I miei videogiochi del 2019

Secondo giorno di elenconi brutti postumi fuori tempo massimo pubblicati a metà 2020 perché boh mi spiaceva non pubblicarli: oggi tocca ai videogiochi su cui ho messo mano nel 2019 e ai quali ho giocato fino a completamento, o perlomeno fino al punto di decidere che potevo assegnare le stelline gli asterischi con un minimo di cognizione di causa. Non è quindi inclusa eventuale roba a cui ho fatto una o due partite e, in generale, che ho iniziato l’anno scorso ma a cui ho giocato davvero (forse, vai a sapere) quest’anno, così come non conta la roba a cui non gioco regolarmente ma che continua ad essere installata sul telefono perché ogni tanto ricasco nel tunnel della droga, tipo Drop7così come non conta il party game che esci una volta ogni dieci mesi, tipo Singstar. E chiaramente mancano eventuali cose che mi sono dimenticato di segnarmi. Ce ne faremo una ragione, così come ci faremo una ragione del fatto che questo paragrafo è quasi interamente riciclato da quello degli anni scorsi.

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I miei film del 2019

Oggi inauguro un inno alla procrastinazione e all’ossessione che andrà avanti per tre post, nei quali pubblicherò i miei canonici elenconi di fine/inizio anno ma lo farò a luglio, quindi addirittura oltre la metà dell’anno. Come mai? Boh, perché è successo, perché il blog è fermo e comatoso, perché comunque i post erano qui quasi pronti nelle bozze e perché sono pazzo e mi dà fastidio non pubblicarli. Poi, insomma, so che Bovati ci tiene e magari c’è qualcun altro a cui interessa, nonostante tutto, che questi elenchi appaiano qui.

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Bombshell – La voce dello scandalo

Se volete leggere questa recensione impaginata meglio e con un voto in fondo, la trovate su IGN Italia. Se preferite ascoltarmi parlare del film in podcast, lo trovate su Outcast.

Nell’estate del 2016, Roger Ailes, amministratore delegato di Fox News, Fox Television Stations e 20th Television, abbandonò la sua posizione (e ricevette quaranta milioni di dollari di liquidazione, perché che fai, non glie li dai?) a seguito di uno scandalo esploso nel luglio dello stesso anno, quando la giornalista Gretchen Carlson gli aveva intentato causa con l’accusa di molestie sessuali. Non fu la prima a far presente le sue abitudini ma fu la prima a muoversi in maniera così aggressiva ed efficace, dando coraggio ad altre vittime: nel giro di pochi giorni, arrivarono accuse da ventitré donne, compreso un nome di punta come Megyn Kelly, e Ailes fu costretto a capitolare, con Rupert Murdoch che ne rilevò la posizione. Bombshell – La voce dello scandalo propone John Lithgow nel ruolo di Ailes e racconta quegli eventi seguendo soprattutto il percorso di tre giornaliste: Megyn Kelly (Charlize Theron), Gretchen Carlson (Nicole Kidman) e Kayla Pospisil (Margot Robbie), un personaggio fittizio che unisce le esperienze raccontate da diverse donne coinvolte. E come spesso accade in questo genere di film “basati su una storia vera”, a spiccare è innanzitutto il lavoro degli attori.

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Il lago delle oche selvatiche

Cinque anni dopo il bellissimo Fuochi d’artificio in pieno giorno, Yinan Diao si ripresenta questa settimana nelle sale italiane con un altro noir metropolitano puzzolente, rancido, sorprendente per inventiva nella messa in scena e capacità di creare mondi. La storia del film, in concorso all’ultimo Festival di Cannes, prende il via con una scansione temporale scombinata, che ci porta avanti e indietro svelando i fattacci di una brutta notte, fino a sciogliersi lentamente e aprire le porte a una seconda metà di film più lineare, ma non per questo meno affascinante. In quella notte fatale, vediamo una surreale riunione operativa delle bande di criminali che rubano motociclette e motorini in giro per la città e si ritrovano a gestire il territorio in un’organizzatissimo scantinato. Dopo un vero e proprio talk in stile Ted sulle tecniche di manomissione e furto, scatta la divisione del territorio sulla mappa, strutturata da veri professionisti e non a caso riflessa più avanti nel film dalla polizia, che organizza una caccia all’uomo esattamente alla stessa maniera. La conferenza dei ladri di manubri va però in rovina quando esplode una rivalità fra bande rivali e il tentativo di sedare gli animi porterà a conseguenze ancora peggiori.

