L’ultimo dei mohicani

The Last of the Mohicans (USA, 1992)
di Michael Mann
con Daniel Day-Lewis, Madeleine Stowe, Russell Means, Wes Studi

L’aspetto forse più affascinante di L’ultimo dei mohicani sta nella maniera in cui si fondono le sue due anime in contrasto. Da una parte una ricostruzione storica accurata, che riproduce usi, costumi, abitudini, atteggiamenti allo spasimo, creando un sottotesto magari difficile da cogliere fino in fondo per la maggior parte degli spettatori, ma che proprio grazie all’attenzione per i piccoli dettagli riesce ad emergere, a darti l’idea che determinati aspetti siano figli del lavoro svolto in questo senso. E che ha pure il sigillo di garanzia nella convinta partecipazione di Russell Means, attivista nativo americano che, per dirne una, aveva pubblicamente disapprovato Balla coi lupi. Dall’altra, però, c’è la fiabetta, il melodramma iper romantico ed epico coi protagonisti che sfrecciano come saette nel mezzo della battaglia schivando e parando colpi meglio dei supereroi, mentre attorno a loro si scatena l’inferno, perché è così che deve andare.

Da una parte si viene introdotti ai protagonisti tramite dei bellissimi ritratti di vita d’epoca, con quella meravigliosa scena di caccia in apertura, il surreale dialogo fra Madeleine Stowe e il suo spasimante, il semplice ma efficacissimo ritratto di personalità, comportamenti, usanze della vita di frontiera. Dall’altra si assiste a quello che è forse il film più apertamente e smaccatamente romantico di un regista che comunque non può mai fare a meno di raccontare amori, amicizie, scontri fra coppie di personaggi forti. L’amore fra Cora e Hawkeye, che ruba la scena e il racconto, cresce nell’arco di tutto il film e magari ogni tanto va fuori controllo come in quell’insistito consumare notturno, ma raggiunge anche vette pazzesche, dominate da quel semplice, bellissimo scambio in infermeria, all’accampamento, in cui la macchina da presa si sofferma sul volto di Madeleine Stowe, sul suo sguardo e il suo sorpreso e imbarazzato sorriso. “What are you looking at, sir?” “I’m looking at you, miss.”

Ma il romanticismo estremo, esplosivo de L’ultimo dei mohicani non sta solo nei due protagonisti. L’amore a distanza, costruito solo sugli occhi, senza un singolo dialogo, fra Uncas e Alice, la disperata e cieca ricerca di vendetta da parte di Magua, l’inflessibilità delle convinzioni mano a mano smantellate di Duncan, il raccontare un’era che sta volgendo al termine portandosi tragicamente dietro il destino di popoli e famiglie giunti al capolinea. Una forza passionale che si accumula fino a quando, al giro di boa di metà film, con quel fantastico agguato fra gli alberi, il conflitto si scatena sul serio e avvia un crescendo che prosegue ininterrotto per quasi cinquanta minuti. Da lì in poi ha tutto una potenza pazzesca. La prima vittoria di Magua, l’addio sotto l’acqua della cascata, il tesissimo colloquio con Sachem e poi, e poi, mamma mia, su quello struggente sacrificio che strappa il gesto eroico dalle mani del protagonista partono gli archi di “Promontory” e il film impazzisce di bellezza, con una sequenza di meraviglioso cinema quasi completamente muto, che spezza il cuore con quel lungo, disperato inseguimento fra le montagne. Una roba di una potenza incredibile, che fa esplodere meravigliosamente tutto quanto costruito fino a quel punto dando conclusione a un bellissimo film.

