Brake

Brake (USA, 2012)
di Gabe Torres
con Stephen Dorff

Brake parte da una premessa molto simile a quella di Buried, anche se poi va a parare da tutt’altra parte, ed è una tutt’altra parte che chiaramente non posso approfondire, perché si finisce un po’ per rovinare la visione. Il punto, comunque, è quello: c’è Stephen Dorff che si sveglia prigioniero dentro una specie di bara di vetro. Non sa perché e percome, sa solo che è circondato dal vetro, si trova al buio e davanti ai suoi occhi c’è un grosso timer con un conto alla rovescia che scorre implacabile. E chiudiamo qui con le spiegazioni, visto che poi alla fin fine Brake si basa per intero proprio su un continuo svelamento di sorprese e, ovvio, sull’ottima interpretazione di Stephen Dorff, che per il 90% del tempo è l’unico personaggio in scena, anche se in un modo o nell’altro trova sempre una via per comunicare con altr… occhei basta non dico nulla.

E alla fine è proprio nella faccenda delle sorprese che sta la principale differenza col film di Rodrigo Cortes. Mentre lì, sì, ci sono chiaramente dei misteri da svelare, ma il punto è soprattutto creare una situazione di totale e opprimente angoscia, qua ci si gioca invece tutto su un ritmo e un tipo di atmosfera diversi. Nonostante anche in questo caso il regista se ne stia sostanzialmente tutto il tempo inscatolato assieme al suo attore (anzi, subito fuori dalla scatola, visto che tanto è di vetro), Brake è quasi un film d’azione, ha un incedere ben più “veloce” e getta sul piatto colpi di scena, rivelazioni e ribaltamenti di fronte a ritmo continuo.

È chiaro che, procedendo in questo modo, e volendo continuare a sorprendere fino alla fine, si debba costantemente alzare il tiro e si finisca piuttosto in fretta per sfondare il muro della cazzata, anche nell’ottica del voler sorprendere chi si sente tanto furbo ed è convinto di aver capito tutto (eccomi!). E infatti l’efficacia di Brake, oltre che dalla bravura di Stephen Dorff, dipende tutta dal tasso di sopportazione dello spettatore e da quanto questi sia disposto a stiracchiare il patto di credibilità stretto col film. Fermo restando che, se si accetta l’avvio con Stephen Dorff inscatolato nel vetro col timer davanti, beh, poi non ci si può lamentare troppo delle assurdità, stando al gioco ci si diverte. Eventualmente anche ridendone, del gioco.

Non ho notizie sulla distribuzione italiana, ma segnalo che il film ha iniziato a uscire un po’ in giro per il mondo direttamente nell’home video. Ah, SPOILER: Fra i colpi di scena della parte finale c’è la circonferenza raggiunta dal corpo di Tom Berenger.

Annunci

After

After (USA, 2012)
di Ryan Smith
con Steven Strait, Karolina Wydra

La premessa di After non è magari delle più originali, ma è sempre affascinante: lui e lei sono da soli su un autobus, lei è manza, lui è un po’ sfigato, lui prova ad attaccare bottone, lei lo respinge un po’… e poi l’autobus si schianta e loro due si risvegliano in una specie di non luogo che sembra la loro cittadina ma c’ha palesemente qualcosa di strano (nel senso che è deserta, ogni tanto ci sono strane apparizioni dal passato e la zona è circondata da una roba che sembra il nulla de La storia infinita o, in alternativa, il bordello attorno al cinema di La notte del drive-in). Allo spettatore è subito chiaro che questi sono morti, o al limite in coma, e si trovano in un qualche luogo dell’aldilà, di transito, di purgatorio o cose del genere. I due protagonisti, chiaramente, non se ne rendono conto, impiegano un po’ del film a capirlo e poi cercano di venirne fuori in qualche modo. Magari non originalissimo, ma non male, no?

Il problema è che After viaggia in quel limbo fatto di elementi, situazioni, idee che è facile far funzionare in un fumetto, un cartone animato, un videogioco, ma un gran casino non rendere ridicoli in un film “live action”. Ci vuole una sensibilità forte, ci vuole grande personalità, ci vuole magari un budget di spessore e, possibilmente, ci vuole Guillermo Del Toro. Qui, invece, abbiamo un regista esordiente che si impegna ma fa un po’ fatica a trovare il giusto equilibrio (non aiutato da una colonna sonora che esagera i toni epici e drammatici di un film a cui avrebbe invece fatto bene un po’ di understatement), degli effetti speciali abbastanza poveri, anche se tutto sommato spesso usati in maniera intelligente, un protagonista quasi simpatico ma che sembra il fratello meno talentuoso di James e David Franco, una protagonista manza e, beh, e nient’altro che manza.

