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Demolition – Amare e vivere

Conobbi cinematograficamente Jean-Marc Vallée undici anni fa, quando mi ritrovai davanti così, all’improvviso, il suo C.R.A.Z.Y., durante la rassegna dei film del Festival di Venezia e mi innamorai perdutamente del modo incredibile in cui raccontava vent’anni di vita di una persona, la sua crescita, il suo rapporto coi genitori, la droga, il sesso e Patsy Cline. Poi, Jean-Marc lo persi un po’ di vista e me lo beccai nuovamente di fronte con Dallas Buyers ClubWild, due film molto belli ma anche molto distanti da quel colpo di fulmine di alcuni anni prima. Ecco, fra i motivi per cui Demolition mi è piaciuto e ha finito per piacermi forse più di quanto si meritasse c’è anche l’aver ritrovato, almeno in parte, quel Jean-Marc Vallee lì, la sua capacità di raccontare adolescenti tormentati e la forza che riesce a imprimere in piccoli dettagli, anche in un film per molti versi ordinario e risaputo.

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Everest

Everest (USA, 2015)
di Baltasar Kormákur
con Jason Clarke, Josh Brolin, Jake Gyllenhaal, Ang Phula Sherpa, John Hawkes, Naoko Mori, Michael Kelly, Emily Watson, Keira Knightley, Sam Worthington, Robin Wright

Nel lontano 1996, quarantatré anni dopo la prima scalata di successo fino alla vetta dell’Everest, esplose improvvisamente il boom delle salite “commerciali”, già in atto da qualche tempo ma particolarmente forte durante quell’estate. Gente che può permetterselo (economicamente, ma forse non sul piano dell’abilità) e quindi paga delle guide per (provare a) farsi portare sul tetto del mondo. Chi non lo farebbe? Ma soprattutto: perché farlo? Eh, lo chiede verso metà film anche il giornalista Jon Krakauer, inviato per un reportage della spedizione, senza ottenere una risposta davvero convincente. E risposte convincenti non ne dà in assoluto Everest, un film per molti versi risaputo e semplice, che non mira mai alto (battutona!) ma fa più che bene il suo dovere.

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La robbaccia del sabato mattina: fa (quasi) freddo!

AMC ha avviato ufficialmente la produzione della serie TV su Preacher. Dobbiamo essere contenti? Boh? La gente coinvolta (Seth Rogen ed Evan Goldberg) è brava, ma è brava a fare quella cosa lì? Vai a sapere. Io sono moderatamente ottimista, comunque.

Il trailer della terza stagione di Agents of S.H.I.E.L.D., quella coi Secret Warriors, gli inumani che sbroccano e, in teoria, uno sbrocco di gente coi superpoteri. Boh, alla fine io mi aspetto il solito prodottino gradevole con picchi della madonna qua e là. Vedremo.

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Southpaw – L’ultima sfida

Southpaw (USA, 2015)
di Antoine Fuqua
con Jake Gyllenhaal, Oona Lawrence, Rachel McAdams, Forest Whitaker, 50 Cent

In origine, Southpaw, era stato concepito con Eminen nel ruolo di protagonista e le vicende legate al pugilato, nella concenzione dello sceneggiatore Kurt Sutter (Sons of Anarchy, The Shield), avrebbero dovuto fare da metaforone dei guai affrontati dal rapper nella vita reale. Poi le cose sono andate per le lunghe, Eminem aveva altro da fare (ma ha firmato due pezzi per la colonna sonora) e il film è stato preso in mano da Antoine Fuqua e Jake Gyllenhaal. Meglio? Peggio? Beh, con tutto che Eminem in 8 Mile se l’era cavata bene, il caro Jake ha tirato fuori un’altra performance pazzesca delle sue, non solo sul piano della trasformazione fisica, ma anche su quello della versatilità, della capacità di raccontare tante sfaccettature dello stesso personaggio con gli sguardi, il corpo, la voce. Quindi, insomma, diciamo pure “meglio”. Il problema è che il film sta quasi tutto lì, nel suo incredibile attore protagonista. Attorno c’è pochino, ed un pochino neanche poi realizzato così bene.

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La robbaccia del sabato mattina: Deadpool!

Allora, facciamo un’ultima rassegnina di trailer e video buffi subito prima di levarci dalle palle per un po’ di relax nella terra dei cachi.

By the Sea, il nuovo film diretto da Angelina Jolie su Angelina Jolie che si fa le paranoie d’amore con Brad Pitt al mare in Francia. Mi attira come un dito in un occhio, anche se c’è Mélanie Laurent. Boh.

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Zodiac

Zodiac (USA, 2007)
di David Fincher
con Jake Gyllenhaal, Mark Ruffalo, Robert Downey Jr., Anthony Edwards

Nel raccontare i trent’anni di storia del tuttora aperto caso Zodiac, l’ultimo film di David Fincher prende come modello d’ispirazione palese e dichiarato Tutti gli uomini del presidente e ne ricalca lo stile freddo e asciutto, mostrando nel dettaglio le dinamiche d’investigazione ed evitando quasi del tutto il coinvolgimento emozionale. I tanti protagonisti non vengono raccontati come personaggi a tutto tondo e non vedono esplorati più di tanto i loro dubbi, le loro motivazioni, i loro sentimenti. Fincher si concentra sull’esposizione sistematica e discorsiva dei fatti, mantenendo le distanze da tutti e raccontando un’indagine lunga, estenuante, interminabile, che si protrae per decenni fittizi e due abbondantissime ore di grande cinema.

