Die Hard – Trappola di cristallo

Die Hard (USA, 1988)
di John McTiernan
con Bruce Willis, Alan Rickman

Ci sono film che invecchiano male e film che invecchiano bene. Film che invecchiano il giusto, senza perdere comunque un’oncia di fascino, film che invecchiano da far schifo e film che, pur mostrando tutti gli anni, rimangono perfetti. I film invecchiano tutti, per forza, perché cambiano i gusti, i modi, i tempi e ovviamente le tecnologie, ma c’è modo e modo di invecchiare. Quando un film ha venticinque anni e rimane il bellissimo film che era venticinque anni prima, nonostante tu l’abbia visto e rivisto centomila volte, qualcosa vorrà pur dire. Ecco, Die Hard sta in quella categoria lì, quella di Alien, quella del “oh, se non ti piaceva allora (c’avevi grossa crisi) non ti piace manco adesso, ma vienimi a dire che è invecchiato male, se hai coraggio. E ti ammazzo, se mi tocchi”. Perfetto nei tempi, nella scrittura dei personaggi principali, nell’umorismo, nell’azione che ancora oggi – e questa è forse la cosa più sorprendente, o magari no, visto il regista – risulta splendida per messa in scena, ritmo, tensione, nel modo in cui gli ambienti sono costruiti e organizzati. Altri film li riguardi aspettando solo che arrivi questa o quella scena indimenticata. Davanti a questo ti ci metti con lo stesso stato d’animo e poi, dopo dieci minuti, ti rendi conto che non te ne frega niente, che ti ha preso ora come allora e sei lì a divertirti, tifare, sospirare, odiare, godere. Mamma mia.

Die Hard è uno di quei casi così tanto anni Ottanta di perfetto allineamento di pianeti che va a generare un risultato splendido e inimmaginabile in qualsiasi altra via. Poco importa se doveva essere un seguito di Commando, se hanno corteggiato inutilmente Schwarzenegger anche quando si era già trasformato in Die Hard, se prima di arrivare a offrirlo a quel tizio che faceva ridere in TV ci hanno provato con praticamente qualunque altro essere di sesso maschile avesse mai messo piede a Hollywood: Bruce Willis ha definito John McClane e Die Hard, così come John McClane e Die Hard hanno definito Bruce, dando il via a una carriera da icona del film d’azione che prima chi se l’immaginava (questo è il momento in cui dalla regia ricordano che abbiamo rischiato di avere Tom Selleck nei panni di Indiana Jones). E il John McClane di questo film è un personaggio perfetto, icona non in quanto superuomo invincibile, ma perché persona tutto sommato normale, umana, che si ritrova suo malgrado, sì, a fare cose da superuomo. E che riesce a farle, contro l’impossibile, ma uscendone con le ossa rotte. Quale altro eroe action fuma a catena, zoppica dopo aver calpestato i vetri, sanguina, impreca, commette continuamente errori, si danna e si sporca in maniera progressivamente indelebile, arrivando al gran finale ridotto a pezzi, quasi incapace di stare in piedi, come John McClane? Nessuno. Tristemente, neanche il John McClane degli ultimi due film a lui dedicati.

Ed è innanzitutto questo a rendere il personaggio l’icona che è, il fatto che di fondo, per una volta, a tentare le gesta dei Rambo, dei Chuck Norris, dei mille personaggi di Arnie, c’era un uomo normale, uno che potevi incontrare in metropolitana la mattina andando al lavoro. Nel guardare Die Hard ti veniva voglia di gettarti dal tetto di un palazzo attaccato al manicotto o di appenderti al condotto d’areazione, perché in fondo sembrava quasi (quasi) possibile farlo. Ma questa è solo una parte della forza di Die Hard, una parte che, onestamente, oggi non dovrebbe avere il senso di novità di allora e invece, tutto sommato, finisce per essere ancora fresca. C’è poi tutto il resto. Ci sono gli altri personaggi, a cominciare da Hans Gruber, un meraviglioso Alan Rickman all’epoca esordiente, e c’è un cast strapieno di facce azzeccatissime. L’unica singola cosa che stona in tutto il film, forse, è rappresentata dall’idiozia del capo della polizia e dei due agenti dell’FBI: non è che non funzionino, e tutto sommato sono ingenuamente divertenti ancora oggi, ma staccano un po’ troppo rispetto al taglio di tutti gli altri. Però ci si passa sopra, grazie a tutto il resto.

Ma poi, vogliamo parlare di un film che tutti considerano fra i migliori film d’azione della storia nonostante non si spari un colpo di pistola per venticinque minuti e la prima scena d’azione vera e propria ne aspetti altri quindici (mentre l’ultimo Die Hard si apre con quattro dialoghi inutili e mezz’ora di auto che esplodono a caso)? In Die Hard c’è attenzione ai personaggi, voglia di definirli a dovere e farti imparare ad apprezzare McClane e odiare brutalmente Gruber, desiderio di darti un motivo per tifare e godere quando voleranno i proiettili. In quella prima mezz’ora abbondante monta una tensione incredibile, ancora oggi, ancora una volta, ogni singola volta, e ti diverti come un matto, come se fossi un bambino. Una questione di nostalgia? Forse, in parte sicuramente, ma la nostalgia non basta per farmi piacere qualsiasi film adorassi da ragazzino, eppure Die Hard, ancora oggi, è il gran cazzo di film che era quando lo guardavo in TV da bambino e mi chiedevo come mai il formato dell’immagine cambiasse sui titoli di testa e di coda.

