First Man – Il primo uomo

La chiave di First Man sta nella natura del suo protagonista e nella sua ricerca disperata di un modo per lasciarsi alle spalle un lutto senza senso. È la storia di Neil Armstrong o, meglio, della spedizione che l’ha portato ad essere il primo uomo sulla Luna o, meglio ancora, del viaggio, interiore e letterale, che ha dovuto affrontare per elaborare una perdita tremenda. Sta tutto lì. La narrazione “a tunnel”, talmente incentrata su Armstrong che finisce per trasformare tutti gli altri personaggi in macchiette, tenute in piedi da un branco di grandi caratteristi. La traccia emotiva del film, che parte da quel lutto per raccontare di una persona lanciata interamente verso un singolo obiettivo, ma non per pura ambizione, più per la ricerca di qualcosa che non trova dentro di sé, di un modo folle per colmare un buco incolmabile. Le scelte registiche, che si focalizzano sul tormento del protagonista per traballare con la macchina da presa in spalla fino all’improvvisa liberazione finale, al placido passeggiare nel deserto lunare. Il mostrare (quasi) sempre tutto da dentro, da dentro Armstrong, da dentro i suoi veicoli, da dentro i suoi razzi, ignorando quel che avviene là fuori o comunque spingendolo sullo sfondo. È un film coi paraocchi, lanciato nel tunnel, diretto verso il suo obiettivo e per nulla disposto a rallentare o guardarsi attorno, tanto quanto il proprio protagonista che, anzi, quando si concede di farlo, viene punito e preso a schiaffi.

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La diseducazione di Cameron Post

C’è una strana atmosfera, in La diseducazione di Cameron Post, figlia della specie di frullatone da cui nasce il film. È una produzione indipendente americana, che si porta dietro un certo look e un certo approccio minimalista ormai fin troppo identificabile, che potremmo chiamare “Sundance sezione dramma”. È un qualcosa di ormai talmente codificato da essere considerato quasi un genere, un genere da cui molti si fanno respingere. Ma c’è anche altro. La seconda regia di Desiree Akhavan è una sorta di Qualcuno volò sul nido del cuculo avvolto nell’amore per The Breakfast Club, un film di denuncia delle istituzioni e di dramma umano filtrato attraverso una lente young adult e immerso in un’ambientazione anni Novanta, mai molesta ma presente con forza nelle scelte musicali e nel guardaroba dei personaggi. Va a pescare in un momento storico preciso ma, come spesso accade, risulta attualissimo nel suo raccontare quanto la gente non sia capace di tenersi le mani in tasca e farsi un’enorme dose di fatti propri quando si parla di sessualità altrui.

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Disobedience

Primo film “internazionale” del fresco di premio Oscar Sebastián Lelio, Disobedience è un melodramma che parte dal classico spunto del contesto che opprime l’amore inarrestabile dei protagonisti per allargare il discorso e parlare dell’oppressione stessa e, ancora di più, della difficoltà estrema insita nell’atto della disobbedienza. Lo dice, ovviamente, il titolo e lo dichiara in maniera esplicita, senza alcuna delicatezza, l’avvio del film, che mostra un rabbino lanciarsi in un sermone sul libero arbitrio, sulla capacità di scegliere la propria via, e morire sul colpo subito dopo. Protagonista delle vicende è sua figlia, donna ribelle in un quartiere in cui la minima devianza dagli schemi secolari del patriarcato religioso risulta scandalosa, figuriamoci coltivare amori proibiti o decidere di andarsene: viene perfino esclusa dal necrologio del padre.

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Searching

Searching si inserisce in un filone che, onestamente, non mi aspettavo sarebbe davvero diventato tale, vale a dire quello dei… non saprei, vogliamo chiamarli desktop movie? Mi dicono che il termine tecnico è Screencasting. Ad ogni modo, si tratta di film in cui l’inquadratura è costantemente piazzata sullo schermo di un computer e l’azione si propaga solo attraverso quel che avviene su quel desktop, con un racconto che viene quindi portato avanti anche solo mostrando un puntatore del mouse che va ad aprire cartelle e gli attori che appaiono perché ripresi da videocamere, coinvolti in videochiamate o, insomma, pescati da espedienti simili. Certo, è fondamentalmente un’evoluzione del concetto di found footage, ma ormai ne sono usciti a sufficienza perché si possa parlare di un filone per i fatti suoi. Tra l’altro, come per i found footage, l’idea è stata utilizzata quasi solo per il genere horror ma comincia a manifestarsi anche in altri ambiti, come è il caso di questo Searching.

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Soldado

L’idea di realizzare un seguito per Sicario è allo stesso tempo surreale e perfetta. Surreale perché, onestamente, nel campionato dei sequel di cui non si sentiva il bisogno, sta parecchio in alto. Perfetta perché l’immaginario tratteggiato da Sheridan e Villeneuve era talmente potente e suggestivo che è comprensibile il desiderio di sfruttarlo per farci altro. E infatti, “altro” è proprio quello che Soldado fa, rinunciando al punto di vista “umano” di Emily Blunt per concentrarsi sulle figure di Josh Brolin e Benicio Del Toro, che nel primo film erano allo stesso tempo fondamentali ma sfuggenti, appena accennate. Più che un vero seguito, insomma, Soldado è quasi forse uno spin-off, che del resto cambia molti nomi fondamentali (oltre ad Emily Blunt, via anche Denis Villeneuve, Roger Deakins e Johann Johannsson), conservando però il word processor di Taylor Sheridan e la sua passione per il western contemporaneo camuffato da thriller.

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