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Preacher

Poco più di una settimana fa, si è conclusa la seconda stagione di (quella bomba clamorosa di) Preacher, che ho trovato anche superiore a (quella bomba clamorosa che già era) la prima stagione di Preacher. C’è un aspetto in particolare ad avermi convinto, esaltato, fatto ridere come un scemo e fatto venire voglia di scriverne qua dentro per spingere chi fosse indeciso a darle una chance: Preacher ha dimostrato definitivamente di essere una serie che fa quello che le pare. In maniera proprio netta. Certo, aveva iniziato a farlo fin dall’inizio, nelle scelte di casting che scatenano il fastidio di chi ci tiene al pigmento e nella decisione di stravolgere tanto, tantissimo, in termini di adattamento della storia. Ma a far quello, ormai, son bravi tutti. No, il bello di Preacher e, ripeto, soprattutto della seconda stagione di Preacher, è che riesce a riproporre alla sua maniera, che è una maniera tutta nuova e personale, quello spirito deflagrante che di fondo costituiva l’anima più profonda del fumetto. Quello spirito di chi si sta divertendo come uno scemo, non ha rispetto per nessuno e fa, appunto, quello che le pare. Ed è una serie fantastica.

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Sballati per le feste!

Sballati per le feste! è il nuovo film di Jonathan Levine, già regista del simpatico Warm Bodies ma soprattutto dell’ottimo 50/50. E proprio da 50/50 recupera parte del cast e intenzioni, con quel suo mescolare la commedia sbracata di Seth Rogen a toni più intensi, malinconici, incentrati sullo sviluppo dei personaggi. Purtroppo, rispetto al precedente tentativo, qua le cose girano decisamente peggio, non tanto per il differente equilibrio,  che già dai trailer veniva palesemente annunciato come spinto nella direzione delle risate, quanto per la scarsa riuscita delle due componenti. Non è un film strettamente brutto, e ha anzi dei momenti abbastanza riusciti, soprattutto quando si scrolla di dosso l’umorismo più forzato, ma da un lato non fa abbastanza ridere e dall’altro non riesce a sviluppare davvero gli spunti più interessanti.

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40 anni vergine

The 40 Year Old Virgin (USA, 2005)
di Judd Apatow
con Steve Carell, Catherine Keener, Paul Rudd, Romany Malco, Seth Rogen

Due anni prima di Molto incinta, Judd Apatow si faceva conoscere con questo 40 anni vergine, che all’epoca era decisamente più “il film di Steve Carell” – e del resto si basava su uno sketch già mostrato in tv dal comico statunitense – ma col senno di poi mostra chiaramente tutto quello che renderà Apatow quella specie di Re Mida della commedia americana che è poi diventato.

Così come il successivo film di Apatow, anche 40 anni vergine lavora all’interno di meccanismi consolidati per rileggerli alla sua maniera. Se in Molto incinta si parla di classica commedia romantica, qua siamo più dalle parti della commedia demenziale e “politicamente scorretta” in stile Farrelly. Ma se il genere è indubbiamente quello, lo stile e le modalità sono ben lontane.

La chiave del film sta ovviamente nel protagonista, uno Steve Carell strepitoso che riesce ad essere contemporaneamente un personaggio assurdo e improbabile ma anche una persona realistica e tremendamente ben caratterizzata. E del resto si rispecchia anche in chi gli gravita attorno la natura di personaggi-stereotipo, macchiette monodimensionali ma in qualche modo realistiche e credibili, ben tratteggiate nei dettagli di un dialogo, un sentimento, un tratto caratteristico.

E poi c’è quella insostenibile amarezza di fondo, quel continuo mettere in scena momenti in cui non riesci a capire se devi ridere o provare tristezza per il protagonista, quell’anima graffiante e satirica che ti entra sottopelle e ti convince di non stare guardando la minchiata colossale che t’aspettavi. I Farrelly ti fanno ridere sboccatamente delle sfighe altrui, 40 anni vergine ti fa sentire in colpa perché ne stai ridendo. E la differenza non è poca.

E poi Apatow ha una dote rara, quella sua deliziosa capacità di rendere in maniera naturale e a modo suo elegante argomenti, situazioni e modi di parlare che chiunque altro ridurrebbe a triste volgarità. Con 40 anni vergine non ci si ammazza forse dal ridere – se non in un finale pazzesco, che da solo vale la visione – ma sembra sempre di essere davanti a qualcosa di ben più intelligente rispetto a quanto voglia far credere. E anche se preferisco l’umorismo più terra-terra e credibile di Molto incinta, apprezzo e approvo.

P.S.
Ho visto il film in lingua originale, non mi assumo responsabilità sul doppiaggio italiano, che immagino mestamente virato al volgare e al basso come troppo spesso accade negli adattamenti delle commedie. Del resto già lo strillo di copertina è una garanzia: “Più tempo aspetti e più sarà duro”

Molto incinta

Knocked Up (USA, 2007)
di Judd Apatow
con Seth Rogen, Katherine Heigl, Paul Rudd, Leslie Mann

Spaventato dal timore nei confronti delle sfiatate e ormai insostenibili commediole americane tutte uguali e tutte divertenti come un calcio nei coglioni, bloccato poi – lo ammetto – da un titolo italiano impresentabile, a suo tempo ho trascurato Molto incinta. Certo, m’incuriosiva, perché ne sentivo parlare bene e perché continuavo a leggere e percepire entusiasmo su questo e sugli altri film partoriti da Judd Apatow e amichetti vari, e quindi mi ero messo in testa di vederlo, prima o poi.

Alla fine, stimolato dagli euro in singola cifra che chiedevano su Axelmusic per l’HD-DVD (che si vede da Dio, ovviamente), ho investito sulle avventure del latin lover Seth Rogen. E ho fatto benissimo, perché Molto incinta (Knocked Up, santoddio) è un gran bel film, una commedia romantica hollywoodiana capace di scardinare gli schemi del genere lavorandoseli dall’interno, senza tradirli, anzi abbracciandoli fino all’inevitabile lieto fine, ma spennellandoli di nichilismo e furia corrosiva.

Knocked Up, tanto per cominciare, ammazza di risate. In un mondo in cui la commedia americana media dura novanta minuti e rompe il cazzo dopo quaranta, il film di Apatow spacca dal ridere per due ore abbondanti, senza un attimo di cedimento, senza che ci sia mai l’impressione di brodo allungato. Tutto quel che c’è, ci dev’essere, ci sta bene, diverte, con un senso del ritmo e una solidità davvero notevoli.

Ma non basta, il bello è anche altro. Per esempio il fatto che si parte da una situazione standard (notte alcolica, danno irreparabile) e per certi versi assurda, procedendo poi per tutti i passi tipici della commediola, che è facile prevedere, ma riuscendo lo stesso a stupire e sorprendere. Perché? Per la qualità della scrittura e la voglia di uscire dai soliti stereotipi buonisti e per famiglie.

In Knocked Up ci sono bei personaggi, che escono dalle macchiette mostrate nei primi minuti e svelano insicurezze, dubbi, sentimenti, schemi mentali tremendamente veri, credibili, umani, nei quali è facile riconoscersi e identificarsi. E poi c’è il gusto per il basso e il terra-terra, in una commedia in cui i personaggi imprecano e sbraitano, litigano e s’incazzano, scoreggiano e sboccano, ma lo fanno per davvero, non si girano dall’altra parte facendo versi in un cestino. E tutto questo non con la voglia di eccesso, di esagerazione infantile tipica dei Farrelly. No, col sincero desiderio di raccontare persone vere e credibili. Ed è per questo che funziona sul serio. Bello, bello per davvero.