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Codice 999

Il modo più diretto che mi viene in mente per descrivere Codice 999 è questo: provate a immaginarvi un poliziesco di Michael Mann immerso nello stile, nell’approccio e nella poetica di David Ayer ma diretto da John Hillcoat. Un bel pastrocchio, eh? Però, davvero, mi ha fatto proprio questa impressione. E, a scanso di equivoci, è un’impressione molto positiva: è sicuramente un film con limiti evidenti, ma è anche un thriller/poliziesco coinvolgente e girato benissimo, roba che non si vede abbastanza spesso e a cui per questo tendi a perdonare i suoi difetti. La critica americana si è divisa, ma tendendo verso il non perdonarli. E, boh, se lo chiedete a me, sono matti. Ma matti completi, eh. Però che ne capisco io, figuriamoci.

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Revolutionary Road

Revolutionary Road (USA, 2008)
di Sam Mendes
con Leonardo Di Caprio, Kate Winslet, Michael Shannon

L’angoscia della normalità, del sentirsi inadeguati a un ambiente che non riteniamo adeguato a noi, del volere altro, di più, del non capire la vita che ci scivola tragicamente addosso, del pagare errori che neanche ci rendiamo conto di aver commesso, del non voler, poter, dover. La fame, insaziabile, insopprimibile di raggiungere un sogno lontano, il cui pensiero per un attimo ti fa tornare la gioia di vivere anche le semplici sciocchezze. Il caso, il destino, il costruirlo con le proprie mani senza rendersene conto, il piangersi addosso e nascondersi nel vittimismo, il panico del tempo che scorre e non perdona, l’ansia del non saper dare un senso alla propria vita. La morte, che improvvisamente comincia a sembrare uno spettro tangibile, che si avvicina attraverso il parabrezza mentre nello specchietto ormai non vedi più l’immortalità dell’adolescenza. La mediocrità, l’incapacità di vedere il bello fra le sue maglie, la predestinazione all’angosciosa autodistruzione. Il male, fatto, puro e finito, nascosto, annidato in tutto il bene che non si riesce a vedere. L’ansia e la putrefazione dello spirito, la pattumiera emozionale, il vortice della merda. “This film is so good it is devastating.”

Film sorprendentemente asciutto, pulito, privo di sacchetti di plastica che svolazzano e pozzi di petrolio in fiamme, non si capisce bene se per maturazione del Mendes o per il di lui rispetto nei confronti del mastodontico romanzo di Richard Yates. Mendes che, fra l’altro, dipinge immagini incredibili, racconta scene dalla potenza assurda, anche senza bisogno di strizzare troppo l’occhio. E almeno tre grandi attori. E un signor adattamento cinematografico. E un film che ti cresce dentro, che passa un’oretta a sventolare spore in giro e poi, implacabile, un’altra oretta a far esplodere la mostruosità dell’angoscia, del panico, del malessere. Filmone, nonostante i bambini con l’accento romano e la voglia di ascoltare Di Caprio e Kate Winslet, invece di Francesco Pezzulli e Chiara Colizzi. Anche se Pierfrancesco Favino fa un bel lavoro con un ruolo difficile. Ma cazzo, basta, non mi fregano più, lo prometto.

L’amore non va in vacanza


The Holiday (USA, 2006)
di Nancy Meyers
con Cameron Diaz, Kate Winslet, Jude Law, Jack Black, Eli Wallach, Rufus Sewell, Edward Burns

Due donne che c’hanno grossa crisi sentimentale decidono di farsi una vacanza lontano dai rispettivi mondi e scelgono di scambiarsi la casa tramite un sito Internet. La donna in carriera losangelina Cameron Diaz si ritrova così sepolta dalla neve britannica e insidiata dall’affascinante Jude Law. La di lui sorella Kate Winslet, impiegata servoglebissima, finisce a stare in una villa allucinante in piena Beverly Hills, flirtando con un Jack Black di passaggio. Seguono conflitti, amicizie, incomprensioni, riappacificazioni, momenti di tenerezza, risate e lieto fine.

