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Alien: Covenant

Alien: Covenant è il seguito di Prometheus, che era un prequel di Alien senza però essere totalmente un prequel di Alien e pensando abbondantemente ai fatti suoi, come del resto fa questo secondo film della (nuova) serie, un po’ più prequel di Alien ma comunque seguito di Prometheus e abbondantemente impegnato a farsi gli affari suoi, anche se questa volta un po’ più convinto nell’inserire gli alieni di Alien, nonostante Ridley Scott continui a sembrare poco interessato a farlo. Un casino, insomma. Un casino che il reparto marketing ha voluto semplificare in maniera un po’ furbetta, piazzando la parola Alien nel titolo e giocandosi l’intera campagna pubblicitaria per farci credere che Prometheus fosse roba vecchia e questo film sarebbe stato un Alien in tutto e per tutto. Voglio dire, non è che ci si possa girare attorno: il trailer sembra raccontare una specie di Alien 5, con il solito arrivo sul pianeta, il solito capitano che si piazza incautamente davanti all’uovo e la solita successiva lotta contro l’alieno, mentre gli elementi più da Prometheus paiono messi in disparte. E, onestamente, quel trailer mi lasciava addosso una sensazione di “Insomma, sarà la solita roba vista e stravista, però magari realizzata bene.” Poi guardi il film e ti rendi conto che buona parte di quel che si vede nel trailer arriva dall’ultima mezz’ora o giù di lì. E, insomma, sembra una burla.

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Il caso Spotlight

Spotlight è il nome del team interno al Boston Globe che si occupa di inchieste investigative d’ampia portata, Le quali possono richiedere anche anni di lavoro su un singolo argomento. Si tratta della redazione giornalistica investigativa più antica degli Stati Uniti d’America, perlomeno fra quelle ancora attive, e nel 2003 ha vinto il premio Pulitzer per la serie di articoli nati dall’inchiesta raccontata in questo film. Ora, come da questo si possa essere arrivati ad intitolare il film in Italia Il caso Spotlight, io, onestamente, con tutta la buona volontà, pur sapendo che Il caso [inserire a piacere] è un classico d’impatto, non riesco davvero a capirlo. Ma insomma, facciamocene una ragione e tiriamo avanti, anche perché Spotlight è un gran bel film, ottimamente scritto, diretto e interpretato.

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Watchmen

Watchmen (USA, 2009)
di Zack Snyder
con Jackie Earl Haley, Patrick Wilson, Malin Akerman, Billy Crudup, Matthew Goode, Jeffrey Dean Morgan

I primi, boh, dieci o quindici minuti del Watchmen di Zack Snyder rappresentano una splendida dichiarazione d’intenti, che mostra fin da subito tutto quel che arriverà dopo. C’è la fedeltà al fumetto maniacale, riverente, se vogliamo anche un po’ pacchiana, fatta di inquadrature identiche, dialoghi ricalcati in copia carbone, gesti e sguardi. C’è la spettacolarizzazione di una morte, con un combattimento plastico, violento, vibrante, che in realtà nel fumetto non si vede nemmeno per sbaglio. C’è quello splendido collage dei titoli di testa, così pieno di tanti piccoli dettagli che funzionano per i fatti loro, ma assumono tutt’altro significato se hai letto il fumetto (o già visto il film). C’è la colonna sonora che spara fin da subito le cartucce pesanti, con un Bob Dylan da brividi. C’è tutta la poetica di Snyder, messa lì, fin da subito, che dice: “Oh, io l’ho fatto così, spero vi vada bene”. E a me va bene, via.

Poteva, il Watchmen cinematografico, rappresentare qualcosa della stessa portata di quanto fatto vent’anni fa da Alan Moore e Dave Gibbons? No che non poteva, per mille motivi, a cominciare dal fatto che il cinema di genere non ha certo bisogno dello sverginamento che serviva al fumetto di supereroi negli anni ottanta. Certo, magari mettendo Watchmen in mano a un Kubrick, a un regista geniale e poco interessato all’adattamento timoroso e fedele, ne sarebbe venuto fuori qualcosa di totalmente clamoroso e che, ovviamente, avrebbe fatto incazzare a morte i fan del fumetto. Ma tanto quelli si incazzano comunque, anche se non lo sanno. Anche se dicono che in fondo Snyder ha lavorato bene, loro sono incazzati lo stesso.