Il risultato è un film che non sfocia forse mai nel ridicolo, ma ci va spesso pericolosamente vicino, col suo raccontare di grandi drammi esistenziali, colpe represse, mostri cannibali incatenati e porte dell’inconscio da aprire trovando la chiave giusta. E alla fin fine, pur risultando abbastanza impacciato quando tenta in tutti i modi di farti commuovere, riesce ad essere simpatico e a modo suo interessante, soprattutto quando si limita ai toni lievi, ironici e avventurosi che gli riescono meglio.

Nonostante il poster lì sopra sentenzi “ONLY IN THEATERS”, IMDB sostiene che non è ancora uscito da nessuna parte. Ma quanto è bello che ieri, nel programma del Fantasy Filmfest, ci fossero di fila The Day e After?

The Day

The Day (USA, 2011)
di Douglas Aarniokoski
con Shawn Ashmore, Dominic Monaghan, Ashley Bell, Shannyn Sossamon, Cory Hardrict

The Day si apre con una specie di prologo tutto bello colorato e alternato ai titoli di testa, in cui si capisce che c’è stata una qualche apocalisse ma non si capisce bene a base di cosa. Magari sono zombi, magari sono mostri, magari c’è stata la guerra, non si sa. E ci viene mostrato l’Uomo Ghiaccio che lascia un attimo sua moglie in macchina per andare a rubacchiare provviste in una casa, poi torna e puf, la moglie non c’è più. Un genio, insomma. Sbrigata la pratica di spiegarci i sensi di colpa in base ai quali il protagonista del film si comporterà come un disperato cretino, si passa alla vicenda vera e propria, che sembra proporsi come una versione un po’ più tamarra di The Road: cinque tizi sporchi, luridi, malati e disperati che vagano nel post-apocalittico alla ricerca di speranza e salvezza, il tutto in bianco e nero.

Ci sono però due problemi. Innanzitutto il fatto che fra i cinque tizi si cerchi di far passare il cretino di cui sopra come quello intenso coi monologhi riflessivi e l’hobbit scemo de Il signore degli anelli come il capo ruvido, con la voce rugosa e che fa le scelte difficili. Il resto del cast, fra l’altro, andrebbe anche bene: Cory Hardrict urla contro i cattivi, Ashley Bell è quasi credibile come picchiatrice cazzuta (soprattutto perché non è super umana e prende anzi un sacco di schiaffi da gente più grossa di lei) e Shannyn Sossamon fa quella che vorresti portarti a letto anche se è sporca ma vorresti riempire di schiaffi perché è stronza. Purtroppo ci sono appunto gli altri due, credibili più o meno come se quei ruoli li interpretassi io.  L’altro problema è rappresentato da Aarnioski, uno che, porello, ha come highlight in carriera il quarto Highlander (quello in cui si incontrano i MacLeod di film e telefilm) e, pur riuscendo bene o male a confezionare qualche immagine piuttosto suggestiva, non sa proprio decidersi fra il film d’introspezione e la tamarrata. Il risultato è una tamarrata che prova ad essere introspettiva con un paio di monologhi da coma etilico e finisce per essere ridicola.

Poi, per carità, qualche momento gradevole c’è, l’idea di non spiegare nulla crea una bella sensazione di spaesamento e, soprattutto, fino alla rivelazione di metà film, ti lascia bene in sospeso. La sceneggiatura, poi, prova a prendere di petto tutto il discorso su come certe situazioni finiscano per disumanizzare anche il più simpatico degli ometti, ma è veramente tutto trattato in maniera grossolana e fra l’altro non aiuta una colonna sonora fin troppo insistente, che stupra la scena con la delicatezza di un fullback sparato in una cristalleria. Volendo, si può anche apprezzare per simpatia umana il fatto che nella parte conclusiva il gruppetto di amici (l’Uomo Ghiaccio e l’hobbit hanno anche co-prodotto) getti platealmente la maschera: tutta la faccenda è un pretesto per mettere in scena un omaggio a La notte dei morti viventi. Il risultato, però, fa acqua da tutte le parti. E insomma, il meglio che gli possiamo dire è che è simpatico, s’impegna, ma proprio non c’ha le qualità ed è davvero trascurabile.

Poi, volendo, uno si potrebbe pure chiedere come mai uno nato, cresciuto e andato a scuola negli iuessei c’ha l’accento di Dominic Monaghan, ma magari è invece normale. Del resto che ne so, io, di come dovrebbe parlare un compagno di classe di Shawn Ashmore? Ah, ovviamente non so nulla di un’eventuale distribuzione italiana, ma francamente chissenefrega.