E poi, guardandolo in lingua originale, scopri che un terrorista è italiano. Comprando in Germania il cofanetto Blu-ray, invece, scopri che da queste parti si intitola Stirb Langsam.

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Les Misérables

Les Misérables (USA/UK, 2012)
di Tom Hooper
con Hugh Jackman, Russell Crowe, Anne Hathaway, Amanda Seyfried, Eddie Redmayne

Il tratto distintivo principale di Les Misérables sta probabilmente nella scelta, da parte di Tom Hooper, di girare il film con audio in presa diretta, registrando direttamente le performance canore degli attori in studio, senza appoggiarsi al playback. E non è una scelta di pura forma, un qualcosa di cui vantarsi e da strillare sui manifesti. Non solo, almeno. Io, al cinema, mi ci sono presentato senza saperlo, eppure, dopo pochi minuti, mi sono reso conto da solo che il film era in effetti stato realizzato in questa maniera e che, cacchio, la scelta stava facendo la differenza. Perché se da un lato significa dover sopportare il cantar legnoso di Russell Crowe e l’occasionale stecca di Hugh Jackman, dall’altro ne vengono fuori interpretazioni fortissime, viscerali, ruvide, che toccano il cuore in una maniera sporca e lontana dalla caramellosità asettica che spesso rende così surreali i musical.

Certo, è e rimane surreale osservare gente sepolta di fango che canta la propria disperazione, ma quello fa parte dello spettacolo, e mica puoi andare volontariamente a guardarti un musical e poi lamentarti perché cantano tutto il tempo. Il punto, però, è che Les Misérables non è un musical in cui ogni tanto tutto si ferma e parte il balletto, è uno strano racconto in cui la gente si esprime cantando, ma lo fa sbavando, piangendo e biascicando, trasformando il romanzo e il musical a cui il film si ispira in un’esperienza strana ma a modo suo perfetta nel trasmettere quelle emozioni e quella forza.

Non tutto il film funziona alla stessa maniera, e se certi momenti sono mostruosamente forti, altri aspetti – su tutti la storia d’amore fra Cosette e Marius – lasciano addosso una sensazione di vuoto, ma alcuni passaggi sono davvero emozionanti, Anne Hathaway si merita tutto il suo Oscar con tre scene in croce e una meravigliosa I Dreamed a Dream, Hugh Jackman funziona bene, il paio di scene madri è da pelle d’oca e due ore e mezza volano via come una piuma. E levatemi la colonna sonora da Spotify, per favore.

E per una volta posso evitare di parlare di lingua originale e doppiaggio!

The Walking Dead 03X11: "Giuda"

The Walking Dead 03X11: “I Ain’t a Judas” (USA, 2013)
con le mani in pasta di Glen Mazzara e Robert Kirkman 
episodio diretto da Greg Nicotero
con Andrew Lincoln, Laurie Holden, Danai Gurira, David Morrissey, Norman Reedus, Scott Wilson, Michael Rooker,  Lauren Cohan, Steven Yeun


Altro giro, altro episodio francamente un po’ moscio, o comunque di quelli “magari se li guardassi tutti in fila andrebbe meglio, ma uno a settimana è stancante”. Non è che in questa puntata non accada nulla, anzi, ci sono piccole svolte significative, personaggi che prendono decisioni di peso, altri che vengono a sapere cose importanti e, insomma, non c’è una sensazione di inutilità. Il problema è il retrogusto di brodo allungato, il pensiero che avessero deciso di far accadere determinate cose in questa puntata, che per farlo sarebbero bastati venti minuti di racconto e che, oh, se l’episodio deve per forza durare quarantacinque minuti mica è colpa nostra! Sembra insomma un po’ un momento di raccordo fra le cose fondamentali accadute una settimana prima e quelle, speriamo altrettanto gustose, che accadranno alla prossima.
Di cose buone, comunque, come detto, ce ne sono state e sebbene Andrea rimanga un personaggio intollerabile (o magari proprio per quello), è stato gradevole vederla trattata malissimo e il suo passaggio in prigione ha comunque dato vita a bei confronti, fra Daryl che si spara le pose da gran cazzuto e Michonne che parla più che in tutto il resto della stagione e colpisce pesantemente nel segno. Più generale, sono i vari scambi dell’episodio ad essere tutti gustosi, da Merle che chiede scusa dicendo che in fondo, eh, sì, “come la Gestapo” (meraviglioso), al sempre più adorabile Milton, con il suo dramma di essere messo lì nel mezzo e non sapere assolutamente come gestirsi, fino a Hershel e Carl che si palleggiano Rick e il suo non saper più essere capetto come si deve.
Per il resto, più che altro l’aspetto migliore della puntata sta nel ritorno in grande stile al voler prendere per il culo chi ha letto il fumetto e fargli salire l’ansia suggerendo determinate cose, ma senza far capire bene dove si stia andando a parare. Perché Rick che decide di andare a Woodbury assieme a Michonne e a suo figlio, al di là del WTF insito nella scelta di portarsi dietro Carl, non può che far venire in mente quella volta in cui la strana coppia si presenta dal Governatore anche nel fumetto. E perché Tyreese che si manifesta lì, pure, oltre ad essere una bella idea dai possibili sviluppi intriganti, beh, pure lei non può che far venire in mente un’altra certa cosa che nel fumetto accade a Tyreese. Insomma, vedremo.
Stanotte ho dormito. Sono riposato. Eppure c’ho la testa svuotata. Ho bisogno di una vacanza.

