Freaks

Freaks è l’ultimo film che ho visto al Paris International Fantastic Film Festival 2018, recuperato nella serata di proiezioni aggiuntive “postume” perché lo spettacolo originale era durante l’apocalisse parigina dei gilet gialli. L’ho quindi visto dopo aver assistito, durante la serata conclusiva del programma ufficiale, alla premiazione una e trina, che ha portato sul palco i registi Zach Lipovsky e Adam B. Stein, assieme alla giovane protagonista Lexy Kolker, per ben tre volte, a ritirare i due premi assegnati dalle giurie e quello del pubblico. Un trionfo, insomma, anche toccante, con la bimbetta (che magari, da attrice già consumata, fingeva di essere) tutta emozionata e il pubblico in estasi. E insomma, è chiaro che, a quel punto, mi sono presentato alla proiezione del giorno dopo con addosso una discreta aspettativa, tanto più che in passato sono stato molto d’accordo con le premiazioni della rassegna.

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Sorry to Bother You

Per il suo esordio alla regia cinematografica, il rapper e attivista Boots Riley ha scelto la via del pennarellone rosso, dei guanti da forno, del non provare nemmeno per sbaglio ad essere sottile. Il protagonista di Sorry to Bother You si chiama Cassius Green (che si legge un po’ come “Cash is green”), ed è un uomo di colore, spiantato, alla ricerca di impiego, che finisce a lavorare in un call center, fa carriera grazie alla bravura con cui usa la sua “voce da bianco” al telefono (auguri per la gestione di questo aspetto a chi dovesse eventualmente occuparsi del doppiaggio italiano) e si ritrova quindi ad accumulare big moneyz piazzando vendite per conto di una multinazionale, che ha risolto il problema della disoccupazione reintroducendo lo schiavismo in forma legalizzata. Cassius, di fronte alla prospettiva di costruirsi finalmente una carriera grazie a un suo talento, non si fa grossi problemi a ignorare le attività di chi lo paga, oltre che a tagliare i punti con gli amici, i colleghi e la fidanzata. Solo ritrovandosi faccia a faccia con le pratiche più moleste e surreali dei suoi datori di lavoro si sveglierà dal torpore. Non proprio allegorie sottili e suggerite, dicevo.

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We

Saltano fuori ciclicamente, li becchi in giro a questa o quella rassegna, escono dalle fottute pareti, li guardi con sospetto ma poi finisce spesso che non sono niente male. Di che parlo? Dei film che raccontano la “scandalosa” gioventù contemporanea, che ne mettono in mostra senza peli sulla lingua assurdità, conflitti, contraddizioni, approccio libero (?) alla sessualità, impeto violento e ribelle, difficoltà nel rapportarsi con un mondo adulto che antagonizzano, come è normale, giusto e sano che gli adolescenti facciano. Certo, magari sarebbe meglio se lo facessero senza esagerare con l’illegalità e/o la violenza, fisica tanto quanto psicologica, ma insomma, non è che si possa sempre avere tutto e in ogni caso, quando in un film vuoi schiaffarci il MESSAGGIO, è bene estremizzare, altrimenti non arriva. Tanto più che, signora mia, sono estremizzazioni solo fino a un certo punto, certe cose succedono davvero.

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What Keeps You Alive

Mi sono guardato What Keeps You Alive come secondo film nella mia giornata “di punta” (in cui mi sono sparato tutte e cinque le proiezioni a programma) del Paris International Fantastic Film Festival 2018. Non ne sapevo nulla, al di là del fatto che le prime parole della sinossi menzionavano una coppia di sposi in vacanza fra i boschi e della presenza di Alex Lawther, protagonista di The End of the F***ing World, chiaramente visibile nella foto promozionale qua sopra e in un paio di momenti del trailer del festival. Immaginavo che lui fosse uno dei due sposini in questione e davo per scontato che avrei visto un thriller in cui la vacanza sarebbe andata brutalmente a puttane, un po’ perché Lawther appariva ricoperto di sangue, un po’ perché, insomma, il film è diretto da Colin Minihan dei The Vicious Brothers, qui al suo esordio da solista.

