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Sully

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Sully racconta la storia di Chesley ‘Sully’ Sullenberger, il “normalmente eroico” capitano dell’aviazione civile che nel 2009 depositò un aereo di linea sul fiume Hudson salvando tutte e 155 le persone a bordo. Fu un gesto totalmente fuori dall’ordinario, come il film sottolinea a più riprese: la gente non sopravvive agli ammaraggi, qui sopravvissero tutti. Un atto eroico, insomma, immediatamente celebrato dai sopravvissuti all’incidente e dal resto del pianeta, ma con un Sully che si ritrovò per qualche giorno sepolto da un’indesiderata attenzione mediatica, colpito dallo shock di ciò che aveva vissuto, distante dalla propria famiglia, messo in dubbio dal processo di revisione dei fatti e da una visione delle cose secondo cui, forse, la manovra da lui operata era inutile e inutilmente rischiosa.

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Il ponte delle spie

Bridge of Spies (USA, 2015)
di Steven Spielberg

con Tom Hanks, Mark Rylance, Alan Alda

Mentre nel resto del mondo la distribuzione cinematografica è fuggita a gambe levate dal 16 dicembre, in Italia s’è deciso che era il caso di rinviare a questa settimana l’arrivo dalle nostre parti dei nuovi film di Steven Spielberg e Woody Allen, distribuiti altrove settimane fa, immagino per sfruttare il traino della stagione natalizia. E nessuna paura nell’affrontare il colosso stellare targato Disney. Ci sta, in fondo i target non sono esattamente sovrapponibili e non necessariamente i tre film si cannibalizzano a vicenda. Eccoci quindi a chiacchierare anche del nuovo film di Stefanino Spielberg, che racconta e romanza le vicende reali di James B. Donovan, avvocato statunitense la cui carriera è, per l’appunto, roba da cinema. Gli highlights: impegnato nel processo di Norimberga, si ritrovò poi a difendere in tribunale una spia russa arrestata negli USA, a negoziare in quel di Berlino est lo scambio fra quella stessa spia e il suo equivalente americano (aggiungendoci pure il bonus) e successivamente a negoziare il rilascio di 1163 prigionieri nel post-Baia dei porci. Insomma, campione del mondo.

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Il codice Da Vinci


The Da Vinci Code (USA, 2006)
di
Ron Howard
con
Tom Hanks, Audrey Tatou, Ian McKellen, Jean Reno, Paul Bettany, Alfred Molina, Jurgen Prochnow

Se prendi un sacco per la pattumiera, lo riempi di frutta marcia, latte scaduto e cibo avariato, lo chiudi non troppo bene e lo appoggi sul balcone esposto al sole, dopo un po’ di giorni è molto probabile che puzzi parecchio e sia pieno di vermi. Se a quel punto lo apri, togli un po’ di scatolette e barattoli vuoti per far posto e prima di richiuderlo ci caghi dentro, beh, difficilmente smetterà di puzzare. Ed è probabile che i vermi non si infastidiscano troppo per la merda.

Il codice Da Vinci cinematografico è un ottimo adattamento del mediocre libro da cui è tratto. La sceneggiatura di Akiva Goldsman tralascia (soprattutto nella prima parte) qualche episodio e ne modifica (soprattutto nella seconda parte) qualcun altro, ma nel complesso riassume molto bene il “quid” del libro.

E infatti i difetti sono gli stessi, a partire dal colossale turbine di cazzate su cui si fonda l’intreccio, proseguendo con una scrittura piatta, didascalica, logorroica e prevedibile e giungendo infine alla massacrante assenza di ritmo della seconda metà di film. Ron Howard ci prova anche, a metterci del suo, ma il materiale è indifendibile e non concede scampo.

Di buono nel film c’è che si è scelto di sorvolare su alcune fra le fesserie più impresentabili del libro e che anche per questo la sua struttura ripetitiva e monocorde emerge meno. Di non altrettanto buono c’è un’impressione di tirato via nell’adattamento delle sequenze iniziali e una pesantezza se possibile ancora più marcata del segmento centrale, quello più “divulgativo”. Di pessimo c’è il fatto di dover vedere un attore delizioso come Ian McKellen sprecato in roba del genere.

Dan Brown, devi bruciare all’inferno, e con te tutti gli stronzi – me compreso – che ti hanno dato dei soldi per questa merdata.

Cast Away


Cast Away (USA, 2000)
di Robert Zemeckis
con Tom Hanks, Helen Hunt

Cast Away è una perfetta rielaborazione in chiave moderna di uno fra i classici miti della narrativa, quello del naufrago. Ed è una rielaborazione fatta coi controcoglioni, da parte di un regista in grado di gestire il mezzo cinematografico come veramente pochi altri sulla faccia del pianeta (al momento mi viene in mente solo Cameron, ma non dubito ce ne sia qualche altro esemplare).
Quì non c’è un regista che mette in primo piano la ricerca forzata di uno “stile”, una firma, qualcosa che lo renda facilmente identificabile.
No, Zemeckis si mette da parte, lavora al servizio del film e realizza del cinema, del vero cinema, come se ne vede di rado.

La parte di film ambientata sull’isola e in mare aperto è di una potenza devastante, è puro cinema sperimentale privo di qualsiasi connotazione hollywoodiana. Non c’è la facile retorica tipica di produzioni come La tempesta perfetta, non c’è il contentino al pubblico, non c’è nulla di quanto ci si potrebbe aspettare da un’americanata. Ci sono solamente l’isola, un unico personaggio su schermo, la totale assenza di dialoghi e un’impegno registico incredibile, toccante, devastante.
Riassumere in poche righe quello che mi ha dato questo film sarebbe impossibile, ma vorrei perlomeno citare i tre momenti forse più impressionanti, quelle che saltano fuori più spesso nelle discussioni sui vari newsgroup.

La sequenza dell’incidente aereo, agghiacciante nel suo realismo, nella sua ricerca del dettaglio, nella capacità di terrorizzare lo spettatore. Tom Hanks aggrappato al canotto in preda alla furia della tempesta nel buio più completo, illuminato solo a tratti dai lampi, è la sequenza più bella che ho visto al cinema negli ultimi anni.
Il momento in cui Tom Hanks sale per la prima volta sulla montagna, con il dolly che scarrozza muovendosi lungo il panorama e mostrando quanto si possa sentire sperduto, impotente, è semplicemente da brivido. E poi il tentativo di fuga a bordo del canotto. Niente musichette retoriche (per tutta la permanenza sull’isola non se ne sente l’ombra), nessuna necessità di mettere in piedi una scena madre, no: solo il crudo realismo di un uomo che soccombe impotente di fronte alla forza della natura.

C’è poi una parte conclusiva che risulta sicuramente più didascalica e retorica, nonostante contenga perle registiche notevoli (basti pensare alla sequenza nella sala d’attesa dell’aeroporto). Questa fase conclusiva del film, sebbene lasci un retrogusto di contentino per il pubblico, denota un’amarezza e un senso di disillusione lancinanti e risulta parte integrante di quello che resta un grandissimo film.