Lo spam della domenica mattina: Operazione Natale

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La robbaccia del sabato mattina: Dinosauri stellari

E insomma, è stata la settimana dei due trailer sui ritorni delle cose che ci fanno tornare tanto bambini coi gli occhini e i lucciconi. Good times.

Jurassic World, con il regista di Safety Not Guaranteed che fa lo Spielberg 2.5 (il 2.0 l’ha già fatto Gareth Edwards in Godzilla). Trailer non dei migliori, però secondo me ci sono aspetti positivi e il tema è quello giusto, anche se poi basta un attimo a trasformarlo in una minchiata insopportabile. Comunque ne ho chiacchierato l’altro giorno registrando il nuovo Podcast del Tentacolo Viola, che esce martedì. Quindi, ecco, casomai qualcuno ci tenesse, la mia la dico lì.

E niente, che gli vuoi dire. Conciso e d’effetto, altro che gli effetti speciali provvisori e chi lo sa. Così si fa salire la fotta. Ed è salita. Apposto.

Pan, le origini di Peter Pan e Capitan Uncino con Hugh Jackman che fa Barbanera e Joe Wright che, presumibilmente, a un certo punto ci infilerà un piano sequenza. Non so, ‘sto trailer m’ha generato in testa un profondo tripudio di sticazzi, però magari è un problema mio.

Il trailer definitivo di The Interview, che, non so, sarà che l’altra notte mi sono finalmente guardato 22 Jump Street e ancora un po’ morivo soffocato, ma gennaio è veramente troppo lontano. Comunque ahahahahah, “In my country it’s pronounced Stallone”, hahahahah, hahahahahaha, hahhahahahah, hahhahahaha, ehm. Buon weekend a tutti.

Avete visto The Knick? Guardate The Knick.

Lo sciacallo

Nightcrawler (USA, 2014)
di Dan Gilroy
con Jake Gyllenhaal, Rene Russo, Bill Paxton

Lo sciacallo, traduzione italiana parzialmente azzeccata ma che forse circoscrive un po’ troppo i temi rispetto all’originale Nightcrawler, è il primo film da regista di Dan Gilroy, fratello di Tony (Michael Clayton, Bourne assortiti e vent’anni di altri film) e del montatore veterano John, tutti figli del premio Pulitzer Frank. Insomma, una bella famiglia in cui il talento scorre copioso, anche se non tutto quel che i simpatici fratelli producono è tempestato di diamanti. Dan ha alle spalle già oltre dieci anni di lavoro non necessariamente celebratissimo, ma qui ha tirato fuori uno fra i migliori film dell’anno, splendidamente scritto, diretto con una mano sorprendentemente solida e consapevole, magari anche perché aiutata dalla presenza di un grande come Robert Elswit alla fotografia. Non è forse un film perfetto, certi suoi attacchi al modo moderno di trattare le notizie sono un po’ di grana grossa, ma Lo sciacallo è uno splendido mix di thriller e commedia, che ti trascina dall’inizio alla fine forte di un ritmo invidiabile, di una messa in scena eccellente, di un protagonista scritto e interpretato mostruosamente bene. E, bonus, c’è pure un inseguimento in macchina che ti vien voglia di affidare subito a Gilroy il prossimo Fast & Furious, nonostante sia uno sceneggiatore alla prima esperienza con la macchina da presa.

Lo sciacallo racconta di un uomo piccolo piccolo, la cui morale scavalca il pensiero comune ed è virata solo ed esclusivamente al successo personale, alla ricerca di uno scopo nella vita, di un modo per mettere in pratica gli insegnamenti appresi a botte di corsi motivazionali, lezioni su internet e sana autodidattica. È un uomo esile e apparentemente innocuo, che Jake Gyllenhaal interpreta lavorando sul corpo, sulla postura, su delle spalle spesso abbandonate a loro stesse, su degli occhi enormi e pronti ad assorbire ogni cosa e su un sorriso capace di trarre in inganno tanto gli altri personaggi quanto gli spettatori. E del resto, se Lo sciacallo funziona così bene è anche per la bravura con cui Gilroy trova la distanza giusta, facendoti ammaliare dal suo nightcrawler, spingendoti a tifare per la sua storia di uomo che si è fatto da solo e lasciandoti lì alle prese col disagio dell’aver preso in simpatia una persona che scavalca la morale e pasteggia sulle disgrazie altrui.