Pensieri sconnessi notturni

Allora. Venerdì sono andato a letto verso le due e mezza. Sabato mi sono alzato alle otto. Sabato, dopo cena, ho commesso l’errore di bere un caffè, sono poi finito nella fascia oraria delle Bermuda e mi sono addormentato alle cinque. Domenica mi sono svegliato alle dieci, poi sono andato a mangiare come una fogna a casa degli amici cinesi (madonna che roba buona) e a bere tanto, troppo vino. Sono tornato a casa piuttosto brillo, ho cominciato ad avere un sonno cane verso le 15:00, non ho fatto un pisolino ristoratore e adesso sono davanti alla TV, a mezzanotte passata, che mi appresto a guardare la diretta degli Oscar. Mi sento di dire che domani, giornata in cui, peraltro, avrò da fare fino a mezzanotte, sarò poco prestante. Quindi ho iniziato ora a scrivere questo post, in cui infilerò cose a caso che mi vengono in mente mentre guardo la cerimonia, e magari ci copincollo qualche tweet, boh. Fino a quando mi passa la voglia. Senza pretendere che a qualcuno possa interessare leggermi, così, solo per muovere le dita a caso.

La diretta la guardo sulla TV tedesca, Prosieben. L’anno scorso stavo guardando uno streaming merdoso dal PC, poi mi sono reso conto che era lo stream di un canale tedesco. A quel punto mi sono sentito scemo, ho acceso la TV e ho scoperto che qua danno gli Oscar in chiaro, sulla TV terrestre, senza voci tedesche a rompere le palle. Eh. Fra l’altro, durante la diretta degli Oscar, danno a randa la pubblicità di World of Tanks. Un altro universo, proprio.

I giornalisti tedeschi sul red carpet non chiedono quante ore dura il gioco e se c’è il multiplayer. Mi crollano le certezze.

Il giornalista tedesco c’ha l’amico di Hollywood che gli chiama la gente famosa. Comodo, così.

Quivenzacosa, la bambina selvaggia, è tanto cicci. Sarebbe ganzo se vincesse e facesse delle scene tipo Benigni.

Charlize Theron continua ad andare avanti e indietro sul red carpet. Ancora non ha imparato a spostarsi di lato.

Bradley Cooper ha ancora in faccia l’espressione che gli è esplosa quando Hugh Jackman ha vinto ai Golden Globes. Stellina, rosicone. Fra l’altro ha appena detto che tifa 76ers, improvvisamente mi sta simpatico.

Nicole Kidman sembra un po’ meno di plastica del solito.

Leggo su Twitter che sulla TV italiana c’è Selvaggia Lucarelli che dice cose. Sto bene in Germania, direi.

Robert De Niro sul Red Carpet ha la stessa faccia da Robert De Niro vecchio rincretinito che ostenta in tutti i suoi film da tanti anni a questa parte. A ulteriore testimonianza della bravura di David O. Russell nel fargli fare una figura decorosa nel suo film.

Che cicci Chris Evans che porta agli Oscar la mamma tutta emozionata!

Ma Daniel Radcliffe a un certo punto smetterà di avere sedici anni?

L’ultima mezz’ora di red carpet, a quanto pare, vede solo interviste condotte dagli americani. Aumenta del 90% la quantità di domande sui vestiti delle donne di passaggio.

La nana che fa le interviste entra otto volte dentro Adele. #gordian

Stasera, o ieri sera, o quando era, ho visto Caccia a ottobre rosso. Alec Baldwin con tutta quella barba mi fa uno strano effetto.

Anne Hathaway ha un vestito che valorizza i capezzoli e supporta i televisori 3D e 4K.

Non ci posso credere, la pubblicità di una roba erotica sul teletext, televideo, quel che è, durante la diretta degli Oscar. Questa è meglio pure di World of Tanks. Germania for teh win.

Le attrici, la mattina degli Oscar, vanno a farsi le iniezioni di Botox. Renee Zellweger si fa prendere a testate sulla bocca.

Hahahahaha, ma è apparso su Twitter AnneHathaway Nipples ‏@AnnesNipples

Oh, comincia.

hahahahahahaahhahahahahsethmifatropporidere. Ha fatto ridere perfino Tommy Lee Jones.

HAHAHAHAHAHAHAHHAHA ODDIO IL COLLEGAMENTO CON KIRK, è riuscito a infilare il cameo stronzo dagli anni Ottanta e le puttanate a caso senza senso pure qua. Pure la canzone sulle tette. Sta trasformando gli Oscar in una puntata dei Griffin. Gli voglio bene.

Collo e Charlize Theron che ballano su Seth che canta. I calzini che fanno Flight, è tutto bellissimo, hall of fame dei monologhi d’apertura agli Oscar. Piango.

OK, si comincia, attore non protagonista… (che brutto il figlio di Phillip Seymour Hoffman) uah, ma Cristoforo, felicità, che bella sorpresa subito! Ma poi lui super cicci, sorpreso, emozionato, bene.

Ecco, Paperman non è una sorpresa. Neanche Brave. Ralph Sucatutto. Bene così.

Che belle le musiche di Beasts of the Southern Wild.

Seth MacFarlane mi sta facendo svegliare i vicini.

Oscar per la fotografia a Life of Pi meritatissimo, o comunque valeva la pena per far salire sul palco questo tizio impresentabile.

No, vabbé, lo squalo per far levare la gente dal palco, basta, hanno vinto tutto.

Potrei svenire da un momento all’altro.

