Ok, questa volta per davvero

Un po’ più di dieci anni fa, il 6 marzo 1998, scrivevo il mio primo, impacciato, logorroico, illeggibile post su it.fan.studio-vit, dicendo scemenze su Starship Troopers e Alien Resurrection. Incidentalmente fu anche il mio primo post su Usenet in assoluto. Uhm, quindi direi il mio primo post in assoluto. Magari è la prima cosa che ho scritto in assoluto su Internet, vai a sapere. Mica me la ricordo, la prima e-mail che ho scritto.

Comunque, son passati dieci anni. E in questi dieci anni aver scritto quel post mi ha cambiato la vita. E penso, tutto sommato, che l’abbia cambiata anche a un po’ di altra gente. A qualcuno di più, a qualcuno di meno, ci mancherebbe. Ma insomma, son parecchie le cose che non sarebbero come sono e come sono state.

Un ricordino dei dieci anni sarebbe stato bello scriverlo il 6 marzo, perché la ricorrenza è la ricorrenza. Ma non l’ho fatto, e pazienza. Resta però il punto, quello vero, ed è che è tutto importante. Anche le virgole. Soprattutto le virgole.

Grifter, Stricchio, Holly, Nettuno, Sole, Luna, il Menne, il Della, il Dade, Dario, Nada, Zave, Marco Pisellonio, RuMiKa, Andrea Morsani, Cirillo, Mensola, Eva, Flx, Gizmo, Silenzi, Francesco Lauricella, Bakunin, Marco Calcaterra, la tessera del GOTTA (eat meat), Montag, Apecar, il Darko, Comi, Pingù, Miriam, Syb, Tigerlili, Skulz, il Maffo, Pisty, il Labbo, Quedex, Seppo, Roliffo, Paolone, Botto, Survia, ph, i patti Soros, Chinnico, Zx, AlbertOne, Zecca, Ciobby, alegalli, i quattro salti in padella e la gente che lavora seriamente, Spèrnova, Ualone, i siluri gli spari il gin lemon live e l’ultima notte a Gallipoli, Papero, Thespian, Tommasone, il Cardiologo Falconi, la sorella di Papero, il Radullennio e il vino rosso, hammer, le rom, stronzate, Antonella, (uno psicologo da) Nola, Schifilide, Toma, Grùspola, Brrr, Squillante, Sloppy Sue, The Bad, Tifa, Dan, Nightprowler, il fighetta pelato, Pelo, Ninotto, Arma-X, Cardo, Joshua, Cesare, Tex Willer, Nella, Eclisse, Tyl, Kevin, Silvietta, Alucard, l’Arcadia e il Sony Digital Disdick Sound, Candido Cannavò, Pero, Felina, Delu, Gazza e Suflo, Skalda, il Nonno, Francesco, Benedetta, (Vaffanculo) Branza, il WTT, Corfola, Zeit, Barbich, Torgano, Astromassi, il Dottore, Frig, il Ciara, il multitap e svariati pad, Paolo Vece, il perizoma leopardato e i mocassini di Luca Chichizola, Bovati, “Mi difendo con 1”, Beretta, Zurigo, l’Infermiere, Krapp, i due Batistuta, il Cobra, Savo e Biondo Inzaghi, Damon Albarn, Ramando (è ricchione), Babalot, Ghiwo, Pulmino, Coprofago, LZP, no_panic, Surgo, Jackie, Bob, Crush Override, Casta, Commando, sei al succo e hai vinto bene, Nadif, il gay pride e il G8, Viola, Avenger Dragon, la Fantafederazione e i Fantadrammi, Inki, il glenlivet, Wolverine, Chump, il Ciakka, Paolo Stinco, Viviana, Ronaldo Di Caprio, gli Arivo, Zapp, AlexBi, Luminal, Nimrod e tanta altra gente e tante altre cose che proprio non mi vengono in mente o con cui ho avuto a che fare grazie al fatto di aver scritto quel post ma per un qualche motivo non penso c’entrino con questo, di post. Che tanto poi è gente che non mi legge. E se mi legge comunque non si offende. E se si offende, beh, oh, vaffanculo, eh. E ho pure messo qualcuno e qualcosa che mi ero dimenticato, perché ero storto e in panne. E fate i bravi, su, che si fa quel che si può. Al limite, hahahah, mandatemi una protesta ufficiale, che vi aggiungo. 🙂

Che poi, diciamocelo, se dieci anni fa non avessi scritto quel post, ne avrei scritto un altro, e non sarebbe cambiato un cazzo. Però mi sembrava una puttanatina retorica carina.

E a proposito di retorica, se cliccate per “leggere tutto l’articolo”, potete ammirare un po’ di cose dalla variabile importanza, ordinate più o meno a cazzo di cane completo (e non è che qualcuno mi trova le foto dei raduni di capodanno e del secondo viaggio a Roma e di chissà che cazzo altro che non trovo più?).

Occhio, c’è roba che potreste non voler vedere.

Punto, a capo, lettera maiuscola.
E perché.

