Ocean’s 8

Fa una certa impressione scoprire quanto le operazioni di “gender swap” viste nell’ultimo Ghostbusters e in questo Ocean’s 8 siano simili per modalità e risultati. Partendo dall’assunto che, per quanto mi riguarda, non c’è nulla di male nell’operazione in sé e, anzi, è sempre interessante vedere come si riesca a rielaborare qualcosa di già esistente, il problema, ancora una volta, è che la rielaborazione lascia a desiderare, vuoi perché troppo timida e ossequiosa nei confronti dell’originale, vuoi proprio per i risultati complessivamente modesti, non all’altezza di un cast invece davvero ottimo, in forma, che esprime voglia da tutti i pori. Insomma, ancora una volta, è un po’ un peccato.

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Hereditary

Hereditary arriva in Italia con qualche mese di ritardo rispetto al resto del mondo, portandosi sulle spalle tutto il peso della chiacchiera che lo accompagna e delle lodi da cui è stato sommerso, indicato come esordio incredibile e miglior horror dell’anno. E se lo merita. Si merita ogni parola positiva spesa nei suoi confronti, se le merita anche se ci si può facilmente trovare qualcosa che non convince e anche se non è scontato innamorarsene. Se lo merita perché è un film dall’ambizione notevole, con momenti incredibili e con una forza, un coerenza e una capacità di rimanere fedele al cammino intrapreso che si vedono di rado. Non perdetevelo, andate, andate senza saperne nulla, andate senza leggere il sottotitolo italiano che fa spoiler, andate, andate, andate.

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Tully

La cosa più deprimente e fastidiosa di Tully non è ciò che il film di Jason Reitman racconta ma sta al di fuori, è l’idea che questo approccio a questi argomenti venga considerato particolare, coraggioso, “edgy”, strano, fuori dalle righe e dal normale. Ovviamente non è solo un’idea e non è sbagliata: è un fatto. Hollywood e il cinema in generale non amano parlare di quanto, nel diventare genitori, a una gioia smisurata, allo stracarico di amore, alla marea di soddisfazioni, si accompagnino sacrifici, smarrimento, panico, fatica, disperazione, sconfitta, peggioramento sostanziale della propria vita e, diciamocelo, voglia di strangolare. Ancora di più: Hollywood e il cinema in generale non amano farlo in questi termini così normali, quotidiani, credibili, che dicano queste cose in una maniera assolutamente vicina alla realtà, senza trasformarle in materia comica o passando per iperboli drammatiche, di genere, tragiche.

Tully trova soprattutto qui la sua forza, che è poi quella dell’incredibile intesa fra Reitman, Diablo Cody e Charlize Theron, già ammirati assieme nello splendido Young Adult, di cui questo film sembra quasi voler essere una continuazione ancora più concreta, completa, riuscita. È un film disarmante per la placida sensibilità con cui racconta una donna stremata, il suo sopravvivere a una pressione e un impegno costanti, strazianti, che arrivano da ogni direzione, il desiderio neanche troppo represso di abbattere il sorriso e tirare fuori il canne mozze quando parla con la preside, la difficoltà fisica, prima ancora che psicologica, nello stare dietro ad ogni cosa. E non è che le risate manchino, ma sono sempre naturali, di quell’afflato comico un po’ amaro che è proprio della vita, senza esagerazioni o tempi dettati dalla voglia di lanciare una gag sarcastica, un momento di assurdità.

Poi, sì, c’è la Tully del titolo, una sorta di baby-sitter talmente perfetta da sembrare una Mary Poppins contemporanea, e a lei viene affidato l’impeto narrativo più tradizionalmente eccezionale del film, ma nonostante lei Cody, Reitman e Theron riescono a mantenersi sempre su binari credibili, personali, schivando quasi tutti i cliché e mettendo in piedi un altro film clamoroso, che ha forse qualche problema solo sul finale. Ma ne parlo dopo l’interruzione, perché sono un po’ quelle cose su cui è meglio non sapere nulla prima di guardarsi il film.