Ma vengo subito risvegliato da Halle Berry scelta per presentare il montaggio sui cinquant’anni di Bond. Una che ha recitato nel secondo o terzo peggior Bond di sempre. Il montaggio è ottimo per far tornare alla memoria quanto han fatto cacare diversi dei Bond con Pierce Brosnan. Per fortuna poi arriva Shirley Bassey che uccide tutti con un’interpretazione di Goldfinger che urla un fortissimo “soooca” in direzione Adele.

Sto chiaramente perdendo il controllo delle mie facoltà mentali: mi è sembrato di vedere Mark Cerny che vinceva l’Oscar per il miglior cortometraggio.

Amy Adams ♥

Liam Neeson ha la faccia di uno che dorme meno di me.

Proseguono le allucinazioni: osservo Michael Haneke e vedo James Cameron.

Non sono sicuro di aver capito per quale motivo improvvisamente sia apparsa Catherine Zeta-Jones che faceva finta di cantare.

Jennifer Hudson canta. Catherine Zeta-Jones piange in un angolo. Michael Douglas si rivolta nella tomba.

Wolverine sul palco! Canta! Anne Hathaway ha cambiato abito e ha domato i capezzoli ribelli! Russel Crowe è imbalsamato! C’è Sacha Baron Cohen agli Oscar e non sta mostrando le chiappe! Amanda Seyfried!

Chris Pine è arrivato direttamente dalla stazione centrale.

Ted sul palco a fare battute sulle orge a casa di Jack Nicholson e sugli ebrei a Hollywood. Non inquadrano i fratelli Coen, strano.

Uh, un pareggio. Subito ricerchina su Google per scoprire che è la settima volta nella storia. Che bello l’internet.

Amy Adams ♥

C’è il capezzolo sinistro di Anne Hathaway che continua a fare capolino sulla destra dello schermo mentre lei ringrazia.

Jennifer Lawrence ♥

La musica di Trinità agli Oscar. Apposto così. Viva Quentin Tarantino.

Kristen Stewart zoppica, ha lo sguardo spento di chi pensa hai fatti suoi e non si accorge che tocca a lei parlare. Ma è sempre così?

Seth MacFarlane introduce Salma Hayek dicendo sostanzialmente che quando parla non si capisce nulla. Salma Hayek la prende bene e scandisce il suo discorso lentamente come se stesse parlando con uno scemo.

Oddio, il filmato coi morti, mi viene sempre l’ansia.

Tony Scott T_T

Barbra Streisand sta cantando da un paio di minuti e ancora non ho capito se è morta pure lei.

Ma per quale motivo c’è tutta ‘sta celebrazione per Chicago? Che è?

Charlize Theron è madonna mia. Con Dustin Hoffman di fianco è ancora più madonna mia. E poi annuncia un Oscar per Argo. Madonna mia.

Quentin Tarantino riceve l’Oscar per la sceneggiatura (yeah!), ringrazia i suoi attori, dice che sono sempre fondamentali e che questa volta li ha scelti benissimo e, mentre lo dice, inquadrano l’attore su cui ha ripiegato perché Will Smith non ne voleva sapere.

Richard Parker vince per la regia. Pillola e Polpetta ringraziano dal letto.

Jennifer Lawrence ♥

Oddio che cicci che si incarta sulle scale e va giù di faccia. ♥

E Hugh Jackman balza in piedi tipo Wolverine per salvarla.

Jennifer Lawrence ♥

Doppio colpo di scena alla premiazione per il miglior attore: il filmato di presentazione delle nomination svela il finale di Flight e Daniel Day-Lewis spara quattro battute divertenti in fila.

Jack Nicholson è ubriaco, non si ricorda cosa deve dire e cede la parola a Michelle Obama.

Argo vaffanculo! Bello. Bene. Evviva! 🙂

(Hahahaahhaha, pure la canzone che prende per il culo gli sconfitti. Seth ♥)

Jennifer Lawrence ♥

giopeppredictions

Oh, bello, questa notte ci sono gli Oscar e, per la prima volta in quattro anni, non me li hanno incrociati in maniera fastidiosa con altre robe tipo, che so, la partenza per la GDC o l’All-Star Game NBA (che fra l’altro neanche ho guardato, quest’anno). Stasera vado a vedermi Warm Bodies (avendone molta paura) e, al ritorno a casa, mi piazzo davanti alla TV tedesca (una di quelle due o tre occasioni in cui lo faccio nell’arco di tutto l’anno) e mi sparo la diretta notturna, per me tradizione irrinunciabile fin da quando ero piccino. Seth MacFarlane mi sta simpatico e spero lo spettacolo sia divertente. Se non lo sarà, ce ne faremo una ragione. Ad ogni modo, anche quest’anno faccio il mio post inutile, con un copia e incolla invertito da Wikipedia di tutte le nomination, la roba che premierei io evidenziata in blu (e scelta solo fra i film che ho visto, chiaramente) e le scommesse su cosa vincerà evidenziate in rosso (e scelte del tutto a caso, chiaramente). E quando coincidono le evidenzio in viola. Non commento molto, perché, boh, non ho niente da dire.