Poi, certo, ci sono aspetti che non funzionano fino in fondo. C’è il modo in cui viene usato allo sfinimento il bellissimo, epico, evocativo tema musicale, a spaccare i maroni e rompere la bella tensione ogni santa volta che Daniel Day-Lewis si permette di fare non dico qualcosa di fico, ma proprio qualsiasi cosa, neanche fosse il Batman di Tim Burton e Danny Elfman, fino a svalutarne completamente la potenza. C’è il monologo finale sulla rupe, che ha il sapore della didascalia posticcia, appiccicata e fuori luogo, e del resto è figlio dell’insistenza con cui Michael Mann, un regista che lega l’omonimo film del 1936 al suo primo ricordo cinematografico, ha rimesso mano a più riprese al suo lavoro, levando e aggiungendo pezzi e pezzetti, castrando la violenza della vittoria di Magua, cercando di perfezionare. Ma nonostante i suoi limiti e le sue imperfezioni, L’ultimo dei mohicani è uno splendido film. E si, sono le parole di un fan. Sigla.

Il film l’ho visto in una lingua originale che, inutile dirlo, merita a pacchi per il lavoro svolto su accenti, inflessioni, peso delle parole, modi di esprimersi. E per almeno un paio di interpretazioni notevoli. L’ho visto in DVD, perché dalle nostre parti Warner, che ne detiene i diritti per l’Europa, non s’è ancora degnata di pubblicare il Blu-ray.  Ed è un peccato, perché gli anni si vedono tutti e la bassa risoluzione non aiuta su una TV grossa e accaddì. Il Blu-ray, per altro, negli USA è stato pubblicato da Fox, ma c’ha la zona e morissero tutti quanti presi ad accettate da Wes Studi.

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Drive Angry

Drive Angry (USA, 2011)
di Patrick Lussier
con Nicolas Cage, Amber Heard, William Fichtner, Billy Burke

Gli elementi base di questo film:
– si intitola Guidare incazzati o qualcosa del genere;
– si apre con il parrucchino di Nicolas Cage che scappa dall’inferno guidando una Buick Riviera del 1963;
– è Ghost Rider, ma rated R e senza Mark Steven Johnson;
– Amber Heard è bellissima, guida le macchine ganze anche nella realtà come da foto a seguire, indossa per l’intera durata del film dei pantaloncini inguinali e prende tutti a calci, pugni e insulti con un accento adorabile;
– Nicolas Cage SPOILER dice a uno che berrà dal suo teschio e poi lo fa;
– “I never disrobe before gunplay”;
– l’impressionante ruolino di marcia del regista, uomo che ha evidentemente una passione per i titoli autoesplicativi: La profezia (terzo episodio della serie in cui Christopher Walken fa l’Arcangelo Gabriele), Dracula 2000 (che si intitola così perché è ambientato nel 2000 e, hahahaha, che bello aprire oggi la pagina su IMDB e scoprire che Dracula era Gerard Butler), Dracula II (che si intitola così perché il cattivo si chiama Dracula II), Dracula III (che si intitola così perché il cattivo si chiama Dracula III), White Noise: The Light (che non so cosa sia ma c’è Nathan Fillion e mi viene quasi voglia di guardarlo) e San Valentino di sangue 3D (‘nuff said).

Evito di scrivere una didascalia perché mi vengono in mente solo cose volgarissime.

Drive Angry è una deliziosa trashata, che mette subito in chiaro le cose con quell’apertura sulla macchina che fugge dai diavoli dell’inferno e da lì in poi non si guarda più indietro. È un filmetto onesto, divertito, divertente, sanguinario e sboccato, che punta costantemente al rialzo e alla messa in scena di situazioni sempre più assurde e sopra le righe. È una roba a cui Nicolas Cage ha accettato di partecipare perché gli hanno concesso di girare una scena in cui gli sfondano un occhio. È un film in cui ogni volta che qualcuno fa qualcosa di ganzo parte la schitarrata rock, in cui appaiono a caso David Morse e Tom Atkins mentre Billy Burke si esibisce nel ruolo del capo della setta con l’accento che fa paura e William Fichtner esce dal nulla e si mangia tutto il film masticandolo e sputandolo poi in un angolino. William Fichtner è pazzesco. Non lo si scopre con Drive Angry, per carità, ma qua davvero dà di matto, nel ruolo del contabile infernale che fa i numeri da prestigiatore, passeggia soavemente in piedi su camion lanciati a mille verso la morte e si concede perfino di infilare uno studio del personaggio in questa fantastica cacatona, chiedendosi come un tizio che vive da secoli all’inferno reagirebbe tornando sulla Terra e avendo – per dire – a che fare con una donna, una macchina, della musica. E recita di conseguenza. Meraviglioso, davvero, la cosa migliore del film e una roba che da sola vale la visione dello stesso.