Epperò, bisogna dirlo, Snyder ha lavorato bene. Perché Watchmen alla fin fine è un bel film, che in qualche modo fa comunque compiere un ulteriore passo in avanti nel cammino fatto percorrere di recente da Iron Man e Il cavaliere oscuro a questa sottospecie di “genere” dei supereroi cinematografici. Un cammino in cui prova a scrollarsi di dosso l’adolescenza e ad ammantarsi di toni adulti, cercando un riconoscimento “alto” che non è neanche detto debba necessariamente spettargli.

Watchmen è un film di supereroi che non rinuncia totalmente alle convenzioni note, ma allo stesso tempo se ne distacca con sottolineata insistenza. Un film placido e maestoso, in cui i personaggi si perdono in conversazioni infinite e ogni tanto spezzano il ritmo tirando ceffoni al rallentatore. Un film estremamente bello da osservare, sviscerare in ogni sua inquadratura, non solo per chi ha voglia di fare il paragone allo stop motion, ma proprio per un’indiscutibile, violentissima carica visiva.

Un film che molti hanno trovato freddo, poco passionale, ma che al contrario a me di emozioni ne ha date molte. Non so bene cosa sia che mi fa entrare in sintonia con Snyder a film alterni, ma tanto guardando 300 non sono riuscito a farmi prendere neanche un attimo, quanto Watchmen mi ha accalappiato nelle budella, con questo suo modo viscerale e sboccato di riprodurre la malinconia, la disillusione, la profonda tristezza del racconto di Moore. E questo Watchmen è, ne sono sicuro, un’esperienza vibrante, potente, travolgente, tutta da gustarsi, specie poi sulla tovagliona dell’IMAX.

Ma il paragone con il fumetto? Il paragone con il fumetto mi è impossibile non tirarlo fuori, avendo ancora belli freschi in testa entrambi. Non è mai una roba che m’interessi più di tanto o che possa rovinarmi il film “a prescindere”, però certo è interessante notare le scelte fatte da Hayter, Snyder e Tse. L’impressione è che i tagli siano abbastanza accettabili e non vadano a danneggiare il film, anche se certo gli impediscono di vantare la stessa ricchezza e profondità dell’opera originale.

I vari piccoli personaggi di contorno, per esempio. Nel fumetto di Moore, pur non andando poi troppo oltre lo status di macchiette, donano all’affresco una vita incredibilmente più forte, ma nel film appaiono appena, stanno lì sullo sfondo, inutili ma non dannosi per chi non li conosce, semplici strizzatine d’occhio per i fan che “sanno”. Ma c’è altro, che è cambiato, e che un pochino il naso te lo fa storcere per forza.

C’è la morte di un personaggio minore, evento a dir poco fondamentale nella crescita di Nite Owl, che nel film è stata tagliata. C’è il didascalismo di inquadrarti Rorschach per bene mentre regge il cartello, apposta per farti capire che è lui. C’è la maniera indecente in cui il gufaccio, ancora lui, viene fatto partecipare, urlare, sfogare nel finale, banalizzando in maniera tremenda uno fra i momenti più intensi di Watchmen. Che alla fine, diciamocelo, sticazzi del polipone, la vera cosa fastidiosa del finale di Snyder è proprio quella, quell’urlo, quel paio di cazzotti, quel mezzo stupro di un momento in origine molto più raffinato e toccante.

C’è anche però una scelta impressionante degli attori, tutti mostruosamente in parte. Pure Ozymandias, che in foto faceva sicuramente schifo al cazzo, e che fra tutti è quello che meno ricorda il personaggio a fumetti, è interpretato in maniera molto azzeccata (occhio, l’ho visto in originale, non so come sia il doppiaggio). E Manhattan e Rorschach sono favolosi. E le due scene madri del rosso sono da brividi, nonostante il gufaccio.

Insomma, a conti fatti, visti anche certi scempi fatti in passato sulle creature di Alan Moore, mi sembra ingeneroso criticare un adattamento che sì, spettacolarizza, enfatizza ed esagera, ma allo stesso tempo in qualche modo prova a mantenersi rispettosamente fedele a uno spirito certo diluito e semplificato, ma sempre presente. Anche perché poi non ci ho trovato molto di fuori posto. Le poche scene d’azione mi sono stranamente piaciute (ben più che in 300) e in qualche modo il taglio crudo mi è parso estremamente adeguato.