Louis Bloom non è una persona normale che compie scelte sbagliate, è un sociopatico a cui l’era moderna offre l’opportunità di conquistarsi il successo con le proprie mani, applicando la sua assenza di morale comunemente intesa alla scavalcata sociale e professionale. Qualsiasi cosa si frapponga fra lui e il proprio obiettivo va eliminata, rivoltata come un calzino o quantomeno manipolata perché da ostacolo si trasformi in strumento. La sua non è una figura realistica e vicina, in cui è facile ritrovarsi, è piuttosto un’estremizzazione che parla di mille cose assolutamente nostre. Certo, critica i mezzi d’informazione e il loro approccio al sangue e alle difficoltà altrui, ma allarga molto di più il discorso, chiacchierando di quel che si è disposti a fare per raggiungere qualsiasi forma di successo e arrivando in fondo a parlare anche di cinema, dell’arte di manipolare la realtà per raccontare quel che serve, della consapevolezza che allo spettatore non interessino immagini realistiche, solo credibili. Il bello di Louis Bloom, poi, è che è talmente bravo a palleggiarsi chi gli sta di fronte a colpi di dialettica e armi retoriche inattaccabili, che alla fine anche la sua vittima più disgraziata non sa più cosa rispondergli e finisce quasi per dargli ragione. È la vittoria del troll da internet, e d’altra parte proprio Google è fra le armi più affilate di questo Travis Bickle del nuovo millennio.

Faceva parte delle proiezioni fuori concorso del Paris International Fantastic Film Festival 2014 e infatti è lì che me lo sono visto, nello splendore di una lingua originale che davvero si meriterebbe di essere ascoltata per il gran uso della voce fatto da Giacomino Gillencoso. In Italia, comunque, è uscito da un paio di settimane: se non l’avete ancora visto, recuperatelo. Mi raccomando.

Nightmare – Dal profondo della notte

A Nightmare on Elm Street (USA, 1984)
di Wes Craven
con Heather Langenkamp, Robert Englund, Johnny Depp

All’inizio degli anni Ottanta, Wes Craven chiudeva il suo primo decennio di carriera, in cui aveva diretto tutto sommato pochi film (perlomeno rispetto ai ritmi con cui avrebbe lavorato negli anni successivi) ma che aveva segnato a fuoco con un esordio potente come quello di L’ultima casa a sinistra e chiuso con un cult come Le colline hanno gli occhi. La seconda fase della sua carriera, quella appunto segnata da una produttività modello Woody Allen, è un microcosmo ai limiti dell’inspiegabile, che vede il regista di Swamp Thing, Le colline hanno gli occhi 2 e Dovevi essere morta riuscire a infilare nel bel mezzo di quel cumulo di monnezza un gioiello incredibile come il primo Nightmare. E così, fra una puttanata e l’altra, come se niente fosse, con indifferenza, per il secondo decennio consecutivo (e non per l’ultima volta) Craven ti piazza lì il film che detta le regole dell’horror a venire per un bel po’ di anni, oltre che una roba deliziosa ancora oggi, seppur fra le rughe di una vecchiaia che certo fa una gran fatica a nascondere.

L’idea di partenza Craven la pesca dai propri ricordi d’infanzia e dalle suggestioni derivate da alcuni articoli di giornale che raccontavano di rifugiati Khmer giunti in America in seguito ai bombardamenti statunitensi in Cambogia e perseguitati dagli incubi al punto di morire nel sonno. Gente che muore a letto, in maniera spiegabile fino a un certo punto, e i giornali che non sembrano collegare fra loro i vari casi verificatisi. Ottimo materiale su cui basare una storia dell’orrore, no? Ma bisogna trovare un protagonista, un babau che riesca ad avere un aspetto e una caratterizzazione un po’ diversi da quelli dei vari killer mascherati che vanno per la maggiore. Ecco allora quindi l’idea dell’assassino dalla faccia bruciata, anch’esso proveniente dai ricordi di Craven (un mix fra un signore inquietante incrociato da bambino e un bullo che lo molestava a scuola), con una faccia in qualche modo coperta da una “maschera”, ma ancora in grado di mostrare espressività, un’arma un po’ diversa dal solito pugnale e che se ne va in giro con addosso un maglione ispirato al costume di Plastic Man, ma virato verso l’accoppiamento di colori più fastidioso che esista per l’occhio umano.

