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Suicide Squad

Tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana, hanno provato a raccontarci la favoletta della DC/Warner Bros. che si proponeva con una visione opposta rispetto a quella dei Marvel Studios e tentava di regalarci anch’essa un universo cinematografico di film tutti collegati fra loro e pieni di cretini in costume, ma buttandola sulla depressione, sul tono cupo, sul lasciare ad ogni singolo regista, e quindi ad ogni singolo film, la possibilità di esprimere liberamente la propria personalità e sul fatto che noi c’abbiamo i cattivi fichi, altro che quegli sfiatati della concorrenza, Fuck Marvel, yo! Certo, se la personalità è quella di Zack Snyder, si parte bene ma non benissimo, però, insomma, era bello crederci. Fra l’altro a me L’uomo d’acciaio neanche è dispiaciuto, ma qui posso difendermi dicendo che non l’ho mai rivisto. Peccato che il master plan sia in realtà partito dopo L’uomo d’acciaio e già nel secondo film ci siamo ritrovati con pasticci da comitatone infilati a calci in culo per mettere assieme l’universo in fretta e furia, un cattivo (anzi, due) impresentabile(i) e le battutine d’avanspettacolo che facevano capolino sul finale. E il terzo lo potremmo sottotitolare “Calata di braghe”.

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La robbaccia del sabato mattina: Cose a caso da casa

Mentre ero in Liguria che agitavo il telefono in giro fra i campi nella speranza di trovare una connessione funzionante tramite cui consegnare quel paio di lavori che ho fatto tra una lettura e l’altra, m’è apparso davanti quanto segue.

 

E bam, niente, non so che sia, ma quell’ultima inquadratura m’ha fatto tornare l’arrapamento nei confronti di Star Wars: Il risveglio della forza. E che ci posso fare, capita. Vedremo come sarà il vero trailer, dai.

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Hancock

Hancock (USA, 2008)
di Peter Berg
con Will Smith, Jason Bateman, Charlize Theron

Hancock è un film un po’ schizofrenico. Parte da un’idea magari non “nuova” nel senso più puro del termine, ma comunque fuori dagli schemi della classica produzione hollywoodiana, sviluppa tale idea per un po’ e poi piano piano si mette in riga, andando a infilarsi su binari più adeguati al contesto – quello del multisala invaso da ragazzetti e pop corn – senza però volerlo abbracciare fino in fondo. L’idea è quella del supereroe stronzo, buzzurro, menefreghista e alcolizzato, che sfrutta i suoi poteri da semidio per aiutare il prossimo a tempo perso, senza curarsi delle drammatiche conseguenze che il suo operato può generare. Insomma, ha grandi poteri e se ne fotte delle grandi responsabilità, col risultato che la gente lo odia e le istituzioni vorrebbero levarselo dalle palle.

I binari, almeno in avvio, sono quelli della commedia d’azione, messa in scena con un bello stile ruvido da Peter Berg (uno che da questi parti è abbastanza apprezzato, visti precedenti come Cose molto cattive e Friday Night Lights). Tremebonda camera a spalla, colori tagliati e grezzi, aria da film adulto, forse anche un po’ figlia della produzione di Michael Mann.

Guardando Hancock si ride, di gran gusto, e si nota come Will Smith sia sempre più bravo anche nell’interpretare cosette semplici come queste senza scivolare nella caricatura, ma dando anzi spessore e credibilità al suo personaggio. E si apprezzano il tentativo di dare un taglio realistico almeno a una parte del racconto e la voglia di graffiare, seppur nei limiti del contesto. Anche perché da una produzione del genere non ti puoi mica aspettare i calci nelle palle stile Garth Ennis, devi accontentarti dei graffietti che passa il convento.

Sulla distanza – grazie a un colpo di scena che, insomma, Berg fa veramente di tutto per telefonarti a botte di sguardi ambigui e dettagli buttati lì – l’intreccio si sviluppa verso un più canonico film di supereroi, con qualche spiega sulle origini, un paio di risse e un po’ d’azione. Ma piace comunque il modo in cui si sceglie di virare dalla commedia cialtrona all’epica ipermelodrammatica, pur non rinunciando alla voglia di prendersi in giro, ma puntando sull’intensità dei sentimenti (e su qualche morto ammazzato, che non è sempre detto ce ne siano). Alla fin fine ci si diverte, pur sentendo puzza d’occasione persa per far qualcosa di più, qualcosa di meglio.