Ora, probabilmente mi faccio troppi problemi, considerando che il trailer ci mette cinque secondi netti a far capire cosa accada e poi suggerisce anche una (prevedibile, va detto) svolta della parte finale, ma insomma, faccio come al solito e vi dico che si tratta di un discreto thriller, molto ben diretto, con una fotografia curata, un cast che funziona e un villain di cui mi sono innamorato. Ha qualche scelta di scrittura dei personaggi discutibile e un finale che se la tira un po’ troppo ma insomma, nel complesso, secondo me si merita un giro ed è divertente guardarselo senza aver manco visto il trailer.

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The Man Who Feels No Pain

La sinossi ufficiale sul sito/volantino/guida/whatever del Paris International Fantastic Film Festival presenta The Man Who Feels No Pain come anello di congiunzione fra Deadpool e Stephen Chow. E, tutto sommato, ci sta, soprattutto se al mix si aggiunge il filtro della sensibilità da cinema indiano e la consapevolezza che si tende decisamente più verso la poetica del regista cinese che verso quella del meta-supereroe Marvel. Del caro Stephen c’è la narrazione scomposta, che percorre il filo tra melodramma e comicità demenziale aggrappato alla forza dell’ingenuità, a un protagonista eroico in maniera fanciullesca e adorabile, a un volare sopra le righe talmente sincero e sfrontato da non risultare mai banale. E le mazzate, ovvio. Ci sono le mazzate, spettacolari, coreografate per andare oltre il reale, esaltanti nei loro lampi di forza maggiore. Di Deadpool c’è l’autoironia, la voglia di rompere la quarta parete e rivolgersi allo spettatore, seppur in maniera meno sfacciata o insistita, ma anche il gusto per la citazione e l’omaggio alle passioni di chi scrive e dirige, per altro filtrato attraverso dei sottotitoli che mi sembra abbiano fatto davvero i salti mortali e inventato l’impossibile per provare a restituire almeno in parte il gusto della fusione tra oriente e occidente operata da Vasan Bala.

Il mix che ne viene fuori è dolce, divertente, adorabile, ben lungi dall’essere perfetto ma davvero accattivante, e certo non stupisce che abbia vinto il premio del pubblico al Toronto International Film Festival.

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Punk Samurai Slash Down

Avendo dovuto saltare la terza giornata, la mia esperienza al Paris International Fantastic Film Festival 2018 si è aperta con una nippo-tripletta dalla soddisfazione calante. Dopo il clamoroso Zombie contro zombie e il discreto The Blood of Wolves, mi sono ritrovato davanti questo Punk Samurai Slash Down, epica surreale tratta dall’omonimo romanzo di Kou Machida, a lungo considerato inadattabile. Non ho avuto il piacere di leggerlo ma, curiosando in giro, scopro che i problemi stavano nell’estrema verbosità, nel linguaggio anacronistico, nella narrazione spezzettata e nei lampi di surreale senza freni, tipo la gran battaglia finale con fanatici religiosi da una parte e samurai e scimmie dall’altra.  E sono tutte cose che, in effetti, nella versione cinematografica non mancano, anche se non sono necessariamente tutte problematiche. Anzi, il film funziona davvero forse solo quando butta tutto per aria all’insegna del delirio.

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The Blood of Wolves

Scorrendo la pagina IMDB di Kazuya Shiraishi, si ha l’impressione di un regista intenzionato a diventare una specie di nuovo Takashi Miike.  Attivo dal 2009, ha infatti già mostrato discreta versatilità tematica e di genere e sta aumentando sempre più la produttività, con una media di circa due regie all’anno e addirittura tre film nel 2018: Sunny, un thriller sul rapimento di una professoressa delle superiori; The Blood of Wolves, un omaggio ai classici polizieschi sugli yakuza ambientato negli anni Ottanta; Dare to Stop Us, un biopic su Koji Wakamatsu, regista “bad boy” degli anni Sessanta. Insomma, spara e smitraglia in tutte le direzioni. Purtroppo non so come vada di solito, dato che quello di ieri sera è stato il nostro primo incontro, ma The Blood of Wolves non è niente male.

