Rostelli!

Questo post si manifesta sul blog grazie alle meraviglie della programmazione, probabilmente mentre io starò manifestando una mezza crisi isterica durante le fasi finali di preparazione al viaggio della speranza, armato di moglie, gatta, figlia e attrezzature varie. Fuggo in Italia per tre settimane, il blog non morirà in maniera totale, ma insomma, usciranno se possibile ancora meno cose del solito, quindi tanto vale avvisare quei pochi che ci tengono a leggermi in maniera almeno un po’ costante. Sopravvivrete, ne sono certo. Sono meno certo della mia sopravvivenza a dieci giorni di Abruzzo, dato che ormai ho una certa età, ma che ci vogliamo fare?

La notte del giudizio – Election Year

Nel suo piccolo e con tutti i suoi limiti, La notte del giudizio è una serie riuscita e interessante, che punta tutto sul genere sfrenato (una contaminazione fra horror e action dagli equilibri in costante movimento) ma non rinuncia a iniettare un sottotesto politico e sociale semplice, diretto, tutto sommato efficace. Dopo l’esordio piccolo piccolo a base di home invasion e un secondo episodio più ambizioso, che spostava l’azione sulle strade e mostrava la “purga” in maniera più convinta, alla terza uscita comincia a diventare un po’ difficile mantenere il senso di freschezza e infatti con Election Year, a tratti, la serie inizia a mostrare un po’ la corda. James DeMonaco, però, ci crede ancora fortissimo e riesce a dare al film una sua personalità convinta e una natura forse ancora più ambiziosa.

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Police Story – Lockdown in Italia

Oggi si manifesta in Italia, direttamente sul mercato dell’home video, Police Story – Lockdown, anche noto come Police Story 2013. Sostanzialmente è una rilettura in chiave Die Hard, ma soprattutto in chiave “c’ho una certa età” di una fra le serie più famose con protagonista Jackie Chan. Io l’ho visto l’anno scorso al festival del cinema cinese qui a Parigi e non mi è dispiaciuto, anche se non mi sono esattamente strappato i capelli dalla gioia. Comunque, ne ho scritto a questo indirizzo qua.

Independence Day – Rigenerazione

Realizzare un seguito di Independence Day che abbia senso, vent’anni dopo l’originale, è impresa non da poco, fosse anche solo perché è evidente che il film non potrà avere l’impatto visivo, iconografico, banalmente grosso che ci fu nel 1996. E infatti, Independence Day – Rigenerazione quell’impatto non ce l’ha, nonostante sia effettivamente tutto più grosso e nonostante il fatto che se Emmerich ha una singola dote è quella di saper far diventare tutto enorme, anche un film teoricamente basato su Dolph Lundgren e Jean-Claude Van Damme che si tirano calci volanti. D’altra parte, in questi vent’anni, al cinema abbiamo visto ben altre robe e, onestamente, alcune cose, tipo le sequenze di dogfight, le abbiamo viste fatte meglio di come le gira Emmerich. Siamo assuefatti, e un po’ come la rissa di Civil War, per quanto bellissima, dopo quindici anni di supereroi esprime anche un po’ quel senso di vabbé, l’astronave grossa come un oceano che si parcheggia su un lato della Terra è divertente, ma alla fine non è che lasci più di tanto a bocca aperta.

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Alla ricerca di Dory

Alla ricerca di Dory è un seguito semplice, tranquillizzante, fedele alla linea e che non inventa nulla di particolare, ma è anche un film molto riuscito, che riesce a trovare una propria identità pur nel suo ricalcare in larga misura il modello originale e funziona benissimo nel suo voler essere intrattenimento prima di ogni altra cosa. Non ha certamente l’ambizione tematica di Inside Out, ma si inserisce comunque nella tradizione delle storie Pixar capaci di raccontare qualcosa a un pubblico di tutte le età. Insomma, non è magari fra i migliori seguiti mai usciti dalla luce di Luxo Jr. ma è anche ben lontano dall’essere fra i peggiori. Poteva andare meglio, poteva andare peggio, di sicuro c’è da divertirsi, sghignazzare e commuoversi per un centinaio di minuti, magari perdendosi anche un po’ nell’ammirare la tecnica strepitosa con cui viene messo a schermo un oceano digitale mai così bello.