 

Cloverfield

Cloverfield (USA, 2008)
di Matt Reeves
con Michael Stahl-David, T.J. Miller, Jessica Lucas, Lizzy Caplan, Odette Yustman

Cloverfield illustra la giornata tipo del mostro gigante in visita a Manhattan e dei piccoli inconvenienti che si porta dietro. La racconta, però, non attraverso gli occhi di un eroico, onnisciente, salvatore, Matthew Broderick a caso, ma seguendo lo sguardo degli stronzi qualunque. Le vittime disperate, quelle che non hanno idea di cosa stia loro accadendo, che finiscono spiattellate in un’inquadratura di raccordo, che fuggono in mezzo alla folla mentre il mostro abbatte il ponte e Will Smith guida la carica.

Matt Reeves offre, insomma, uno sguardo particolare e intrigante su del materiale trito e ritrito, mostrando gente che disperata lo è per davvero, che cede al panico e scoppia a piangere, che non sa bene che cosa fare e il cui patetico eroismo difficilmente può portare a qualcosa di buono. Già solo per questo Cloverfield sarebbe un film interessante anche se realizzato in maniera tradizionale. Anzi, magari in quel caso sarebbe pure più efficace, o perlomeno “universalmente” efficace, ma sarebbe un altro film.

E invece Cloverfield sceglie anche di sottolineare la sua scelta narrativa tramite l’obiettivo di una videocamera posta in mano a uno dei protagonisti. E nel fare questo chiede non poco allo spettatore, che deve accettare la prontezza di spirito di persone sempre pronte a riprendere tutto quel che avviene, l’intuito dell’accendere la videocamera ogni volta che sta per accadere qualcosa, la cinematografica gestione dei tempi narrativi, la notevole capacità di “tenere” l’inquadratura mentre si corre inseguiti da un mostro gigante, la (aggiungere a piacere). Il tutto per mano di uno che una videocamera sembra non averla mai usata prima.

Se però si accetta tutto questo, ci si gusta un film appassionante, ritmato, con tanti bei momenti e belle idee. Per esempio la carrozza che vaga solitaria per una deserta piazza metropolitana, tutte quelle meravigliose immagini del mostro che si vede e non si vede, sfuggente fra i palazzi nelle riprese del telegiornale, gli inserti-flashback tratti dal precedente filmato sopra al quale viene registrata la tragedia. Sono queste piccolezze a rendere tanto affascinante Cloverfield. L’effetto speciale de-pornograficizzato e messo in secondo piano, che lo vedi di sfuggita in un angolino e così ti sembra troppo più vero. I momenti di pace e malinconica leggerezza che emergono a tratti da quel nastro parzialmente cancellato. La romantica follia di ragazzi che si fanno trascinare dagli eventi e finiscono in bocca alla morte senza rendersene quasi conto.

E c’è poi l’approccio terra-terra, lo sguardo umano sulle vicende, che racconta di personaggi che non hanno il vantaggio della spiega, del sapere comecosadove, e vagano dispersi nella solitudine alla ricerca di una salvezza impossibile da trovare. Ed è forse il maggior pregio di un film che, proprio per il suo approccio umano a qualcosa che di umano ha ben poco, riesce a coinvolgere e trascinare come un Roland Emmerich non sarà mai in grado di fare. Il bello di Cloverfield è proprio quello: non vuole fare il documentario, anzi, ha molto di surreale e inaccettabile proprio perché quello vuole essere. Un filmone di mostri, con tutti i suoi stereotipi e le sue assurdità (“ma incontrano sempre il mostro, che sfiga!”), raccontato però in una maniera atipica, affascinante, coinvolgente come non mai.

asdfatti una foto al giorno

[01:19] giopep: poi la cosa figa e’ che crescono
nel senso, gia’ oggi si sente ASSAI che sono piu’ lunghi di ieri
:d
[01:21] Carmilla (Syb): asdfatti una foto al giorno
[01:22] giopep: hahahahahahaha
[01:22] Carmilla (Syb): nono, sul seriosai che figata? una foto al giorno sul blog, poi tra tipo un anno le monti in un filmato e metti su youtubemeglio di un film concettuale
[01:23] giopep: HAHAHAHAHAHAHAHAHAHA
[01:23] giopep: e sempre la stessa foto
[01:23] giopep: con lo spazzolino
[01:23] giopep: :d
[01:23] Carmilla (Syb): chiaramente
[01:23] Carmilla (Syb): sfondo bagno
[01:24] Carmilla (Syb): con lo spazzolino che a ogni tot secondi di filmato cambia colore quando ne compri uno nuovo
[01:24] Carmilla (Syb): tipo essenza della vita

Io sono leggenda

I Am Legend (USA, 2007)
di Francis Lawrence
con Will Smith

Terzo adattamento cinematografico dello splendido libro di Richard Matheson, Io sono leggenda racconta la storia di Robert Neville, sedicente unico sopravvissuto a una disastrosa epidemia che ha devastato l’intera popolazione mondiale. La maggior parte degli esseri umani sono morti, mentre gli “altri” sopravvissuti si sono trasformati in creature vampiriche, bestie assetate di sangue ipersensibili alla luce del sole e apparentemente incapaci d’intendere e di volere.

