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Le ultime otto puntate di The Last Man on Earth

Di The Last Man on Earth ho già scritto mesi fa a questo indirizzo qua, dopo che mi ero visto la prima metà della seconda stagione senza sapere che ci sarebbe stata una seconda tranche da otto puntate. Ci ero rimasto male, anche perché nel secondo anno la serie è decollata per davvero, ma tant’è, capita. Mesi dopo, la stagione è ripartita e si è poi conclusa, me la sono sparata tutta nei due voli di andata e ritorno per la Nordic Game Conference e adesso sarei qui a scriverne qualcosa, se non fosse che, diciamocelo, in quel post linkato là sopra ho già detto più o meno tutto quel che c’era da dire.

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Good Kill

Good Kill è il nuovo film di Andrew Niccol, uno sceneggiatore e regista che magari non centra sempre il bersaglio ma di sicuro riesce ad essere interessante anche nei suoi film meno riusciti. E quando le cose girano, tira fuori roba del calibro di GattacaLord of War. All’interno della sua filmografia, però, Good Kill, è una creatura quasi unica, perché totalmente priva di toni fantastici o sopra le righe. Ma d’altra parte racconta una realtà dei giorni nostri talmente assurda che, a voler ben vedere, sembra uscita da un film di fantascienza. E Niccol la affronta in maniera asciutta, cruda e pesante, senza fuggire dai conflitti etici al centro della questione, anche se magari non riuscendo ad esplorarli fino in fondo o in con la scioltezza di scrittura che servirebbe.

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The Last Man on Earth

The Last Man on Earth nasce dalla collaborazione tra Will Forte, volto fondamentale del Saturday Night Live nello scorso decennio, e la coppia Phil Lord/Christopher Miller, flippatissimi registi di gioielli come Piovono polpette, The LEGO Movie, 21 Jump Street e 22 Jump Street. I due simpatici folli sono responsabili per l’idea iniziale (volevano tirarne fuori un film), partecipano come produttori esecutivi e hanno diretto i primi due episodi, ma la serie è soprattutto una creatura di Forte, cucita attorno al suo stile recitativo, alla sua comicità dissacrante e al suo volto così particolare. Ed è una serie intelligente, divertente, carica d’inventiva, a tratti frustrante per i suoi alti e bassi, capace di improvvisi e fortissimi lampi emotivi che spuntano qua e là, fra le pieghe del suo tripudio demente. Il secondo anno, in particolare, magari perché Dan Sterling ha liberato Will Forte dall’ingombrante ruolo di showrunner, prende davvero il volo, mostrando grande capacità di reinvenzione e coraggio nell’esplorare  anche temi e spunti non banali.

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Mad Men – Stagione 1

Mad Men – Season 1 (USA, 2007)
creato da Matthew Weiner
con Jon Hamm, Elisabeth Moss, Vincent Kartheiser, January Jones, Christina Hendricks, John Slattery

“In the 1950s and 1960s, the advertising industry was based on Madison Avenue in New York City. In fact, “Madison Avenue” used to be slang for “the ad industry.” Madison/ad men was contracted into “mad men” (no women, of course) by the mad men themselves.”

Mad Men racconta le storie degli uomini che lavoravano nella fittizia agenzia pubblicitaria Sterling Cooper, e in particolare di Donald Draper, meraviglioso, intenso, carismatico protagonista. Uno che quasi mi scalza Cristian Troy dal trono di idolo assoluto e insostituibile. Uno che nei primi dieci minuti del primo episodio non riesci bene a capire che genere di personaggio sia, e ti viene anche il dubbio che sia un po’ uno sfigato, ma poi infila una serie uscite clamorose via l’altra e ora della fine sei in ginocchio che vorresti staccargli un soffocone. Uno così.

E uno così è il protagonista, ma i vari personaggi di Mad Men sono uno meglio dell’altro e popolano un drammone denso, solido, scritto da dio, perfettamente calato nell’epoca che racconta (almeno credo, io non è che l’abbia esattamente vissuta). Strepitoso per cura dell’immagine, regia, valori di produzione, con una ricerca maniacale di dettagli, sguardi, atteggiamenti, piccole cose che ti raccontano un mondo lontanissimo come meglio non si potrebbe.

E forse il maggior pregio di Mad Men è proprio questo. Il fatto che al centro del racconto, a dominare la scena, non sono i (bellissimi) personaggi, non sono le (splendide e appassionanti) storie e gli intrecci amorosi, non è tutto sommato neanche (il grandissimo) Don Draper. Sono, invece, gli anni sessanta. Fumosi, alcolici, ricoperti da una patina luccicante che prova a nascondere l’ansia, l’angoscia che popolava i cuori di quegli americani giovani e rampanti. Fallendo.

Le tre sepolture


The Three Burials of Melquiades Estrada (USA, 2005)
di Tommy Lee Jones
con Tommy Lee Jones, Barry Pepper, Julio Cedillo, January Jones, Melissa Leo

Interessante western moderno, che segna l’esordio alla regia di un Tommy Lee Jones misurato e struggente, anche se eclissato sullo schermo dalla gran prova di Barry Pepper. Le tre sepolture è una storia di amicizia virile, talmente forte da andare oltre la ragione e i colpi di fucile.

L’avvio, pur piacevole, non è dei migliori, con quell’aria ormai trita e ritrita da film maledetto che giocherella con la struttura narrativa e si diverte a stupire con immagini di bassa umanità. Ma nella seconda parte Jones sceglie per una messa in scena più lineare e dall’impatto decisamente più forte, abbandona le pretese da autore di tendenza e si limita a raccontare una bella storia.

Il protagonista diventa un eroe western di quelli veri, che non guardano in faccia a nessuno e schiantano nella polvere chiunque provi a metter loro i bastoni fra le ruote. La narrazione si fa più intensa e la macchina da presa mostra immagini molto evocative, anche se forse un po’ di maniera. Peccato per un finale troppo buonista e tutto sommato inconcludente, ma, per essere l’opera prima di un attore, non è niente male.