Freddy Krueger subito prima dell’incendio che gli costerà la faccia.

Ma insomma, basta con il frullato di nozioni spicciole da Wikipedia, parliamo un po’ del film. Io, con Nightmare, ho sempre avuto un gran rapporto. Fra tutti i mostri “serializzati” che popolavano il mio immaginario da ragazzetto appassionato d’orrore cinematografico, Freddy Krueger è forse quello a cui più mi ero appassionato. In parte, ovvio, è una pura questione anagrafica: ho voluto tanto bene anche a Michael Myers, Leatherface e Jason Voorhees, ma erano tutti arrivati prima. E ho voluto bene anche ad altri, ma arrivarono dopo e non ebbero lo stesso impatto. Freddy, invece, spunta al momento giusto e si mangia tutto il resto con il suo esuberante carisma. Ma il buffone crudele costruito da un film all’altro, in realtà, nel primo Nightmare si intravedeva al massimo fra le righe. Che poi è il motivo per cui ancora oggi, nonostante certi aspetti siano invecchiati davvero tanto (le musiche, madonna santissima), si tratta di un film ancora capace di regalare della sana inquietudine.

Il Fred Kruger che viene introdotto in quei primi, micidiali, minuti non è solo un assassino di bambini e ragazzini (nelle intenzioni iniziali doveva essere pure molestatore, per sicurezza), è una creatura sovrannaturale che prende possesso dell’unico ambito della nostra vita in cui dovremmo sentirci al sicuro e lo violenta nella maniera più brutale possibile. I film successivi ne estremizzeranno le caratteristiche trasformandolo in una specie di buffone omicida, ma qui Englund, pur gigioneggiando, esprime una furia trattenuta, crudele, che si concede solo un paio di battutacce. C’è già lo spirito beffardo di chi si bea della propria onnipotenza, gioca con le vittime e ne ride tutto il tempo, ma è soprattutto la natura marcia, oppressiva e violenta del personaggio ad emergere. Ed è un cattivo fenomenale, seppur (o forse proprio perché) appena tratteggiato, che buca lo schermo dal punto di vista visivo e diventerà poi una fra le icone horror più forti e irripetibili di sempre.

Ma a rendere grande il primo Nightmare non c’è solo la figura di Freddy, c’è soprattutto l’idea fantastica di basare tutto sul mondo dei sogni e di giocarci apertamente. Quando i personaggi chiudono gli occhi scatta l’orrore e Craven si sbizzarrisce da un lato nell’applicare i cliché dell’horror a un contesto onirico, rendendoli improvvisamente molto meno cretini, dall’altro nel mettere in scena un po’ tutti i classici luoghi comuni degli incubi. L’esempio più banale è quello del pavimento (la scala, per la precisione) che assume la consistenza della melassa, facendo sprofondare i piedi e rendendo faticosissima la fuga dal pericolo, ma le idee fioccano in ogni dove, fra telefoni linguacciuti, momenti di sogno nel sogno nel sogno in cui non si ha mai la certezza di cosa stia realmente accadendo e ovviamente gli omicidi, uno meglio dell’altro, con forse in testa quello, meraviglioso, di un Johnny Depp al suo primo ruolo in assoluto, forte della maglietta con ombelico in bella vista e di una faccia da cretino come poche.

Poi Freddy è veramente un tipo raffinato.

A rivederlo una decina d’anni dall’ultima volta, fra l’altro per la prima volta sul grande schermo, Nightmare m’è risultato ancora più forte e riuscito nei suoi aspetti migliori, seppur sempre più invecchiato in tanti altri. Accanirsi su una colonna sonora per forza di cose legata al periodo storico è magari fuori luogo, ma certi suoni trapananti, sparati a mille nel multisala di fiducia, non si possono davvero sentire. E, insomma, anche ai faccioni degli attori, praticamente tutti costantemente sopra le righe e dalle parti del canino, si fa un po’ fatica ad abituarsi. Ma per il resto, lo splendore del film è ancora tutto lì, e se magari l’impatto visivo non è lo stesso di altri classici dell’horror (e del resto Craven, con tuttto l’affetto, non è mai stato Carpenter), certe grandi e piccole trovate, tipo Johnny Depp che spunta da dietro l’albero nel sogno “coordinato”, sono ancora deliziose. E bisogna tenere pure conto del fatto che stiamo parlando di un film uscito trent’anni fa. Trenta, eh! Cristopher Nolan aveva quattordici anni, altro che i sogni nei sogni dei sogni e la trottola.

