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I morti non muoiono

Leviamoci subito il dente: I morti non muoiono è poca cosa, o quantomeno lo è rispetto alle – comprensibili – aspettative che in molti si sono creati di fronte all’annuncio (e al trailer) di un film sugli zombi  scritto e diretto da un autore come Jim Jarmusch, oltre che popolato dal cast d’eccezione che solo gente come lui può permettersi in produzioni di questo tipo. Ebbene, il problema è che il risultato non va oltre questa cosa qui: un film di Jim Jarmusch, con l’atmosfera stralunata, compassata, da risate a denti stretti, dei film di Jim Jarmusch, con un cast da film di Jim Jarmusch e che alla fin fine vive quasi solo su quel cast, sul farti sorridere perché guarda quanto è buffo avere il film con gli attori famosi che diventano/combattono zombi. E in questo, bisogna dargliene atto, è sincero e spregiudicato, al punto di abbracciare completamente la sua natura “meta” con gag che rompono il quarto muro e trasformano per brevi attimi il film in una sorta di Deadpool al bromuro.

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Sorry to Bother You

Per il suo esordio alla regia cinematografica, il rapper e attivista Boots Riley ha scelto la via del pennarellone rosso, dei guanti da forno, del non provare nemmeno per sbaglio ad essere sottile. Il protagonista di Sorry to Bother You si chiama Cassius Green (che si legge un po’ come “Cash is green”), ed è un uomo di colore, spiantato, alla ricerca di impiego, che finisce a lavorare in un call center, fa carriera grazie alla bravura con cui usa la sua “voce da bianco” al telefono (auguri per la gestione di questo aspetto a chi dovesse eventualmente occuparsi del doppiaggio italiano) e si ritrova quindi ad accumulare big moneyz piazzando vendite per conto di una multinazionale, che ha risolto il problema della disoccupazione reintroducendo lo schiavismo in forma legalizzata. Cassius, di fronte alla prospettiva di costruirsi finalmente una carriera grazie a un suo talento, non si fa grossi problemi a ignorare le attività di chi lo paga, oltre che a tagliare i punti con gli amici, i colleghi e la fidanzata. Solo ritrovandosi faccia a faccia con le pratiche più moleste e surreali dei suoi datori di lavoro si sveglierà dal torpore. Non proprio allegorie sottili e suggerite, dicevo.

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Be Kind Rewind – Gli acchiappafilm

Be Kind Rewind (USA, 2008)
di Michel Gondry
con Mos Def, Jack Black, Danny Glover, Melonie Diaz, Mia Farrow

Be Kind Rewind non sembra un film di Gondry tanto quanto A History of Violence non sembra un film di Cronenberg. Non lo sembra nello sguardo fettoprosciuttato di chi vuole vedere un autore ripetersi all’infinito, tirando fuori ogni volta le stesse cose, che son quelle per cui lo si ama e sono quelle che quindi ci si aspetta (comprensibilmente) e si pretende (scioccamente) di vedere e rivedere ogni volta. Per questa gente che non sa accettare la voglia di cambiare e reinventarsi c’è Tim Burton, che da quasi trent’anni prosegue con la sua poetica darkettona per adolescenti sfigati e diversi ma tanto belli dentro (e io dico così perché mi ha rotto le palle, altrimenti sarei in prima fila a godermi il suo riciclo).

Per chi invece apprezza la voglia di mettersi in gioco c’è Michel Gondry, che con Be Kind Rewind prova a infilare il suo talento visivo allucinato in una struttura narrativa classica e decisamente più “regolare” del solito. Ne viene fuori una commedia sciocchina e deliziosa, che riesce ad essere cinefila senza chiudersi a riccio e diverte di gusto dall’inizio alla fine, reinventando e stupendo all’interno dei meccanismi del genere. Non c’è spocchia, non c’è senso di superiorità, non c’è voglia di essere superiori. Al contrario, c’è un regista che si mette al servizio del film e lo fa funzionare a meraviglia.

Gondry sceglie di fare il bravo e limita gli “svolazzi” a intuizioni felici come la testa di Jerry che quasi smagnetizza la pellicola dello stesso Be Kind Rewind e quel meraviglioso e allucinato viaggio di traverso nella storia del cinema popolare che ci si gode verso metà racconto. E il risultato è un film che – appunto – magari non ha il fascino visivo dei suoi due precedenti, ma conferma comunque il talento del regista francese. Uno capace di farmi sopportare Jack Black, oltre che di intenerirmi con un finale sdolcinato, buonista, ma sincero e sentito. E di farmi rimpiangere di non aver visto Rush Hour 2. Che, insomma, non lo guardo lo stesso, però, eh, intanto un po’ m’è dispiaciuto!