The Spectacular Now

The Spectacular Now è il terzo film di James Ponsoldt ed è il terzo film in cui questo giovane (oddio, giovane, ha un anno meno di me, ma insomma, appunto, giovane) e bravissimo regista americano affronta il tema dell’alcolismo, ogni volta secondo un punto di vista differente. Dopo la terza età del Nick Nolte di Off the Black e l’adulta Mary Elizabeth Winstead del bellissimo Smashed, tocca all’adolescente Miles Teller, in uno splendido, piccolo, divertente, commovente film, che ha strappato al fotofinish il titolo di “mio film preferito del 2013 fra quelli che nel 2013 non sono usciti in Italia” a Snowpiercer e merita tutta l’attenzione di questo mondo e di quell’altro. Non so quando arriverà dalle vostre parti ma ci penso io a ricordarvelo.

I pregi di The Spectacular Now stanno quasi tutti nella naturalezza del racconto, dei dialoghi, dei personaggi, degli attori. Sembra di essere lì, accanto a loro, al fianco di persone che si limitano a vivere il momento finale di quella bolla di sapone che sono gli anni della scuola superiore. Non ci sono le carinerie e i bizzarri virtuosismi pop che ci si aspetta da un certo cinema indipendente americano, non c’è l’approccio un po’ comico, sopra le righe, con personaggi dalla battuta sempre pronta, di (deliziosi, eh!) film come Mean Girls o Easy A, non ci sono avvenimenti iper melodrammatici o tragiche rivoluzioni. C’è solo la delicata, ammirevole leggerezza con cui vengono raccontate le vicende di due persone normali e di chi vive loro attorno, in una maniera semplice, naturale, che mi ha un po’ ricordato una certa narrativa dagli occhi a mandorla, i fumetti più riusciti di Mitsuru Adachi, quel film coi ragazzini giapponesi che andavano in bicicletta che ho visto a una qualche rassegna di tanti anni fa e mai mi ricorderò come s’intitolava.

In The Spectacular Now c’è semplicemente uno spaccato di vita adolescenziale, fra due ragazzi che si incontrano, si divertono, iniziano a conoscersi e vedono nascere una fortissima amicizia, o forse qualcosa di più. C’è magari qualche cliché, ma raccontato in quella maniera – ancora – così naturale che ti ricorda come in fondo la maggior parte dei cliché siano figli della realtà. C’è anche qualche fuga dal cliché, perché la ex di turno non è la solita stronza invidiosa e insopportabile, ma semplicemente una ragazza con cui le cose, oltre un certo punto, non hanno funzionato. C’è soprattutto un ritratto adorabile del rapporto fra due persone, che si evolve in maniera credibile, parte dal nulla, diventa “qualcosa” e lascia poi spazio agli inevitabili problemi, tirando fuori una svolta per molti versi annunciata ma, anche qui, messa in piedi con grande bravura e delicatezza. Per un bel po’ non si capisce neanche troppo bene dove il film voglia andare a parare, ma lo si guarda comunque rapiti, perché troppo riuscita è la rappresentazione di quello spaccato di vita. Poi la svolta arriva, anche abbastanza annunciata, ma pure lei perfetta per tempi, semplicità e soprattutto interpretazioni.

Miles Teller e ancora di più Shailene Woodley sono semplicemente pazzeschi. Non c’è altro modo di descriverli. La naturalezza (sempre lei) con cui vivono sullo schermo e rappresentano due persone normali alle prese con faccende normali in una normale cittadina di provincia americana è ipnotica. Loro due da soli prendono in mano il film e ci fanno quello che vogliono. E tu sei lì che guardi e non te ne capaciti. L’unico momento in cui riesci a staccarti brevemente dai loro occhi, dai loro gesti, dalla loro voce, è quello in cui si presenta sullo schermo Kyle Chandler, in un ruolo una volta tanto diverso da quelli che interpreta di solito (sostanzialmente opposto), efficacissimo per quella manciata di minuti che gli vengono dedicati. E poi si torna a osservare quelle due persone che ci raccontano la loro vita.

N.B.
Uno che non sapeva nulla di questo film, tipicamente, dopo aver letto questo post, va a vedersi il trailer. Non fatelo, è brutto e antipatico, non rende l’idea. Se mi fossi basato solo sul trailer, e non anche su qualche recensione letta in giro, probabilmente non sarei andato a vederlo.