Nel riguardarlo oggi, poi, emerge anche un aspetto tematico affascinante. Da bravo autore horror indipendente, Craven ci teneva a infilare comunque un certo tipo di temi e di satira nei suoi film. Certo, la cosa non era esattamente sottile, però l’attacco anche un po’ brutale all’america di provincia, tutta pulitina, sana e dai valori puri, si sente forte e chiaro. Ma soprattutto, Nightmare, a voler ben vedere, è un film young adult fatto e finito, solo che filtrato attraverso la visione ruvida e sanguinaria di un horror anni Ottanta. I protagonisti sono tutti adolescenti alle soglie del passaggio all’età adulta e sono costretti a prendere in mano la situazione perché i genitori si rivelano tutti cretini, irresponsabili, alcolizzati o anche solo disinteressati. Anzi, sono proprio madri e padri ad aver creato, nella loro stupidità, la minaccia di Fred Krueger. E la protagonista è una ragazza che trova la forza di reagire e risolvere la situazione, per mezzo del classico confronto catartico marchio di fabbrica di Wes Craven (che per altro avrebbe voluto un lieto fine completo e si vide imposta la svolta onirica conclusiva dalla produzione). Fra l’altro, vedi un po’ il caso, a un certo punto si interessò al progetto la Walt Disney, che però voleva addolcirne i toni e debrutalizzarlo. Mamma mia cosa abbiamo rischiato.

 L’Hunger Games degli anni Ottanta.

E invece è andato tutto bene, con un film che per altro ha incassato l’equivalente del suo budget nel giro di una settimana, per andare poi a raccogliere oltre dieci volte quel che era costato, dando vita a una vera e propria saga. Ma soprattutto Wes Craven ha firmato quello che, forse, rimane il suo capolavoro (o che comunque se la gioca al massimo con altri due o tre dei suoi film) e ha dato vita all’icona horror per eccellenza degli anni Ottanta, capace di sconfinare pure un po’ nel decennio successivo, generare svariati seguiti (e neanche tutti orrendi, via), riportare Craven sul luogo del delitto con quell’altra ottima cosa di Nightmare – Nuovo incubo e beccarsi pure il suo inevitabile remake, che vabbé, lasciamo stare. Tra l’altro, chiudiamo come abbiamo aperto, con un fun fact da Wikipedia: Jackie Earle Haley, amico di Johnny Depp, aveva partecipato senza successo alle audizioni per il film. Venticinque anni dopo, verrà ingaggiato per il ruolo di Freddy nel remake. Che, vabbé, lasciamo stare.

 
E buona notte a tutti.

Non so quante volte io abbia visto questo film, e oltretutto nei ricordi tende un po’ a mescolarsi con gli altri episodi, quindi non mi metto certo a contarle. L’ultima volta, comunque, è stata la scorsa settimana, in lingua originale, al cinema, qua a Parigi, nel bel mezzo di quella cosa deliziosa che è il PIFFF. Gli attori sono quasi tutti dei cani maledetti, però si impegnano di brutto e alla fine rendono. E poi la risata di Robert Englund è una delizia.

Time Lapse

Time Lapse segna sostanzialmente il doppio esordio di Bradley King e BP Cooper. Il primo arriva da quattro cortometraggi e qui ha scritto e diretto. Il secondo ha alle spalle un decennio da produttore nel cinema indipendente americano e ha qui co-firmato la sceneggiatura. Assieme, i due han tirato fuori il classico bel film tutto incentrato su uno spunto forte e messo assieme con un budget ridotto, probabilmente speso più che altro per piazzare a schermo facce non dico famose, ma quantomeno riconoscibili. E dalla loro hanno avuto anche il culo di poter infilare nei titoli di coda un grazie grosso come una casa a John Rhys-Davies, che ha partecipato sotto forma di fotografia. Tema del film? I paradossi temporali – ma non i viaggi nel tempo – e i modi in cui la capoccia delle persone parte per la tangente quando queste si ritrovano davanti soldi facili e opportunità incredibili.

