cadaveri, ho raccolto velocemente quattro cose e sono fuggito in macchina in preda al terrore, cercando di fare il padre e controllare una situazione incontrollabile. Tutto incredibilmente bello e senza respiro. Il panico, la paura, l’ignoranza completa.

Poi, la svolta. Dopo la notte trascorsa nella villa dell’ex moglie di Ray, il film prende una piega leggermente diversa. Continua a raccontare i fatti tramite l’esperienza del protagonista, ma senza più limitarsi strettamente al suo sguardo. La visuale si allarga, passa dalla prima alla terza persona, un po’ alle spalle di Tom Cruise, di tre quarti. E incominciamo a seguire anche tanti piccoli avvenimenti leggermente al di fuori della sfera personale di Ray, seguendo del resto il suo sviluppo come personaggio che, per quanto poco e male, tende ad aprirsi al di fuori di quella sfera. Svanisce una parte del coinvolgimento, perché non c’è più quella sensazione di totale immersione nel panico della storia, e alcune immagini, pur belle e molto potenti, mancano il bersaglio proprio per questo motivo. Resta comunque un carrozzone coinvolgente e divertentissimo, che accompagna piacevolmente fino alla fine, ma l’impressione è che si sia perso qualcosa. E non a caso i momenti più “stringenti” della seconda parte sono proprio quelli in cui si torna a vivere l'”egoismo” di Ray. A pochi metri dal fronte di battaglia fra uomini e alieni, a un tiro di schioppo da dove decine e decine di persone cercano inutilmente di proteggerlo, riesce solo a pensare ai due figli. Spielberg non ci mostra lo schianto fra le due razze, ci fa vedere solo un uomo in preda alla disperazione, perché si trova a metà fra i suoi due figli, in una situazione completamente assurda e paradossale. Dall’altra parte sta succedendo di tutto, ma non importa, conta solo pensare a Rachel e Robbie.

La guerra dei mondi è un film stupendo, appassionante, divertente, emozionante. Racconta l’impotenza e l’ignoranza dell’uomo comune di fronte a un evento mostruosamente più grande di lui, trasmette in maniera quasi crudele il panico che deriva da un’esperienza del genere e lo fa così bene perché si aggrappa a simboli e situazioni troppo vicine, comuni e di attualità per non funzionare. Ha certamente dei difetti, o comunque presenta delle scelte che mi hanno lasciato perplesso. E no, non sto parlando delle fantomatiche incongruenze, che non mi interessa discutere qui. Il leggero cambio di prospettiva che ho notato da metà in poi può essere un’impressione mia e nulla più, ma i cali di ritmo e coinvolgimento mi paiono ben più palpabili. Se però perde in questo senso, anche nella seconda parte il film mantiene una potenza visiva pazzesca. Le immagini son quelle, le han citate tutti, ormai: il piano sequenza in macchina, la piantagione di sangue, la collina in guerra…

E poi lei, la famigerata sequenza nella cantina di Tim Robbins, che in effetti è davvero discutibile. Per quanto abbia trovato interessanti le premesse e la risoluzione “a vangate”, che ribadiscono la psicologia del protagonista e la buona fattura dello script (ebbene sì, a me i dialoghi son piaciuti molto), mi è sembrata del tutto fuori posto la doppia sequenza tentacolo/alieni. Assolutamente distante dal tono cupo e dilaniante che permea tutto il film, sembra quasi una concessione allo Spielberg più avventuroso e favoleggiante. Visto il susseguirsi degli eventi fino a quel punto, mi sarei aspettato di più un momento di reale panico, che una simpatica gara a nascondino in stile Tom & Jerry. Non c’è suspence in quei cinque/dieci minuti, l’unico scompenso è creato dall’irrazionalità del personaggio di Tim Robbins, che dona un minimo di imprevedibilità a una sequenza comunque concepita e realizzata in maniera banale e scontata. E del resto lo stesso manifestarsi degli alieni in cantina sembra quasi voler dire “sì, ok, sono nazisti, ma sono esseri umani pure loro”. Il film fino a quel punto funziona proprio perché ci mette di fronte a una minaccia onnipotente, irresistibile, ignota. Mostrare i poligoni unti con le zampe rompe un po’ il giocattolo, e ciò che viene dopo è pura accademia, per quanto incredibilmente bella. Ma rimane comunque un momento interessante, per quell’immagine crudele e simbolica della bimba che canta, bendata, fingendo di non sapere l’orrore che si sta consumando nella stanza a fianco per colpa sua.

E in ogni caso di cose “storte” ce ne sono sicuramente altre, su tutte una voce narrante che, per quanto possa essere interessante come citazione, non mi è piaciuta per nulla. Due ore stra-abbondanti in cui vestiamo i panni dell’ignoranza, facendo supposizioni, mettendo assieme indizi presi qua e là, terrorizzati proprio perché presi a pedate in faccia da roba che non può neanche esistere, e tutto questo lavoro viene sminuito dalla vocina che fa la spiega. Ma va bene così, alla fine Spielberg lo amo anche perché in ogni suo film ci trovo qualcosa che non mi convince, e mi ricordo che la perfezione non può esistere. Ma cazzo, se ci si avvicina.