Migliori effetti speciali
Lo hobbit: Un viaggio inaspettato – Joe Letteri, Eric Saindon, David Clayton, R. Christopher White
Vita di Pi – Bill Westenhofer, Guillaume Rocheron, Erik-Jan de Boer, Donald R. Elliott
The Avengers – Janek Sirrs, Jeff White, Guy Williams, Dan Sudick
Prometheus – Richard Stammers, Trevor Wood, Charley Henley, Martin Hill
Biancaneve e il cacciatore – Cedric Nicolas-Troyan, Philip Brennan, Neil Corbould, Michael Dawson

Miglior montaggio
Argo – William Goldenberg
Vita di Pi – Tim Squyres
Lincoln – Michael Kahn
Silver Linings – Il lato positivo – Jay Cassidy, Crispin Struthers
Zero Dark Thirty – Dylan Tichenor, William Goldenberg

Migliori costumi
Anna Karenina – Jacqueline Durran
Les Misérables – Paco Delgado
Lincoln – Joanna Johnston
Biancaneve – Eiko Ishioka
Biancaneve e il cacciatore – Colleen Atwood

Miglior trucco
Hitchcock – Howard Berger, Peter Montagna, Martin Samuel
Lo hobbit: Un viaggio inaspettato – Peter Swords King, Rick Findlater, Tami Lane
Les Misérables – Lisa Westcott, Julie Dartnell

Miglior fotografia
Anna Karenina – Seamus McGarvey
Django Unchained – Robert Richardson
Vita di Pi – Claudio Miranda
Lincoln – Janusz Kamiński
Skyfall – Roger Deakins

Miglior production design
Anna Karenina – Sarah Greenwood, Katie Spencer
Lo hobbit: Un viaggio inaspettato – Dan Hennah, Ra Vincent, and Simon Bright
Les Misérables – Eve Stewart and Anna Lynch-Robinson
Vita di Pi – David Gropman and Anna Pinnock
Lincoln – Rick Carter and Jim Erickson

Miglior sound mixing
Argo – John Reitz, Gregg Rudloff, Jose Antonio Garcia
Les Misérables – Andy Nelson, Mark Paterson, Simon Hayes
Vita di Pi – Ron Bartlett, D. M. Hemphill, Drew Kunin
Lincoln – Andy Nelson, Gary Rydstrom, Ronald Judkins
Skyfall – Scott Millan, Greg P. Russell, Stuart Wilson

Miglior montaggio sonoro
Argo – Erik Aadahl, Ethan Van der Ryn
Django Unchained – Wylie Stateman
Life of Pi – Eugene Gearty, Philip Stockton
Skyfall – Per Hallberg, Karen Baker Landers
Zero Dark Thirty – Paul N. J. Ottosson

Miglior canzone originale
“Before My Time” da Chasing Ice – J. Ralph
“Everybody Needs a Best Friend” da Ted – Walter Murphy and Seth MacFarlane
“Pi’s Lullaby” da Vita di Pi – Mychael Danna and Bombay Jayashri
“Skyfall” da Skyfall – Adele Adkins and Paul Epworth
“Suddenly” da Les Misérables – Claude-Michel Schönberg, Herbert Kretzmer, and Alain Boublil

Miglior colonna sonora originale
Anna Karenina – Dario Marianelli
Argo – Alexandre Desplat
Vita di Pi – Mychael Danna
Lincoln – John Williams
Skyfall – Thomas Newman

Miglior cortometraggio animato
Adam and Dog – Minkyu Lee
Fresh Guacamole – PES
Head over Heels – Timothy Reckart, Fodhla Cronin O’Reilly
The Longest Daycare – David Silverman
Paperman – John Kahrs

Miglior cortometraggio
Asad – Bryan Buckley, Mino Jarjoura
Buzkashi Boys – Sam French, Ariel Nasr
Curfew – Shawn Christensen
Death of a Shadow (Dood Van Een Schaduw) – Tom Van Avermaet, Ellen De Waele
Henry – Yan England

Miglior documentario (cortometraggio)
Inocente – Sean Fine, Andrea Nix Fine
Kings Point – Sari Gilman, Jedd Wider
Mondays at Racine – Cynthia Wade, Robin Honan
Open Heart – Kief Davidson, Cori Shepherd Stern
Redemption – Jon Alpert, Matthew O’Neill

Miglior documentario
5 Broken Cameras – Emad Burnat, Guy Davidi
The Gatekeepers – Dror Moreh, Philippa Kowarsky, Estelle Fialon
How to Survive a Plague – David France, Howard Gertler
The Invisible War – Kirby Dick, Amy Ziering
Searching for Sugar Man – Malik Bendjelloul, Simon Chinn

Miglior film straniero
Amour (Austria)
Kon-Tiki (Norway)
No (Chile)
A Royal Affair (Denmark)
War Witch (Canada)

Miglior film d’animazione
Brave – Mark Andrews, Brenda Chapman
Frankenweenie – Tim Burton
ParaNorman – Sam Fell, Chris Butler
Pirati! Briganti da strapazzo – Peter Lord
Ralph Spaccatutto – Rich Moore

Miglior sceneggiatura non originale
Argo – Chris Terrio da The Master of Disguise di Antonio J. Mendez & The Great Escape by Joshuah Bearman
Re della terra selvaggia – Lucy Alibar e Benh Zeitlin da Juicy and Delicious di Lucy Alibar
Vita di Pi – David Magee da Vita di Pi by Yann Martel
Lincoln – Tony Kushner da Team of Rivals: The Political Genius of Abraham Lincoln di Doris Kearns Goodwin
Silver Linings – Il lato positivo – David O. Russell da L’orlo argenteo delle nuvole di Matthew Quick

Miglior sceneggiatura originale
Amour – Michael Haneke
Django Unchained – Quentin Tarantino
Flight – John Gatins
Moonrise Kingdom – Wes Anderson and Roman Coppola
Zero Dark Thirty – Mark Boal

Miglior attrice non protagonista
Amy Adams – The Master
Sally Field – Lincoln
Anne Hathaway – Les Misérables
Helen Hunt – The Sessions
Jacki Weaver – Silver Linings – Il lato positivo

Miglior attore non protagonista
Alan Arkin – Argo
Robert De Niro – Silver Linings – Il lato positivo
Philip Seymour Hoffman – The Master
Tommy Lee Jones – Lincoln
Christoph Waltz – Django Unchained

Miglior attrice protagonista
Jessica Chastain – Zero Dark Thirty
Jennifer Lawrence – Silver Linings – Il lato positivo
Emmanuelle Riva – Amour
Quvenzhané Wallis – Re della terra selvaggia
Naomi Watts – The Impossible

Qui in realtà premierei Jennifer Lawrence, fosse anche solo perché da grande voglio sposarla, ma mi diverte l’idea della bimba che sale sul palco a far casino. Quindi, dovendo scegliere, andrei con lei.