“Vedi, il fatto è che questo film mi appartiene.”

Purtroppo Patrick Lussier non è esattamente il regista con più personalità sulla piazza, e del resto la sua filmografia parla abbastanza chiaro. Per carità, sa fare il suo lavoro, e di sicuro sa come si dirige una roba pensata per chi si diverte a indossare gli occhiali scuri per aggiungere una dimensione alle immagini, ma la regia di questo film è quanto di più anonimo possa esserci, e per un’operazione del genere si tratta di un gran peccato. La verità è che Drive Angry  sta a un Robert Rodriguez, o magari a un Neveldine/Taylor (non a caso assoldati per il secondo Ghost Rider) dall’essere davvero un gioiello imperdibile. Così com’è, semplice semplice, con la sua aria da compitino diligente che non riesce a osare sullo schermo tanto quanto voleva farlo sulla carta e tanto quanto vorrebbero i suoi attori, rimane solo una simpatica trashata consapevole, anche se ha comunque la gentilezza di non nascondersi dietro l’ennesimo PG-13 e finisce per essere ben più divertente e godibile di tante altre. Ma ti lascia un po’ di amaro in bocca. Se poi penso che Lussier ha le mani in pasta con i futuri Halloween e Hellraiser, mi viene la depressione.

Ah, SPOILER, giusto per essere sicuri che non ci siano dubbi sui toni e che si debba tornare a casa (o al videonoleggio) sorridendo, il film si conclude con la seguente scena. Su, dai.

L’ho visto in 2D, nel Blu-ray noleggiato qua sotto casa. Non so come possa essere in 3D, ma certamente si vede lo sforzo di Lussier per tirare più roba possibile in faccia allo spettatore. Ah, Fichtner, Burke e i simpatici accenti si meriterebbero la lingua originale.

Guy "Snake" Pearce

O anche Guy “Jena” Pearce, per carità. È uscito sugli internet di tutto il pianeta il trailer di Lockout, film d’esordio della coppia James Mather/Stephen St. Leger, in cui Guy Pearce interpreta il ruolo di Kurt Russel.

Sostanzialmente è un remake non ufficiale (si dice “omaggio”) di 1997: Fuga da New York, solo che il protagonista ha entrambi gli occhi sani, più che Plisskin sembra convinto di essere John McClane e la missione a cui lo costringono prevede il recupero della figlia del presidente, invece che del presidente stesso. James Mather è un direttore della fotografia con a curriculum una ventina di cortometraggi e un altro paio di cose inutili. Stephen St. Leger ha sulla pagina di IMDB solo un cortometraggio scritto e diretto assieme al suo compare. Lockout se lo sono scritto assieme, con Luc Besson alle spalle che li prendeva a coppini. Guy Pearce sembra crederci sul serio, è pompatissimo come non l’abbiamo forse mai visto e fa un vocione grosso e tamarro lontano anni luce dal suo solito. Purtroppo c’è la sorella scema di Lost, ma insomma, magari viene lo stesso fuori una roba divertente. In fondo c’è Peter Stormare.

Guy Pearce nuovo eroe dei film d’azione e non più eclettico attore particolarmente attento alla scena indipendente e a mettersi costantemente alla prova con ruoli spesso particolari? No, dai, considerando che fra i suoi prossimi film ce ne sono uno di John Hillcoat (non è che La proposta fosse esattamente una botta di adrenalina) e uno diretto da Steve Buscemi e ispirato a Queer di William S. Burroughs.

Tentacolo again!

Torna in scena il Podcast del Tentacolo Viola, con fra l’altro ospite random Umberto Moioli di Multiplayer.it. Sul piatto dell’episodio: la chiusura di Megaupload, le mille forme di Resident Evil, il successore di Xbox 360, Risen 2, il retrogaming del futuro, Millennium e tante altre corbellerie. Sta tutto a questo indirizzo qui.

