Lady Macbeth

Do per scontato che non sia capitato solo a me ma sì, ammetto l’ignoranza: prima di avvicinarmici, pensavo che Lady Macbeth fosse una sorta di rilettura a ruoli invertiti del classico shakespeariano cui il titolo fa ovvio riferimento. E invece, per quanto l’ispirazione originale arrivi da lì, si parte da Lady Macbeth del Distretto di Mcensk, romanzo breve pubblicato nel 1865 da Nikolai Leskov e già portato al cinema nel 1962 con Lady Macbeth siberiana. A cimentarcisi è il regista teatrale William Oldroyd, qui alle prese con un esordio sul grande schermo di quelli che lasciano il segno per potenza visiva, attenzione ai dettagli, capacità nel dirigere gli attori e nello stordire con la conduzione di una storia non facile, dai repentini cambi di tono, che riesce a farti appassionare a una vicenda e ad un personaggio specifico spingendoti in una direzione ben precisa, per poi devastarti con una virata conclusiva da vanga sui denti. E rimani lì a bocca aperta, rendendoti conto che in fondo era tutto prevedibile e annunciato ma ti ha colpito lo stesso con una violenza che non ti aspettavi.

Continua a leggere Lady Macbeth

Poi non dite che non vi ho avvisati: Nerve

Ammazza, ma davvero Nerve l’ho visto a settembre? Ero convinto che fosse un film di questa primavera. Come vola, il tempo, quando ci si diverte. Comunque, ne ho scritto per l’appunto, a settembre dell’anno scorso, ma in Italia ci arriva oggi. Non è niente di che, anzi, è pure abbastanza cretino, ma tutto sommato ricordo di essermici divertito.

Wonder Woman

Wonder Woman è un film… strano, che si contraddice da solo mentre spinge costantemente in una direzione nell’altra, tirando fuori un pasticciotto che però, nell’inevitabile confronto con i precedenti film di ‘sto disastrato universo cinematografico DC, esce fuori a testa alta, facendo la figura del migliore di tutti. Arriva per primo nel campionato dei supereroi al femminile e prova a spingere sul tema del femminismo, della protagonista donna forte che sa cavarsela da sola, spacca tutto e non dà mai retta a ciò che la società patriarcale vorrebbe imporle. Allo stesso tempo, però, racconta di fondo la più stereotipata delle storielle disneyane, quelle che la stessa Disney ha ormai ripudiato, proponendo una principessa ingenua (se non proprio cretina), che fugge dalla gabbia di vetro in cui i genitori volevano proteggerla per inseguire desideri e destino ribelli, scoprendo di non sapere nulla del mondo, facendoselo spiegare dagli uomini che la circondano e innamorandosi letteralmente del primo che passa. E, ancora, trova una comicità azzeccatissima quando la butta sul ridere ma sprofonda nel ridicolo quando tenta di prendersi sul serio. Insegue tematiche universali e azzeccate, parlando di natura umana, libero arbitrio, scelte difficili e rimorsi, ma riduce tutto a una mitologia di partenza imbarazzante, raccontando poi di una Prima Guerra Mondiale in cui alleati a caso combattono i tedeschi cattivi, che comunque sono cattivi perché c’è il dio della guerra che li controlla. Insomma, è un pastrocchio che smitraglia a caso in tutte le direzioni ma, rispetto a chi è venuto prima, ha la fortuna di una scrittura più curata, strutturata e lineare, che non perde tempo con le meta-cazzate e gli permette di colpire più spesso il bersaglio.

Continua a leggere Wonder Woman

Poi non dite che non vi ho avvisati: Red State

Ogni tanto mi accorgo che esce in Italia in qualche forma un film di cui ho scritto tempo addietro e vedo di segnalarlo qui. Ora, le fonti sono contrastanti, c’è chi parla di 30 giugno e chi di 8 giugno, ma io voglio fidarmi di Amazon e punto per l’appunto su oggi. Quindi, in teoria, a partire da oggi, si rende disponibile l’edizione italiana di Red State, anche noto come il film che ha fatto esclamare a molti “Ah, ma allora Kevin Smith è ancora capace!” e a molti altri “Ma che è ‘sta stronzata?”. Ché, insomma, se per qualche bizzarro motivo (tipo “Lo aspetto in italiano”) non l’avete ancora visto, ora potete rimediare! Io l’ho visto – mamma mia! – sei anni fa durante un qualche festival del cinema fantastico in terra di Germania e ne ho scritto a questo indirizzo qua. Spoiler: a me piacque. Fra l’altro Michael Parks (quello là in cima) ci ha lasciati da un mesetto, quindi magari l’uscita è anche un po’ in suo onore. #credici