Miglior attore protagonista
Bradley Cooper – Silver Linings – Il lato positivo
Daniel Day-Lewis – Lincoln
Hugh Jackman – Les Misérables
Joaquin Phoenix – The Master
Denzel Washington – Flight

Forte indecisione, ma mi fa più simpatia l’interpretazione da uomo “normale” di Denzel. Uno vale l’altro, comunque. E una pacca sulla spalla a Bradley Cooper, cicci.

Miglior regista
Michael Haneke – Amour
Ang Lee – Vita di Pi
David O. Russell – Silver Linings – Il lato positivo
Steven Spielberg – Lincoln
Benh Zeitlin – Re della terra selvaggia

Per me la miglior regia dell’anno è quella di Quentin, ma fra queste cinque il mio voto va a David, per essere riuscito a far recitare in quel modo Bradley Cooper e a ridare dignità a Robert De Niro.

Miglior film
Amour – Margaret Menegoz, Stefan Arndt, Veit Heiduschka, Michael Katz
Argo – Grant Heslov, Ben Affleck, George Clooney
Re della terra selvaggia – Dan Janvey, Josh Penn, Michael Gottwald
Django Unchained – Stacey Sher, Reginald Hudlin, Pilar Savone
Les Misérables – Tim Bevan, Eric Fellner, Debra Hayward, Cameron Mackintosh
Vita di Pi – Gil Netter, Ang Lee, David Womark
Lincoln – Steven Spielberg Kathleen Kennedy
Silver Linings – Il lato positivo – Donna Gigliotti, Bruce Cohen, Jonathan Gordon
Zero Dark Thirty – Mark Boal, Kathryn Bigelow, Megan Ellison

La verità è che quelli che ho visto mi sono piaciuti praticamente tutti da matti e non saprei bene quale scegliere. Vado su Quentin perché sì.

Comunque ho davvero visto molti più film del solito. Praticamente, tolti cortometraggi, documentari e film stranieri, mi manca solo Les Misérables, che vado a vedere martedì. Uah, che bello. Credo non mi sia mai capitato prima. Ah, domani registriamo il nuovo Tentacolo Viola, immagino si chiacchiererà anche degli Oscar, oltre che, ovviamente, di PlayStation 4. E io avrò molto sonno.

Settimana morta

Questa settimana abbiamo pubblicato un solo podcast, quello sui morti, in cui abbiamo chiacchierato dell’ultimo episodio di The Walking Dead. Ma, ehi, capita. Sta a questo indirizzo qua. In compenso, per la prossima settimana sono previste un po’ di cose, vedremo se riusciremo a metterle assieme. Per arricchire un po’ lo squallido post da sabato mattina, resto in tema morti viventi e agevolo il trailer di GallowWalkers, deliziosamente trash ritorno al cinema (credo) di Wesley Snipes. Che francamente credevo fosse ancora in prigione, ma whatever. Lo tireranno dentro The Expendables 3? Ci terrei.

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Mentre viene pubblicato questo post, io sto andando al cinema a guardarmi The Master. Per avviare il weekend con una nota di allegria e spensieratezza, diciamo. Però, oh, prezzo ridotto!

Sherlock – Serie 1 e 2

Sherlock – Series 1 & 2 (UK, 2010 – 2012)
creato da Mark Gatiss e Steven Moffat
con Benedict Cumberbatch, Martin Freeman

Per qualche motivo bizzarro, tipo il non avere mai fretta che la vita non è così breve e c’ho altro da fare, mi è capitato di arrivare a guardare solo adesso questo Sherlock firmato BBC. E mi è capitato di arrivarci senza saperne sostanzialmente nulla, se non che gli attori erano la spia con la faccia strana di La talpa e Bilbo Baggins, che si trattava di pochi, ma lunghi, episodi e che il mondo ne parlava come del nuovo avvento del Cristo secondo Conan Doyle, altro che Robert Downey Jr. e Jared Harris. Mi sono quindi presentato davanti alla TV aspettandomi una roba talmente bella da farmi esplodere il cervello e, per qualche motivo, diversissima dall’approccio di Guy Ritchie. Cosa ho trovato? Un episodio – il primo della seconda serie – in effetti da esplosione cerebrale, un episodio – il secondo della prima serie – brutto forte e altri quattro episodi (molto) più che buoni. E una roba che in fondo mi sembra essere molto più simile ai due film di Guy Ritchie rispetto a quanto mi aspettavo.