V/H/S


V/H/S (USA, 2012)
di Ti West, David Bruckner, Glenn McQuaid, Joe Swanberg, Adam Wingard, Radio Silence
con un sacco di gente

V/H/S è il classico film horror a episodi che tanto ci piaceva venti o trent’anni fa, un po’ in stile Creepshow, con una debole storiellina a fare da filo conduttore per legarne in qualche modo fra loro altre cinque. Nello specifico, ci si ritrova a seguire quattro deficienti/teppisti/criminali, abituati a riprendere su videocamera le loro bravate, che vengono pagati per introdursi in una casa e rubare una videocassetta. Solo che ne trovano una valanga e si mettono a guardarle per cercare di capire quale sia quella giusta. Il risultato è appunto una raccolta di cortometraggi tutti uniti dal fatto di essere realizzati sotto forma di found footage, cosa che immagino farà scappare in preda al vomito e al mabbasta un sacco di gente. Fra l’altro, per sicurezza, aggiungiamo anche che buona parte dei cortometraggi è realizzata in maniera “realistica”, quindi con le videocamere che tremano e saltano in giro senza tregua. Pure io che di solito non ho problemi, lo ammetto, a un certo punto ho avuto un accenno di nausea e/o mal di testa.

I registi, per la cronaca, sono un gruppetto di amici che si danno il cinque a vicenda e si vogliono bene da tempo, come dimostra la rete incrociata di collaborazioni che emerge cercandoli su IMDB e Wikipedia. Fra di loro c’è qualche esordiente, c’è il collettivo che risponde al nome di Radio Silence e ci sono anche nomi un po’ più noti, per esempio Ti West, uno che l’horror ha dimostrato di padroneggiarlo bene (l’anno scorso, fra l’altro, al Fantasy Filmfest c’era il suo Innkeepers), Adam Wingard (A Horrible Way to Die, non strettamente un horror, sempre l’anno scorso qua a Monaco) e l’anche attore Joe Swanberg. Tutti assieme uniti per vincere, ma soprattutto per divertirsi e darsi di gomito l’uno con l’altro.

E insomma, se si sopravvive al fastidio stilistico-digestivo, cosa c’è sotto? C’è il classico film horror a episodi dalla qualità altalenante. Alcuni sono davvero riusciti, altri molto meno, ma tutto sommato l’atmosfera è azzeccata dall’inizio alla fine, c’è il minimo sindacale richiesto di sbudellamenti gratuiti e, in mezzo a tante cose già viste e che paiono scopiazzate dalle fonti più disparate (un episodio sembra la classica puntata di Halloween di Buffy l’ammazzavampiri, in uno ci sono tre poveretti che provano a fare sesso con la Witch di Left 4 Dead e uno, ma forse è solo impressione mia, mi ha fatto tanto tanto tanto venire in mente Hysteria Project), si trovano un paio di idee fulminanti, con forse in testa il surreale episodio realizzato in videoconferenza. E alla fine si esce tutto sommato soddisfatti, anche se magari non troppo gasati e bisognosi di un digestivo.

L’ho visto al Fantasy Filmfest qua a Monaco e non vedo in giro informazioni su una possibile distribuzione italiana ma, francamente, considerando il genere di film, non ho dubbi sul fatto che prima o poi arriverà. Alla peggio bisogna aspettare l’estate 2013.

Killer in viaggio

Sightseers (UK, 2012)
di Ben Wheatley
con Alice Lowe, Steve Oram

Giunto al suo terzo film, dopo Down Terrace e il celebratissimo Kill List, Ben Wheatley continua a curvare violentemente a destra e a sinistra, andando contro le aspettative e rifuggendo dalla normalità di quel che ci si potrebbe aspettare. O almeno credo, visto che mi baso su quel che ho letto e m’hanno raccontato, ma i suoi due precedenti film non li ho visti. Sightseers, comunque, racconta esattamente di quel che suggeriscono titolo e poster, vale a dire una coppietta di innamorati che gira l’Inghilterra in roulotte, saltellando fra un fantastico scenario montano, qualche museo e un po’ di bella campagna. Il twist, che, anche per chi come me decide di guardare il film senza saperne nulla, si capisce dopo cinque minuti, al primo sorriso storto di Steve Oram, sta nel fatto che l’adorabile coppietta consiste in due squilibrati serial killer.

E l’aspetto interessante della faccenda sta nel suo essere fondamentalmente raccontata tramite il punto di vista dei due protagonisti, che quindi vivono le loro uccisioni come qualcosa di assolutamente normale. Chris e Tina sono in vacanza, si rilassano, visitano mete turistiche e vivono il loro amore. Il fatto che chi li fa incazzare si ritrovi ucciso a sassate pare strano – si spera – agli spettatori, ma per loro è tranquilla routine. E quindi il film procede su dei binari stralunati, raccontandosi coi toni e ritmi di una placida commediola sentimentale in cui gli avvenimenti superano i limiti dell’angoscia. Ne viene fuori un’esperienza bizzarra, dai toni leggeri e dallo humour chiaramente piuttosto nero, ma percorsa da una neanche troppo sottile vena d’inquietudine.