Operation Mekong

La scorsa settimana, mi sono scavato dei ritagliucci di tempo per andare a recuperare tre film del festival del cinema cinese che ogni anno si tiene fra Parigi e altri luoghi bizzarri del paese chiamato Francia. Avrei voluto guardarne di più, tipo almeno quattro, ma il destino è beffardo, la vita pone paletti e, insomma, che ci dobbiamo fare? Comunque, il primo su cui ho posato gli occhi è Operation Mekong di Dante Lam, racconto in chiave super propagandista dei fatti avvenuti nel 2011 lungo il fiume Mekong, quando due navi da trasporto cinesi vennero attaccate nel tratto di fiume che scorre fra Birmania e Thailandia. Ci furono chiaramente conseguenze, fra cui un accordo che coinvolse Cina, Birmania, Thailandia e Laos per portare avanti in maniera più convinta la guerra alla droga nella regione, e c’è sicuramente del materiale per tirar fuori un film interessante. Prevedibilmente, l’approccio di Lam è quello del classico filmone action/thriller super melodrammatico e altrettanto super patriottico alla cinese. Una di quelle robe che incassano una valanga di soldi in patria ma poi tu, ingenuo spettatore occidentale, guardi sopportando a fatica nell’attesa delle scene d’azione.

Continua a leggere Operation Mekong

Pirati dei Caraibi – La vendetta di Salazar

Son passati quasi quindici anni dall’uscita del primo film con Johnny Depp travestito da pirata sbronzo, è da poco arrivato il quinto, tira aria di nuova trilogia e, come spesso accade in questi casi, sento il bisogno di cominciare mettendo le mani avanti, con due o tre premesse, per spiegare da dove parto. Anche perché, mi pare di capire, parto da una posizione non proprio allineata col sentire comune. Tipo: ricordo con decisamente più amore il secondo e il terzo film di Gore Verbinski rispetto al primo, che trovai simpatico ma un po’ impacciato e barbosso sulla distanza. Dei due successivi, invece, soprattutto del terzo, ricordo con grande affetto il buttarla completamente per aria sul piano visivo, che me li fece amare non poco, pur riconoscendone una certa pesantezza a livello di scrittura. Ma, oh, li ho visti tutti solo una volta, non ricordo altro. Il quarto, invece, l’ho visto una settimana fa e quasi vomito. Zero invenzioni visive, Jack Sparrow elevato a unico protagonista insopportabile, del tutto scomparsa la capacità con cui Verbinski spinge il PG13 ai suoi limiti e spazio solo alle (quindi pesantissime) bambinate, Ian McShane totalmente sprecato e quasi insignificante (e ce ne vuole, d’impegno, per disinnescare uno con quella personalità). Quindi, a chi mi dice che il nuovo episodio è forse il migliore dopo il primo, io rispondo “Uhm… boh? Sicuramente è meglio del quarto.”

Continua a leggere Pirati dei Caraibi – La vendetta di Salazar

Ritratto di famiglia con tempesta

Ritratto di famiglia con tempesta è il nuovo film di Hirokazu Koreeda, cintura nera del racconto per immagini di vicende in cui non succede una fava dall’inizio alla fine. Qui, il non far succedere nulla viene dedicato a una famiglia in frantumi, come suggerisce almeno in parte il titolo italiano (vagamente più pretenzioso e meno sottile dell’internazionale After the Storm). Ryota è un detective privato da quattro soldi e dalla morale discutibile, che non riesce a mettersi alle spalle un matrimonio finito male. Appassionato di scommesse, sciamannato senza speranza, arraffone dalle pratiche illecite sul lavoro, fatica a pagare gli alimenti, non vuole accettare la fine della storia con la ex moglie e rischia sempre più di alienarsi tanto lei, quanto il figlio. Il film racconta soprattutto la sua storia e un suo preciso momento di (possibile) crescita personale, sfruttando come pretesto una situazione improvvisata a causa dell’ennesimo tifone in arrivo sulla città.