Volendo, può ricordare un po’ il senso di paranoia e di rovinosa caduta verso l’abisso che c’era in Piccoli omicidi fra amici, esordio di quell’altro regista là che sappiamo bene e con cui fra l’altro Time Lapse condivide la presenza di un cadavere misterioso come catalizzatore degli eventi. Il cadavere, in questo caso, è quello di un vicino di casa dei tre protagonisti (un giovane pittore in crisi creativa, la sua ragazza e il loro convivente perdigiorno col trip delle scommesse sulle corse di cani), che sbarcano il lunario facendo i custodi del complesso residenziale in cui vivono e scoprono in casa del cadavere uno strano macchinario. Salta fuori che si tratta di una macchina fotografica in grado di produrre immagini prelevate dal futuro, per la precisione da ventiquattro ore dopo, e che il suo creatore, per eseguire i test, l’aveva puntata sulla finestra di fronte, quella dei tre cuori in affitto. Ovviamente a questo si aggiungono ulteriori piccoli misteri, tipo l’esatto funzionamento della macchina fotografica o il motivo per cui dalla “collezione” dello scienziato sembrino mancare alcune foto, e il film si sviluppa attorno a questi dubbi e alle decisioni su come approfittare della scoperta.

È possibile cambiare il futuro? Influenzarlo? Se sappiamo cosa faremo fra un giorno esatto, possiamo permetterci di provare a cambiare gli eventi facendo altro? Il semplice fatto di saperlo finisce per influenzare le nostre azioni al riguardo e rendere tutto inevitabile? Ma soprattutto: se vinci troppe scommesse clandestine di fila, non è che poi qualcuno s’incazza? Time Lapse offre risposte a queste e altre domande, regalando qualche svolta efficace, seppur magari un po’ forzata – ma non più che in altri film che giocano con le linee temporali – e giocando bene sul crescente senso di paranoia, oltre che sulla pura curiosità di sapere come andrà a finire. Gli attori fanno il loro dovere, lo script riesce più volte a presentare situazioni che paiono impossibili facendo invece poi tornare tutto e c’è pure uno di quei finali da pernacchia in faccia ai protagonisti che pare uscito da un episodio di Ai confini della realtà. E questo nonostante, tutto sommato, Time Lapse non lasci addosso la tipica sensazione da storiella breve tirata troppo per le lunghe che spesso i film basati su una singola trovata fantascientifica forte finiscono per dare. Va detto che non lascia neanche addosso la sensazione di aver scoperto chissà quale nuovo talento pazzesco nel cinema del fantastico, ma tutto sommato ci si può pure accontentare di gente che sa fare bene il proprio lavoro senza menarsela troppo.

Se IMDB non mente, il film non è ancora uscito da nessuna parte, ma si sta facendo il giro di un po’ tutti i festival del pianeta, compreso il Fantafestival di Roma dello scorso luglio. Attendiamo fiduciosi.

The Walking Dead 05X07: "Lo scambio"

The Walking Dead 05X07: “Crossed” (USA, 2014) 
con le mani in pasta di Scott Gimple e Robert Kirkman 
puntata diretta da Bill Gierhart
con Andrew Lincoln, Norman Reedus, Steven Yeun, Lauren Cohan, Michael Cudlitz e un po’ di altra gente

Avere a che fare con gli spettatori che ne sanno non è facile. Voglio dire, provate a mettervi nei panni degli sceneggiatori di The Walking Dead, che ogni anno si devono inventare un bel malloppo di puntate per raccontare di gente disperata, alle prese con un mondo devastato e in cui la morte è sempre dietro l’angolo. E poi pensate che devono raccontare queste cose a gente che conosce il fumetto, quindi sempre pronta a tormentarti coi “Ma quando arriva tizio? Quando fanno quella cosa? Tanto lo so che qua succede questo!”, ma anche a gente che ne ha viste tante e si fa tutto il suo corredo di pipponi mentali su “Ma quello c’ha il nome sui titoli di testa, non può morire. Figurati se ammazzano coso che piace ai fan! Se anche morisse, non sarebbe in questa scena buttata lì.” E, certo, la maggior parte della gente che segue The Walking Dead (la serie di maggior successo del momento, mica bruscolini) non fa parte di questi gruppetti di spaccamaroni, ma quelli che ogni settimana ti spaccano i maroni su Twitter e sui forum, beh, sono loro. Gli spaccamaroni.