Chiaramente poi tutto funziona anche per il gran manico con cui il film è confezionato. Scritto benissimo, con una grande attenzione ai personaggi e al raccontare il rapporto fra di loro e col mondo esterno, ma anche diretto con una fantastica cura per l’immagine e una capacità folle di stampare su schermo tanto la bellezza dei paesaggi quando il torbido che si nasconde nell’animo dei due protagonisti. E in più, pur non essendo certo un film splatter o particolarmente innamorato delle sue budella, Sightseers non risparmia certo qualche pugno nello stomaco. Ci si ritrova così a trascorrere un’ora e mezza in quell’assurdo limbo in cui le risate che non riesci a trattenere finiscono per farti sentire un po’ sporco. Una sensazione di quelle piacevoli, insomma.

L’ho visto in lingua originale qua al Fantasy Filmfest di Monaco e non ho idea di se e quando possa essere prevista una distribuzione italiana. IMDB m’insegna che i due precedenti film di Wheatley in Italia non ci sono arrivati, quindi magari non è il caso di trattenere il respiro nell’attesa.

Oggi Batman se ne esce al cinema

Anche se mezza Italia l’ha già visto fra viaggi all’estero, anteprime e altro ancora, l’uscita ufficiale di The Dark Knight Rises Il cavaliere oscuro – Il ritorno (FIFA Street: The Angel of Darkness) pare essere fissata per oggi. E quindi io segnalo, come mio solito, di averlo visto a inizio agosto e di averne scritto qua.

Inoltre, se MyMovies non mente, dopodomani esce Womb, che pareva dovesse uscire due mesi fa e invece no. Fa un po’ pietà, scrissi due righe qui.

Universal Soldier: Regeneration

Universal Soldier: Regeneration (USA, 2009)
di John Hyams
con Jean-Claude Van Damme, Dolph Lundgren, Andrei Arlovski

L’anno scorso stavamo tutti a farci le pippe sul fatto che il quinto Fast & Furious, a sorpresa, si fosse rivelato il migliore della serie, ma in fondo alla sala c’era sicuramente chi, anche piuttosto incazzato, urlava “old” e sventolava un DVD di Universal Soldier: Regeneration. Un film che, come nel bene e nel male avevano fatto anche i due precedenti, distrugge qualsiasi aspettativa e va ben oltre quanto sia lecito attendersi da un tentativo in extremis, direct-to-video, perfino diretto da un figlio di papà raccomandato, di recuperare una serie caduta nel dimenticatoio da dieci anni (o forse anche da prima). E invece Hyams si rivela figlio d’arte, più che di papà (che per inciso collabora alla fotografia), talentuoso regista action in grado di piallare a zero una serie e tirarne fuori un film divertente, ben confezionato, addirittura intelligente e che non a caso è subito diventato cult e ha generato un seguito tornato per direttissima nelle sale cinematografiche.

Se e come Regeneration si inserisca nella continuity è un mistero su cui preferisco non interrogarmi troppo. Con un grande sforzo di immaginazione potremmo anche inventarci due o tre scuse per far finta che Hyams e compagni non abbiano deciso di ignorare il secondo episodio, ma la verità è che qui ci si riallaccia direttamente al primo e anche prendendolo a calci in maniera piuttosto volenta. Sostanzialmente questo è un reboot, ed è uno dei reboot più intelligenti che si siano mai visti. Dall’idea originale, infatti, si recuperano praticamente solo i toni drammatici e malinconici, provando ad affrontare con angosciante realismo – nei limiti del possibile – le vicende di un tizio che è stato ucciso, resuscitato e trasformato in macchina da guerra priva di emozioni. Universal Soldier: Regeneration è un film cupo, opprimente, dal taglio visivo asciutto, che racconta di un personaggio alle prese con una disperata ricerca della perduta umanità. Van Damme, che nei quasi vent’anni trascorsi da quel primo episodio è perfino cresciuto come attore, si aggira per il film stanco, sfibrato, abbattuto, gonfio di lacrime. Interpreta un uomo vuoto e aggrappato al ricordo di qualche rara emozione, che tenta di farsi una vita da essere umano ma poi non può fare a meno di riempire di pizze in faccia uno solo perché l’ha guardato storto al bar.