Lunedì, invece, registriamo il nuovo Outcast. Così, lo dico per completezza.

G.I. Joe – La nascita dei Cobra

G.I. Joe – The Rise of Cobra (USA, 2009)
di Stephen Sommers
con Channing Tatum, Marlon Wayans, Sienna Miller vestita da Bayonetta, Christopher Eccleston, Joseph Gordon-Levitt, Imhotep, Darth Maul, la Vedova Nera (quella vera), e il Coreano Cattivo

Mentre guardavo questo film, spaparanzato sul divano con al mio fianco il gatto che ronfava, per la quasi totale durata della proiezione la mia mente è stata occupata da due aspetti in particolare. Il primo:

Sienna Miller vestita da Bayonetta.

Quando Sienna Miller era al centro dell’azione, il mio sguardo e il mio interesse erano totalmente suoi, persi nella contemplazione. L’unico modo in cui Stephen Sommers è riuscito a distrarmi? Facendo crollare la Torre Eiffel in testa ai parigini. In quella che, fra l’altro, è l’unica scena con degli effetti speciali che non diano l’impressione di essere stati messi assieme col pongo. Ma di questo ne parliamo dopo, perché adesso bisogna segnalare l’altro grande tema affrontato da G.I: Joe – La nascita dei Cobra:
Ma perché non hanno preso lei per interpretare la vedova nera?

Ogni volta che quella stangona di Rachel Nichols appariva sullo schermo, tutta inguainata in nero e con la folta chioma forzata al rosso, me la immaginavo a far piroette e tirar calcagnate al posto della polpetta impacciata e mi struggevo al solo pensiero. Perché invece quell’altra? Boh. Magari il problema è che serviva una che non facesse sembrare un nano Robert Downey Jr. Comunque, non divaghiamo. G.I. Joe – La nascita del Cobra, noto anche come il film che non deve essere andato male, visto che fanno un seguito, ma che qualcosa di sbagliato doveva avere, se dal trailer del seguito si capisce che hanno azzerato tutto, è la regia più recente di Stephen Sommers. Uno a cui volevo molto bene quando mi faceva parecchio ridere con i mostri dagli abissi e le mummie sceme. Poi, però, s’è fatto prendere un po’ troppo la mano dall’effettaccio al computer ed ecco che improvvisamente mi ritrovo davanti a mezz’ora di pupazzi di gomma totalmente privi di fisicità che si tirano le pizze annoiandomi a morte (sto parlando della mezz’ora finale di Van Helsing, film che comunque ha anche altri problemi, per carità). Ecco, in questo film qua c’è più o meno lo stesso problema, con effetti speciali a dire il vero anche piuttosto complessi e articolati, ma che di fondo hanno la resa visiva di due tizi con addosso la nanotuta degli exogini che rimbalzano in giro come due palle pazze che strumpallazzano.
Dai, sul serio, questa cosa non ha senso.

Tolta la questione degli effetti speciali plasticosi, che comunque, via, è compensata dalla Torre Eiffel, da Sienna Miller vestita da Bayonetta e in generale dal fatto che è un film stupidino e che punta molto sul recuperare la natura giocattolosa del tutto, cosa rimane? Rimane un film che non ha magari il coraggio di abbracciarla fino in fondo, la natura giocattolosa, e si sente costretto a nascondere i variopinti costumi originali dietro le tutine in nero, ma che a conti fatti non vuole essere e non è nulla più che una scemenza con dei pretesti a caso per mettere in mostra delle sagome di cartone uscite dagli anni ottanta e farle combattere fra di loro. È pieno di stronzate e di umorismo da quattro soldi, è un continuo bordello di botti, esplosioni, inseguimenti e sparatorie, ha i personaggi scemi con le maschere strane (e che quando non hanno le maschere strane se la giocano con cose tipo l’accento da scozzese ubriaco e sotto anfetamine di Christopher Eccleston) e, insomma, è esattamente quello che uno si può realisticamente aspettare dal film dei G.I. Joe. Poi, certo, uno può sperare che sia un film d’azione della madonna, che abbia degli effetti speciali meno di gomma o altre cose del genere, però ci vuole anche un po’ di sano realismo e magari pure la capacità di andare a vedere una roba del genere senza poi lamentarsi della trama.