Fra l’altro è uno degli ultimi film recensiti da Roger Ebert, fa parte della manciata di recensioni uscite postume, cosa che m’ha messo addosso un po’ di magone, quando me ne sono reso conto. Comunque, per The Spectacular Now non sembra essere ancora prevista una distribuzione italiana. I due precedenti film di Ponsoldt sono entrambi usciti dalle nostre parti, direttamente in DVD, quindi c’è speranza. Sottolineo, però, che tanto, ma veramente tanto delle interpretazioni, della loro forza e della loro naturalezza, con un doppiaggio, per quanto ben fatto, si perderà per forza.

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Il novembre (e pure un po’ dicembre) a fumetti di giopep

Da qualche parte durante il mese di novembre, mi s’è improvvisamente chiusa la vena dell’antiquario e ho iniziato a spolverare un po’ di roba dalla pila dei fumetti da leggere, in cui si accumulano tanto cose recenti, quanto cose vecchie di mesi o anni, che talvolta, già quando le ho comprate anni fa, erano vecchie di anni. Roba vecchia, insomma. Conseguentemente, in questo episodio de La settimana a fumetti di giopep, trovano posto anche robe assurde estratte dalla polvere, che ormai giacevano lì, rassegnate, convinte di non avere chance. Ma prima o poi una chance si cerca di darla a tutti. Mica come per il backlog dei videogiochi, quello davvero senza la benché minima speranza.

Morning Glories #5: “Tests” ****
Morning Glories #6: “Demerits” ****

Cominciamo con roba relativamente recente. Morning Glories continua a divertirmi parecchio, però è decisamente entrato in quella fase in cui non ci si capisce più nulla, a meno di rileggersi tutto da capo ogni volta che spunta un nuovo volume. Non lo sto facendo, proseguo abbandonato al flusso, mi rileggerò tutto da capo quando arriveremo alla fine. Però lo consiglio, se piacciono le storie tutte assurdamente incasinate e pure coi viaggi nel tempo. Ma meglio aspettare la fine.

Fables: Werewolves of the Heartland ****
Fairest #2: “The Hidden Kingdom” ****
Quando parlo di Fables finisco sempre per dire le stesse cose, con particolare accanimento sul fatto che praticamente qualsiasi cosa esce di legata al marchio riesce a mantenere un livello qualitativo fra il più che dignitoso e l’assolutamente entusiasmante. Quindi, dai, stavolta eviterei di parlarne. Comunque, la prima è una storia tutta dedicata a Bigby, uscita in realtà un po’ di tempo fa, ma su cui mi sono attardato perché si trovava solo in versione cartonata, la seconda è il nuovo blocco di storie dedicate al lato femminile delle fiabe. Ed è deliziosa.

Powers #13: “Z” ****
Dopo tanto, tanto tempo dall’ultima volta, finalmente, torno a leggere Powers, con una storia che è molto meno “per i fatti suoi” di quanto mi aspettassi e, pur indubbiamente aprendo un nuovo ciclo, va pesantemente a recuperare le precedenti. Di cui non mi ricordo nulla. Maledetta vecchiaia. Comunque è il solito, adorabile, Bendis. Leggere.

American Vampire #4 ***
Di American Vampire ho scritto ai tempi del primo volume, anche in altri luoghi, con una discreta dose di entusiasmo. entusiasmo che, onestamente, questo volume mi ha quasi completamente spento. Moscio, prevedibile, sostanzialmente mediocre, con giusto un po’ di curiosità per vedere come andrà avanti. Mi arrivano però delle vibrazioni in stile 30 giorni di notte, da saga vampirica partita benissimo e poi velocemente andata a mignotte.

La mia Maetel #1/3 ***
Un tema interessante trattato in maniera superficiale, ma a modo suo emotivamente forte, che a un certo punto devia in uno di quei momenti da pornazzo che a Hiroya Oku piacciono tanto, e lascia addosso un senso di discreta pochezza, ma si tiene in piedi per la finestrella – superficiale, semplice, magari anche “sbagliata”, ma comunque finestrella – che apre su un mondo davvero tanto distante. Insomma, è più che altro il tema trattato a non farmi rimpiangere di averlo letto. E i disegni, sempre ottimi.