Lo sceneggiatore Victor Ostrovsky estrapola insomma solo i tratti che gli interessano dal soggetto originale per mettere in piedi un racconto che va oltre i confini della depressione, e butta pure nel mucchio un Dolph “Andrew Scott” Lundgren resuscitato grazie ai miracoli della clonazione e personaggio altrettanto stralunato, già folle da vivo e non morto nel primo film, figuriamoci quando si ritrova nella condizione di neonato clone di mezz’età. Dopodiché, intendiamoci, tutto questo va inquadrato all’interno dei confini dettati da quello che è e rimane un film d’azione, pieno di sparatorie e pizze in faccia. Ma è comunque qualcosa di incredibile, considerando le premesse poste dalla serie in generale e dalla natura direct-to-video di questo episodio. E già sarebbe sufficiente. In più c’è la famiglia Hyams, a cui bastano i primi cinque minuti per far capire che qui non si scherza un cazzo. Si parte subito con un lento piano sequenza, che si trasforma improvvisamente in furiosa sparatoria e trascinante inseguimento in macchina, e da lì in poi è un susseguirsi di azione violenta, spietata, sanguinaria, confezionata da leccarsi i baffi (specie, ribadisco, visti budget, premesse e aspettative) e ottimamente interpretata tanto dai due vecchi rugosi quanto dalla furia umana Arlovski. Il tutto, poi, immerso nei toni dettati dal racconto deprimente, dalla fotografia polverosa, dalle musiche in stile Carpenter, dalla suggestiva centrale nucleare di Chernobyl che fa da sfondo agli eventi. E insomma, un’ora e mezza ai limiti dell’incredibile, che fa venire una gran voglia di vedere il seguito Adkins-munito e, soprattutto, fa sperare che Universal Soldier serva a Hyams da trampolino tanto quanto lo fece per Emmerich.

Certo, resta da capire come mai clonando uno morto a trentacinque anni ci si ritrovi per le mani un quasi sessantenne ma, oh, mica si può avere tutto. 

Universal Soldier: The Return

Universal Soldier: The Return (USA, 1999)
di Mic Rodgers
con Jean-Claude Van Damme, Michael Jai White, Bill Goldberg

Sette anni dopo il primo episodioUniversal Soldier torna al cinema, forte di un Jean-Claude Van Damme disperato per una carriera in crollo verticale che, col senno di poi, non riuscirà certo a far riprendere con questa monnezza. Se il primo film, osservato con le giuste aspettative, è addirittura sorprendente, specie vent’anni dopo, il secondo, tredici anni dopo, fa violentemente cacare, anche e molto più di quanto ricordassi. E fa cacare fondamentalmente per le stesse ragioni per cui il film di Emmerich si eleva ben al di sopra del necessario, ma ribaltate. Mic Rodgers è uno stuntman alla sua prima e ultima esperienza da regista, privo d’ambizione e di capacità, la cui unica pennellata d’autore sta nell’infilare canzoni metal dove capita, e che certo non è in grado di far splendere questa scemenza al di sopra del misero budget e di una sceneggiatura, va detto, perfino peggiore della precedente. È tutto brutto e spento, con un taglio pezzentissimo che ti aspetteresti magari nell’home video, certo non al cinema, ambientato solo di notte e al chiuso, senza respiro, senza colore. Si saltella dentro e fuori una location orrenda completamente a caso, contro ogni logica dettata dalle premesse e senza alcuna spiegazione (anche se va detto che nell’ultimo Batman di Nolan succede più o meno la stessa cosacon la differenza che almeno questo film non si prende sul serio) e alla fine è solo un trascinarsi stancamente verso il combattimento finale.

La sceneggiatura è da campionato mondiale dell’insensato, a cominciare da un avvio basato su una logica comportamentale totalmente incoerente con quanto mostrato nel primo episodio (un po’ come i comportamenti dei personaggi di Prometheus, con la differenza che almeno questo film non si prende sul serio):
– il governo non aveva mai voluto finanziare il progetto Unisol, che per altro era andato a puttane in maniera disastrosa —> qui gli Unisol sono legali e finanziati dal governo;
– il progetto originale era andato in vacca quando a due dei soldati erano improvvisamente tornate in funzione le emozioni —> i nuovi unisol, per quanto cagnolini ubbidienti, provano emozioni (e ovviamente sono emozioni da maniaci sessuali e killer psicopatici);
– Luc Deveraux aveva visto la sua vita fatta a pezzi e stava cercando di uscire dal progetto Unisol —> qui lavora attivamente alla nuova versione del progetto stesso, magari perché i soldi son soldi e deve mantenere una figlia da vedovo (la moglie è morta, non si sa come, forse nel dare alla luce la prole di Robocop), oppure per riconoscenza verso lo scienziato che ha invertito la procedura facendolo tornare umano;
– che poi, fra l’altro, diciamo anche che se inverti una procedura che riporta in vita i morti, oh, io mi aspetto che quelli ritornino morti. No?

Ci si potrebbe accontentare se l’azione fosse degna, ma in realtà è tutto abbastanza piatto e noioso fino alla fine, al punto che i sussulti sono dati da Bill Goldberg che fa lo scemo con delle gag uscite direttamente dai Looney Tunes. Il film si riprende un po’ solo nella parte conclusiva, grazie al carisma e alla presenza scenica di Michael Jai White, che col suo atletismo tiene in piedi da solo il combattimento finale, nonostante una regia poco interessata a mostrare per bene le mazzate e, forse, molto interessata a non far capire quanto Van Damme sia fisicamente non all’altezza dell’avversario. Ed è troppo poco, troppo tardi. Che dopo questa roba sia arrivato quel che è poi arrivato è una cosa senza alcun senso.