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The Legend of Tarzan

Tarzan, nel 2016, si porta forse un po’ dietro la stessa sfiga di John Carter, il suo aver fatto da base e da fonte d’ispirazione per talmente tante altre cose che ormai finisce per risultare inevitabilmente moscio, spento, già visto mille volte, inutile e banalotto. Guillermo Del Toro non la pensa così e tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana, avrebbe dovuto occuparsi di questo tentativo di rilancio. Solo che poi il tentativo è passato per le mano di Stephen Sommers (non proprio sullo stesso livello) e si è infine accomodato in grembo a David Yates, cui Warner ha concesso un’ora d’aria per girarlo prima di chiuderlo nuovamente nella sua prigione a base di Harry Potter e derivati. Il risultato è un filmetto di poco conto, un’avventurona molto tradizionale, tanto nella sua natura semplicistica e pulp quanto nell’accomodarsi fra le pieghe della solita struttura da blockbuster hollywoodiano recente (sono perfino riusciti a infilarci il solito finale in cui salta tutto per aria!).

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Deathgasm

Ve li ricordate i bei tempi in cui Peter Jackson non si era ancora perso nei suoi deliri fantasy digitali ma era un pazzo furioso, esordiente o poco più, che divertiva il mondo con i suoi piccoli, deliranti film horror demenziali? Dai, se siete dei vecchietti come me (e avete un minimo di amore per il cinema horror, toh)  non potete esservene dimenticati, anche considerando che ogni volta che esce un horror neozelandese che la butta sul ridere non si può proprio fare a meno di ricordare i bei tempi in cui Peter Jackson faceva lo scemo. E chi sono io per sforzarmi di non citarlo? Nessuno. Quindi, diciamolo chiaro: Deathgasm è il nuovo esponente nella grande tradizione degli horror comici tutti scemi neozelandesi, fatti di matte risate, storie assurde, gag cretinissime, zero spaventi, sangue e budella come se piovessero. Ed è uno spacco.

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The Zero Theorem in Italia!

Questa settimana arriva in Italia The Zero Theorem, che io ho visto al cinema in Francia due anni fa secchi e che, leggo nel post scritto all’epoca, doveva uscire nello stivale pure prima. Ma insomma, oh, ce ne facciamo una ragione, come al solito. Comunque, esce. Andateci. Pure se l’avete già visto. credo. Oddio, poi non è che me ne ricordi molto, ma ricordo che mi era piaciuto parecchio. Forse. Vai a sapere.

It Follows

Prosegue oggi la grande saga dei film che ho visto oltre un anno fa e di cui mi trovo a scrivere adesso perché la distribuzione italiana segue vie a noi sconosciute e difficilmente interpretabili per chi non gode di accesso al Palantir. Al centro dell’episodio odierno troviamo It Follows, noto ai più come “Quel film horror ganzo di cui si parlava due anni fa, quando girava per i festival, ma che non è mai uscito al cinema”. Alcuni, magari, lo conoscono come “Quel film horror con la tizia bionda di The Guest e che fa venire un sacco in mente John Carpenter”. E volendo lo si potrebbe indicare anche come “Il film horror in cui chi tromba muore”, una descrizione che rischia di farlo confondere con decine di altri horror ma che in questo caso coglie la sostanza della faccenda. Oppure ce la giochiamo con: “È bellissimo, se non l’avete ancora visto correte al cinema” e finirla qua. Voglio dire, non vi basta sapere che c’è Maika Monroe e ti fa venire in mente Carpenter? A me basterebbe.

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The Conjuring – Il caso Enfield

The Conjuring – Il caso Enfield  è un seguito fotocopia, fatto a modino, con tutte le sue cose al posto giusto e che non ha proprio intenzione di differenziarsi dall’originale, se non nel minimo sindacale dato dalla maggior convinzione sul fronte degli effetti speciali, dalla tendenza a rifare tutto un po’ più grosso e da velatissimi ribaltamenti di ruoli. A tratti sembra veramente di guardare lo stesso film, solo col volume più alto: un prologo incentrato su un caso che avrà ripercussioni nella storia principale (nel primo film fu la bambola destinata a conquistarsi uno spin-off, qua si omaggia l’indagine più famosa dei coniugi Warren in quel di Amityville… ma si buttano comunque i semi per un altro spin-off); una casa infestata che si svela pian pianino; una certa attenzione nell’approfondire il lato umano delle vicende, tanto per le vittime quanto per gli investigatori dell’occulto; un taglio da horror vecchio stile come non se ne fanno (facevano?) più; un finale in cui la tensione cala le braghe in nome di spettacolo ed effetti speciali. Se quel che si cerca è un more of the same realizzato con un pizzico di gusto, insomma, bene così.

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Cose a caso

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