Mater Morbi ****
Ho acquistato la recente edizione in volume, incuriosito dal tanto parlare della storia, che non ho mai letto semplicemente perché ho mollato Dylan Dog tanti anni fa. E che dire, è effettivamente una bella storia, interessante per il modo in cui affronta temi scomodi in un contesto nel quale magari non è troppo scontato riuscirci, sebbene comunque Dylan Dog si presti sempre alla cosa. Il mio problema, ed è ovviamente appunto un mio problema, è che ultimamente trovo un po’ indigesto il “format” delle sceneggiature bonelliane, che mi risulta un po’ pesante, didascalico, e in più non vado matto per un certo “tono” della scrittura di Recchioni, e alla fine sono un po’ gli stessi motivi per cui sto apprezzando, ma non amando fino in fondo, Orfani (ne riparlo altrove). Però, appunto, sono problemi miei. Rimane comunque una storia forte e personalissima, in cui si percepisce l’impronta di chi scrive e nella quale si parla di temi sociali, legati al presente, tanto quanto di temi universali, comunque facendolo con la leggerezza di un racconto popolare horror con la cattivona super sexy inguainata di pelle nera sadomaso. Insomma, difficile non averla almeno un po’ in simpatia. E poi c’è massimo Carnevale, che è spettacolare.

The Brave and the Bold #1/6 ***
Una simpatica miniserie di qualche anno fa che racconta la bizzarra amicizia fra Barry Allen e Hal Jordan, saltellando fra le epoche e tirando in mezzo i vari altri personaggi del circoletto di amici, dalle diverse incarnazioni di Flash e Lanterna Verde a quell’altro tizio con l’arco e le frecce. Simpatica, appunto, gradevole per quell’aria un po’ retrò, ma niente di che.

Arzach ****
Un assurdo, incasinatissimo, evocativo, delirante, fantasioso e forse un po’ tanto lontano dalle mie corde albetto di store più o meno brevi, più o meno pazze, firmate Moebius. Si tratta di una raccolta americana, piccolina, in formato ridotto, che avevo acquistato tanti, ma veramente tanti anni fa, credo alla Borsa del fumetto, o forse a una qualche fiera, e ho letto solo adesso. Si chiude davvero un’epoca, perché non so per quanto tempo me lo sono visto passare davanti, appoggiato in mezzo, sopra, sotto, davanti alla pila polverosa, in tanti appartamenti diversi. Ormai aveva un’aura mitologica attorno a sé.

Il grande Blek: Trappers alla riscossa ***
Il primo volume della riproposizione di Il grande Blek, portata in edicola la scorsa estate da Il sole 24 ore. Mi è stato gentilmente passato dalla regia, l’ho letto con curiosità, ho trovato delle storie senza dubbio interessanti come documento storico, molto meno per il semplice piacere della lettura. Per un nostalgico della serie, però, mi sembra una raccolta ben assemblata.

Le montagne della follia ****
Quando leggo l’adattamento a fumetti di un romanzo tendo spesso a trovarci un po’ d’impaccio nella – per carità – non semplice operazione di traduzione del testo scritto in una forma espressiva comunque scritta, ma estremamente diversa. La cosa mi sembra emerga abbastanza anche qui, ma viene comunque messa in secondo piano dalla forza della storia e dalla potenza evocativa delle matite di Ian Culbard, che affrontano con coraggio e abilità l’ingrato compito di dare un volto alla folle fantasia di Lovecraft e ci riescono in maniera molto efficace. 

X-Wing Rogue Squadron #21/35 ***/****
L’unica serie a fumetti di Guerre Stellari che abbia mai realmente seguito con continuità, anche se mi ero appunto perso per strada (o, meglio, nella pila polverosa) questa manciata conclusiva di numeri, dai quali fra l’altro emerge chiaramente un progetto ben più ambizioso, ma troncato poco dopo il nascere, immagino per scarse vendite. Peccato, perché nonostante gli alti e bassi sul piano dei disegni, tutto sommato Rogue Squadron aveva un suo gruppetto di personaggi interessanti, si stava costruendo una sua mitologia personale intrigante e usava con efficacia le inevitabili guest star.

Superman & Savage Dragon: Metropolis ***
Assurdità, cazzottoni, bei disegni, niente altro.

Simon’s Cat: Beyond the Fence ***
Il meglio di Simon’s Cat sta sul suo canale YouTube. I libri di illustrazioni funzionano molto meno e questo, in particolare, tolta qualche gag azzeccata che ovviamente spunta sempre, mi sembra decisamente meno riuscito del primo. Però è comunque gradevole, e azzecca tante cose che fanno per forza almeno sorridere chiunque viva con uno o più gatti.

