Stranger Things 2

L’aspetto forse più interessante di Stranger Things 2, almeno per come la vedo io, sta nel fatto che ha offerto ai Duffer l’occasione di raccontare quel che nei film a cui si sono ispirati non abbiamo mai visto, per ovvi motivi. Cosa accade, dopo? Dopo il finale, dopo l’epilogo che chiude i fili narrativi, dopo che si è conclusa l’avventura, si è risolto l’evento traumatico, si è tornati alla vita di tutti i giorni, ma prima che esploda la nuova avventura raccontata nel secondo film, come si vive? Lo vediamo qui, soprattutto nelle prime puntate, che dilatano i tempi introduttivi del classico seguito proprio dando spazio al ritorno alla normalità, più riuscito per alcuni invece che per altri. E la risposta, per quegli alcuni, è che non si vive benissimo, e non solo perché l’avventura non si è del tutto conclusa e ci sono ancora (più) strane creature che gironzolano fra questo mondo e quell’altro. Il tratto più affascinante, per quanto certo limitato nell’approfondimento, di come vengono caratterizzati i protagonisti in questo secondo anno della serie  Netflix sta, se vogliamo, nello stress post traumatico che ti ritrovi addosso dopo essere sopravvissuto a un demogorgone del sottosopra.

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Good Time

La forza che percorre tutto Good Time, dall’inizio alla fine, è quella di un panico scombinato, isterico, coloratissimo, frenetico e teso, un vortice di errori, scelte discutibili e sfiga che trascina sempre più verso l’inevitabile conclusione. Robert Pattinson, scavato in volto, sporco, perfettamente in parte e bravissimo, è un poco di buono, si arrangia sfruttando e manipolando chiunque gli capiti davanti e si lancia in imprese forse fuori dalla sua portata. La storia si apre con una rapina scalcagnatissima eseguita assieme al fratello ritardato mentale, che finisce in rovina, porta il più sfigato dei due in prigione e costringe Robertino ad ingegnarsi per capire come farlo uscire. Spoiler: non ne azzeccherà una. Messo già così, sembra il soggetto per una commedia demenziale dei fratelli Farrelly, ma Good Time, che è invece dei fratelli Safdie, è un thriller teso e coinvolgente, che non molla un secondo e avvolge col suo look tutto particolare.

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Mindhunter – Stagione 1

Fra tutti i pregi, i difetti, le caratteristiche forti, le peculiarità e i cliché di Mindhunter, ciò che più mi ha colpito nell’arco di tutte e dieci le puntate, spesso in maniera solo parzialmente conscia, altrettanto spesso con orecchio attento, è la colonna sonora. A volte era lì che mi schiaffeggiava potente, in altri casi si avvicinava di soppiatto e mi tirava la gamba del pantalone in maniera fastidiosa. Tutto ciò che è suono, in Mindhunter, è figlio di una cura spaventosa e veicolato – come del resto quasi ogni altro elemento della serie – a definire uno stato d’animo preciso. C’è il tema musicale, certo, che è l’aspetto più ovvio nel suo tornare sistematicamente in ogni momento chiave legato ai (serial) killer, con quei suoni acuti e subdoli, ma mai esagerati, che mirano a un’inquietudine e una tensione lente, di accumulo. C’è il grande studio sulle voci, sulle parlate, sul modo in cui ogni personaggio comunica il suo modo di essere, ma prima ancora il suo modo di apparire, attraverso il tono tramite cui si esprime. Senza contare il lavoro fenomenale di Cameron Britton nel riprodurre il vero serial killer Ed Kemper. E poi c’è il design dei suoni. Le catene, i registratori, i maledetti passi di Kemper, che punteggiano la sua presenza con quell’avanzare poderoso. Quei momenti splendidi in cui i racconti di fatti spaventosi vengono accompagnati dai rumori di ciò che accadeva, senza bisogno di usare le immagini.

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It

Ogni tanto ci tengo ad aprire con un po’ di sano maniavantismo, così, per mettere le cose in chiaro. Quindi, procediamo. Da ragazzino sono stato un discreto lettore di Stephen King, ma col cambio di millennio l’ho progressivamente perso di vista, finendo per leggere solo qualcuna delle sue uscite successive (per esempio CellDoctor Sleep). Sempre da ragazzino, mi sono divertito con i cinquantamila adattamenti cinematografici dei suoi romanzi, pur consapevole che quelli davvero belli fossero pochi (che so, Shining, uno fra i miei film preferiti). Di recente m’è capitato di rivederne qualcuno al cinema e ho avuto l’impressione che fossero comunque migliori di tanta palta odierna. It, il libro, l’ho letto durante una lunga estate calda trascorsa in Abruzzo senza nulla da fare, nel giro di due settimane che, in preda a un attacco di bulimia letteraria, mi hanno visto leggere per intero anche Il signore degli anelli. Entrambi mi sono piaciuti, di entrambi ho trovato il finale molto malinconico. Ricordo però molto poco di It: la sensazione sul finale, appunto, la bellezza dei due confronti nella casa, entrambi coinvolgenti e inquietanti, e il fatto che non avevo amato la battaglia conclusiva e le divagazioni troppo assurde a base di tartarughe. It, la miniserie televisiva, la guardai nella mia cameretta a milano, dopo averla noleggiata in VHS. Ricordo che alcune cose mi spaventarono un pochino, ma niente di che; ricordo che Tim Curry era strepitoso; ricordo che la parte da bambini era gradevole; ricordo che la parte da adulti era bruttarella. Ho l’impressione che, se la riguardassi oggi, mi farebbe cacare. E direi che è tutto quel che volevo premettere. Ah, no: i pagliacci non mi fanno paura. Poi, certo, un pagliaccio assassino e/o mostruoso, volendo, può farmi paura, ma questo vale per qualsiasi parola si sostituisca a “pagliaccio” nella frase. Tipo, che ne so, anche “baguette”.