Lì hanno inizio la caccia all’uomo di cui sopra e il tentativo, da parte di quell’uomo, di uscirne, se non sano e salvo, perlomeno alla propria maniera. Il racconto de Il lago delle oche selvatiche è sostanzialmente tutto qui ma Yinan Diao lo mette in scena innanzitutto attraverso una capacità incredibile di creare microcosmi surreali, lancinanti, in cui le regole del vivere comune si sbriciolano di fronte al senso pratico e cinico. Il protagonista si rifugia nei pressi di un lago attorno al quale non c’è legge che tenga, la prostituzione è fuori controllo, la polizia si muove a tentoni e il mondo intero, filtrato attraverso una visione estetica che puzza di marcio, è preda dello sconforto, dell’abbandono, dell’individualismo più bieco e amorale. E anche chi viene mosso da uno scopo più alto, chi ha davvero come obiettivo finale un gesto altruistico, nelle piccole cose non può che lasciarsi andare al fare più casualmente abietto.

Ma Il lago delle oche selvatiche non è solo una storia di desolazione umana e paesaggistica, c’è anche un gusto coreografico e nella messa in scena che lascia di sasso. I momenti chiave del film si sviluppano seguendo una struttura travolgente, composta da improvvise impennate di violenza e, soprattutto, da un lavoro sulla tensione incredibile. In quei passaggi, un film che per ampi tratti si abbandona a ritmi compassati, trascinati, stanchi, transita con una leggerezza incredibile verso dei picchi di tensione quasi insostenibile. Vale per la messa in scena della sera fatale che apre il racconto ma vale ancora di più per alcuni momenti cardine in cui le varie forze in gioco si ritrovano nello stesso luogo e pedinamenti, sorveglianze, tentativi di contatto si accartocciano uno sull’altro, seguendo una struttura ben più complessa di quanto sembri nei primi istanti, sfociando in inseguimenti, sparatorie, fughe. E ne viene fuori un noir affascinante, surreale, glaciale, con lampi visivamente stordenti, che ha forse il solo limite di restare in superficie quando racconta l’umanità dei suoi personaggi e nel modo in cui parla della società cinese. Ma è davvero un limite, quando si tratta di una scelta consapevole?

L’ho visto una settimana fa o giù di lì, al cinema, in lingua originale e sottotitolato, qua in Francia, dove è fuori da qualche settimana. In Italia ci arriva in questi giorni, immagino in non troppe sale. Trovate questa recensione anche su IGN Italia, impaginata in maniera più roboante e con un voto in fondo, mentre su Outcast c’è il micro-podcast in cui ne parlo a voce.

Gli ultimi sei mesi a fumetti di giopep

Dunque, il blog è un po’ andato a ramengo. L’aveva fatto da tempo, ma l’aver smesso di scrivere recensioni su Outcast l’ha proprio ucciso, visto che alla fin fine il 99% di quel che ancora pubblicavo qui dentro erano appunto le recensioni cinematografiche e televisive che finivano anche su Outcast. Cambierà qualcosa? Non lo so. Ha senso che cambi qualcosa? Non lo so. Vale la pena di stare ancora dietro a un blog personale nel 2019? Non lo so. Come farlo, nel caso? Eh, quante domande. Intanto che ci penso, qua ci sono i fumetti che ho letto dall’ultima volta.

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La rivincita delle sfigate

Booksmart, giustamente o meno, è stato identificato come una specie di Superbad al femminile. E in effetti, in una certa misura, ci può stare: in fondo, anche qui si parla di ingresso nell’età adulta con un taglio da commedia caciarona adolescenziale; anche qui le risate, seppur stupidine e sbracate, nascondono temi più sofisticati di quanto magari si possa pensare; anche qui il tutto è immerso in un tono malinconico, perfino delicato e toccante, a cui è difficile non voler bene. Inoltre, una delle due protagoniste è Beanie Feldstein, sorella del Jonah Hill di Superbad. Bonus: entrambi i film sono vittime delle fantasiose titolazioni italiane, anche se con La rivincita delle sfigate, tutto sommato, è andata meglio che con Tre menti sopra al pelo. Ma ci pensate? Tre menti sopra al pelo. Ci vuole del talento. Tra l’altro, magari non ve lo ricordate, all’epoca, Tre menti sopra al pelo vinse al filo di lana su Maiali dietro ai banchi. Eh.