Hawkman ***
Un vecchio volume Play Press che raccoglie le storie di Gardner Fox e Joe Kubert. In una certa misura vale quanto scritto sopra de Il grande Blek: sono storie ingenue, invecchiate, che si possono gustare solo accettandone il sapore antico. Qui, però, a rendere la cosa più interessante, o comunque più vicina alle mie corde, c’è uno strepitoso gusto per il fantastico, una ricerca di mondi e situazioni sempre più completamente fuori di testa e affascinanti, oltre alle matite di Joe Kubert, che saranno magari un po’ invecchiate pure loro, ma mamma mia che (famiglia di) talento.

Quelli che ne ho scritto o parlato altrove e quindi metto il link ad altrove 
Metal Gear Solid ****, Metal Gear Solid 2: Sons of Liberty ****, The Walking Dead # 19: “March to War” ****

Quelli che ho scritto in altre occasioni dei numeri precedenti e non ho niente da aggiungere e mi limito quindi a metterli qua in fila con le stelline che mi ero appuntato
Billy Bat #5/8 ****, Blue Exorcist #9 ***, Buonanotte, Punpun #5 ****, Il grande sogno di Maya #49 ***, L’immortale #29 ****, Rinne #10/13 ***, Un marzo da leoni #7 ****, Vagabond #51 ***

Lo spam della domenica mattina: Recensioni che se la prendono comoda

 
Questa settimana, su Outcast, mi sono limitato ai due appuntamenti più o meno fissi, con un Videopep dedicato al mio personalissimo GOTY del 2013 e l’episodio di Old! dedicato al dicembre del 2003. Su IGN, invece, ho enucleato la tempestiva recensione di Bit.Trip Presents: Runner 2 Future Legend of Rhythm Alien in versione PlayStation Vita e le molto meno tempestive recensioni di Shelter e Gone Home. Sono tre giochi splendidi, se non li avete giocati, beh, giocateli.

C’ho come un sentore che per la prossima settimana non riuscirò a pubblicare post con questo ritmo incrollabile. Posso sbagliarmi, ma tanto chi mi legge, durante le feste?

La robbaccia del sabato mattina: Volti in CG

 
Questa settimana non mi sembra sia accaduto molto, e del resto siamo in piene festività, è pure normale. O magari è solo che mi sono distratto. Fatto sta che non ho praticamente nulla da infilare nel mio solito post di nerdate del sabato mattina. Posso dire che Vin Diesel ha svelato che alla fine Fast & Furious 7 uscirà il 10 aprile 2015 dopo i rimaneggiamenti del caso. Ma dimmi te se per girare un film con tempistiche cristiane doveva morire un attore. Comunque, il caro Vin ha comunicato il tutto su Facebook ripubblicando l’immagine qua sopra, tratta dall’ultima scena che lui e Paul Walker hanno girato assieme. A quanto pare, James Wan e Chris Morgan si stanno inventando un modo per orchestrare l’uscita di scena del personaggio sfruttando il girato a disposizione e si vocifera che Cody “fratello di” Walker, stuntman, girerà qualche scena aggiuntiva con la faccia di Paul appiccicata sopra. Il che mi fa venire in mente che l’altro giorno ho rivisto Il gladiatore e le scene con Oliver Reed posticcio non si possono davvero guardare.

Questo qua sopra è il trailer di una roba pezzentissima e che non mi fa neanche particolarmente ridere, ma insomma, c’ha proprio un sapore da nerdata videogiocosa e non potevo esimermi. Così come non posso esimermi da segnalare che Gal Gadot ha dichiarato di stare facendo palestra per diventare una Wonder Woman degna di questo nome. Orde di nerd inferociti si tranquillizzano? Boh? Ad ogni modo, a proposito di nerd, chiudo con questo video qua sotto, dedicato al nuovo detentore del record mondiale per quanto riguarda il numero di videogiochi posseduti. Anvedi.

Come va? State mangiando? Io sto mangiando.

I disertori – A Field in England

A Field in England (GB, 2013)
di Ben Wheatley
con Michael Smiley, Julian Barratt, Reece Shearsmith

A Field in England è il nuovo film di Ben Wheatley, talentuoso regista inglese che si è fatto conoscere con la tripletta composta da Down Terrace, The Kill List, e Killer in viaggio, ha poi firmato un episodio dell’antologia horror The ABCs of Death e ha quindi deciso di spiazzare tutti con un quarto film completamente fuori di cozza: un’opera in costume e in bianco e nero, dal budget ridotto, dall’atmosfera teatrale e dalla narrazione totalmente surreale, ambientata ai tempi della guerra civile inglese. Se a questo aggiungiamo che io sono entrato in sala, durante il Fantasy Filmfest di Monaco, senza saperne assolutamente nulla, se non che appunto era il nuovo film di Ben Wheatley, diventa forse possibile immaginare che razza di effetto whaddafuck mi abbia fatto.