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Mayhem

Dunque, se ieri ho recuperato un film che per puro caso è appena uscito anche in Italia, seppur solo su YouTube Premium, oggi tocca all’altro film che ho visto al PIFFF 2017, vale a dire Mayhem. Vale a dire un film che, se non mi sono perso pezzi, dovrebbe essere uscito al cinema negli USA e in pochi altri posti, in home video in qualche altro luogo, nei nostri e vostri sogni in Italia. Ma posso sbagliarmi, eh, anche perché capire le (infinite) vie della distribuzione su questo tipo di film è un po’ un casino. Ad ogni modo, Mayhem è l’ultima regia di Joe Lynch, già autore di Knights of Badassdom ed Everly e attualmente al lavoro sul remake con Frank Grillo di un film francese di qualche anno fa. Non sapevo bene che cosa aspettarmi, al di là del fatto che Steven Yeun mi sta simpatico, e ho trovato un film molto divertente, che butta tutto per aria ma lo fa senza rinunciare a voler dire qualcosa. E ho scoperto che anche Samara Weaving mi sta simpatica, quasi quanto suo zio.

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Pifffarbacco!

L’altra settimana si è di nuovo manifestato quel momento dell’anno, quello in cui escono il programma e il trailer del Paris International Fantastic Film Festival, io mi gaso come un bambino e poi mi rendo conto che sono padre e non avrò modo di seguirlo come facevo un tempo. Nel 2013 e nel 2014 fu visione a tappeto come ai bei tempi, con tanto di maratone notturne nel weekend e ritorno a casa alle sei del mattino. Nel 2015, con la bimba di due mesi, fu esame di coscienza e lasciai perdere. Nel 2016, un ritorno tutto sommato dignitoso ma l’anno scorso, fresco di trasloco, riuscii ad andare a vedere solo due film. Come andrà, quest’anno? Vai a sapere. Però il trailer è sempre di una bellezza lancinante e quel momento, prima di ogni film, in cui si spengono le luci in sala e te lo sparano davanti mi fa sempre gasare a dismisura, anche se poi magari il film farà cagare. Va che roba.

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First Man – Il primo uomo

La chiave di First Man sta nella natura del suo protagonista e nella sua ricerca disperata di un modo per lasciarsi alle spalle un lutto senza senso. È la storia di Neil Armstrong o, meglio, della spedizione che l’ha portato ad essere il primo uomo sulla Luna o, meglio ancora, del viaggio, interiore e letterale, che ha dovuto affrontare per elaborare una perdita tremenda. Sta tutto lì. La narrazione “a tunnel”, talmente incentrata su Armstrong che finisce per trasformare tutti gli altri personaggi in macchiette, tenute in piedi da un branco di grandi caratteristi. La traccia emotiva del film, che parte da quel lutto per raccontare di una persona lanciata interamente verso un singolo obiettivo, ma non per pura ambizione, più per la ricerca di qualcosa che non trova dentro di sé, di un modo folle per colmare un buco incolmabile. Le scelte registiche, che si focalizzano sul tormento del protagonista per traballare con la macchina da presa in spalla fino all’improvvisa liberazione finale, al placido passeggiare nel deserto lunare. Il mostrare (quasi) sempre tutto da dentro, da dentro Armstrong, da dentro i suoi veicoli, da dentro i suoi razzi, ignorando quel che avviene là fuori o comunque spingendolo sullo sfondo. È un film coi paraocchi, lanciato nel tunnel, diretto verso il suo obiettivo e per nulla disposto a rallentare o guardarsi attorno, tanto quanto il proprio protagonista che, anzi, quando si concede di farlo, viene punito e preso a schiaffi.

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Cose a caso