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Il gioco di Gerald

Il gioco di Gerald si inserisce nel gruppone, ultimamente piuttosto nutrito, dei progetti fortemente voluti e inseguiti per anni e anni da un regista che ci teneva proprio guarda in una maniera che non ti dico. La leggenda narra che Mike Flanagan, fin dagli esordi, girasse per Hollywood con il libro di Stephen King sotto braccio, cercando in tutti i modi di convincere qualcuno a fargliene dirigere un adattamento. Mentre inseguiva il suo sogno, il caro Mike ha deciso di esordire svelandosi come nuovo grande talento dell’horror con Oculus, per poi firmare altri tre film tutti interessanti (fra cui questo e questo), tutti ben diretti, tutti con qualità innegabili, tutti largamente imperfetti e non all’altezza del suo esordio. Evidentemente, però, il credito accumulato fino a quel punto gli ha permesso di entrare nel sempre più popolato club dei registi a cui Netflix ha detto “Ma certo, caro, noi ci mettiamo i soldi, tu fai un po’ quello che vuoi.” E “Quello che vuoi” è diventato un adattamento piuttosto fedele nella sostanza, intelligente nel modo in cui reinterpreta determinati aspetti del libro, forse troppo fedele riguardo ad altri.

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Below


Below (USA, 2002)
di
David Twohy
con
Matthew Davis, Bruce Greenwood, Olivia Williams, Holt McCallany

Sei anni dopo l’esordio cinematografico con l’intrigante The Arrival, due anni dopo la conferma giunta con l’ottimo Pitch Black, David Twohy continua a portare avanti la sua idea di cinema con questo bel thriller di profondità. Un cinema di intrattenimento senza mezzi termini, il suo, realizzato con arte e passione, partendo sempre da soggetti interessanti, curando minuziosamente le sceneggiature e divertendosi a giocare coi generi.

Questa volta Twohy miscela il classico film di sommergibili e le suggestioni di un’altrettanto classica ghost story. Non mancano tutti i momenti tipici dei due generi, ma in più punti si nota la voglia di rielaborare con un taglio originale e innovativo gli stereotipi cui siamo abituati. Significativa, in questo, la splendida e agghiacciante sequenza della bomba che rotola lungo lo scafo del sommergibile.

La storia oscilla continuamente in bilico fra realtà e sovrannaturale, insinuando dubbi nello spettatore e non svelandosi del tutto fino quasi alla fine. Il meccanismo funziona alla perfezione e la suspence è assicurata per tutto il film. In particolare, è impressionante la padronanza registica ostentata da Twohy, che invade gli angusti corridoi del sommergibile con angoscianti piani sequenza, piazza sempre la macchina da presa dove meglio non potrebbe stare e dimostra una comprensione dei meccanismi della suspence quasi imbarazzante.

Convince forse un po’ meno, una volta tanto, la sceneggiatura, che, soprattutto negli ultimi minuti, sembra fare un po’ fatica a tirare le fila del discorso. Un difetto comunque veniale, in un film, il terzo consecutivo, decisamente riuscito.