La storia racconta di quattro persone, un “royalist” e tre “roundhead”, che fuggono da un campo di battaglia particolarmente sanguinario e si ritrovano unite dal destino, a vagare per le campagne, molto poco interessate a portare avanti il proprio dovere. La cosa, però, prende una piega tutta strana quando si infila nella faccenda il presunto tesoro di un alchimista, per il quale due dei coinvolti hanno lavorato, e lo strano gruppo si mette alla ricerca del bottino. Seguono assunzioni di sostanze allucinogene e un tripudio di visioni mistiche, gente che muore male, svolte narrative insensate e virtuosismi registici.

E proprio il virtuosismo nella messa in scena, forse un po’ fine a se stesso, è la chiave del film, o comunque l’aspetto che più mi è rimasto addosso. Se si toglie quello, A Field in England racconta una storiella semplice e banalotta, seppur interessante e molto classica nel suo provare a parlar di temi universali e moderni tramite uno sguardo rivolto al passato, e anzi finisce per risultare un po’ “antipatico”, o quantomeno pretenzioso, per la maniera criptica, elitaria, con cui si propone. Cosa che per altro credo si rispecchi nella scelta di distribuire il film immediatamente tramite i tre canali, al cinema, in DVD e sulle piattaforme digitali: certamente si tratta di un’opera molto meno accessibile rispetto alle precedenti dello stesso regista. Quando funziona, però, nelle sue scene madri, A Field in England è ammaliante, quasi stordente, grazie certo anche alla bravura degli attori, impegnati in ruoli totalmente sopra le righe e che era facile sbagliare, immersi in una visione del tutto assurda e surreale. Lo consiglio? Boh?

E con A Field in England si conclude, finalmente, la mia rassegna sui film visti al Fantasy Filmfest 2013, il mio terzo e probabilmente ultimo, visto che ho abbandonato le nevose lande di Monaco della Baviera. Non è in realtà l’ultimo film che ho visto alla rassegna, dato che il gran finale è stato offerto da You’re Next, ma su quello ho espresso il dovuto entusiasmo ai tempo dell’uscita italiana. Se volete leggere quel che ho scritto delle tre edizioni del festival che ho seguito, volate a questo indirizzo. Ah, onestamente, dubito che A Field in England possa uscire in Italia, perché è davvero troppo di nicchia e troppo brit nell’anima. Il precedente di Wheatley, però, è il primo dei suoi ad essere arrivato dalle nostre parti, quindi vai a sapere.

Lo hobbit: La desolazione di Smaug

The Hobbit: The Desolation of Smaug (USA, 2013)
di Peter Jackson
con Martin Freeman, Ian McKellen, Richard Armitage, Orlando Bloom, Evangeline Lilly, un alto po’ di gente a caso, qualche guest star e la voce di Benedict Cumberbatch

A un anno di distanza dal primo, discusso, a me piaciuto più che a molti altri, episodio, è arrivata anche la seconda parte di questa nuova trilogia tolkeniana firmata Peter Jackson, quella che sta sulle scatole a tutti quanti perché è una forzatura tirar fuori tre film da un libretto piccolo piccolo e perché ha cambiato il tono rispetto alla fiaba originale per realizzare non tanto un adattamento fedele alla lettera, quanto un prequel di quei suoi tre altri film. E la cosa sarà anche forzata, però va pure detto che una corposa fetta delle aggiunte viene pur sempre dalle appendici e da tutto il dedalo di menate d’approfondimento che lo stesso Tolkien ha firmato a parte, cosa che in un certo senso è ancora più fedele all’opera originale di quanto lo sarebbe una copia carbone del singolo libro. Senza contare che, per me, vale sempre la faccenda del medium diverso, dell’autore che si appropria di un’opera, del diritto di fargli quel che gli pare e del diritto mio di apprezzarla (o meno, per carità) anche un po’ fregandomene di quanto sia fedele e/o rispettosa del testo originale. Opinioni, gusti, approcci, ognuno la vede come vuole. Ma al di là di tutto, come sono, queste altre due ore e mezza di vita che Peter Jackson ha voluto farci trascorrere al buio in sala? Meglio delle precedenti, su questo sembrano essere più o meno tutti d’accordo, e tutto sommato anche meglio dell’ultima volta che il Peter si era cimentato nel secondo episodio di una sua trilogia, e su questo non sono tutti d’accordo, ma io la vedo così, perché le due torri mi erano davvero precipitate sui maroni con una brutalità incredibile.