La parte finale, che pure è molto breve e assolutamente inserita nel contesto narrativo, costruita con calma e attenzione lungo tutto il film, ha fatto storcere il naso a molti, un po’ anche a me. Non è che non sia tematicamente ben inserita, in fondo è solo un’estremizzazione di quel che dice il resto del film, ma è appunto un po’ estrema, probabilmente superflua, segna uno scarto di tono lievemente indigesto e, personalmente, avrei forse preferito se Tully fosse andato a parare dove sembrava suggerire, invece di svoltare improvvisamente a sinistra. Però no, non rovina tutto, non sminuisce il bellissimo film che viene prima e, secondo me, non è neanche un finale particolarmente brutto, solo forse un po’ fuori luogo.

Thelma

In un universo parallelo, ma neanche troppo distante, Thelma potrebbe tranquillamente essere un film Fox legato all’universo cinematografico degli X-Men. Voglio dire, dopo i due DeadpoolLogan, con (quello che ci hanno promesso essere) I nuovi mutanti in arrivo, ci sarebbe da stupirsene? Il film d’autore europeo su una mutante che assume consapevolezza dei propri poteri lanciandosi in un tripudio di inquietudini, follia surreale ed esplorazione sessuale… perfetto. Poi, per carità, magari è un po’ una deformazione mentale mia a farmi vedere gli X-Men in qualsiasi film racconti di ragazzi e ragazzini che si scoprono paranormali (li ho visti anche nell’ultimo di Tim Burton, nonostante lui neghi con tutte le forze), ma che  ci dobbiamo fare? Fatto sta che Thelma non è un film di supereroi e non è un film dedicato ai mutanti Marvel, ma poco ci manca. In un certo senso, è come se Joachim Trier avesse girato un film inserito nell’universo degli X-Men senza doversi sucare tutte le menate che derivano dal girare un film inserito nell’universo degli X-Men.

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La truffa dei Logan

Tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana, Steven Soderbergh disse di volersi ritirare. Magari ci credeva anche, ma sappiamo com’è andata a finire. In quei giorni bui, gli capitò fra le mani la sceneggiatura di La truffa dei Logan. «Oh, mica puoi consigliarci un regista adatto?», gli dissero. Lui si lesse la sceneggiatura, si divertì come un matto, si rese conto che era un film molto nelle sue corde e, oltretutto, parecchio adatto a quell’idea di produzione e distribuzione cinematografica completamente indipendente nella quale voleva lanciarsi. Rispose «Mi sa che lo faccio io.» Oltre alle ragioni di opportunità, ad attirarlo fu anche il fatto che La truffa dei Logan era (o poteva da lui essere trasformato in) una sorta di Ocean’s Eleven del discount. Non solo perché richiedeva valori di produzione ben inferiori, ma anche e soprattutto per una questione tematica.

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Una serata con Deckard

L’altro giorno sono diventato un Blade Runner. Ho preso il mio bel trenino per Londra, sono arrivato in albergo, mi sono fatto la doccia, ho indossato abiti che per altri sono normali ma per me sono da fantascienza, mi sono diretto assieme a signora e amici verso un punto d’incontro e bam, ero nella Los Angeles di Ridley Scott. O quasi. Tre anni dopo la mia prima volta, sono tornato a gustarmi il Secret Cinema e, oggi come allora, mi sento di dire che è un’esperienza bizzarra, magari non per tutti, ma davvero divertente e gradevole. E anche questa volta, dai, merita. Quindi, se vi intriga, avete modo di andare e potete permettervelo, fate un salto qua e spendete ‘sti soldi per passare una serata nel mondo di Blade Runner e riguardarvi poi il Final Cut sul grande schermo, che buttalo, il tutto in una situazione surreale in cui attori riproducono scene del film sotto, a lato, attorno allo schermo. La cosa doveva finire a metà giugno, è stata prolungata fino a inizio luglio. Regolatevi di conseguenza.

