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Self/less

Self/less (USA, 2015)
di Tarsem Singh
con Ryan Reynolds, Natalie Martinez, Matthew Goode, Ben Kingsley

Quando sono andato al cinema per Self/less, m’ha detto sfiga in metropolitana, c’erano problemi, ritardi, ginocchia che facevano contatto con gomiti, la qualunque, e ho finito per entrare in sala a titoli di testa già avviati. È una cosa che odio, al punto che in genere, se mi capita, sono capace di voltarmi, uscire e tanti saluti (certo, contribuisce il fatto che col mio abbonamento non pago il singolo biglietto). In questo caso non l’ho fatto, perché, ehi, un thrilleretto con Ryan Reynolds, suvvia, possiamo anche non essere integralisti. Che ce ne frega, direte voi? Eh, il fatto è che mi ero completamente dimenticato di essere andato a vedere un film di Tarsem Singh (la vecchiaia avanza). E vedi un po’ come ti cambiano la prospettiva, certe cose.

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Slevin – Patto Criminale


Lucky Number Slevin (USA, 2006)
di Paul McGuigan
con Josh Hartnett, Lucy Liu, Morgan Freeman, Ben Kingsley, Bruce Willis, Stanley Tucci

Slevin è un film che gioca con lo spettatore, si diverte a farlo e certo non se ne vergogna. Prende amichevolmente in giro l’abitudine del “twist” narrativo che ribalta la prospettiva e lo fa in maniera del tutto aperta. Troppo fuori dall’ordinario le premesse, troppo allucinate e simboliche le splendide scenografie, troppo favoleggianti e ironici i toni con cui sono presentati i personaggi, per non capire fin dall’inizio che “c’è qualcosa sotto”.

Se preso per il verso giusto, però, l’ultimo film di Paul McGuigan funziona, grazie a dei divertenti dialoghi tarantiniani e alle solite notevoli performance di tutto il cast. Ma bisogna essere disposti a giocare col regista, accettare le bottarelle di gomito e le strizzate d’occhio, sorvolare su certe forzature e su un’aria da esercizio di stile fine a se stesso che permea buona parte del film.

Quando poi arriva il momento del citato twist, però, a sorprendere non è tanto il prevedibile sviluppo dell’intreccio, quanto piuttosto la piega tremendamente noir che prende il tutto. Un tipo di narrazione già intrapreso nei minuti iniziali, ma poi abbandonato in favore di un’atmosfera sognante e sarcastica, talmente sopra le righe da risultare quasi fiabesca. E invece negli ultimi minuti si torna alla realtà, alla disperazione e al cinismo, seppur tagliato da uno sferzante raggio di luce.