Neville, interpretato da un Will Smith in gran forma, sopravvive in una desolata New York vagando per le strade deserte in compagnia del suo splendido cane Samantha, trascorrendo le notti rinchiuso in un appartamento corazzato, lavorando senza sosta nel tentativo di scovare una cura per il virus. E il film si concentra sulla sua colpevole ossessione, sulla ripetitività dei giorni da ultimo uomo sulla Terra, sull’angosciante vita da braccato, sui piccoli piaceri e l’illusione di legame con una vita passata che può trarre dall’affetto della sua unica, fedele compagna, dalla visione di un vecchio telegiornale registrato, dall’ascolto del suo adorato Bob Marley.

Poetica, struggente, lieve, la prima parte di Io sono leggenda mette in scena le interessanti doti che Francis Lawrence aveva già mostrato nel precedente Constantine. Il suo film indugia sui silenzi e sulla ripetitività, colpisce con la bellezza di scene non banali come la splendida battuta di caccia fra i palazzi, l’evocativa partita di golf sulla portaerei, l’agghiacciante immagine della luce solare che si restringe al tramonto, assottigliando la distanza fra Neville e la morte. I veri cattivi del film di Francis Lawrence non sono gli pseudovampiri che minacciano la vita del protagonista. Il terrore da sconfiggere è rappresentato dalla solitudine, dalla terribile desolazione che invade le strade di una Manhattan bellissima.

Io sono leggenda non parla esplicitamente la lingua dell’horror di cassetta, non tenta di travolgere lo spettatore con adrenaliniche corse nell’oscurità, ma si prende invece i suoi tempi, rallenta i ritmi e si concentra sui silenzi e sulle suggestioni, sull’angoscia di un oscuro attimo di silenzio, sulla paura per l’ignoto sommerso dal cemento, sullo struggente attimo di dolore di un uomo prossimo alla disperazione. Will Smith accompagna Lawrence con una grande interpretazione, anche se forse avere a che fare con un’adorabile cagnona è più facile che dialogare con un pallone sporco di sangue.

Non fosse per degli effetti speciali rivedibili e per un finale discutibile, Io sono leggenda sarebbe davvero un grandissimo film. Così com’è rimane comunque una roba mica da ridere, che paga forse troppo la colpa di congedarsi dallo spettatore con un epilogo eccessivamente retorico, un po’ tirato via, che oltretutto stravolge completamente quello del romanzo. Ma sulla distanza a restare davvero in mente è quella splendida, aggiacciante, ipnotica desolazione.

Harry Potter e i doni della morte

Harry Potter and the Deathly Hallows (UK, 2007)
di J.K. Rowling

Come il finale de Il principe mezzo sangue lasciava presagire, Harry Potter e i doni della morte è sotto certi aspetti un libro parecchio diverso dai sei volumi che l’hanno preceduto. J.K. Rowling in persona sostiene che gli ultimi due capitoli della saga rappresentino idealmente prima e seconda parte di un unico libro e il risultato è in effetti proprio quello.

Il principe mezzo sangue era sostanzialmente una premessa, un lavoro di accumulo lungo seicento pagine, che gettava tonnellate di carne sul fuoco, preparava le pedine e si chiudeva su un drammatico punto di svolta. I doni della morte da quel punto di svolta prende il via, saltando qualsiasi tipo di premessa e raccontando fin da subito il travolgente crescendo che porta fino al pirotecnico atto conclusivo. E proprio in questo l’ultimo capitolo della saga si distacca dai precedenti, eliminando quasi del tutto il canonico avvio casalingo e schivando il viaggio verso Hogwarts con annata scolastica al seguito.

La Rowling parte subito in quarta e getta i suoi protagonisti nel mezzo dell’azione, con un ritmo sincopato che alterna dall’inizio alla fine momenti di calma e travolgenti attimi di panico. Forse in questa sua lieve diversità sta forse il principale motivo d’interesse di un libro che per il resto non va oltre il compitino pulito. Succede più o meno tutto quello che deve succedere, con rivelazioni e snodi narrativi ampiamente prevedibili già da un paio di episodi. C’è qualche morto che magari non t’aspetti, com’è normale con un cast di supporto tanto vasto, ma si vede davvero poco o nulla di imprevedibile.

Ma del resto va bene così, il successo di Harry Potter non sta certo nella ricercata imprevedibilità dell’intreccio, quanto piuttosto nella cura e nella passione con cui la Rowling è riuscita a creare un mondo fantastico affascinante e coinvolgente in ogni suo aspetto. Il suo stile pulito e appassionante, la sua bravura nel tratteggiare le personalità dei ragazzini protagonisti, la sua fastidiosa capacità di rendere il povero Harry uno fra i personaggi più insopportabili della storia hanno caratterizzato tutta la saga e tornano anche qui, in un ultimo episodio che fa il suo dovere e si lascia leggere serenamente fino alla fine. Ora basta, però, che tutto sommato le palle si sono anche un po’ incrinate.