Destroyer

Destroyer, in un certo senso, è come Captain Marvel. Lo è nella misura in cui non pone al centro delle vicende e del suo discorso tematico il genere della protagonista e, anzi, lo fa ancora meno del film Marvel ma, proprio per questo, proprio perché fa finta di niente, finisce per risultare ancora più efficace nel portare avanti quel tipo di discorso. Se Destroyer uscisse in un universo parallelo o in un futuro in cui sessismo, patriarcato e compagnia bella fossero termini totalmente privi di significato e applicazione pratica, sarebbe un noir/poliziesco/thriller come tanti, o comunque non si distinguerebbe per certe sue caratteristiche. Ma esce oggi (più o meno) e quindi lo fa, si distngue. E si distingue quasi solo per quello, potrebbero dire le malelingue.

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Noi

Con Noi, Jordan Peele prosegue un discorso se vogliamo romeriano e/o carpenteriano, fatto di horror/thriller che mirano ad essere efficacissimo cinema d’intrattenimento viscerale (riuscendoci), ma non rinunciano ad inseguire un gusto per la messa in scena stratificata, giocata su simbolismi, rimandi, citazioni, sottotesti (riuscendoci) e finiscono a provare a parlare di società, a fare satira, a rappresentare timori, orrori, paure, disgusti del mondo contemporaneo attraverso la lente deformante ed enfatizzante del genere puro (riuscendoci). Rispetto a Scappa: Get Out, il gioco d’equilibri risulta qui forse meno preciso e puntuale, meno rifinito al millimetro, ma anche perché figlio di un’ambizione ben maggiore, che travalica i confini e punta a discorsi più ampi e spudorati, tanto sul piano del linguaggio cinematografico, quanto su quello tematico.

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Border – Creature di confine

Border – Creature di confine è tratto da una storia breve di John Ajvide Lindqvist, autore di Lasciami entrare, che ha curato anche la sceneggiatura del film assieme al regista Ali Abbasi e a Isabella Eklof. E i tratti in comune con quel piccolo fenomeno che raccontava di crescita, isolamento, integrazione e, beh, vampirismo, sono numerosi. I temi sono differenti perché i protagonisti sono adulti, già sconfitti da una vita e un’umanità che faticano a comprendere, ma la scelta di raccontare la difficoltà di vivere, l’impossibilità di sentirsi parte di qualcosa, la necessità di riscoprire se stessi, passa ancora una volta attraverso l’estremizzazione data dall’elemento fantastico, qui forse ancora più forte perché la “creatura” è protagonista assoluta delle vicende.

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The Good Place

The Good Place è l’ultima creatura di Mike Schur, uno che si è fatto le ossa al Saturday Night Live, ha lavorato su The Office e ha poi co-creato robetta come Parks & Recreations Brooklyn Nine-Nine. È una creatura ormai rarissima, una sit-com trasmessa (in America) su un network televisivo tradizionale abbracciata da critica e fan per la sua carica destrutturante e innovativa. È, forse, l’unica serie da TV pubblica americana di cui si parla veramente bene negli ultimi anni e, per carità, la risposta può sempre essere “OK, è innovativa perché fa cose che non si sono mai viste in una sit-com tradizionale, ma finisce lì”, ma sarebbe una risposta sterile. Lo sarebbe perché comunque è giusto apprezzare quello che è comunque uno sforzo ammirevole, ma soprattutto lo sarebbe perché, anche a prescindere da questi discorsi, The Good Place è una serie pazzesca.

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The Front Runner – Il vizio del potere

Da ormai un bel po’ d’anni, capita spesso di dire e sentir dire cose tipo “Ecco, questo è un film come non se ne fanno più” ma, a furia di dirlo e sentirlo dire, ti viene da pensare che tutto sommato se ne facciano ancora. Di sicuro, però, è diventato più complesso metterli in produzione e, soprattutto, questi film non sono al centro della stagione cinematografica come capitava decenni fa. Sono collaterali, gravitano, magari se ne parla perché Christian Bale è ingrassato un sacco per diventare Dick Cheney, ma collaterali rimangono. Però esistono, e nel gruppone c’è anche il nuovo film di Jason Reitman, regista a cui da queste parti si vuole molto bene, che secondo me merita sempre, anche in quelle che vengono magari considerate sue opere minori, e che anche qui piazza magari non il filmone come nel caso di Tra le nuvoleYoung Adult, ma una bella zampata.