Comunque è sempre bello rendersi conto che Van Damme, così come Schwarzenegger, aveva fra le sue caratteristiche il fatto di parlare a malapena in inglese, solo che noi da piccoli non lo sapevamo. Oddio, poi si vive bene lo stesso, però tutti quei film assumono un tono decisamente più surreale con un protagonista che arranca sulle parole (e in effetti pure Dolph Lundgren… ).

Universal Soldier – I nuovi eroi

Universal Soldier (USA, 1992)
di Roland Emmerich
con Jean-Claude Van Damme, Dolph Lundgren, Ally Walker

Fino all’altro ieri, il mio rapporto con la serie di Universal Soldier è stato un po’ bizzarro. Al di là di qualche scena del primo film beccata casualmente ogni tanto in TV, l’unico episodio della saga a cui ho dato fiducia è stato l’osceno secondo, di gran lunga il peggiore, visto addirittura al cinema in una calda anteprima estiva, probabilmente perché c’era l’aria condizionata. Peggio di così, giusto se mi fossi limitato ai due sequel apocrifi direct-to-video de-vandammizzati di cui ho scoperto l’esistenza sempre l’altro ieri e che tratteremo qui esattamente come li ha trattati il resto del mondo: facendo finta di niente. Poi, a furia di leggere su I 400 Calci che il recente terzo episodio / reboot era una ficata, m’è un po’ salita la voglia di recuperare. Poi, scorrendo il programma del Fantasy Filmfest, noto la presenza del quarto episodio e decido che è ora di basta, devo preparami e farmi una cultura al riguardo. E così mi sono guardato i tre episodi in fila, nel giro di due giorni. E tutto sommato mi sono divertito.

Il primo Universal Soldier è un film bizzarro, che in fondo anticipa un po’ lo spirito con cui tre anni dopo arriverà al cinema Heat (e che è alla base della rinascita recente del cinema d’azione): mettere a confronto le superstar del genere di riferimento per far godere i fan. Certo, poi Michael Mann è un po’ meglio di Roland Emmerich e, mentre Al Pacino e Robert De Niro si confrontano chiacchierando al bar, Van Damme e Dolph Lundgren si prendono a calci in faccia. Ma la sostanza in fondo è quella, no? E in effetti, all’epoca, i due erano forse proprio all’apice della forma e della carriera, con oltretutto il bonus che questo, per Van Damme, si proponeva d’essere il film del lancio negli USA (prima esperienza nelle sale da quelle parti, per lui). Il risultato, tutto sommato, non è disprezzabile e il merito, tocca ammetterlo, è soprattutto di Emmerich, regista chiaramente superiore al necessario (stiamo pur sempre parlando di un film che racconta di due Robocop esperti in calci volanti) e che finisce per nobilitare una sciocchezzuola.

Sciocchezzuola rimane, eh, ma, sarà per l’aspettativa sotto zero, ritrovarsi di fronte all’abilità, all’ambizione e alla capacità di tirar fuori il sangue dalle rape del Roland fa una certa impressione, specie considerando che il film si porta sulle spalle vent’anni. E infatti non c’è proprio da stupirsi se, cinque minuti dopo questo suo esordio hollywoodiano, Emmerich decolla definitivamente infilando uno dietro l’altro Stargate e Independence Day (in compenso la carriera di Van Damme finirà per esplodere e subito reimplodere più o meno con la stessa velocità). Universal Soldier è un film dal taglio esagerato, che si gioca tutto all’aperto, di giorno, su location immani, lanciando autoarticolati in corsa nel Grand Canyon, facendo tuffare i suoi Robocop lungo la Hoover Dam, martellando d’esplosioni il deserto americano. Ha un umorismo sempliciotto e bonario, senza la cazzonaggine fastidiosa di un ID4, e ha anche dei momenti di sceneggiatura che da una stronzata del genere non ti aspetti e che alla fine la elevano e la rendono simpatica.

A parte il fatto che si prendono il disturbo di spiegarti cosa ci faccia uno con l’accento francese nell’esercito americano (certo, sull’accento di Dolph sorvolano), la caratterizzazione di Luc Deveraux è veramente gradevole, nonostante Van Damme sia un po’ una capra, e il vero colpo di genio è piazzare Dolph Lundgren – uno famoso per aver detto quattro parole in tutto Rocky IV e altre dodici nei suoi sei film successivi messi assieme – nei panni dello schizzato istrione. Il suo monologo da reduce del Vietnam, al supermercato, mentre l’altro Robocop azzanna la bistecca cruda, è meravigliosamente surreale e alla fine è anche un po’ merito di questo film se lo svedesone, ancora oggi, continua a regalare prestazioni da fuori di cozza. Aggiungiamo un combattimento finale più che gradevole e tutto sommato Universal Soldier è un film che non si butta e, ripeto, ampiamente superiore a quel che ti aspetti da una roba coi Robocop che si tirano i calci volanti.