Riesce anche a fare la faccia marziale!

Poi, alla fin fine, è tutta una questione di prospettiva e di opinioni. Certo, G.I. Joe è un filmetto del menga, al massimo una roba trash che scorre via placida in una serata in cui hai voglia di monnezza. Si tratta proprio del massimo che gli si può concedere, ma rimane comunque una monnezza sufficiente, nel campionato delle monnezze. Per dire, i Transformers di Michael Bay partono da premesse sostanzialmente identiche, ma fanno un’impressione (forse) migliore per la potenza degli effetti speciali. Ecco, diciamo che G.I. Joe è una versione visivamente meno massiccia, altrettanto scemotta, certo meno volgare, del primo Transformers. In compenso, però, il secondo Transformers mi ha annoiato al punto che per farmi uscire dall’Imax di Londra c’è voluta l’iniezione di adrenalina dritta nel petto, mentre tutto sommato con G.I. Joe mi sono pure fatto due risate. E, certo, non c’è Megan Fox, ma c’è comunque Sienna Miller vestita da Bayonetta. E la conclusione della parte a Parigi, con l’inseguimento sulla vetrata e poi il crollo di cui si diceva prima, non è affatto male. Oltretutto, via, gli effetti speciali, per quanto mediamente pupazzosi e poco credibili, hanno davvero un paio di momenti in cui si vedono cose notevoli. E alla fine ci sono Darth Maul e il Cattivo del western coreano che si menano e si affettano vestiti da ninja. Poteva andare peggio (Van Helsing), poteva andare meglio (Deep Rising e una mummia e mezzo), magari col seguito andrà meglio.

Sarà anche che se voglio guardare una scemenza trash mi viene naturale prendere in maggiore simpatia quella che non dura 150 minuti e non mi spacca i maroni con i toni epici al rallentatore.

Oggi esce Ghost Protocol

Correte tutti nelle sale, magari IMAX, perché oggi esce in Italia il nuovo Mission: Impossible ed è proprio bellino. Ho scritto qua quel che avevo da dire e nei giorni scorsi mi sono pure rivisto i primi tre film e ne ho scritto, qui, qui e qui, quindi non è che ci sia molto da aggiungere. Grazie.

E poi alla fine di Mission: Impossible – Protocollo fantasma succede che si vede SPOILER che sorride e io sono tutto SPOILER e che bello SPOILER.

Mission: Impossible III

Mission: Impossible III (USA, 2006)
di J.J. Abrams
con Tom Cruise, Michelle Monaghan, Philip Seymour Hoffman, Ving Rhames, Billy Crudup, Jonathan Rhys Meyers, Maggie Q, Simon Pegg, Laurence Fishburne, Keri Russell

Con Alias prossimo alla conclusione e Lost già lanciato verso il fenomeno assurdo che a conti fatti è stato, non stupisce che per il terzo episodio di una serie caratterizzata dalle radici televisive e dalla voglia di reinventarsi a ogni singolo episodio ci si sia rivolti a J.J. Abrams (certo, come terza scelta), nonostante il nostro fosse in sostanza un esordiente assoluto dietro alla macchina da presa (cinematografica). O magari proprio per quello e per la voglia, da parte di Tom Cruise, di non avere più fra le palle registi con la cui idea di cinema ritrovarsi a litigare tutto il tempo. Sia quel che sia, Abrams approccia in fondo la regia del suo Mission: Impossible più o meno allo stesso modo dei suoi predecessori, mettendo in campo tutto ciò che lui, magari anche solo a livello superficiale, era stato fino a quel momento, puntando su una struttura narrativa che lavora di flashback (e pure un flashforward), giocherellando con trovate che stanno bene giusto in uno show televisivo e riproponendo pure elementi a caso tratti dal suo passato (mi dicono che il personaggio di Simon Pegg esce dritto da Alias, che io non ho mai seguito. Non ho problemi a fidarmi).