Questa cosa mi è venuta in mente pensando al momento zombo di metà puntata, quello con Daryl che si piglia a ceffoni col poliziotto in mezzo agli zombi usciti dall’acido di RoboCop. Ecco, chi, della gente che ne sa, poteva mai pensare che Daryl fosse a rischio? Nessuno, via. Eppure, su, diamone atto a ‘sta povera gente: anche se non ci ho creduto per un attimo, è stata una bella scena, messa assieme come si deve, con la manina che si infilava in bocca, lo “sgnac sgnac” e poi la craniata per interposta persona. Bravi. Pacca sulla spalla. Attorno a quella scena, c’era però la classica puntata pre-finale, che serve più che altro a fare il punto della situazione e a piazzare le varie pedine sul campo in vista dei botti in arrivo sul finale di metà stagione. Va sempre così, ogni anno, men che meno poteva andare diversamente dopo un blocco di puntate che hanno diviso nettamente l’azione fra i vari gruppetti, quindi con la necessità di ricucire tutto quanto e definire la situazione.

Nel farlo, si è finalmente tornato a dare un pochino di spazio ai derelitti Glenn e Maggie, col primo che riprende a fare il capetto wannabe e la seconda che ruba un po’ a Rick la scena del fumetto in cui Abraham viene calmato facendogli osservare una pistola dal lato sbagliato. Nel frattempo, Gabriel si è iscritto al partito dei rincretiniti che si mettono nei guai senza alcun motivo sensato (Lori saluta dalla tomba) e sul fronte Atlanta ci si è preoccupati più che altro di pianificare la battaglia e di mostrare un Rick ormai sempre più lontano dall’eroe pulitino dei vecchi tempi, con addirittura Daryl costretto a fare la parte di quello che lo tiene a bada. Nel mezzo, per l’ennesima volta, Tyreese mette qualcuno nei guai per la sua fissa di fare e voler spingere tutti a fare sempre la cosa moralmente giusta. Magari è la volta che le conseguenze sono tali da farlo sbroccare definitivamente. Vedremo.

Totomorti: fino a ieri avrei detto Carol, ma devo ammettere che il trailer della prossima puntata mi ha fatto venire una mezza idea di puntare su Beth. Ma continuo a pensare che toccherà a una fra loro due, con magari anche qualche personaggio minore a fare da companatico.

The Mole Song: Undercover Agent Reiji

Mogura no uta – sennyû sôsakan: Reiji (Giappone, 2013)
di Takashi Miike
con Tôma Ikuta, Ken’ichi Endô, Mitsuru Fukikoshi 

Quando si scrive di Takashi Miike è obbligatorio menzionare il fatto che la sua scheda su IMDB vede quasi cento lavori da regista realizzati in poco più di vent’anni. E OK, non sono tutti film per il cinema, ma insomma, eh, Woody Allen vatti a nascondere. Poi è chiaro che quando ti ritrovi a dirigere anche cinque film in un anno non puoi aspettarti che vengano proprio tutti fuori bellissimi, ma il lato positivo della faccenda, forse, sta nel fatto che a Takashi Miike fotte sega. Fa un po’ quel che gli pare, spara in tutte le direzioni, spinge a mille quando ne ha voglia e fa il trattenuto quando gli gira così, passando fra drammoni sentimentali, epica storica, videogiochi, fumetti, horror surreali e polizieschi frenetici. Non sarà magari capace di fare tutto, ma di certo non si fa problemi a provarci. E ogni tanto gli scappa il filmone. È questo il caso? Probabilmente no, ma The Mole Song è un film divertente, che scorre via placido nonostante qualche lungaggine, strappa risate continue e stupisce con diverse trovate visive legate al fatto che, come dicevo, a Takashi Miike fotte sega.