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Deadpool 2

Nel momento in cui l’incarnazione cinematografica di Deadpool si trasforma in vera e propria serie, rischia di emergere quello che poi, di fondo, è anche un po’ il limite principale del personaggio a fumetti. Quella sensazione costante di chi se ne frega, diciamo. Perché alla fin fine, quando il cuore del racconto è e rimane un solo turbinio di gag incentrate sulla rottura della quarta parete, il racconto perde di forza, di partecipazione emotiva, di interesse per il personaggio  e il suo destino (e in quel senso la sostanziale immortalità non aiuta). Deadpool 2, un po’, questo rischio lo corre, e il fatto che tutto sommato il film funzioni fino alla fine, trovi un certo trasporto e non arrivi praticamente mai a mostrare la corda è da un lato un mezzo miracolo, dall’altro testimonianza della bravura, del cuore e dell’impegno di chi l’ha tirato fuori.

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A Beautiful Day

A Beautiful Day, in reltà, si intitola You Were Never Really Here. O forse no. Ho smesso di provare a capirci qualcosa, con questa faccenda dei titoli originali, titoli internazionali, titoli in inglese usati in Italia quando avrebbe troppo più senso tradurli, varie e derivati. Facciamo che si può scegliere a piacere, oppure anche non usare nessuno di quei titoli, tanto che ce ne frega, è un film talmente storto che in Italia uscirà in quattro sale, non andrà a vederlo nessuno e faremo tutti finta di niente. E sarà un peccato, perché è un gran bel film, ma lo capisco anche, perché è un film stortissimo, lento, difficile, e che fai, vuoi davvero intitolarlo, boh, Io vi stempierò, così poi la gente si aspetta Liam Neeson che pesta tutti grazie al montaggio e si ritrova con Joaquin Phoenix molliccio che pesta tutti fuori campo? Perché alla fin fine Lynne Ramsay ha fatto un po’ quella cosa lì: il Taken da festival con l’appeal del film russo sottotitolato in cecoslovacco. Oppure un Man on Fire con il PTSD al posto della tamarraggine. Ed è bellissimo, ma come fai a venderlo?

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Molly’s Game

Per il suo esordio alla regia, Aaron Sorkin non cambia particolarmente musica rispetto alla propria carriera recente, continuando a cercare soluzioni creative per raccontare, ma soprattutto plasmare a proprio uso e consumo, la vita di figure pubbliche della storia (nord)americana più o meno recente. Nel caso di Molly’s Game, prende i tempi delle vicende di Molly Bloom e li dilata e restringe per fare in modo che la voce narrante di Jessica Chastain possa raccontare e commentare eventi che, nel momento in cui la sentiamo parlare, non dovrebbe avere ancora vissuto. Alla fin fine è un cambiamento da poco e, tutto sommato, nelle versioni cinematografiche “romanzate” delle storie reali, si sono visti ben altri stravolgimenti, ma è una trovata significativa, che permette a Sorkin di commentare in maniera più approfondita ciò che racconta. E poi glì dà l’occasione per dipingersi come una sorta di dio in grado di correggere gli errori della realtà e concedersi pure una pacca sulla spalla quando fa meta-commentare la cosa a un suo personaggio.

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Il prigioniero coreano

Il titolo originale de Il prigioniero coreano è Geumul, rete, ed è in fondo una dichiarazione d’intenti piuttosto netta. Sì, certo, il protagonista è un pescatore, usa una rete, ma la sua è la storia di una persona che si ritrova intrappolata in una tragica rete fatta di incomprensioni, burocrazia, ideologie portate all’estremo e assurda contrapposizione tra i due volti della Corea, entrambi capaci di spingersi ben oltre il lecito e l’umano, seppur in maniere e con intenzioni diverse. Si tratta di un approccio semplice, diretto, asciutto, magari anche semplicistico, per un film che del resto si spoglia quasi completamente di estetismi e soluzioni visive originali, inseguendo una narrazione asciutta, senza complicazioni o svolte particolari.

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Cose a caso