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Suburra – Stagione 1

Esistono serie TV che partono subito a mille e tengono alto il livello dall’inizio alla fine. Sono piccoli miracoli che svettano là in cima, ai massimi livelli della produzione seriale. Ma sono casi rari. Più spesso ci sono alti e bassi, fra episodi pilota che sparano tutte le cartucce e rimangono senza nulla da dire poi, saliscendi vertiginosi e serie che crescono nel tempo, lentamente ma regolarmente. Queste ultime sono quelle che premiano la fiducia. La fiducia in questo o quell’elemento riuscito che hai colto nelle prime puntate e la voglia di vedere se gli aspetti positivi sapranno prendere il controllo della situazione. È il caso di Suburra, la cui prima puntata, diretta da Michele Placido come la seconda, va a un passo dal disastro ma si salva mostrando fin da subito quelli che saranno poi gli aspetti migliori e centrali della serie ispirata al film di Stefano Sollima, del quale la produzione Netflix è una sorta di prequel.

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Chiacchiere su Blade Runner

A parte due righe su Letterboxd e qualche discussione in giro per l’internet, non ho scritto nulla su Blade Runner 2049 perché c’ho troppa confusione in testa e non ho la forza di scioglierla. L’altro giorno, però, sono stato invitato da Luigi a chiacchierarne nel suo podcast e siamo andati avanti per due ore. Magari interessa a voi matti che mi seguite. Ah, sto cercando di convincere una certa persona a scriverne su Outcast appena riesce ad andare a vederlo. Mica per altro, è che mi piacerebbe leggere lui che scrive di quel film.

Bonus: ne abbiamo parlato pure qui.

Poi non dite che non vi ho avvisati: Train to Busan

Secondo il sito ufficiale di Koch Media, il 26 ottobre arriva in Italia, direttamente sul mercato dell’home video, Train to Busan, in una lussuosa confezione che include anche il prequel Seoul Station. Secondo praticamente ogni altra fonte sparsa per l’internet, inclusi i negozi online che lo venderanno, l’uscita è invece prevista per oggi. Quindi, nel dubbio, facciamo finta che sia oggi, tanto non cambia molto. Io Train to Busan l’ho visto al cinema qua a Parigi, poco più di un anno fa, l’ho apprezzato molto e ne ho scritto a questo indirizzo qui. Seoul Station l’ho invece recuperato molto più di recente e l’ho apprezzato un po’ meno, ma comunque apprezzato. Ne ho scritto solo su Letterboxd, a questo indirizzo qua.

Big Mouth

C’è un momento, nella vita di ogni maschio eterosessuale, in cui tutto cambia più o meno dal giorno alla notte. Gli esseri di sesso femminile assumono le sembianze di tagli pregiati di carne da valutare per scopi sessuali (certo, a seconda di come sei fatto, puoi tenerne più o meno in considerazione e rispettarne personalità e sentimenti, ma comunque, carnazza). All’improvviso, tutto ciò che ricorda anche solo vagamente un buco risveglia istinti che non eri certo di possedere. Il mondo torna ad essere una scoperta continua, quotidiana. Se già non lo sapevi, ti rendi conto che anche le femmine fanno la pipì. Talvolta scorreggiano, perfino. Suppongo che accadano cose “accostabili” anche alle femmine eterosessuali e non ho la minima idea di come funzioni l’omosessualità. Non mi ci metto nemmeno, a parlarne. Tanto mi sembra che lo faccia benissimo Big Mouth, nuova serie animata Netflix ideata da Nick Kroll, Andrew Goldberg, Mark Levin e Jennifer Flackett. Ci si sono messi in quattro, addirittura.

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Il gioco di Gerald

Il gioco di Gerald si inserisce nel gruppone, ultimamente piuttosto nutrito, dei progetti fortemente voluti e inseguiti per anni e anni da un regista che ci teneva proprio guarda in una maniera che non ti dico. La leggenda narra che Mike Flanagan, fin dagli esordi, girasse per Hollywood con il libro di Stephen King sotto braccio, cercando in tutti i modi di convincere qualcuno a fargliene dirigere un adattamento. Mentre inseguiva il suo sogno, il caro Mike ha deciso di esordire svelandosi come nuovo grande talento dell’horror con Oculus, per poi firmare altri tre film tutti interessanti (fra cui questo e questo), tutti ben diretti, tutti con qualità innegabili, tutti largamente imperfetti e non all’altezza del suo esordio. Evidentemente, però, il credito accumulato fino a quel punto gli ha permesso di entrare nel sempre più popolato club dei registi a cui Netflix ha detto “Ma certo, caro, noi ci mettiamo i soldi, tu fai un po’ quello che vuoi.” E “Quello che vuoi” è diventato un adattamento piuttosto fedele nella sostanza, intelligente nel modo in cui reinterpreta determinati aspetti del libro, forse troppo fedele riguardo ad altri.

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