Basato sul manga di Noboru Takahashi che, posso sbagliarmi, non credo si sia mai visto dalle nostre parti, l’ultimo film (del 2013) di Takashi Miike si infila nel gruppone delle sue opere fumettistiche e/o videoludiche che pigliano lo stile dell’opera originale e lo sbattono sul grande schermo senza fregarsene particolarmente di normalizzare o adattare in qualche modo la cosa al fatto che, non so, ci sono degli attori, è il mondo reale, non vogliamo risultare ridicoli. Insomma, si diceva, a Takashi Miike fotte sega. Soprattutto, fotte sega del termine “grounded” che tanto va di moda negli iuessei. Qua si va in direzione completamente opposta e lo si fa con un approccio che sembra quasi voler urlare con forza “Robert Rodriguez e Frank Miller puppatemelo”. The Mole Song si apre con un tizio semi-nudo, schiantato sul cofano di una macchina sparata in strada a velocità massima, che urla disperato per la propria vita. È subito tutto cartoonesco a mille e ci mette pochi secondi a diventarlo oltre ogni limite sul piano della caratterizzazione visiva, fra attori ridotti a caricature che si muovono su scenari bidimensionali, costruzioni al neon che ruotano attorno al protagonista e caratterizzazioni all’insegna del esagerazione totale.

Il senso dell’operazione, a voler ben vedere, non è poi così lontano da quello di un Sin City, ma la differenza sta nel senso di assurdo divertimento che il film di Miike riesce a trasmettere così bene e che pare onestamente mancare in tutto quel prendersi sul serio fumoso che esce dalla testa di Frank Miller. The Mole Song è sostanzialmente un manga preso e sbattuto sul grande schermo, con un po’ di attori infilati a calci in culo nelle vignette e una valanga di invenzioni visive e narrative che si inseguono a ripetizione. A tratti il film si ferma un po’, preda di quella logorrea così tipica di un certo cinema orientale, ma ogni volta che hai l’impressione di star per sbadigliare parte una sequenza fuori di cozza, dall’estetica assurda o anche solo completamente scema. È uno di quei film davanti ai quali ti devi arrendere, metterti lì a subire passivamente il poliziotto infiltrato verginello cretino completo, lo yakuza nano gobbo coi denti tempestati di diamanti e tutto il restante frullato di assurdità complete. Se ne sei in grado, c’è parecchio da divertirsi.

Era il film d’apertura del Paris International Fantastic Film Festival 2014, che ho seguito la scorsa settimana e di cui oggi comincio a scribacchiare. Se IMDB non mente, al momento The Mole Song è stato distribuito solo in Giappone, ma si è girato svariati festival, facendo tra l’altro il suo esordio a quello di Roma. Arriverà mai una versione italiana? Eh, con Takashi Miike, la risposta sembra essere sempre un po’ affidata a un tiro di dadi. Alcuni arrivano. Alcuni no. Vai a sapere.

Lo spam della domenica mattina: Assenza giustificata

Questa settimana ho prodotto davvero pochino, ma ho la giustificazione firmata dalla mamma. Ad ogni modo, su Outcast abbiamo finalmente uscito la recensione a quattro mani di NBA 2K15. Inoltre, è tornato The Walking Podcast e ieri ho estratto la prima parte dell’Old! sul novembre del 2004.

Sono in arrivo dei podcast. Vari. Su diverse cose. Quali? Vai a sapere.

La robbaccia del sabato mattina: Mostri giapponesi

Mentre io trascorro i pomeriggi seduto al cinema con l’occhio spiritato, in Giappone buttan fuori i teaser trailer del film “live action” basato su Kiseiju – L’ospite indesiderato. Guardiamoceli.

Il manga me lo ricordo meraviglioso, fra l’altro sono rimasto fermo a due volumi dalla fine, causa interruzione delle uscite italiane, ma scopro ora che a dicembre parte una riedizione, quindi di base son belle cose. Il film, dai trailer, sembra provare a centrare l’equilibro assurdo e impossibile da centrare che ci vuole. Ci riuscirà? Vai a sapere.

Son of a Gun, con Ewan McGregor che fa il criminale d’esperienza cattivissimo e pericolosissimo. Anche se i fattori in gioco sono diversi, mi ha fatto un po’ venire in mente il Denzel di Training Day, con la differenza che Ewan, col suo facciotto, mi sembra proprio poco adatto. Magari sbaglio.

Il trailer di I Peanuts, il nuovo film d’animazione dedicato alle creature di Charles M. Schulz. Io coi vecchi cartoni dei Peanuts c’ho un rapporto fortissimo e tutto particolare, roba che se ci penso mi assale un magone infinito. Quindi magari il mio giudizio è da prendere con le pinze. Però devo dire che lo stile visivo mi piace abbastanza. In compenso non mi dice niente quel che viene mostrato e la canzone DOVETE MORIRE. Boh. Si parla di novembre 2015, comunque.