Il risultato è un film che parte come un missile lanciato, con un prologo avanti nel tempo dalla potenza inaudita, che ti sbatte subito su un treno in corsa e ti molla lì appeso sul cliffhanger, agghiacciato, desideroso di scoprire cosa stia accadendo. Il problema, magari, è che il resto del film non mantiene fino in fondo quella bellissima promessa, anche se rimane comunque un carrozzone piuttosto divertente, con qualche bella invenzione e che ha solo il problema di un’identità molto meno forte e interessante rispetto ai due precedenti. Fra l’altro, rivisto oggi dopo il successivo che vi si riallaccia in termini di racconto, ne sembra un po’ la versione molto meno riuscita. Insomma, mi ha convinto meno di quanto fosse stato in grado di fare oltre cinque anni fa, quando me lo guardai al cinema subito prima di partire per il mio primo E3, ma anche oggi ha saputo divertirmi un sacco, stupirmi con alcuni suoi aspetti, gasarmi quando parte la solita musichetta di cui sono vittima totale.

Il prologo, si diceva, è pazzesco, e purtroppo poi il film torna sul pianeta Terra, ma riesce comunque ad essere un carosello divertente per il suo continuo tirarti in faccia scene d’azione assolutamente da Mission: Impossible (lontani i tempi in cui il secondo episodio aspettava un’ora prima di sparare i suoi botti), per il suo riuscire una volta tanto a giocare in maniera decente su colpi di scena e rivelazioni e anche per il provare a non perdersi per strada, pur approfondendolo meno, quel bel filone romantico avviato sei anni prima. Certo, sembra un po’ strano che Thandie Newton, dopo tutto quel bordello messo in piedi per salvarla, sia sparita nel nulla, ma tutto sommato è credibile che sei anni dopo un Ethan Hunt voglioso di starsene tranquillo a fare il maestro Jedi si sia innamorato del normale, semplice, adorabile sorriso di Michelle Monaghan. È una delizia, quel sorriso. Ne vorrei uno pure io da tenere qui sul comodino.

Ma, insomma, c’è tutto quel che ci deve essere, con una squadra ben assemblata (Jonathan Rhys Meyers è sempre un piacere, Ving Rhames che te lo dico a fare e Maggie Q va benissimo per il solo fatto di esserci, fra l’altro vestita da Ada Wong), dell’azione magari non diretta con chissà quale inventiva ma che funziona sempre in maniera pulita, spettacolare e perfettamente a tema, un’apprezzabile voglia di prendersi sul serio solo fino a un certo punto (We Are Family!). La parte in Vaticano è deliziosamente Mission Impossible (e Tom Cruise e Jonathan Rhys Meyers che fanno gli italiani gesticolando come se fossero usciti da una puntata di Family Guy sono terrificanti), la scena sul ponte è uno spettacolo non da poco, per tensione, sviluppi e realizzazione e l’assalto al palazzo di Shanghai è raccontato in maniera splendida, con l’inevitabile balzo spettacolare ma anche poi con una trovata di sceneggiatura che funziona benissimo. L’atmosfera cupa, crudele, sanguinaria, per quanto comunque all’acqua di rose, contribuisce alla tensione e si incarna perfettamente nel fantastico Philip Seymour Hoffman, mortalmente bravo anche nell’interpretare un personaggio mezzodimensionale, cattivo, bastardo, carismatico figlio di puttana come nessun altro in tutta la serie e nella maggior parte dei film d’azione moderni. Roba che ti viene quasi da pensare “Hans Gruber”. Buoni, ho detto quasi.

“Devo andare a una festa in Vaticano. Ho in mente il vestito perfetto.”

Poi, certo, alcuni dialoghi non si possono proprio sentire, il flashback con Tommaso che allena Keri Russell sembra uscito da una puntata brutta di Buffy (o, eventualmente, da una puntata brutta di Alias) e in generale rimane un film che, per quanto riuscito, lascia addosso davvero poco di memorabile. Ma è, appunto, riuscito, pur nel suo essere solo “un altro episodio”. È divertente, scorre via piacevolissimo, ha qualche bella trovata e un cast di contorno che funziona (compreso un delizioso Simon Pegg, che rivisto in lingua originale è ovviamente anni luce avanti all’inevitabilmente pallida edizione doppiata e che non a caso è stato confermato e promosso nel seguito) e ti prende adorabilmente per il culo dall’inizio alla fine con il MacGuffin del coniglio. Poteva andare molto, ma molto, ma molto peggio.