Certo, la chiave di lettura è diversa, e sicuramente c’è meno azione,  ma in entrambi i casi c’è una visione di Sherlock Holmes moderna, spiritosa, un po’ cazzona, che prende in giro il lato bromance della faccenda e mette in scena con delle trovate estetiche, di regia e montaggio lo spirito di osservazione, l’acume e le tecniche investigative del protagonista. E in entrambi i casi ci sono un protagonista adorabilmente insopportabile e due attori perfetti, combinati a meraviglia, che da soli tengono in piedi la baracca anche quando stai guardando un episodio che fa pietà, come il secondo della prima stagione, quello dei cinesi. Probabilmente il fatto è anche che, tradimento o non tradimento dello spirito, i tratti essenziali delle storie e dei personaggi sono quelli e, per quanto tu li voglia filtrare e interpretare, se realizzi uno Sherlock Holmes moderno ti viene da tirarlo fuori in questa maniera qui.

Il miglior pregio della serie, comunque, sta nella scrittura brillante, intelligente, contorta e divertentissima, capace fra l’altro di recuperare spunti classici e rielaborarli anche un po’ prendendo per il culo chi si aspetta una certa cosa e se ne ritrova un altra. E nel modo in cui si prendono due personaggi “anziani” e li si infila in un contesto moderno, dipingendo per esempio un Holmes sociopatico, drogato di smartphone e cerotti anti-sigarette, incapace di relazionarsi col prossimo in maniera cristiana, apparentemente interessato solo al mettere alla prova il proprio cervello. E infatti gli episodi migliori sono quelli scritti da Steven Moffat e l’episodio peggiore (il secondo della prima serie, l’ho già detto, no?) non lo è. Poi, certo, incagliarsi su un singolo episodio quando gli altri sono tutti così belli e quando c’è il primo della seconda serie, con quella spettacolare Irene Adler, che da solo si mangia tutto e vale tutto il resto messo assieme, sarebbe stupido. Sarà anche che un episodio brutto spicca, quando in totale sono solo sei e ti aspetti una serie di qualità pazzesca dall’inizio alla fine. Colpa mia, senza dubbio. Ad ogni modo, ne voglio ancora.

Lingua originale, brit pop, bla bla bla, blu-ray, ottima qualità video, apposto.

Mogli russe, gangster americani e surrogati sessuali

Oggi escono al cinema in Italia un po’ di film. I tre che ho visto, arrivano col solito ritardo accademico, da queste parti li ho visti fra dicembre e gennaio. Ma, ehi, non importa. Di cosa si tratta? Anna Karenina, che ho trovato molto affascinante – ma alla lunga un po’ stucchevole – nella messa in scena e forse un po’ freddo nella scrittura. Ne ho scritto a questo indirizzo qua. The Sessions – Gli appuntamenti, una cosetta deliziosa, divertente, toccante, splendidamente interpretata e mai patetica come avrebbe potuto essere, su un uomo malato di poliomelite che improvvisamente c’ha una certa voglia di sesso. Ne ho scritto a questo indirizzo qui. Gangster Squad, che praticamente è Gli intoccabili rielaborato come se dovesse essere il prequel di The Expendables. Mi ci sono divertito, ne ho scritto a quest’altro indirizzo qua.

Questo fine settimana vado a vedere Warm Bodies. Esco dal mio corpo e ho molta paura.

Parker

Parker (USA, 2013)
di Taylor Hackford
con Jason Statham, Jennifer Lopez, Michael Chiklis

Non ho mai letto un singolo romanzo di Donald E. Westlake, quindi non conosco il personaggio di Parker e le sue storie, però so che quei libri hanno la tendenza a generare filmoni, quindi un po’ in questo Parker, primo adattamento ufficiale realizzato coi diritti e quindi il permesso di usare il nome, ci volevo credere. In fondo, Taylor Hackford un filmone non l’ha forse mai diretto, ma quando è ispirato fa il suo lavoro in maniera più che decorosa, la presenza di Jason Statham e Michael Chicklis garantiva cazzutaggine e testosterone e la produzione di secondo piano lasciava presagire che, quantomeno, non ci saremmo dovuti sorbire il film ammorbidito dal target adolescenziale. E mi sento pure di affermare che, a dirla tutta, queste premesse siano state rispettate e Parker sia un film di serie b decoroso, assolutamente gradevole, con due antagonisti cazzuti e che non le manda a dire in termini di cruda violenza. Però è allo stesso tempo una cosetta un po’ deludente e che avrebbe potuto funzionare tanto, ma tanto meglio.

Ora, apparte che mi chiedo se fosse davvero il caso di raccontarci di nuovo la storia di Parker incazzato perché glie l’hanno messa in quel posto e intento a vendicarsi, ma mi rendo conto che sia una roba che funziona in maniera facile, il problema principale di Parker è che ha alcuni momenti tremendamente riusciti, circondati però da un sacco di piattume, attori svogliati che staccano l’assegno, personaggi esilini che sembrano essere rimasti in larga parte in sala di montaggio e primi piani di Jason Statham. Che, poverino ha carisma, ha presenza fisica, si impegna tantissimo, ma quando me lo inquadri fisso per svariati secondi chiedendogli di recitare con le sopracciglia, eh, insomma. In tutto questo si inseriscono un Nick Nolte che appare e scompare agitandosi a caso e borbottando e una trattazione troppo frettolosa di tanti aspetti, a dare l’impressione di una roba un po’ tirata via, senza tanta convinzione.

Ed è un peccato, perché Statham comunque ce la mette tutta e ci crede fortissimo, Chiklis, pur sottosfruttatissimo, ha la sua presenza, Jennifer Lopez è perfino convincente nel suo ruolo e i momenti in cui il film deve girare – la rapina iniziale, le scazzottate brutali e sanguinarie, il confronto finale – funzionano proprio bene, senza contare che il lieto fine, pur presente, non è esattamente la fiera del buonismo che si vede in altri filmetti. Del resto Parker è un bel protagonista, un personaggio dalla brutale efficienza ma che tende a finire fatto a pezzi (e in questo sembra più John McClane del John McClane recente), un antieroe per davvero, uno che ha la sua morale ferrea e il suo senso dell’onore, ma è comunque un criminale sanguinario e ha un fascino che forse si meriterebbe ben altro film.

