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La pantera rosa


The Pink Panther (USA, 2006)
di
Shawn Levy
con
Steve Martin, Kevin Kline, Jean Reno, Emily Mortimer, Beyoncé Knowles

C’è qualcosa di profondamente sbagliato in un film nel quale l’ispettore Clouseau risolve il caso grazie a una serie di geniali intuizioni e acute osservazioni, oltre che, addirittura, facendo la mossa giusta al momento giusto. Comunque la si voglia mettere, questo è tradire il personaggio e ciò che ha rappresentato nel decennio abbondante in cui fu Peter Sellers a vestirne i panni.

Pippe mentali filologiche a parte, comunque, questa nuova Pantera Rosa funziona poco anche se presa per i fatti suoi. C’è sicuramente qualche bella gag, gli attori scelti come comprimari sono azzeccati e, tutto sommato, Kevin Kline e Steve Martin, pur improponibili nel tentativo di scimmiottare chi li ha preceduti, non funzionano poi così male.

Ma al film – che pure mi sembra ampiamente superiore al pessimo ricordo che ho di quello con Benigni – manca la carica dei migliori episodi del passato. E alla fine nella memoria rimane solo il divertente cameo di Clive Owen, forse l’unica immagine davvero genuina e dirompente.

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Match Point


Match Point (USA, 2005)
di Woody Allen
con Jonathan Rhys Meyers, Scarlett Johansson, Emily Mortimer, Matthew Goode, Brian Cox

Io odio il doppiaggio.
Odio il doppiaggio perché mi impedisce di scoprire che Nola è americana sentendola parlare, come del resto fa Chris, e mi costringe a sentirlo dire da lui. Odio il doppiaggio perché mi obbliga ad ascoltare l’insopportabile voce e la mediocre recitazione di Ilaria Stagni, privandomi nel frattempo dell’adorabile bofonchiare di Brian Cox. Odio il doppiaggio perché attutisce e smorza l’audio ambientale, il rumore di fondo, e in un film così basato sul dialogo produce un effetto esageratamente teatrale, con gente che parla mentre il mondo sembra fuori da una finestra chiusa. Odio il doppiaggio perché mi spinge a fare queste tirate inutili e snob, perdite di tempo evitavili, specie se c’è da parlare di un gran film come è Match Point.

Roba di questo livello Woody Allen non ne faceva da… boh… dieci… quindici anni, anche. Un film di un rigore incredibile, diretto in maniera eccellente, con un fantastico studio per la costruzione di ogni singola immagine e una grande attenzione per il montaggio. Uno sputo in faccia a chi ritiene Allen poco più che un mesteriante della macchina da presa, buono solo per scrivere grandi sceneggiature. Cosa che, oltretutto, in questo caso fa per davvero, con una lunga sequenza di dialoghi semplicemente perfetti e una costruzione dell’intreccio magistrale. E perfetta è la scelta dell’attore protagonista, un Jonathan Rhys Meyers splendido e che meriterebbe maggior fortuna.

Un film a tema, che racconta le squallide brutture dell’alta borghesia, iniziando come “romance” leggero e scivolando poi nel cinico noir. Lento e lancinante, coinvolge lo spettatore e se lo trascina dietro senza un attimo di stanca. La conferma del fatto che, nonostante qualche passo falso, Woody Allen può tranquillamente guardare con spocchia tanti altri vecchi (stronzi) del cinema ormai ridotti al livello di amebe rincoglionite.