Davvero è un problema se in un film in cui dei criminali vengono pestati come fabbri si vede qualche osso spezzato e un po’ di sangue (in parte, fra l’altro, preso di peso dal fumetto, senza dimenticare che nel finalone di sangue se ne vede molto meno rispetto alle vignette di Gibbons)? Davvero è un problema se i supereroi al cinema si permettono di scopare (e quella scena, suvvia, è volutamente esagerata, sopra le righe, buffa, anche se magari non proprio di buonissimo gusto)? E mica ci si sconvolgerà per l’uccellone circonciso del Doc Manhattan, no? No, dai.

Uomini & donne


Trust the Man (USA, 2006)
di Bart Freundlich
con David Duchovny, Julianne Moore, Billy Crudup, Maggie Gyllenhaal, Eva Mendes

David Duchovny è sposato con Julianne Moore, che è la sorella di Billy Crudup, che un tempo usciva con Eva Mendes ma adesso sta assieme a Maggie Gyllenhaal. Sono tutti in crisi, litigano un po’, dicono battute molto intelligenti e raffinate, scherzano su pompini e scorregge e mettono addosso una gran tristezza, non tanto per l’asfissiante e oppressiva condizione della vita di coppia moderna che provano a raccontare, quanto per la ridicola pretenziosità di questo filmaccio. E Crudup si esibisce in una pessima imitazione di Jack Black. E c’è il lieto fine.

Difficile dire altro su ‘sta robetta, se non che è davvero impossibile non pensare male, nello scoprire che il regista Brad Freundlich e Julianne Moore son sposati, e che incidentalmente lei appare in tre dei suoi quattro film. Comodo avere la moglie ricca, famosa, riverita e rispettata, quando sei un caprone della macchina da presa. E sì, un po’ la paraculaggine glie la invidio, anche se Julianne Moore mi fa abbastanza cacare.

Mission: Impossible III


Mission: Impossible III (USA, 2006)
di J. J. Abrams
con Tom Cruise, Ving Rhames, Philip Seymour Hoffman, Michelle Monaghan, Billy Crudup, Jonathan Rhys Meyers, Maggie Q, Laurence Fishburne

I primi due Mission: Impossible cinematografici erano pellicole fortemente caratterizzate, nel bene e nel male, dall’impronta dei rispettivi autori. Nel 1996 si è visto il Mission: Impossible di Brian De Palma, nel 2000 si è visto il Mission: Impossible di John Woo ed entrambi i film avevano una firma tanto evidente e ingombrante da sfiorare a tratti il manierismo. Con questo terzo episodio, al contrario, abbiamo un vero e proprio “film di Mission: Impossible“.

Essendo sostanzialmente a digiuno di Lost e Alias, non sono in grado di riconoscere una magari evidente marca stilistica o degli eventuali vezzi ricorrenti di J. J. Abrams. Senza dubbio la sorta di pre-cliffhanger con cui si apre il film ricorda il modo quasi criminale con cui si chiudono regolarmente le stagioni dei serial televisivi americani, ma nel complesso l’impressione è che in questo caso il regista esordiente abbia scelto di fare un passo indietro e mettersi al servizio del “marchio”.

Da un punto di vista narrativo M:I III riprende i temi già esplorati dal secondo episodio e li espande ulteriormente. Il protagonista Ethan Hunt viene quindi sempre più caratterizzato come grande eroe romantico e il lavoro di squadra delle spie gioca un ruolo da protagonista per buona parte del film. Nel gruppo di quattro elementi capitanato da Hunt, insomma, ogni membro è un ingranaggio fondamentale per la riuscita delle missioni. Questo elemento tanto caratterizzante del serial televisivo era appena accennato nel primo film e si manifestava solo in parte nel secondo, mentre qui domina quasi tutta la pellicola, per la gioia di chi seguiva in TV le avventure di Jim Phelps.

In definitiva, però, Mission: Impossible III convince grazie al ritmo serrato, alla qualità della messa in scena, al mestiere con cui tutto è ben assemblato. L’intreccio si sviluppa furiosamente, non sconvolge con colpi di scena fuori dall’ordinario, ma neanche si fa cogliere da estrema prevedibilità. Non ci sono idee innovative o spunti geniali, ma c’è un cattivo estremamente efficace nel suo non farsi prendere da gigionerie farsesche e c’è un eroe cavalleresco con cui è fin troppo facile empatizzare. C’è, insomma, un gran film d’azione, come tutto sommato se ne vedono pochini. E, a dirla tutta, c’è perfino una bella idea, nel modo in cui viene raccontato l’assalto al palazzo di Shanghai. Serve davvero altro?