Men in Black: International

Ha senso, nel 2019, un quarto Men in Black col sapore del reboot? Beh, ha senso nella misura in cui questo genere di operazioni può trovare un senso: il successo artistico e/o quello commerciale. Capita, eh! Se il quinto Fast & Furious ha finito per essere il migliore della serie, oltretutto dopo che già il quarto aveva fatto un mezzo tentativo di pseudo-reboot in continuity, tutto è possibile, no? E, diciamocelo, al netto della scarsa fiducia con cui tendiamo ad accogliere operazioni del genere, sulla carta sembravano esserci gli ingredienti giusti. In fondo, la coppia Tessa Thompson/Chris Hemsworth ha relativamente da poco fatto faville in Thor: Ragnarok, mostrando grandissima intesa e una verve comica fenomenale, convincendo critica e (buona parte del) pubblico in un film che, tutto sommato, può ricordare un Men in Black nel suo taglio da commedia avventurosa. Non solo: alla regia, hanno chiamato F. Gary Gray, fresco fresco del successone di Straight Outta Compton e dall’aver tirato fuori il miglior Fast & Furious dopo il quinto. Insomma, a prova di bomba. E invece.

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Stranger Things 3

È cosa abbastanza nota che Stranger Things sia nato come progetto “contenuto” e si sia deciso in corsa di cambiare alcuni aspetti chiave, un po’ per accompagnare la scelta di proseguire e un po’ per andare dietro a quel che funzionava. Eleven non poteva morire come da piano iniziale, perché senza Eleven non esiste Stranger Things, e Steve non poteva morire come da piano iniziale, perché il potenziale del personaggio s’era imbizzarrito e troppo ci si poteva fare. Incidentalmente o forse no, da lì sono nati alcuni fra i colpi da maestro della serie, a cominciare proprio dall’evoluzione di Steve, fra le cose migliori di seconda e terza stagione senza se e senza ma. E dall’essere andati avanti nasce inevitabilmente anche quello che è il tema principale del terzo anno, il modo in cui la vita cambia e ti cambia, la resistenza alle mutazioni – fisiche, spirituali, esistenziali, carnali, naturali, forzate – l’andare avanti sempre e comunque, perché altro non si può fare.

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Yesterday

Nel flusso recente e tutt’altro che conclusosi di film che provano a divertirci sparando a mille in sala cinematografica alcune fra le canzoni più famose della storia, purtroppo, quella mediocrata di Bohemian Rhapsody è destinata a rimanere l’unica ad aver macinato una quantità di soldi fuori scala. L’hanno visto tutti, è piaciuto a molti, ha vinto premi, a posto così. Intanto, però, Rocketman, pur nella sua struttura narrativa assolutamente ordinaria, ha provato a buttarla in caciara con un minimo di creatività in più e Yesterday si gioca la carta dello sfruttare le hit musicali di turno come pretesto per fare altro, al punto che non solo non ce le fa sentire in versione originale, ma non vengono cantate dai Beatles neanche nella finzione del film. Il che, se consideriamo che le hit in questione sono veramente fra le più immortali di sempre e che il cuore del racconto sta nel ricordarci quanto lo siano, beh, costituisce una mossa degna di nota.

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