Fra le cose divertenti del film, comunque, c’è tutta la parte in cui Parker si finge texano e Statham improvvisa un accento che così son capace pure io. Lo segnalo, ché in italiano si perde.

The Walking Dead 03X10: "Bentornato a casa"

The Walking Dead 03X10: “Home” (USA, 2013)
con le mani in pasta di Glen Mazzara e Robert Kirkman 
episodio diretto da Seith Mann
con Andrew Lincoln, Danai Gurira, David Morrissey, Norman Reedus, Lauren Cohan, Steven Yeun, Scott Wilson, Michael Rooker,  Laurie Holden

La prima grande svolta apportata da Glen Mazzara, ormai oltre un anno fa, dopo l’abbandono di Frank Darabont, consisteva nell’approccio al confronto fra i personaggi. Quel sesto episodio della seconda stagione si concluse con una conversazione diretta fra Lori e Rick, in cui venivano dette le cose in faccia, in maniera chiara, senza detto/non detto, senza segreti o accenni lasciati appesi. Senza puttanate, insomma. Era un bel momento, scritto fra l’altro molto bene, in cui avveniva qualcosa che Darabont, dichiaratamente, non avrebbe voluto far avvenire e che invece, cara grazia, rendeva almeno un po’ fresca l’evoluzione dei personaggi. In maniera molto simile, negli episodi successivi, Rick e Shane si confrontavano e chiarivano direttamente su alcuni aspetti, come dire, delicati. Pare una cosa da poco, ma spesso ci si ritrova con equivoci e segreti che si trascinano insopportabilmente avanti per mesi senza alcun motivo sensato che non sia “non so bene che altro inventarmi per (non) portare avanti il racconto”. Ecco, in questo senso, vedere lo schizofrenico Rick che, dopo aver tentennato, decide di aprirsi con Hershel, confessarsi e cercare aiuto, svelando quel che gli sta accadendo, mi sembra una buona cosa. Certo, nel frattempo c’è sempre la faccenda di Andrea che fa finta di non aver visto le teste sotto vetro in casa del Governatore, resa ancora più patetica dal fatto che Michonne, contemporaneamente, ci ricorda che, sì, c’erano delle teste mozzate e quello forse è un tipo un po’ pericoloso. Ma, ehi, non si può avere tutto.

Ad ogni modo, episodio decisamente più gradevole del precedente, con addirittura dei momenti a Woodbury non patetici, fra il Governatore che torna in sella e torna ad essere il personaggio inquietante che ci piace tanto e Milton che intrattiene con le sue difficoltà nel gestire le situazioni. Nel mentre, i fratelli Dixon trascorrono una ventina di minuti assieme nel bosco per fare pubblicità al videogioco di Activision in arrivo a fine stagione, ma perlomeno ne approfittano per introdurre un argomento che, se approfondito in futuro, potrebbe pure essere sfizioso: prima di diventare tutto cicci e idolo delle folle, Daryl tramava alle spalle degli altri assieme a Merle. Era cattivo. Cicci. Buono anche quel Glenn che prova a convogliare la sua frustrazione nel prendere il controllo della situazione e farsi leader improvvisato mentre Rick si rincoglionisce nella prateria e, boh, a me non sembra così assurdo come leggo in giro il conflitto con Maggie, messa in difficoltà non solo da quel che ha subito ma anche dal modo in cui tutti si stanno comportando attorno a lei. Che poi in tutto questo si riesca ad infilare uno di quei momenti “wink wink” per chi ha letto il fumetto, con Michonne e Glenn vestito da antisommossa che fantasticano sulla possibilità di tornare a Woodbury, è solo e sempre una cosa gradevolissima, anche se ho idea che non si andrà oltre la tirata di gomito.

Seguono moderate considerazioni sulla parte finale dell’episodio, senza svelare molto, ma insomma, avviso, così non mi spaccate le palle.

Tutto l’episodio, comunque, aveva la sola e unica funzione di far arrivare nel modo giusto al bordello finale, davvero teso, appassionante, per una volta non troppo pezzente (sarà che non c’erano fumogeni), con certo sempre questa bizzarra cosa che son tutti bravissimi a headshottare zombi, ma per far fuori due uomini del Governatore bisogna sparare duecentomila proiettili a caso. Ad ogni modo, gran bel finale, che si apre con una morte annunciata da tempo e sottolineata a doppia riga con il passaggio “penso sia un ottimo momento per raccontarti il mio passato”, ma che orchestrata in quel modo riesce comunque ad avere un bell’impatto, fra il semplice modo in cui accade e il successivo “utilizzo” del cadavere. Ma al di là di quello, tutta la scena è ben organizzata, c’è un bel crescendo, un finale che gasa e lascia appesi, voglia di andare avanti. E poi c’è Michonne che agita la spada. Va sempre tutto bene, quando Michonne agita la spada.

In tutto questo, Tyreese e i suoi manco si vedono. Giustamente, sapendo come vanno le cose in ‘sta serie quando volano i proiettili, han preferito non correre il rischio di aprire bocca ed essere per questo puniti. Ah, a proposito, ma bentornato a casa chi? Dove? Quando? Come?