The Infiltrator

The Infiltrator racconta una storia che abbiamo visto al cinema mille volte, lo fa in maniera dignitosa ma senza appiccicarci nulla di nuovo o particolarmente riuscito. È un film medio sull’impresa di un agente federale che arriva ad infiltrarsi nei rami più periferici del cartello di Medellin, piazzando una retata non indifferente, e sopravvive per raccontare la sua storia nel canonico libro di memorie, poi per l’appunto diventato un film. Uno dei tanti. La solita roba, insomma, con una manciata di qualità che che potrebbero farlo emergere dalle nebbie del suo essere medio ma riescono al massimo a renderlo simpatico, degno di una visione in quelle settimane che non offrono altro d’interessante in sala, in TV, in streaming o dove caspita vi capiterà di beccarlo.

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Hell or High Water

Hell or High Water è il primo film americano di David Mackenzie, regista inglese in attività da oltre due decenni e che un paio d’anni fa ha sostanzialmente lanciato la carriera internazionale di Jack O’Connell con l’ottimo Starred Up. Ma è anche il secondo lavoro da sceneggiatore di Taylor Sheridan, attore pure lui attivo da metà anni Novanta che si è improvvisamente rilanciato come autore firmando Sicario, ha già scritto e diretto il suo esordio da regista (Wind River, arriva l’anno prossimo) e ha in produzione Soldado, pseudo seguito di Sicario che farà esordire il nostro Stefano Sollima a Hollywood. Aggiungiamoci Jeff Bridges versione texas ranger ruvido e polveroso che si mastica le parole mentre battibecca col suo partner Gil Birmingham e un Chris Pine e un Ben Foster in formissima come protagonisti e ci sono tutti gli ingredienti per aspettarsi la bomba che in effetti questa specie di western/poliziesco/noir/heist movie è.

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Toni Erdmann

Toni Erdmann è un film delizioso, delicato, divertente e toccante in quella maniera tutta asciutta, ma insistita, un po’ lurida e sbracata che è propria del cinema europeo. È un film ambizioso, che riesce nell’impresa di far ridere, riflettere e (quasi) commuovere senza stancare un attimo per centosessantadue minuti che volano via come se fossero novanta. E non ti spieghi neanche come sia possibile che siano volati via così in fretta, perché non è che hai passato quelle tre ore scarse ridendo tutto il tempo, lasciandoti trascinare da una storia appassionante, facendoti travolgere da un ritmo serrato. No, anzi, si tratta di un film pacatissimo, che non usa mezza nota musicale per cercare di spingere il sentimento e che racconta la sua storia in maniera asciutta e lineare.

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Poi non dite che non vi ho avvisati: Time Lapse

Se non ho capito male e/o non mi sono perso dei pezzi, questa settimana esce in Italia, direttamente sul mercato dell’home video, Time Lapse, un film che ho visto un paio d’anni fa al Paris International Fantastic Film Festival (ah, i bei tempi in cui non ero padre e c’avevo tempo per ‘ste robe!) e di cui ho scritto a questo indirizzo qui. C’è la bionda di The Flash, si parla di paradossi temporali e me lo ricordo come abbastanza divertente. Magari me lo ricordo male. Vai a sapere. Comunque, do per scontato che chi voleva guardarselo ormai se lo sia visto, ma insomma, magari qualcuno lo voleva doppiato in italiano. Rivai a sapere.

