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I segreti di Wind River

Riscopertosi sceneggiatore di razza con SicarioHell or High Water dopo una carriera da attore di seconda o terza fascia, Taylor Sheridan ha giustamente deciso di far fruttare il credito accumulato per dirigersi da solo la sua sceneggiatura successiva. Non è un esordio assoluto dietro alla macchina da presa – c’è quel Vile risalente a sette anni fa che saluta in tutto il suo splendore (?) da torture porn su commissione – ma insomma, si può anche fare finta di niente, perché è evidente che in I segreti di Wind River si vede la nascita vera e propria dello Sheridan regista. Il film è infatti fondamentalmente il terzo passo del percorso avviato con le pellicole dirette da Villeneuve e Mackenzie, nuovo capitolo di quell’epica di frontiera che parla dell’America contemporanea attraverso un amore profondo per la sua provincia, i suoi confini più estremi e le persone che sopravvivono ai margini, schiacciate tra paradossi sociali e culturali.

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Arrival

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Arrival è, assieme a Manchester by the Sea, il mio film preferito del 2016. Forse, pistola alla tempia, devo ammettere che ho preferito Manchester by the Sea, ma insomma, sono sfumature, e comunque preferirei non arrivarci, alla pistola alla tempia. In Italia escono entrambi nel 2017, quindi saranno probabilmente anche i miei film preferiti del 2017, magari assieme a La La Land, l’ultimo del trio per cui avevo aspettative completamente ingestibili, quello che, se le soddisfa pure lui, mi farà probabilmente dare di matto, perché a quel punto cosa potrò chiedere, ancora, al 2017? Ma intanto Arrival arriva questa settimana ed è un film meraviglioso, scritto, diretto e interpretato da gente fuori dalla grazia di Dio, che affronta un tema fantascientifico in maniera tanto rigorosa quanto profondamente umana, affascina con il suo incredibile matrimonio di suoni e immagini, strazia con le sue svolte narrative e, casomai uno fosse preoccupato per Blade Runner 2049, ti lascia addosso una placida serenità sull’argomento. Poi, certo, può comunque venir fuori una schifezza ma, per dire, se fosse bello anche solo la metà di Arrival, sarebbe comunque un ottimo seguito. Sì, Arrival mi è piaciuto così tanto. E siccome (tanto quanto Manchester by the Sea, vedi la coincidenza) fa parte del club “Madonna quanto è stato bello andare a vederlo senza saperne una fava, al di là degli ottimi nomi coinvolti e del fatto che se ne parlava benissimo”, chiuderò in questa maniera il più lungo del solito paragrafo iniziale. In Arrival ci sono gli alieni e il film si incentra su Amy Adams e compagni che provano a capire come comunicare con loro. È bellissimo, è bellissima, sono tutti bravissimi, volate al cinema.

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28 settimane dopo

28 Weeks Later (UK, 2007)
di Juan Carlos Fresnadillo
con Imogen Poots, Mackintosh Muggleton, Robert Carlyle, Jeremy Renner, Rose Byrne, Catherine McCormack, Harold Perrineau

Sono trascorse ventotto settimane da quando una mutazione del virus della rabbia ha messo in ginocchio l’Inghilterra, trasformandone parte della popolazione in orde di furiosi cannibali decerebrati e la rimanenza in carne da macello. In questo periodo gli infetti hanno finito per ritrovarsi senza cibo e morire lentamente di fame, mentre qualche sopravvissuto campava di stenti asserragliato in giro per la nazione. Ora è il momento di ricostruire, ripopolare, ripulire, a cominciare ovviamente da Londra. Purtroppo, però, qualcosa va storto e il virus torna a fare capolino.

Nel dare un seguito a 28 giorni dopo, Juan Carlos Fresnadillo decide di dare alla serie una certa coerenza stilistica e visiva, abbassando però di una tacca le pretese autoriali. Ne esce fuori un film sicuramente meno ambizioso del precedente, ma anche in grado di evitare l’insopportabile deriva fighetta della pellicola di Danny Boyle. E che a conti fatti finisce per essere un decisamente più riuscito film di genere in senso stretto.

Fresnadillo punta al sangue e alle viscere, apre con un incipit strepitoso per capacità di travolgere lo spettatore e, dopo aver impiegato il giusto tempo per piazzare le sue pedine, scatena il caos. E lo fa in una desertica Londra che non sfigura di fronte a quella, già spettacolare, di Danny Boyle, aggiungendo però una colonna sonora molto più azzeccata, evitando la deriva moralista e qualunquista messa in scena dal suo predecessore e concedendosi comunque qualche frecciatina politica, con un non troppo velato rimando alle supposte guerre intelligenti.

Efficace la regia, che sconfina nella fin troppo diffusa usanza di girare scene d’azione “traballanti” in cui non si capisce niente ma, una volta tanto, lo fa in un contesto adatto, mostrando soggettive di persone in preda al panico, travolte da terrificanti eventi e incapaci di dare qualsiasi risposta che non sia la fuga.

Insomma, un buon horror, solido, sanguinario, emozionante, con un prologo meraviglioso, qualche idea particolarmente riuscita (la discesa lungo le scale in metropolitana, per esempio) e un ritmo incalzante, capace di far passare sopra a un paio di forzature davvero stonate dello script e a un finale che poteva essere risolto in maniera meno frettolosa.