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High Flying Bird

High Flying Bird è un film sulla NBA in cui non si vede che qualche spicciolo di pallacanestro, un po’ per la chiara intenzione di evitare il solito cliché e non legare il coinvolgimento emotivo dello spettatore all’esito di un singolo match, un po’, banalmente, perché il tema del film è ciò che ruota attorno alla NBA. Si parla infatti della vita dei giocatori, delle altre ventidue ore che compongono la loro giornata attorno alla partita trasmessa in TV. Si parla del rapporto difficile fra squadre e atleti, fra organizzazione e pedine, fra “proprietari” (bianchi) e lavoratori (per lo più) neri. Lo si fa senza sfuggire dai risvolti sociali e razziali, dal fatto che quella terminologia, volutamente o meno, può ricordare quella utilizzata ai tempi dello schiavismo. Si abbraccia insomma il metaforone forse inevitabile, senza nemmeno provare a schivarlo, anzi, inseguendolo con forza.

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Il 2018 (e pure un po’ di 2017) a fumetti di giopep, più o meno

Fino a un anno (abbondante) fa, elencavo qua dentro tutti i fumetti che leggevo, scrivendo quasi sempre anche due o tre righe al riguardo. Poi, a un certo punto, mi sono reso conto che era passato un po’ troppo tempo dall’ultima volta, l’elenco s’era fatto smodato, non ricordavo molto di quel che ne faceva parte e, insomma, ho lasciato perdere. Solo che poi diverse persone (nel senso di tre o quattro, eh) mi han chiesto di riprendere a scrivere quelle due o tre righe sui fumetti che leggo e, quindi, eccomi qui. Ovviamente, essendo io uno psicopatico ossessivo compulsivo, riprendo da dove mi ero fermato, ma perlomeno facendo una selezione smodata. Di seguito, vi piazzo due righe sulle  due o tre cose più interessanti (non guardo nemmeno quelle a cui ho dato meno di quattro asterischini negli elenconi di fine anno) o che mi ricordo e su cui ho qualcosa da dire (quindi non è che scriva di tutte quelle a cui ne ho dati quattro o cinque, anzi) fra il macello di roba che ho letto nel 2018 (e pure un po’ nel 2017). Ah, contiene roba letta in francese che temo non sia mai uscita in Italia. Ma posso sbagliarmi.

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Another World

Non ricordo, di preciso, il momento in cui misi mano ad Another World, mentre per altri giochi di quegli anni ho ricordi molto più definiti. Per esempio, la prima volta che lanciai Monkey Island 2: LeChuck’s Revenge, a casa di un amico delle scuole medie, poi perso di vista, e giocammo assieme alla parte iniziale, arrivando fino al momento in cui Guybrush riesuma un osso al cimitero e gli cascano i pantaloni. Scoppiammo a ridere come due pirla, salvammo, chiudemmo lì. Poi ci giocai con calma a casa. Oppure quel Natale, che cito spesso, in cui The Dig saltò fuori da sotto l’albero e passammo praticamente trentasei ore ininterrotte attaccati al PC per completarlo, io e altri due amici dell’adolescenza poi persi di vista. Ma Another World… è più fumoso. È soprattutto una questione di sensazioni. Ricordo chiaramente il fascino pazzesco di quell’introduzione, che davvero mi lasciò a bocca aperta per il taglio cinematografico, la qualità della realizzazione, il modo in cui ti trascinava dal filmato all’azione senza apparenti stacchi. Mamma mia.

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Le mie altre robe del 2018

E anche quest’anno concludiamo la tripletta di elenconi brutti sulla roba consumata (e appuntata e/o che non mi sono dimenticato) nel corso dell’anno precedente con il mischione di quel che resta. Il mischione include i libri, i fumetti e le robe varie viste in TV che non siano film, quindi serie TV, documentari, cortometraggi e pucchiaccherelle assortite. Ah, per le serie TV, non sono incluse quelle di cui ho iniziato a guardare una stagione nel 2018 senza arrivare a finirla. Come ieri e l’altro ieri, ho piazzato il link apposito per i casi in cui ne ho scritto da qualche parte. Come ieri e l’altro ieri, questo testo introduttivo è largamente copincollato da quello degli anni scorsi.

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I miei videogiochi del 2018

Secondo giorno di elenconi brutti: oggi tocca ai videogiochi su cui ho messo mano nel 2018 e ai quali ho giocato fino a completamento, o perlomeno fino al punto di decidere che potevo assegnare le stelline gli asterischi con un minimo di cognizione di causa. Non è quindi inclusa eventuale roba a cui ho fatto una o due partite e, in generale, che ho iniziato l’anno scorso ma a cui giocherò davvero (forse, vai a sapere) quest’anno, così come non conta la roba a cui non gioco regolarmente ma che continua ad essere installata sul telefono perché ogni tanto ricasco nel tunnel della droga, tipo Drop7 twofold inc., così come non conta il party game che esci una volta ogni dieci mesi, tipo Singstar. E chiaramente mancano eventuali cose che mi sono dimenticato di segnarmi. Ce ne faremo una ragione, così come ci faremo una ragione del fatto che questo paragrafo è quasi interamente riciclato da quello degli anni scorsi.

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Cose a caso