Nerve

Al cinema, è abbastanza normale che gli attori interpretino personaggi di età diverse, non necessariamente allineate con la propria. È normale armarsi di trucco e parrucco per far finta di essere più vecchi, è normale (anche se un po’ buffo) quando un attore di una certa età si finge sensibilmente più giovane del dovuto ed è altrettanto normale (anche se talvolta molto buffo) quando un attore fra i venti e trent’anni si finge regazzino delle superiori. Soprattutto a quest’ultima cosa, nonostante non capiti sempre, ci siamo parecchio abituati, e del resto la mia generazione si porta ancora addosso i segni psicologici dei liceali stempiati e in crisi di mezz’età di Beverly Hills 90210. Ogni tanto, però, qualcosa non torna per davvero. Per esempio, in Nerve, c’è Emma Roberts nei panni di una barely legal a un passo dal diploma e, onestamente, per quanto lei abbia questo fisichino tutto piccolino che quasi ti ci fa cascare, non ha propri i tratti (e men che meno la voce) da ragazzina. Ma ad essere ancora più buffo o, al limite, inquietante, è la presenza del trentunenne Dave Franco nei panni del suo interesse amoroso dall’età non specificata.

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Train to Busan

Busan, o Pusan, a seconda di come gira a chi legge, è la seconda città in Corea del Sud per dimensioni, chiaramente dopo Seoul. Vanta tre milioni e mezzo di abitanti, uno in più se consideriamo l’area metropolitana allargata, e si trova sulla punta estrema a sudest della penisola, all’interno dell’area maggiormente industrializzata del paese, dove fa da centro economico e culturale per la regione. È nota anche per aver fatto da roccaforte durante la guerra di Corea, quando fu uno tra i pochi territori a rimanere sotto il controllo del sud, fece da capitale temporanea e venne difesa dal cosiddetto Perimetro di Pusan, organizzato dalle Nazioni Unite. Tutta questa pappardella gentilmente fornita da Wikipedia aiuta ad inquadrare il contesto territoriale e tutto sommato anche storico in base al quale ha senso che la città sia roccaforte ultima nella difesa contro gli zombi in Train to Busan.

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Suicide Squad

Tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana, hanno provato a raccontarci la favoletta della DC/Warner Bros. che si proponeva con una visione opposta rispetto a quella dei Marvel Studios e tentava di regalarci anch’essa un universo cinematografico di film tutti collegati fra loro e pieni di cretini in costume, ma buttandola sulla depressione, sul tono cupo, sul lasciare ad ogni singolo regista, e quindi ad ogni singolo film, la possibilità di esprimere liberamente la propria personalità e sul fatto che noi c’abbiamo i cattivi fichi, altro che quegli sfiatati della concorrenza, Fuck Marvel, yo! Certo, se la personalità è quella di Zack Snyder, si parte bene ma non benissimo, però, insomma, era bello crederci. Fra l’altro a me L’uomo d’acciaio neanche è dispiaciuto, ma qui posso difendermi dicendo che non l’ho mai rivisto. Peccato che il master plan sia in realtà partito dopo L’uomo d’acciaio e già nel secondo film ci siamo ritrovati con pasticci da comitatone infilati a calci in culo per mettere assieme l’universo in fretta e furia, un cattivo (anzi, due) impresentabile(i) e le battutine d’avanspettacolo che facevano capolino sul finale. E il terzo lo potremmo sottotitolare “Calata di braghe”.

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Lights Out: Terrore nel buio

Le vie della distribuzione sono infinite e fanno sì che in Francia, mediamente, la roba esca più o meno in contemporanea con il resto del mondo, quindi prima che in Italia. A volte anche molto prima, tipo il nuovo Spielberg che in Italia ci arriva a gennaio, suppongo perché lo considerano film di Natale ma a Natale c’è Star Wars. Ogni tanto, però, il gioco si ribalta e, nonostante mediamente gli horror in Italia arrivino con mesi o anni di ritardo, capita quello che esce nello stivale assieme al resto del mondo, settimane o mesi prima che in Francia. Whatever. Poi ci sarebbe da chiacchierare di titoli e sottotitoli, ché in Italia ci si lamenta ma spesso pure in Francia tirano fuori capolavori d’arte contemporanea. Il punto, però, è che ieri sono andato a recuperarmi Lights Out e oggi vorrei cogliere l’occasione per scrivere due righe al riguardo, ma davvero, che vuoi scriverne? Intanto mettiamo il cortometraggio originale, che fa colore.

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Cose a caso