The Duff, in arrivo l’anno prossimo, parrebbe essere un tentativo di tirar fuori il nuovo Mean Girls / Easy A. Non riesco a capire se il trailer mi convinca fino in fondo, però mi sembra promettente. Ad ogni modo, per oggi è tutto, vi lascio con una cofana di cose a caso.



Nelle pause fra un film e l’altro del Paris International Fantastic Film Festival 2014 ho scoperto che nei pomeriggi infrasettimanali gli Starbucks parigini sono pieni di studentesse bionde che si preparano per gli esami (o fingono di farlo).

The Divine Move

Sin-ui Hansu (Corea del Sud, 2014)
di Beom-gu Cho
con Kil-Kang Ahn, Sung-kee Ahn, Choi Jin-Hyuk 

Mi sono presentato in sala per The Divine Move non sapendo bene cosa aspettarmi (Un film d’azione basato sul go? Wat?) e ne sono uscito urlando FILM FIGATISSIMA e decidendo che per me il festival del cinema coreano di quest’anno si doveva chiudere qui, su questa nota d’esaltamento. Cose che capitano. Comunque, sì, The Divine Move è esattamente quella cosa lì: un film sul go, sulle pizze in faccia e sulle coltellate in pancia. È anche un film privo di vergogna, che si prende brutalmente sul serio – pur senza rinunciare a qualche gag – nell’utilizzare personaggi come il giocatore di go cieco, quello con un uncino al posto della mano e il bambino fenomeno, ma in fondo è divertente anche per questo. Racconta di un professionista del go un po’ sfigato che viene invischiato dal fratello nel mondo del gioco d’azzardo e finisce per questo malissimo, ma s’incazza a morte e torna with a vengeance. E da lì diventa quindi una specie di mix fra l’heist movie in stile Ocean’s Eleven, con la banda di tipi pittoreschi messa assieme per piantarla in quel posto ai cattivoni all’insegna dello stile da gran signori. Però col go. E con delle scene d’azione spettacolari, brutali, in cui è difficile non notare almeno un po’ d’influenza da parte di The Raid. E con un montaggio di allenamento esaltante in stile Rocky che alterna partite a go e cazzotti FORTISSIMI. In prigione. È meraviglioso.

Da un certo punto di vista, lo si potrebbe descrivere come una specie di Casino Royale con il go al posto del texas hold’em, in cui però le scene d’azione sono molto più spettacolari e brutali e nel quale – trattandosi di cinema orientale – non si perde tempo a far gli spiegoni sulle regole del gioco. Fra gli apetti più affascinanti del film, per altro, c’è il modo in cui il racconto è totalmente immerso nella disciplina di cui parla. The Divine Move non è semplicemente un film di pizze in faccia la cui trama sfrutta il go come fumoso pretesto, tutt’altro. Ci sono diverse partite al centro dell’azione, tutte raccontate in maniera assurdamente efficace e capaci di coinvolgermi nonostante, di fatto, io non capisca una sega di go e mi rendessi conto di come stavano procedendo le cose solo sulla base della messa in scena. Cosa che, per altro, è un risultato mica da ridere. Poi, certo, non ho idea di quanto siano realistiche, ma posso dire che il regista, presente in sala, ha sottolineato di essersi avvalso della consulenza di giocatori professionisti (ed essersi beccato qualche critica per la luce negativa che il film getta sul mondo del Go).

E mica finisce qui: tutto il film è diviso in capitoli i cui titoli riflettono le diverse fasi di una partita a go e gli stessi personaggi si punzecchiano spesso facendo paralleli con mosse e situazioni tipiche della disciplina. Insomma, The Divine Move è un film assolutamente godibile e divertente anche per chi non sa nulla di go, ma se conosci l’argomento, a occhio, mi sa che ti diverti il doppio. Se invece non lo conosci, ti godi comunque una bombetta dal gran ritmo, seppur forse con un breve momento di stanca subito prima del gran finale, che si porta in dote la solita estetica vibrante da film di genere coreano e con due o tre scene d’azione spettacolari, brutali, violente, che ti fan venire voglia di saltellare tutto contento sul seggiolino del cinema. Apposto.

Il film ha riscosso un discreto successo in patria, è stato distribuito negli iuessei (e in Canada!) e si sta girando un po’ di festival europei. Quindi, tutto sommato, dovrebbe essere reperibile.