Archivi tag: Griffin Dunne

Fuori orario

Com’è riguardare Fuori orario durante una buia notte a marzo del 2016, fra l’altro probabilmente vent’anni abbondanti dopo che l’hai visto per l’ultima volta? Strano. Com’è mettersi a scrivere, una mattina di gennaio del 2017, di quella volta che a marzo del 2016 ti sei riguardato Fuori orario vent’anni abbondanti dopo l’ultima volta? Surreale. Ma qua il blog funziona così, ogni tanto scatta il recupero di quella bozza che avevo lasciato lì abbandonata e riparte la sfida con il mio cervello brasato per provare a ricordarmi le sensazioni che dovrei aver provato e che potrei voler trasmettere in quattro righe. Nel caso specifico, poi, la cosa deriva da quella faccenda che tre anni fa mi hanno regalato il libro delle recensioni da quattro stelle di Roger Ebert e ogni tanto lo apro, vado avanti a guardare in ordine alfabetico e poi ne scrivo. Otto film visti in tre anni non è un gran risultato ma, ehi, non mi corre dietro nessuno.

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Gli episodi pilota Amazon di agosto 2016

La scorsa settimana Amazon ha gettato in pasto al mondo un nuovo tris di episodi pilota, secondo una formula lievemente diversa dal solito: questa volta si tratta solo di (possibili) serie comiche, mentre le nuove serie “drama” verranno messe alla prova a settembre. Per il resto, il metodo è sempre quello, e infatti mi riciclo buona parte di quanto segue dall’ultima volta: gli iscritti (tedeschi, britannici e statunitensi) al servizio Amazon Instant Video, sezione Amazon Prime, possono guardarsi gli episodi pilota, ma tutti possono andare poi a votare sul sito secondo una serie di parametri. In linea teorica, Amazon decide se mettere in produzione questa o quella serie anche in base ai voti. Il criterio di lettura del feedback, però, non è solo di natura quantitativa e possono per esempio decidere di produrre una serie se sono particolarmente interessati alla fascia di pubblico che sembra averla apprezzata maggiormente (dovrebbe essere andata bene o male così con Transparent).

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Weekend mannaro


L’ululato
The Howling (USA, 1981)
di
Joe Dante
con
Dee Wallace-Stone, Patrick Macnee, John Carradine

Sono passati 25 anni e, purtroppo, si vedono tutti. Forse è il basso budget a limitare la longevità “estetica” di questo film, oppure è solo l’incapacità di chi ne ha curato l’immagine, ma resta il fatto che la maggior parte di ciò che si vede fa al massimo tenerezza. Non bastassero i capelli cotonati e la fotografia zuccherosa, la colonna sonora paninara distrugge ogni minima speranza di riuscire a creare un po’ di atmosfera inquietante (dramma, quello delle musiche, che purtroppo accomuna anche film di molto superiori come il primo Nightmare). Ed è un peccato, perché il soggetto è interessante, qualche breve momento horror riuscito c’è e in generale non mancano neanche le idee (il finale, per esempio, sarebbe solo ottimo, se il lupo mannaro non sembrasse Poochie). Forse il problema vero è che l’elemento satirico ha spinto Joe Dante a prendersi un filo troppo sul serio, finendo per scadere un po’ nel ridicolo involontario. Alla faccia di chi dice che i remake non servono a una fava, una versione aggiornata di ‘sto film potrebbe essere solo eccellente, anche perché è probabile che venti e oltre anni fa l’effetto generale fosse ben diverso.


Un lupo mannaro americano a Londra
An American Werewolf in London
(USA, 1981)
di John Landis
con
David Naughton, Jenny Agutter, Griffin Dunne

Parecchi anni fa vidi per la prima volta questo film su Telepiu. Era introdotto dal commento del barbetta che faceva sempre i suoi comizi prima dei film d’autore. E, subito prima del film, c’era un “cartello” che recitava più o meno “questo film non potremmo farvelo vedere perché è vietato ai minori di 18 anni, ma il valore artistico è talmente alto che, pur di farvelo vedere, l’abbiamo tagliato”. Da allora l’ho sempre rivisto in quella versione, che avevo registrato, e mi sono sempre chiesto che caspita ci fosse di censurato, visto che comunque era abbastanza sanguinario. Guardandolo in DVD l’altro giorno, finalmente ho svelato l’arcano: avevano tagliato le immagini del film porno nella scena al cinema, tarpando peraltro le ali a un’idea azzeccatissima. Comunque, su una cosa avevano decisamente ragione: Un lupo mannaro americano a Londra è un capolavoro. Mamma mia che film! A parte il fatto che, pur essendo stato realizzato nello stesso anno de L’ululato, dimostra almeno una decade in meno, è semplicemente impressionante come riesca, dopo tutto questo tempo, ad essere ancora così fresco ed efficace sotto ogni aspetto. Un film che riesce a farti sbellicare dal ridere, a gelarti il sangue nelle vene, a commuoverti con la tragedia che racconta. Il prologo è di una bellezza micidiale, anche perché racchiude assieme tutte e tre queste componenti in maniera magistrale. Ma tutto il film è perfetto, agghiacciante nella sua semplicità. Splendida la colonna sonora, utilizzata benissimo e con un gusto ironico meraviglioso. Eccellenti gli effetti speciali, con una trasformazione che fa male solo a guardarla e che caga in testa alle ridicole bolle de L’Ululato. Mai una battuta fuori posto, un eccesso di retorica, un’esagerazione umoristica. Schietto, crudo, realistico. Un capolavoro. Impressionante. L’ho visto tre giorni fa e ho già una voglia pazza di rivederlo.


Dog Soldiers (GB, 2002)
di
Neil Marshall
con
Sean Pertwee, Kevin McKidd, Emma Cleasby, Liam Cunningham

Dopo averne letto per due anni, dopo aver visto l’ottima opera seconda di Marshall (The Descent, all’ultima Venezia), finalmente recupero questo Dog Soldiers. Sorta di rielaborazione in chiave militar-mannara della favola di Riccioli d’oro, Dog Soldiers sotto un certo punto di vista potrebbe ricordare L’ululato (budget ridotto, lupi mannari, regista sconosciuto) e non è escluso che fra vent’anni risulti altrettanto datato. Ma, per il momento, pur coi suoi evidenti limiti, funziona. Marshall appare francamente limitato dai problemi di budget e il cuore del film, ovvero la parte ambientata in casa, da l’impressione di volere, ma non potere fino in fondo. Siamo insomma ben lontani da un Sam Raimi, che dalle difficoltà del poverissimo esordio traeva la forza per realizzare un horror innovativo e dirompente. Marshall si limita a mostrare una buona conoscenza dei meccanismi del genere e a sfruttarli, ma sembra eccellere più nella scrittura dei personaggi che altro. La sequenza più tesa, a conti fatti, è quella in cui viene ritrovato il Capitano Ryan, nella foresta, prima che inizi il film vero e proprio, e i “colpi di scena” sono quasi tutti abbastanza telefonati. Marshall, però, consapevole forse di muoversi pericolosamente sull’orlo della trashata, affronta il tutto con badilate di autoironia e proprio per questo il film travalica i suoi limiti e convince. I dialoghi sono curatissimi e divertenti e non disdegnano qualche citazione (evidenti Matrix e Un lupo mannaro americano a Londra). Nel complesso un buon esordio, specie se osservato col “senno di poi” dell’opera seconda: liberato dalle costrizioni, in The Descent Marshall ha realizzato un film eccellente, senza un attimo di respiro.