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Crawl – Intrappolati

Crawl è il nuovo film di Alexander Aja. È ambientato in Florida durante un uragano di categoria 5. Ha per protagonista una Kaya Scodelario donna forte, nuotatrice di talento ma a cui manca qualcosa, severamente afflitta da daddy issues, che ci presentano in piscina per giustificare il fatto che nuoterà veloce. Assieme a lei, un Barry Pepper padre tosto, un po’ stordito e ruvido ma cuore d’oro. Sono intrappolati nello scantinato di una casa che rischia l’allagamento e assediati da un gruppo di alligatori incazzati neri. Tutti gli altri personaggi che si manifestano nei dintorni si chiamano Morto 1, Morto 2, Morto 3, Morto 4 e Morto 5. C’è anche un cane. Dura novanta minuti scarsi. È uno spacco.

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Men in Black: International

Ha senso, nel 2019, un quarto Men in Black col sapore del reboot? Beh, ha senso nella misura in cui questo genere di operazioni può trovare un senso: il successo artistico e/o quello commerciale. Capita, eh! Se il quinto Fast & Furious ha finito per essere il migliore della serie, oltretutto dopo che già il quarto aveva fatto un mezzo tentativo di pseudo-reboot in continuity, tutto è possibile, no? E, diciamocelo, al netto della scarsa fiducia con cui tendiamo ad accogliere operazioni del genere, sulla carta sembravano esserci gli ingredienti giusti. In fondo, la coppia Tessa Thompson/Chris Hemsworth ha relativamente da poco fatto faville in Thor: Ragnarok, mostrando grandissima intesa e una verve comica fenomenale, convincendo critica e (buona parte del) pubblico in un film che, tutto sommato, può ricordare un Men in Black nel suo taglio da commedia avventurosa. Non solo: alla regia, hanno chiamato F. Gary Gray, fresco fresco del successone di Straight Outta Compton e dall’aver tirato fuori il miglior Fast & Furious dopo il quinto. Insomma, a prova di bomba. E invece.

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Stranger Things 3

È cosa abbastanza nota che Stranger Things sia nato come progetto “contenuto” e si sia deciso in corsa di cambiare alcuni aspetti chiave, un po’ per accompagnare la scelta di proseguire e un po’ per andare dietro a quel che funzionava. Eleven non poteva morire come da piano iniziale, perché senza Eleven non esiste Stranger Things, e Steve non poteva morire come da piano iniziale, perché il potenziale del personaggio s’era imbizzarrito e troppo ci si poteva fare. Incidentalmente o forse no, da lì sono nati alcuni fra i colpi da maestro della serie, a cominciare proprio dall’evoluzione di Steve, fra le cose migliori di seconda e terza stagione senza se e senza ma. E dall’essere andati avanti nasce inevitabilmente anche quello che è il tema principale del terzo anno, il modo in cui la vita cambia e ti cambia, la resistenza alle mutazioni – fisiche, spirituali, esistenziali, carnali, naturali, forzate – l’andare avanti sempre e comunque, perché altro non si può fare.

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Yesterday

Nel flusso recente e tutt’altro che conclusosi di film che provano a divertirci sparando a mille in sala cinematografica alcune fra le canzoni più famose della storia, purtroppo, quella mediocrata di Bohemian Rhapsody è destinata a rimanere l’unica ad aver macinato una quantità di soldi fuori scala. L’hanno visto tutti, è piaciuto a molti, ha vinto premi, a posto così. Intanto, però, Rocketman, pur nella sua struttura narrativa assolutamente ordinaria, ha provato a buttarla in caciara con un minimo di creatività in più e Yesterday si gioca la carta dello sfruttare le hit musicali di turno come pretesto per fare altro, al punto che non solo non ce le fa sentire in versione originale, ma non vengono cantate dai Beatles neanche nella finzione del film. Il che, se consideriamo che le hit in questione sono veramente fra le più immortali di sempre e che il cuore del racconto sta nel ricordarci quanto lo siano, beh, costituisce una mossa degna di nota.

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Cose a caso