Ma nel farlo non adotta uno stile documentaristico, firmando anzi il film in maniera anche pesante, inserendo trovate molto particolari ed efficaci, realizzando – per esempio con l’interrogatorio a quattro e i vari attacchi del killer – una manciata di scene strepitose per tensione e capacità di colpire allo stomaco e condendo il tutto con una colonna sonora di rara efficacia. Ad aiutarlo degli attori forse ormai un po’ troppo costretti a recitare bene o male sempre lo stesso ruolo, ma che d’altra parte si rivelano come al solito estremamente efficaci.

Lungo, estenuante e inconcludente come le indagini che racconta, Zodiac svolazza placido dalle parti del capolavoro, rapisce nelle maglie della sua algida detection e non molla per oltre due ore e mezza. Ennesimo centro per un regista che, pur fra alti e bassi, continua a mostrare un gran voglia (e una gran capacità) di reinventarsi continuamente.

Donnie Darko – The Director’s Cut


Donnie Darko – The Director’s Cut (USA, 2004)
di Richard Kelly
con Jake Gyllenhaal, Maggie Gyllenhaal, James Duval, Jena Malone, Holmes Osborne, Mary McDonnell, Drew Barrymore, Noah Wyle, Beth Grant, Patrick Swayze

È la seconda volta nel giro di relativamente poco tempo che mi trovo a guardare la Director’s Cut di un film senza aver mai visto l’originale. E in entrambi i casi, con Hellboy qualche tempo fa e con Donnie Darko qualche giorno fa, ho l’impressione di vedere un film prolisso, esageratamente lento, mal costruito e a cui, a conti fatti, sarebbe servita la classica sforbiciata. Non solo, in entrambi i casi chi ha invece visto solo l’edizione “theatrical” non condivide le mie impressioni. Forse che ‘sti produttori-censori-criminaliconleforbici conoscono il loro lavoro?

Donnie Darko è un film interessante e dall’atmosfera particolare, caratterizzata da quel suo stile nebbioso, allucinato e, tutto sommato, un po’ pretenziosetto. Stile che però gli regala anche una sua precisa identità, che certo non rappresenta un demerito. Affascina con le sue teorie contorte, anche se deve buona parte del suo appeal al non voler spiegare un cazzo, al lasciare allo spettatore il gusto di farsi le sue interpretazioni su un intreccio che, se raccontato in maniera lineare, richiederebbe due righe.

Vive sull’estrema simpatia di praticamente tutti i personaggi “positivi”, sulla bravura degli interpreti e su un macchiettistico strizzare l’occhio agli anni Ottanta e al ricordo che ce ne portiamo dietro. Dà di gomito citando i Goonies (o E.T., fa lo stesso) e aizzando gli animi con l’elogio dello sfigato, la storia d’amore tenera, la chiacchierata tarantiniana sui Puffi, lo studente che alza la voce con l’adulto-macchietta, il genitore adorabile che tutti vorremmo avere (avuto). Fa, insomma, tutto quello che deve fare per raggiungere un prevedibile status di piccolo grande cult. Lo fa apposta? Vai a sapere. Però lo fa bene, e tanto basta.

Per quanto riguarda la Director’s Cut, chiaramente non è che possa fare paragoni. Leggo su Wikipedia l’elenco dei cambiamenti e l’impressione è che possa essere interessante per chi ha amato l’originale. Viene anche la curiosità di vederlo, l’originale, per capire se, come il naso mi suggerisce, sia davvero un film migliore. Il problema è che c’è poca voglia di rivederlo, il film.

Jarhead


Jarhead (USA, 2005)
di Sam Mendes
con Jake Gyllenhaal, Peter Sarsgaard, Jamie Foxx, Chris Cooper

Dopo aver dominato gli Oscar con il bello, ma sopravvalutato, American Beauty ed essere giustamente finito nell’anonimato con il mediocre, patinatissimo, quasi inguardabile Era mio padre, Sam Mendes torna alla ribalta con il suo miglior film. Jarhead racconta in prima persona le vicende di un marine coinvolto nella prima Guerra del Golfo, scegliendo un tono cinico e fortemente ironico. Mendes miscela Full Metal Jacket e Three Kings, omaggia apertamente Apocalypse Now e trova una via personale, non rinunciando ai dozzinali poetismi che caratterizzano la sua regia, ma trovando un senso della misura che francamente non pensavo gli appartenesse. Questa volta riesce a scrollarsi di dosso quasi del tutto la caramellosa e insopportabile patina che ricopriva Era mio padre e trae dal racconto, dal contesto, lo spunto per mettere in scena immagini dalla notevole potenza evocativa.

Aiutato dallo splendido lavoro di Roger Deakins, Mendes dipinge splendide cartoline dal deserto, regalando paesaggi di rara bellezza e una meravigliosa sequenza legata ai pozzi di petrolio in fiamme. Ogni tanto si fa un po’ prendere la mano, del resto ce l’ha nel DNA, ma il film non ne soffre, grazie soprattutto a uno script solido, scorrevole e azzeccato. Ottimo lo studio psicologico dei personaggi, sicuramente un po’ stereotipati nella concezione, ma tratteggiati molto bene nello sviluppo (soprattutto i due interpretati da Gyllenhaal e Sarsgaard). Deliziose, poi, le interpretazioni di Jamie Foxx e Chris Cooper. Manca, forse, un po’ di concretezza nella parte finale. Dopo quella bell’immagine dei marine che sfogano la frustrazione per aver trascorso mesi in una finta guerra, viene una serie confusa e inconcludente di piccoli “finalini”, che dicono poco o nulla e non sembrano poter tirare le fila del discorso. Voluto o meno che sia, resta in bocca un senso d’incompiuto.