Poi non dite che non vi ho avvisati: Nerve

Ammazza, ma davvero Nerve l’ho visto a settembre? Ero convinto che fosse un film di questa primavera. Come vola, il tempo, quando ci si diverte. Comunque, ne ho scritto per l’appunto, a settembre dell’anno scorso, ma in Italia ci arriva oggi. Non è niente di che, anzi, è pure abbastanza cretino, ma tutto sommato ricordo di essermici divertito.

Poi non dite che non vi ho avvisati: Red State

Ogni tanto mi accorgo che esce in Italia in qualche forma un film di cui ho scritto tempo addietro e vedo di segnalarlo qui. Ora, le fonti sono contrastanti, c’è chi parla di 30 giugno e chi di 8 giugno, ma io voglio fidarmi di Amazon e punto per l’appunto su oggi. Quindi, in teoria, a partire da oggi, si rende disponibile l’edizione italiana di Red State, anche noto come il film che ha fatto esclamare a molti “Ah, ma allora Kevin Smith è ancora capace!” e a molti altri “Ma che è ‘sta stronzata?”. Ché, insomma, se per qualche bizzarro motivo (tipo “Lo aspetto in italiano”) non l’avete ancora visto, ora potete rimediare! Io l’ho visto – mamma mia! – sei anni fa durante un qualche festival del cinema fantastico in terra di Germania e ne ho scritto a questo indirizzo qua. Spoiler: a me piacque. Fra l’altro Michael Parks (quello là in cima) ci ha lasciati da un mesetto, quindi magari l’uscita è anche un po’ in suo onore. #credici

Ritratto di famiglia con tempesta

Ritratto di famiglia con tempesta è il nuovo film di Hirokazu Koreeda, cintura nera del racconto per immagini di vicende in cui non succede una fava dall’inizio alla fine. Qui, il non far succedere nulla viene dedicato a una famiglia in frantumi, come suggerisce almeno in parte il titolo italiano (vagamente più pretenzioso e meno sottile dell’internazionale After the Storm). Ryota è un detective privato da quattro soldi e dalla morale discutibile, che non riesce a mettersi alle spalle un matrimonio finito male. Appassionato di scommesse, sciamannato senza speranza, arraffone dalle pratiche illecite sul lavoro, fatica a pagare gli alimenti, non vuole accettare la fine della storia con la ex moglie e rischia sempre più di alienarsi tanto lei, quanto il figlio. Il film racconta soprattutto la sua storia e un suo preciso momento di (possibile) crescita personale, sfruttando come pretesto una situazione improvvisata a causa dell’ennesimo tifone in arrivo sulla città.

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Sette minuti dopo la mezzanotte

Il titolo originale di Sette minuti dopo la mezzanotte, A Monster Calls, fa apparente riferimento a una creatura fantastica che nasce da un albero, una sorta di Groot dopato a dismisura che passeggia fra le case e chiacchiera con il giovane protagonista utilizzando la voce di Liam Neeson (ma senza telefonate minacciose). L’impressione, però, è che sia un depistaggio e il vero mostro della vicenda si trovi da qualche parte fra il lutto, il senso di colpa, l’agonia del rimpianto, l’impossibilità di trovare il senso in una tragedia che ti colpisce come un martello e la difficoltà, appunto, mostruosa con cui un bambino affronta i meccanismi complessi della propria mente. È il cuore del film, il suo aspetto emotivamente più forte, oltre che quello attorno a cui ruotano per intero la vicenda e il mistero centrale, svelato solo nei minuti finali ma prevedibile e sempre più chiaro mano a mano che ci si avvicina a quella conclusione così forte. Ed è l’aspetto più riuscito del nuovo film di J.A. Bayona, qui più che mai Guillermo Del Toro del discount, non all’altezza ma comunque apprezzabilissimo.

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Scappa: Get Out

La primissima idea di Jordan Peele per il film che è poi diventato Scappa: Get Out vedeva una declinazione sensibilmente diversa dello stesso soggetto. C’era già un protagonista maschile invitato dalla sua ragazza a conoscere delle persone, che però erano solo vecchi amici. E, certo, anche in quel caso la faccenda non sarebbe finita bene. Poi, nel corso degli anni in cui Peele ha sviluppato la sua idea, il soggetto si è evoluto, finendo per pescare in maniera più diretta da Indovina chi viene a cena e vari classici della paranoia come Rosemary’s Baby, giungendo quindi all’idea del thriller sociale di risposta agli anni di Obama. La sceneggiatura, infatti, è stata scritta proprio in quel periodo e nasce come risposta a un momento culturale nel quale gli Stati Uniti sembravano non voler parlare più di razzismo. C’è un presidente nero, è finita, siamo nel post razzismo, dicevano in molti. Il paradosso? Get Out è poi stato girato nel 2016 ed è uscito nel 2017, in un momento in cui la conversazione sul tema è tornata brutalmente d’attualità, facendo – ne è convinto lo stesso Peele – la fortuna di un film che, forse, anche solo un paio d’anni prima, molta meno gente avrebbe voluto vedere. E il risultato è un altro successo clamoroso targato Blumhouse, di quelli con l’incasso che ha due cifre in più rispetto al budget, oltretutto adorato dalla critica.