Commediola di poche pretese, spensierata, riuscita e piacevole, The Holiday mi restituisce un vago senso di fiducia nei confronti di una regista sulla quale, dopo l’insopportabile What Women Want, avevo decisamente messo una croce su. Merito di personaggi scritti come si deve, con dialoghi divertenti e a tratti dotati – udite udite – perfino di senso, e di un bel cast, con attori bravi e in parte (al di là di Jack Black che, sarà perché non lo sopporto, mi è parso totalmente fuori posto). Nulla di trascendentale, ma un ottimo passatempo durante un lungo volo transoceanico.

Titanic


Titanic (USA, 1997)
di
James Cameron
con
Kate Winslet, Leonardo DiCaprio, Billy Zane, Frances Fisher, Kathy Bates, Bill Paxton

Quasi dieci anni dopo l’uscita, Titanic mantiene ancora intatte le sue qualità e testimonia la bravura di un regista come James Cameron, talmente prosciugato dall’esperienza che ancora oggi non è tornato dietro la macchina da presa. A livello personale, poi, questa nuova visione mi ha riservato piacevoli sorprese, ad esempio per la scoperta che alcuni dialoghi memorabilmente tristi, se ascoltati in originale, guadagnano qualche punto. Certo, non diventano Shakespeare, il cui Romeo e Giulietta fa da evidente e lontanissimo modello per la storia di Jack e Rose, ma convincono. E poi ormai Di Caprio è tornato ad essere uno fra i tanti attori hollywoodiani, esattamente come lo era all’epoca della prima visione, ma ben diverso da quell’insopportabile figura che era diventato dopo appena un paio di settimane, a seguito dell’esplosione mediatica immediatamente successiva.

Titanic, comunque, è un’opera che, nella sua semplicità, offre diversi livelli di lettura. Se il più evidente è senza dubbio rappresentato dalla efficace, ma stereotipata e prevedibile storia d’amore fra i due giovani protagonisti, a lasciare il segno è anche tutto l’universo di personaggi e situazioni che ruotano loro attorno. La nave, intesa come agglomerato di persone, oggetti e avvenimenti che la popolano, è protagonista tanto quanto Leonardo Di Caprio e Kate Winslet. Si presenta nei minuti iniziali del film, cresce piano piano fino a farsi amare e muore agonizzando nel corso di un doloroso affondamento, lungo quasi due ore.

La spesso criticata sceneggiatura di Cameron avrà forse uno sviluppo prevedibile e dei dialoghi a tratti non convincenti, ma ha il grande pregio di creare delle premesse drammatiche straordinariamente efficaci, che giocano un ruolo importantissimo nell’impedire alla spettacolare seconda parte di diventare un freddo e sterile esercizio di stile. Non solo: la prevedibilità dell’intreccio è programmatica e annunciata, senza nessun interesse a catalizzare l’attenzione con colpi di scena. Tant’è che, con una scelta anche interessante, nella parte iniziale del film gli stessi personaggi annunciano la morte finale del povero Jack e raccontano per filo e per segno come si svilupperà il naufragio.

In Titanic Cameron mette a frutto ciò che è sempre stato il suo credo, ponendo i personaggi al centro dell’intreccio e non lasciandosi mai prendere la mano dal delirio tecnologico. Gli effetti speciali, che per inciso fanno ancora oggi la loro porca figura, rendono estremamente efficace e credibile il racconto, ma traggono linfa vitale e potenza dal materiale umano su cui si accaniscono. Il risultato è un’opera roboante e appassionante, che assorbe col suo semplice e piacevole racconto per poi straziare improvvisamente con un netto cambio di registro, passando dal piacevole e rilassato viaggio in nave al tragico e agghiacciante affondamento.

E per oltre tre ore e mezza ci si lascia trascinare in un turbinio drammatico, divertente e appassionante, grazie a una regia perfetta, che dipinge immagini splendide, poetiche, evocative. La padronanza del mezzo cinematografico ostentata da Cameron è sfiancante, la sua capacità di raccontare per immagini leggendaria. Titanic è grande cinema, grande cinema hollywoodiano, se vogliamo mettere i puntini sulle i, ma comunque grande cinema. Un classico moderno se ce n’è uno.