La desolazione di Smaug non è un film perfetto, anzi, gli si possono fare mille critiche, e come adattamento continua, ovviamente, a prendersi tutte le licenze del caso. Licenze che possono essere stra-criticabili (ma tanto quanto, intendiamoci, lo erano anche parecchie viste nella vecchia trilogia) e che però in molti aspetti sono secondo me molto azzeccate, per esempio nel modo in cui viene data maggiore profondità al personaggio di Bard, ma anche nell’efficacia dell’introduzione di Sauron o nell’aggiunta dell’elfa manza, inserita con gusto e dolcezza. Per il resto, mi sembra indiscutibile il solito buon lavoro nel tirare le fila di un progetto tanto ambizioso, nell’unire i puntini, nel continuare a tratteggiare una saga cinematografica dalla portata e dalla coerenza notevoli, che bene o male, pur con le sue forzature, sta dipingendo un affresco globale affascinante e a modo suo capace di scolpirsi nell’immaginario collettivo. Più nello specifico, trovo che questo secondo film, nonostante ci sia ancora qualche scemenza, funzioni meglio dal punto di vista drammatico, riesca ad essere più coinvolgente, forte nelle sue svolte narrative e nello sviluppo dei rapporti fra i vari personaggi, nuovi o meno che siano, e quindi nel complesso più efficace a tutto tondo, oltre che nella pura messa in scena.

E poi c’è parecchia azione efficace e ben orchestrata. Tutta la parte coi ragni giganti è quella in cui emerge maggiormente il lato cupo, quasi horror, di Peter Jackson, che del resto infetta in diverse misure ogni singolo film della saga, ed è una vera, azzeccatissima, delizia, anche per il modo in cui fa evolvere il rapporto fra Bilbo e l’anello, per mano fra l’altro di un Martin Freeman sempre più bravo e in parte. La sequenza d’azione centrale, con la fuga dalla città degli elfi, è molto bella, lunga, articolata. Si appoggia un po’ troppo su un certo modo di fare effetti speciali cartooneschi e privi di grande fisicità, ma funziona molto bene. E poi c’è lui, Smaug, fantastico nella rappresentazione, nell’interpretazione di Benedict Cumberbatch, nella costruzione del personaggio. A lui è dedicata praticamente tutta l’ora finale di film e il suo confronto con Bilbo è splendido, anche nel ripensare a quello fra Bilbo e Gollum, momento più alto del primo film, totalmente opposto nell’equilibrio dei fattori in campo. Là c’era un Bilbo che dominava la scena e si palleggiava il suo avversario, qua lo vediamo in quasi totale balia degli eventi e preda di una creatura furiosa, potente, portata davvero in vita da una realizzazione tecnica e artistica fuori parametro.

Dopodiché si sviluppa tutta una parte d’azione finale lunga, spettacolare, incredibile nella messa in scena e capace di portare avanti in maniera coerente i vari discorsi del film, mentre prepara a una non conclusione in cui ci sono cinque o sei cliffhanger uniti assieme e non si prova neanche per sbaglio, questa volta, a dare la parvenza di una mezza chiusura. Capitoli centrali di trilogie cinematografiche che rimangano così appesi, onestamente, non me ne ricordo altri, e non ci sono jedi, anelli, ritorni al futuro o matrici che tengano, qua siamo proprio al tasto pausa premuto all’improvviso e ci rivediamo l’anno prossimo. Bello e orrendo allo stesso tempo. A margine, una considerazione sulla modalità di visione: l’anno scorso mi ero gustato il primo episodio in 3D e coi 48 FPS, notando un senso di straniamento iniziale ma poi abituandomi e nel complesso apprezzando l’esperienza. Soprattutto, l’avevo apprezzata a posteriori, quando mi sono reso conto di come gli altri film in 3D, dopo quella visione, risultassero incredibilmente peggiori come qualità visiva, come definizione e precisione dell’immagine. Quest’anno me ne sono andato all’IMAX, perché insomma, come fai a dirgli di no, e mi sono gustato il film spaparanzato nel centro esatto della sala, sepolto vivo da dei nani giganti in tre dimensioni. Ed è stato bello. Però lo spettacolo era sì in 3D, ma a 24 FPS, e onestamente l’ho sentita, la mancanza, di quella maggior qualità. Ma soprattutto mi sono reso conto di un altro effetto molto positivo dei fotogrammi raddoppiati: rendono molto più tollerabile la visione in 3D di uno stile di regia “agitato” come quello di Jackson. Non sta mai fermo, sempre a svolazzare in giro con la macchina da presa, in costante movimento, su e giù, traballante, circolare, scarrellante, in scivolata e tuffo carpiato. Ed è il classico modo di girare che rende la visione in 3D molto più faticosa. Ebbene, un anno fa, con quei ventiquattro frame in più, fatica zero. Evidentemente la maggior fluidità rende più tollerabile questo genere di movimento perpetuo. O magari è solo una sega mentale mia, può essere, però, da ignorante totale, mi sembra credibile. Sbaglio?

