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007: Spectre

Spectre (GB, 2015)
di Sam Mendes
con Daniel Craig, Christoph Waltz, Léa Seydoux

Spectre è l’inevitabile, prevedibile e non necessariamente gradita conseguenza del passo che era stato compiuto con Skyfall. È il tuffo definitivo, mani e piedi, nel Bond più macchiettistico e tradizionalmente camp, quello che già nel primo episodio diretto da Sam Mendes aveva iniziato ad esprimersi solo per one liner, usare gadget bizzarri, sistemarsi cravatta e polsini a ogni cazzotto tirato e combattere antagonisti dall’estetica variopinta. Qui, il personaggio che quasi dieci anni fa se ne fregava di come gli preparavano il cocktail chiude il cerchio sparando fiamme dalla macchina e affrontando la Spectre di un Blofeld che ogni volta che lo cattura lo infila in un trappolone più arzigogolato. Come e anche più che in Skyfall, tutto ruota attorno a un bizzarro conflitto fra la rilettura ruvida, umana e passionale operata dai primi due film e questa evoluzione in corsa, che stride e sembra quasi voler infilare a forza il Bond di Daniel Craig in un’epica retrò che non gli appartiene. È chiaro che apprezzare o meno il tentativo è anche una questione di percezione personale, così come è chiaro che si trattava di un processo forse inevitabile, ma chi come me si è reinnamorato di Bond proprio grazie a quella rilettura operata da Martin Campbell, beh, difficilmente non può uscirne perlomeno un po’ spiazzato.

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Revolutionary Road

Revolutionary Road (USA, 2008)
di Sam Mendes
con Leonardo Di Caprio, Kate Winslet, Michael Shannon

L’angoscia della normalità, del sentirsi inadeguati a un ambiente che non riteniamo adeguato a noi, del volere altro, di più, del non capire la vita che ci scivola tragicamente addosso, del pagare errori che neanche ci rendiamo conto di aver commesso, del non voler, poter, dover. La fame, insaziabile, insopprimibile di raggiungere un sogno lontano, il cui pensiero per un attimo ti fa tornare la gioia di vivere anche le semplici sciocchezze. Il caso, il destino, il costruirlo con le proprie mani senza rendersene conto, il piangersi addosso e nascondersi nel vittimismo, il panico del tempo che scorre e non perdona, l’ansia del non saper dare un senso alla propria vita. La morte, che improvvisamente comincia a sembrare uno spettro tangibile, che si avvicina attraverso il parabrezza mentre nello specchietto ormai non vedi più l’immortalità dell’adolescenza. La mediocrità, l’incapacità di vedere il bello fra le sue maglie, la predestinazione all’angosciosa autodistruzione. Il male, fatto, puro e finito, nascosto, annidato in tutto il bene che non si riesce a vedere. L’ansia e la putrefazione dello spirito, la pattumiera emozionale, il vortice della merda. “This film is so good it is devastating.”

Film sorprendentemente asciutto, pulito, privo di sacchetti di plastica che svolazzano e pozzi di petrolio in fiamme, non si capisce bene se per maturazione del Mendes o per il di lui rispetto nei confronti del mastodontico romanzo di Richard Yates. Mendes che, fra l’altro, dipinge immagini incredibili, racconta scene dalla potenza assurda, anche senza bisogno di strizzare troppo l’occhio. E almeno tre grandi attori. E un signor adattamento cinematografico. E un film che ti cresce dentro, che passa un’oretta a sventolare spore in giro e poi, implacabile, un’altra oretta a far esplodere la mostruosità dell’angoscia, del panico, del malessere. Filmone, nonostante i bambini con l’accento romano e la voglia di ascoltare Di Caprio e Kate Winslet, invece di Francesco Pezzulli e Chiara Colizzi. Anche se Pierfrancesco Favino fa un bel lavoro con un ruolo difficile. Ma cazzo, basta, non mi fregano più, lo prometto.

Jarhead


Jarhead (USA, 2005)
di Sam Mendes
con Jake Gyllenhaal, Peter Sarsgaard, Jamie Foxx, Chris Cooper

Dopo aver dominato gli Oscar con il bello, ma sopravvalutato, American Beauty ed essere giustamente finito nell’anonimato con il mediocre, patinatissimo, quasi inguardabile Era mio padre, Sam Mendes torna alla ribalta con il suo miglior film. Jarhead racconta in prima persona le vicende di un marine coinvolto nella prima Guerra del Golfo, scegliendo un tono cinico e fortemente ironico. Mendes miscela Full Metal Jacket e Three Kings, omaggia apertamente Apocalypse Now e trova una via personale, non rinunciando ai dozzinali poetismi che caratterizzano la sua regia, ma trovando un senso della misura che francamente non pensavo gli appartenesse. Questa volta riesce a scrollarsi di dosso quasi del tutto la caramellosa e insopportabile patina che ricopriva Era mio padre e trae dal racconto, dal contesto, lo spunto per mettere in scena immagini dalla notevole potenza evocativa.

Aiutato dallo splendido lavoro di Roger Deakins, Mendes dipinge splendide cartoline dal deserto, regalando paesaggi di rara bellezza e una meravigliosa sequenza legata ai pozzi di petrolio in fiamme. Ogni tanto si fa un po’ prendere la mano, del resto ce l’ha nel DNA, ma il film non ne soffre, grazie soprattutto a uno script solido, scorrevole e azzeccato. Ottimo lo studio psicologico dei personaggi, sicuramente un po’ stereotipati nella concezione, ma tratteggiati molto bene nello sviluppo (soprattutto i due interpretati da Gyllenhaal e Sarsgaard). Deliziose, poi, le interpretazioni di Jamie Foxx e Chris Cooper. Manca, forse, un po’ di concretezza nella parte finale. Dopo quella bell’immagine dei marine che sfogano la frustrazione per aver trascorso mesi in una finta guerra, viene una serie confusa e inconcludente di piccoli “finalini”, che dicono poco o nulla e non sembrano poter tirare le fila del discorso. Voluto o meno che sia, resta in bocca un senso d’incompiuto.