Io sono leggenda

I Am Legend (USA, 2007)
di Francis Lawrence
con Will Smith

Terzo adattamento cinematografico dello splendido libro di Richard Matheson, Io sono leggenda racconta la storia di Robert Neville, sedicente unico sopravvissuto a una disastrosa epidemia che ha devastato l’intera popolazione mondiale. La maggior parte degli esseri umani sono morti, mentre gli “altri” sopravvissuti si sono trasformati in creature vampiriche, bestie assetate di sangue ipersensibili alla luce del sole e apparentemente incapaci d’intendere e di volere.

Neville, interpretato da un Will Smith in gran forma, sopravvive in una desolata New York vagando per le strade deserte in compagnia del suo splendido cane Samantha, trascorrendo le notti rinchiuso in un appartamento corazzato, lavorando senza sosta nel tentativo di scovare una cura per il virus. E il film si concentra sulla sua colpevole ossessione, sulla ripetitività dei giorni da ultimo uomo sulla Terra, sull’angosciante vita da braccato, sui piccoli piaceri e l’illusione di legame con una vita passata che può trarre dall’affetto della sua unica, fedele compagna, dalla visione di un vecchio telegiornale registrato, dall’ascolto del suo adorato Bob Marley.

Poetica, struggente, lieve, la prima parte di Io sono leggenda mette in scena le interessanti doti che Francis Lawrence aveva già mostrato nel precedente Constantine. Il suo film indugia sui silenzi e sulla ripetitività, colpisce con la bellezza di scene non banali come la splendida battuta di caccia fra i palazzi, l’evocativa partita di golf sulla portaerei, l’agghiacciante immagine della luce solare che si restringe al tramonto, assottigliando la distanza fra Neville e la morte. I veri cattivi del film di Francis Lawrence non sono gli pseudovampiri che minacciano la vita del protagonista. Il terrore da sconfiggere è rappresentato dalla solitudine, dalla terribile desolazione che invade le strade di una Manhattan bellissima.

Io sono leggenda non parla esplicitamente la lingua dell’horror di cassetta, non tenta di travolgere lo spettatore con adrenaliniche corse nell’oscurità, ma si prende invece i suoi tempi, rallenta i ritmi e si concentra sui silenzi e sulle suggestioni, sull’angoscia di un oscuro attimo di silenzio, sulla paura per l’ignoto sommerso dal cemento, sullo struggente attimo di dolore di un uomo prossimo alla disperazione. Will Smith accompagna Lawrence con una grande interpretazione, anche se forse avere a che fare con un’adorabile cagnona è più facile che dialogare con un pallone sporco di sangue.

Non fosse per degli effetti speciali rivedibili e per un finale discutibile, Io sono leggenda sarebbe davvero un grandissimo film. Così com’è rimane comunque una roba mica da ridere, che paga forse troppo la colpa di congedarsi dallo spettatore con un epilogo eccessivamente retorico, un po’ tirato via, che oltretutto stravolge completamente quello del romanzo. Ma sulla distanza a restare davvero in mente è quella splendida, aggiacciante, ipnotica desolazione.

Hitch

Hitch (USA, 2005)
di Andy Tennant
con Will Smith, Eva Mendes, Kevin James, Amber Valletta

Sconvolto da passate delusioni amorose e giunto negli anni a costruirsi un’immagine da perfetto rubacuori, Alex Hitchens si guadagna da vivere aiutando altri uomini a conquistare l’oggetto del proprio desiderio. Unica condizione: deve trattarsi di amore, non semplice desiderio sessuale. Mentre si dedica al suo nuovo, complicato cliente, Hitch conosce la giornalista “gossippara” Sara e se ne innamora. Seguiranno baci, incomprensioni, pianti e risate.

Diretta dall’esperto Andy Tennant, Hitch è una commedia romantica intelligente e piacevolissima, caratterizzata da dialoghi spesso acuti e situazioni molto riuscite. Ben interpretata da due attori protagonisti davvero in parte e una Eva Mendes sorprendentemente efficace, ha forse il solo vero limite di un finale già visto mille volte e mortalmente telefonato.

Quel che viene prima, però, è proprio buono, seppur nel contesto di un’innocua commediola sentimentale. Un filmetto trascurabile, ma che per una serata spensierata e rilassante si rivela meglio di tanti altri. D’altra parte, MySky serve pure a questo.