Per cui, insomma, secondo me andrebbe visto a 48 FPS, però, oh, capisco anche che se uno si è reso conto che a lui danno brutalmente fastidio e non ci si riesce ad abituare, beh, meglio evitarli.

Scenic Route

Scenic Route (USA, 2013)
di Kevin Goetz e Michael Goetz
con Josh Duhamel, Dan Fogler

Ho sempre provato un fascino tutto particolare per l’atmosfera straniante che si respira gironzolando nei deserti americani. Ogni volta che mi capita di visitarne uno, e non è che mi capiti proprio tutti i giorni, rimango senza fiato, immerso in quegli spazi infiniti, nella polvere, nel silenzio totale. L’ultima volta che ci sono passato, m’ha perfino preso a più riprese la commozione vera. Una roba che mi fa impazzire, poi, è quando ti metti a guidare e vedi nello specchietto retrovisore la stessa cosa che vedi attraverso il parabrezza: una strada senza fine, che si perde nel nulla attorno. Poi mi piace anche il fatto di stare in maglietta in pieno inverno, un po’ meno il fatto che, se vai nel deserto sbagliato, a ottobre muori di caldo, in estate muori e basta. La prima volta che ci sono andato, nel deserto, ero da solo, in macchina, ed ero pure senza telefono cellulare. Un cretino, insomma. E in effetti uno se lo chiede anche: che succede, se ti ritrovi abbandonato nel deserto, con la macchina in panne e senza connessione telefonica? Verrebbe da dire che, in fondo, sei pur sempre negli Stati Uniti, mica disperso nel cuore di terre inesplorate. Però, ehi, quei deserti sono grandi, e se è vero che in alcune aree c’è continua frequentazione turistica, è vero anche che in altre non passa praticamente mai nessuno. E quindi? E quindi ci facciamo un film, su ‘sta cosa.

Scenic Route è il film d’esordio dei fratelli Goetz ed è il classico film d’esordio di chi vuole subito far colpo con l’idea ganza, senza però avere la pesantezza del regista esordiente che vuole farti vedere quanto è virtuoso nella messa in scena. Il virtuosismo, al massimo, è a livello di sceneggiatura, perché di fatto qua si (non) racconta di due persone ferme in mezzo al nulla, senza niente di particolare da fare, e il tutto sta in piedi solo grazie all’ottima scrittura, alle notevoli interpretazioni e a una regia particolarmente efficace nel suo non mettersi più di tanto in mezzo. Il nucleo della faccenda è il rapporto fra due amici di lunga data che, col passare degli anni, si sono persi di vista. Le loro vite hanno seguito strade diverse, però si ritrovano a fare un viaggio in macchina assieme e, per una serie di motivi che non sto qui a svelare anche se vengono spiegati nel trailer, si ritrovano bloccati in pieno deserto, con la macchina in panne, senza possibilità di chiedere aiuto. Seguiranno litigi, chiarimenti, riappacificazioni, pizze in faccia, tragedie.