Oggi sciambola, tre post per ripercorrere tutta la serie, ché se non muoio domani si comincia a parlare di Fantasy Filmfest e del rene che ho venduto per comprare i biglietti.

Cose, fatti, situazioni

Allora, un po’ di cose che sono successe mentre ero a Colonia, che stanno continuando a succedere, che succederanno. Così, tanto per scrivere qualcosa in questa domenica in cui improvvisamente a Monaco ha piovuto e adesso c’è il sole ma anche un delizioso freschino e guarda che incredibile gioia che mi pervade. Partiamo con un pochino di spam.

Poco prima di partire per Colonia, mi hanno tirato dentro la registrazione del ventesimo episodio di Emergency Broadcast System, un podcast che ammetto di non seguire (ma del resto, ormai, riesco a seguire regolarmente solo BS Report e NBA Today) e che non saprei bene come descrivere. Comunque, in questo episodio si parla di cinema di fantascienza. Io in realtà intervengo poco, un po’ perché non c’ho molto da dire, un po’ perché mi divertivo ad ascoltare Federico Frusciante che chiacchierava. Comunque, sta a questo indirizzo qua. Proseguiamo con lo spam.

Marketing 2.0: Mettere una foto a cazzo di cane su Facebook perché sei l’unico a cui va il telefono.

Sempre mentre ero via (a proposito, su Outcast abbiamo fatto il coveraggio di Gamescom e GDC Europe, cui fra l’altro devono ancora aggiungersi alcuni articoli: sta a questo indirizzo qui), abbiamo più o meno annunciato questa cosa di IGN. Ora, non starò qui a parlarne più di tanto, un po’ perché non c’è molto che posso dire, un po’ perché mi sono rotto i coglioni io di leggerci che lo diciamo in giro, figuriamoci gli altri che ci leggono. La sostanza, comunque, è semplice: si sta lavorando per portare IGN in Italia, che è un po’ anche uno dei motivi per cui in questi giorni, nonostante il mio rientro da Colonia, il blog s’è abbastanza spento. I nomi coinvolti non c’è neanche bisogno di elencarli, un po’ perché è facile intuirli, un po’ perché sono stati fatti in giro da tutti. Il sito sarà realizzato da noi, in Italia. È chiaro e normale che ci saranno pure contenuti tradotti (sarebbe idiota non sfruttare certi reportage o certe esclusive che puoi avere tramite IGN), ma la maggior parte di quel che vi si leggerà dentro sarà realizzata dallo staff italiano e non si tratterà, quindi, della semplice traduzione di cui qualcuno – mi dicono – vaneggia nell’internet. La conseguenza è che se vi piace quel che fanno di solito le persone coinvolte dovrebbe piacervi IGN Italia. Se invece vi fa cacare quel che fanno di solito le persone coinvolte, beh, è probabile che vi faccia cacare IGN Italia. Ad ogni modo sarà il sito a parlare, perché poi alla fine è quello che conta. Aggiungo solo che a casa nostra God Hand non prende 3.

Poi, diamo un senso alla foto in apertura: fra qualche giorno inizia qua a Monaco l’edizione 2012 del Fantasy Filmfest. Ovvero una rassegna da nove giorni di film horror, fantasy, d’azione e pure qualche roba che non c’entra nulla coi generi citati ma potevano averla nel programma e perché no. L’anno scorso l’ho frequentato, ho visto sedici film e ne ho scritto a questo indirizzo qua. Quest’anno sono bello carico e ieri, scorrendo il programma di questa edizione, m’è quasi scoppiato il cuore nel tentativo di darmi una calmata e rendermi conto che non posso spendere trecento euro di cinema in una settimana (purtroppo mi sono svegliato tardi e gli abbonamenti sono già esauriti). Facendo una selezione durissima, ho identificato una quindicina di film che voglio assolutissimamente vedere e un’altra decina che mi intrigano (in realtà mi intrigano pure tutti gli altri ma, oh, che cacchio ci posso fare). Dovrò scremare ulteriormente, perché tengo famiglia e tengo pure altri impegni, ma penso ci sarà da divertirsi. Chiaramente cercherò di scriverne qua nel blog.

A proposito di film horror, questa è un’immagine di Chloë Grace Moretz nel remake di Carrie. Ora, sì, okkei, Carrie, il sacrilegio, whatever. Il problema di questa immagine è che la Chloë, a cui voglio molto bene, non ha esattamente quello sguardo fuori dal mondo che c’aveva Sissy Spacek. Tolto questo fatto, però, io sono moderatamente curioso, e il motivo sta dietro alla macchina da presa. A dirigere ‘sto remake c’è infatti Kimberly Peirce, la regista di Boys Don’t Cry, da cui mi sembra lecito attendersi una roba che non provi neanche per sbaglio a scimmiottare De Palma e, anzi, un’interpretazione molto diversa e magari interessante. Ammetto moderato ottimismo.