Ma le intenzioni politiche di Peele, che prima di questo sorprendente esordio nel mondo del brivido aveva una carriera esclusivamente da comico, sono profonde e radicate in ogni atomo di Get Out, a cominciare dalla scelta del genere horror. Gli afroamericani costituiscono una fetta significativa del pubblico di slasher e compagni, eppure sono rappresentati pochissimo all’interno del genere, al punto che il personaggio (secondario) di colore vittima designata è da tempo cliché assodato e preso in giro da film come Scream 2. In Get Out c’è quindi anche questo, il desiderio di realizzare un film che rispecchi il suo pubblico e lo faccia a partire da un titolo che è specchio di come quel pubblico è solito rapportarsi ai film (urlando allo schermo, dicendo ai personaggi che dovrebbero uscire da quella casa). E poi c’è tutto il resto, c’è il modo in cui il film racconta una società impregnata di razzismo, spesso strisciante e nascosto fra le pieghe del pensiero di chi si comporta da progressista, altrettanto spesso espresso in maniera molto poco dubbia e anzi sotto gli occhi di tutti. È, insomma, un horror che fa davvero il suo dovere: utilizza l’assurdo e il disgusto per parlare di noi. Fa un discorso estremamente chiaro e non lo nasconde per mezzo minuto, anzi, lo esprime in maniera evidente dal primo istante, mettendo in scena una situazione universale (l’ansia dell’incontrare per la prima volta i genitori dei lei sul loro territorio) ed esasperandola a base di strati sociali e surreale deriva horrror.

Il miracolo sta nel fatto che, pur non nascondendosi mai e, anzi, urlando a pieni polmoni quel che ha da dire, Get Out trova un equilibrio perfetto fra le sue componenti. È un film che parla chiaro, ma non diventa mai pedante, non si fa mai sfuggire di mano il pippone e, anzi, ha l’intelligenza di evitarlo nel momento in cui sarebbe più facile piazzarlo (è stato per altro girato un finale alternativo in cui quel pippone così ovvio viene effettivamente usato). Ed è anche un film che ha l’intelligenza di funzionare in maniera perfetta anche al di fuori di tutti questi discorsi, offrendo un thriller confezionato alla perfezione, diretto, teso, con quel paio di spaventi buttati lì nel posto giusto, con la necessaria e benvenuta dose di umorismo, con quell’inevitabile voglia postmoderna di giocare coi cliché, contestualizzarli e prenderli in giro, con una gestione dei ritmi perfetta e con, nel mezzo di tutto il suo gioco citazionista, anche alcune idee visivamente molto azzeccate. Il modo in cui viene rappresentata l’ipnosi è perfetta sintesi di tutto questo: è un’idea visivamente forte ed efficace, funziona nel suo essere strumento per la natura horror del film, dà vita a spunti comici e si lega comunque ai temi trattati da Peele, fungendo da metaforone per la marginalizzazione davanti allo schermo, ma anche al di fuori del semplice contesto cinematografico.

Alien: Covenant

Alien: Covenant è il seguito di Prometheus, che era un prequel di Alien senza però essere totalmente un prequel di Alien e pensando abbondantemente ai fatti suoi, come del resto fa questo secondo film della (nuova) serie, un po’ più prequel di Alien ma comunque seguito di Prometheus e abbondantemente impegnato a farsi gli affari suoi, anche se questa volta un po’ più convinto nell’inserire gli alieni di Alien, nonostante Ridley Scott continui a sembrare poco interessato a farlo. Un casino, insomma. Un casino che il reparto marketing ha voluto semplificare in maniera un po’ furbetta, piazzando la parola Alien nel titolo e giocandosi l’intera campagna pubblicitaria per farci credere che Prometheus fosse roba vecchia e questo film sarebbe stato un Alien in tutto e per tutto. Voglio dire, non è che ci si possa girare attorno: il trailer sembra raccontare una specie di Alien 5, con il solito arrivo sul pianeta, il solito capitano che si piazza incautamente davanti all’uovo e la solita successiva lotta contro l’alieno, mentre gli elementi più da Prometheus paiono messi in disparte. E, onestamente, quel trailer mi lasciava addosso una sensazione di “Insomma, sarà la solita roba vista e stravista, però magari realizzata bene.” Poi guardi il film e ti rendi conto che buona parte di quel che si vede nel trailer arriva dall’ultima mezz’ora o giù di lì. E, insomma, sembra una burla.