A guardare il trailer, viene da pensare che il film prenda in fretta una piega quasi da horror. In realtà non è proprio così ma nonostante questo, per la sua scarsa ora e mezza di durata, Scenic Route riesce a tenere la tensione quasi sempre molto alta, vuoi perché non si dilunga, vuoi perché Duhamel e Fogler sono davvero convincenti, nel tentativo di staccarsi un po’ dai loro soliti ruoli e, soprattutto, di raccontare due persone che si conoscono da sempre, che affrontano rimpianti e rimorsi, che di fondo sono un po’ simboli tagliati con l’accetta di come la vita potrebbe andare a ciascuno di noi. L’unico vero problema di Scenic Route sta nel fatto che trovare il finale giusto per una storia del genere, sia esso lieto, tragico o magari aperto e ambiguo, è praticamente impossibile. O quantomeno è impossibile farlo senza scontentare qualcuno, o magari senza dare l’impressione di non essersi voluti sbilanciare. Non sto qui a dire cosa abbiano scelto i Goetz, dico che il risultato mi è parso convincente nella messa in scena, anche se non mi ha lasciato addosso totale soddisfazione. Però, insomma, magari l’effetto era voluto.

L’ho visto a settembre, al Fantasy Filmfest di Monaco, al cinema e in lingua originale. Se IMDB non mente, al momento è uscito solo negli Stati Uniti e in Australia, direttamente in DVD. Il che significa che comunque in qualche modo lo si può recuperare. Non so quanto tratterrei il fiato sperando in un’un’uscita italiana, ecco.

La trascendenza e le scimmie

Come già una settimana fa, dedico il lunedì ai trailer fantascienzi che mi sono perso perché ero distratto. Nello specifico, oggi si parla di intelligenze artificiali fighette e di scimmie incazzate nere.

E allora, Transcendence, del quale avevo già agevolato il teaser trailer l’altro giorno, in cui Johnny Depp s’inventa le intelligenze artificiali totali e poi muore ma diventa un’intelligenza artificiale e quindi decide di conquistare il mondo. O qualcosa del genere. In pratica è la storia di Skynet, o giù di lì. Promettente? Mboh, in realtà il trailer non mi ha particolarmente eccitato, sarà anche che Johnny Depp ce lo vedo poco, ormai, in un film del genere, però l’argomento è affascinante e gli altri attori coinvolti mi piacciono. Poi Rebecca Hall, ormai, è l’attrice di riferimento per il ruolo della scienziata geniale gnocca. E già l’avevo apprezzata in Iron Man 3. Aprile, comunque.

E poi c’è Dawn of the Planet of the Apes, che in Italia s’intitolerà – tenetevi – Il pianeta delle scimmie: Revolution, perché la traduzione letterale del titolo, vale a dire L’alba del pianeta delle scimmie, l’hanno già usata per l’episodio precedente, che in originale s’intitolava Rise of the Planet of the Apes. Mi sta venendo il mal di testa. E che dire, il trailerino è bello evocativo, le scimmie sembrano davvero incazzate, secondo me potrebbe essere divertente. Un po’ mi spiace che non ritorni manco per sbaglio il personaggio di James Franco, però, oh, Gary Oldman. E poi Jason Clarke, per qualche motivo, mi sta simpatico. Fra l’altro il regista è Matt Reeves, il cui Cloverfield a me era piaciuto non poco e di cui non ho visto il remake di Lasciami entrare, ma ne ho letto bene. Poi vai a sapere. Ah, l’ho detto che il primo film di ‘ste nuove scimmie non m’ha esaltato ma non m’è dispiaciuto? Sì, l’ho detto qui. Questo, invece, arriva a luglio.

L’altro giorno sono andato a vedermi The Spectacular Now. Non so se e quando uscirà in Italia, però ve lo dico: è bellissimo. Davvero. Assai. Marò.

Lo spam della domenica mattina: Il nostro inviato da Parigi

Questa settimana ho scritto per IGN un paio di recensioni, nientemeno. Quella di Rush, bel puzzle game nato su Wii, poi arrivato su PC e infine giunto su Wii U per chiudere il cerchio, e quella del primo episodio della seconda stagione del The Walking Dead di Telltale. Che è bello. Su Outcast, invece, ho uscito un Videopep scemino dedicato a un cappello, l’Outcast Reportage dedicato alla Game Connection Europe 2013, che secondo me è venuto fuori proprio bellino e interessante, e ovviamente l’episodio di Old! dedicato al dicembre del 1993.

Stasera prendo l’aereo in direzione Milano, per il canonico – e più breve del solito – rientro in patria natalizio. Ritengo probabile, ma tutto sommato non certo, che la frequenza delle pubblicazioni qua sul blog crolli in verticale. Poi, oh, vai a sapere. Comunque buone feste, fate i bravi.