Continua a leggere Ritratto di famiglia con tempesta

Sette minuti dopo la mezzanotte

Il titolo originale di Sette minuti dopo la mezzanotte, A Monster Calls, fa apparente riferimento a una creatura fantastica che nasce da un albero, una sorta di Groot dopato a dismisura che passeggia fra le case e chiacchiera con il giovane protagonista utilizzando la voce di Liam Neeson (ma senza telefonate minacciose). L’impressione, però, è che sia un depistaggio e il vero mostro della vicenda si trovi da qualche parte fra il lutto, il senso di colpa, l’agonia del rimpianto, l’impossibilità di trovare il senso in una tragedia che ti colpisce come un martello e la difficoltà, appunto, mostruosa con cui un bambino affronta i meccanismi complessi della propria mente. È il cuore del film, il suo aspetto emotivamente più forte, oltre che quello attorno a cui ruotano per intero la vicenda e il mistero centrale, svelato solo nei minuti finali ma prevedibile e sempre più chiaro mano a mano che ci si avvicina a quella conclusione così forte. Ed è l’aspetto più riuscito del nuovo film di J.A. Bayona, qui più che mai Guillermo Del Toro del discount, non all’altezza ma comunque apprezzabilissimo.

Continua a leggere Sette minuti dopo la mezzanotte

Scappa: Get Out

La primissima idea di Jordan Peele per il film che è poi diventato Scappa: Get Out vedeva una declinazione sensibilmente diversa dello stesso soggetto. C’era già un protagonista maschile invitato dalla sua ragazza a conoscere delle persone, che però erano solo vecchi amici. E, certo, anche in quel caso la faccenda non sarebbe finita bene. Poi, nel corso degli anni in cui Peele ha sviluppato la sua idea, il soggetto si è evoluto, finendo per pescare in maniera più diretta da Indovina chi viene a cena e vari classici della paranoia come Rosemary’s Baby, giungendo quindi all’idea del thriller sociale di risposta agli anni di Obama. La sceneggiatura, infatti, è stata scritta proprio in quel periodo e nasce come risposta a un momento culturale nel quale gli Stati Uniti sembravano non voler parlare più di razzismo. C’è un presidente nero, è finita, siamo nel post razzismo, dicevano in molti. Il paradosso? Get Out è poi stato girato nel 2016 ed è uscito nel 2017, in un momento in cui la conversazione sul tema è tornata brutalmente d’attualità, facendo – ne è convinto lo stesso Peele – la fortuna di un film che, forse, anche solo un paio d’anni prima, molta meno gente avrebbe voluto vedere. E il risultato è un altro successo clamoroso targato Blumhouse, di quelli con l’incasso che ha due cifre in più rispetto al budget, oltretutto adorato dalla critica.

Continua a leggere Scappa: Get Out

Alien: Covenant

Alien: Covenant è il seguito di Prometheus, che era un prequel di Alien senza però essere totalmente un prequel di Alien e pensando abbondantemente ai fatti suoi, come del resto fa questo secondo film della (nuova) serie, un po’ più prequel di Alien ma comunque seguito di Prometheus e abbondantemente impegnato a farsi gli affari suoi, anche se questa volta un po’ più convinto nell’inserire gli alieni di Alien, nonostante Ridley Scott continui a sembrare poco interessato a farlo. Un casino, insomma. Un casino che il reparto marketing ha voluto semplificare in maniera un po’ furbetta, piazzando la parola Alien nel titolo e giocandosi l’intera campagna pubblicitaria per farci credere che Prometheus fosse roba vecchia e questo film sarebbe stato un Alien in tutto e per tutto. Voglio dire, non è che ci si possa girare attorno: il trailer sembra raccontare una specie di Alien 5, con il solito arrivo sul pianeta, il solito capitano che si piazza incautamente davanti all’uovo e la solita successiva lotta contro l’alieno, mentre gli elementi più da Prometheus paiono messi in disparte. E, onestamente, quel trailer mi lasciava addosso una sensazione di “Insomma, sarà la solita roba vista e stravista, però magari realizzata bene.” Poi guardi il film e ti rendi conto che buona parte di quel che si vede nel trailer arriva dall’ultima mezz’ora o giù di lì. E, insomma, sembra una burla.

Continua a leggere Alien: Covenant

Cose a caso