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Miss Sloane – Giochi di potere

Miss Sloane parla di politica americana, di lobby e affari loschi attorno a cui ruota quel mondo con un approccio da House of Cards dopato. C’è quello stesso macchiettismo, quello stesso gusto per l’esagerazione e i personaggi che si allisciano i baffetti, quella stessa voglia di spettacolarizzazione, ma viene tutto alzato ulteriormente di livello per tirarne fuori un thriller hollywoodiano coi testicoli grossi. Non ci sono esplosioni, non ci sono sparatorie, ma la protagonista è quel classico personaggio al limite del supereroe che pianifica tutto, sa tutto, prevede tutto, ordisce piani assurdamente complicati basandoli sul fatto che sa prevedere alla perfezione ogni mossa dei suoi antagonisti. E alla fine si allontana lentamente senza guardare l’esplosione (in questo caso metaforica) alle sue spalle. Insomma, è un film po’ cretino, ma è divertente.

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Gold – La grande truffa

Gold – La grande truffa racconta e romanza in maniera molto libera (cambiando nomi e dettagli per ragioni legali e perché Hollywood) le vicende che hanno coinvolto la compagnia mineraria Bre-X negli anni Novanta. E non aggiungo altro perché sono fatti di pubblico dominio, quindi ognuno può decidere liberamente se spoilerarsi o meno la faccenda. Io, per dire, non ne sapevo nulla e quantomeno mi sono goduto quel paio di colpi di scena che il film sa offrire. Anche perché non è che ci sia molto altro da godersi. A dirigere (ma, forse importante, non a scrivere) c’è lo Stephen Gaghan di Syriana e a mangiarsi il film c’è Matthew McConaughey. Non serve sapere molto altro e, anzi, in realtà è sufficiente l’informazione sull’attore, dato che il regista di quel film è praticamente irriconoscibile: se ci si aspetta un freddo, approfondito e tentacolare racconto delle dinamiche con cui si sviluppano faccende di questo tipo, meglio lasciar perdere.

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Boston: Caccia all’uomo

Dietro Boston: Caccia all’uomo, meraviglioso titolo italiano modello Chuck Norris di Patriots Day, si nasconde il terzo film di Peter Berg (dopo Lone SurvivorDeepwater) inserito nel filone “Basato su storia vera molto recente, che altri considererebbero troppo recente ma Peter Berg no, perché Peter Berg ha la scorza dura come la sella di un cosacco e va dritto per la sua strada”. Oppure è il quarto, se vogliamo infilarci pure Friday Night Lights, che però risale ormai a tredici anni fa. O magari è il quinto, se vogliamo considerare pure Battleship (ba dum tss!). Il metodo, bene o male, è sempre quello. Si prende l’avvenimento (recente), magari basandosi su un libro o un articolo che ne abbia già parlato nella maniera giusta. Poi si trova una chiave di lettura forte, che ruoti attorno al sentimento e, se reso possibile dagli eventi, all’eroismo delle persone coinvolte. Infine, come sempre fa il cinema, si lavora mescolando fedeltà ai fatti con svolte romanzate, personaggi basati su figure esistenti con creazioni composte da più persone mescolate assieme. E si tira fuori un film teso, appassionante, ben diretto, possibilmente con almeno una sparatoria, un po’ di roba che esplode o quantomeno della gente che corre. Ebbene, Boston: Caccia all’uomo ci mostra un Peter Berg che al terzo tentativo consecutivo piazza finalmente il centro pieno, senza sbagliare una virgola. Oddio, volendola trovare, la virgola, si potrebbe dire che il trailer (perlomeno quello italiano, che mi sono sorbito l’altro giorno quando sono andato a rivedermi Fast & Furious 8) non gli fa un gran favore: vende il film a gente che rischia di rimanerne delusa e non lo vende a gente che magari potrebbe apprezzarlo. D’altra parte, è il trailer perfetto per il titolo che gli abbiamo messo in Italia e in ogni caso quelle sono scelte del reparto marketing, che ci dobbiamo fare? Ma insomma, sto divagando.

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Scoiattolo!

Oggi è sabato, ma ho scritto queste righe giovedì, qualche ora prima di partire per la puntata milanese pasquale. Martedì torno, ma venerdì riparto per una settimana di relax (nei limiti di quanto concesso dalla presenza di una bimba che pretende attenzioni, chiaramente). Una settimana di relax talmente bramata e necessaria che ho intenzione di staccare tutto lo staccabile. Tipo che disinstallo dal telefono Facebook, Slack, Twitter, qualsiasi cosa mandi notifiche che non vorrei veder apparire. Dai, tengo Whatsapp perché sai mai, ma insomma, eh. Relax. Ne consegue che da qui ad almeno il 28 il blog sarà a dir poco zoppicante. Un paio di cose dovrei pubblicarle ma mi sa che mi limito a quelle. Cosa c’entrano gli scoiattoli? Niente. Sopravvivremo al dolore di un blog zoppicante? Sì. Fate i bravi. Mi raccomando.

Cose a caso