Dai, non c’è confronto.

Chiudiamo con una rassegna di trailer apparsi sul pianeta mentre ero via, che è una cosa che mi diverte sempre molto fare.


Universal Solider: Day of Reckoning lo vedo al Fantasy Filmfest e secondo me sarà una roba proprio divertente. A occhio, sembra mantenuta la tradizione della serie secondo cui a ogni episodio si fa un mezzo reboot frullando le premesse a cazzo di cane (Van Damme pelato, sbiancato e cattivo è bellissimo), ma magari posso sbagliarmi, perché in effetti il terzo ancora non l’ho visto. Ieri ho rivisto il primo (sorprendentemente caruccio) e il secondo (non sorprendentemente osceno), oggi mi guardo finalmente il terzo, un direct-to-video di cui parlano bene dove conta e che è stato talmente apprezzato da diventare un cult e giustificare la produzione di un quarto film girato addirittura in 3D.


Un remake di Alba rossa, mitico filmetto anni Ottanta con i sovietici che invadono il mondo. Solo che al posto dei sovietici ci sono i nordcoreani, al posto di Patrick Swayze c’è Chris Hemsworth e al posto di John Milius c’è uno stuntman di cui mi sono già dimenticato il nome. Non m’ero minimamente accorto che fosse in produzione ‘sto film, a quanto pare rimasto bloccato un paio d’anni per il fallimento di MGM. A occhio, direi che, se fosse uscito quando previsto, ci avrebbero infilato da qualche parte anche la parola Homefront per farsi tutti pubblicità a vicenda con un’altra cosa bruttarella su cui appiccicare il nome di Milius per darsi un tono. Ad ogni modo, Red Dawn esce a dicembre qua in Germania. Non so in Italia.


Seven Psychopaths, vale a dire il film per girare il quale Mickey Rourke ha rinunciato a The Expendables 2 ma poi ha litigato col regista e ha finito per mollare pure questo e farsi sostituire da Woody Harrelson. Comunque, i sette psicopatici sono appunto Woody bello, Christopher Walken, Colin Farrell, Abbie Cornish, Sam Rockwell, Tom Waits e Olga “Gesù” Kurylenko. Scritto e diretto dal Martin McDonagh di In Bruges. A leggere i nomi in fila sembra fico. Pure per lui se ne parla a dicembre e non so nulla dell’Italia.

Vogliamoci troppo bene.


E va bene, allora, le stronzate di The Expendables 2, occhei, però poi qua si fanno le cose sul serio. Arnie che torna in azione massiccio come si deve, con le sue battutine ma cazzuto e spaccaculi (seppur nell’ottica di uno che va per i settanta e non ce la fa più), oltretutto diretto da Jee-woon Kim (Two Sisters, A Bittersweet Life, Il buono il matto e il cattivo, I Saw the Devil). Questo trailer spacca. Il film è in postproduzione ed è previsto per inizio 2013. The Last Stand. Alla grande.


E allora mamma mia. Walter Hill che torna a dirigere un film undici anni dopo Undisputed. Stallone con la raucedine che duella a colpi di accetta con Jason Momoa. Christian Slater e la sua vocina. Sung Kang e tutto il carisma che si porta dietro dai Fast & Furious. Bullet to the Head. Ficatissima. In arrivo a marzo. Ah, fra l’altro, a proposito di Sung Kang, stanno girando Fast Six, o come diavolo si chiamerà. Con tutto il cast che ci deve essere, più Gina Carano a menare tutti quanti. Mamma mia che peccato se alla fine il mondo finisce veramente quest’anno.


Qui citerei le immortali parole di Aldo Raine: “We hear a story too good to be true… it ain’t.” Se sei uno sfigato che sta guidando in mezzo a una regione sepolta dalla neve, dai un passaggio a Olivia Wilde, quella ti sorride, fa la maliziosa e finisce che te la porti a letto, è probabile che poi arrivi Eric Bana psicopatico a cercare di ucciderti. Si intitola Deadfall, non sono sicurissimo di quanto mi attiri, però su IMDB c’ha un promettente 7.9. A novembre in Germania, Italia ehm. Forse devo smettere di cercare le date su IMDB.


E allora dai, su, eddai. I predatori dell’arca perduta non l’ho mai visto al cinema, perché non farlo all’IMAX? Vado subito a cercare un volo low cost per Londra.

Chiudo con un saluto a Joe Kubert, che gli ho sempre voluto bene, a lui e ai suoi due bravi figlioli. Un altro grandissimo svanito all’improvviso. Son brutte cose.