Fra l’altro, riguardandolo mi sono reso conto di questa cosa cui non avevo mai pensato: ogni volta Tommaso si cala in un edificio più alto. Prima Langley, poi quello della Biocyte, quindi il palazzo di Shanghai e poi, visto che nel frattempo l’avevano costruito, quello di Dubai. Significa che non vedremo un altro episodio della serie fino a che non ci sarà un palazzo ancora più alto?

Mission: Impossible II

Mission: Impossible II (USA, 2000)
di John Woo
con Tom Cruise, Dougray Scott, Thandie Newton, Ving Rhames, Richard Roxburgh, John Polson, Anthony Hopkins, Brendan Gleeson

Si diceva di Mission: Impossible come serie in cui il regista, pur dovendosi sucare le menate produttive e il divismo del suo protagonista, viene lasciato libero di sbroccare e farsi il suo bel giocattolone da firmare con lo stampino, pisciando sul rullo per dire “questo l’ho fatto io”. Ecco, Mission: Impossible II è esattamente quello, il film che ci si poteva attendere da John Woo nell’anno del signore 2000. Niente di più, tutto sommato, considerando che non va molto oltre il riproporre la sua solita storia di dualismo fra buono e cattivo due facce della stessa medaglia con donna di traverso, condita da rallenti come se non ci fosse un domani, primi piani a valanga e inevitabile dose di colombe. Ma anche niente di meno, cosa che lo rende certamente l’episodio più particolare, controverso, e magari anche meno amato della serie, ma proprio per questo gli regala una personalità molto forte, un romanticismo da tagliare con l’accetta e, in sostanza, il mio amore incondizionato. A riguardarlo oggi in Blu-ray tanto quanto lo vidi all’epoca all’Arcadia di Melzo e poi in quel cinemino di Dublino durante la vacanza estiva. Un bignamino, ma che bignamino!

Certo, la perplessità di chi non era preparato è comprensibile: stiamo parlando di un film d’azione in cui per un’ora secca non ci sono praticamente scene d’azione, ma solo primi piani insistiti, corteggiamenti al rallenti e un continuo, colossale montare di tensione emotiva, romantica, passionale. Sbrigate le – riuscitissime – pratiche dell’inizio col botto e dell’introduzione ganza per Ethan Hunt, si passa al dunque, e Woo mette subito in chiaro che qui a tenere in piedi la baracca sarà la romanzata. La faccenda è sostanzialmente una versione for dummies di Notorious, con Tommaso che si innamora di Thandie Newton ed è costretto poi ad accettare di mandarla a sedurre il lupo nella sua tana. Tutta la prima parte di film è giocata su questo, sulle tensioni romantiche, sulla rivalità a distanza – e in contumacia – fra Tom e il delizioso Dougray Scott, sul gioco di non detti, menzogne, segreti da scoprire. I torni sono esasperati, sottolineati dallo stile iper pacchiano di Woo, e certamente bisogna stare al gioco, ma lo spettacolo è divertentissimo, oltre che accompagnato da una colonna sonora perfettamente sposata alle immagini.

Insomma, per goderselo, è fondamentale accettarne le regole, cosa in cui comunque è anche facile farsi aiutare da una sceneggiatura piuttosto autoconsapevole, che scherza parecchio con se stessa e con i suoi attori (Dougray Scott che prende per i fondelli gli atteggiamenti di Tom Cruise e l’umorismo brit di Anthony Hopkins sono impagabili) e che ha la dose di umorismo e autoironia più alta fra i primi tre film della saga, superata solo dal recente quarto. Ma se si sta al gioco, M:I II è uno spettacolo incredibile. La prima ora mette in scena un accumulo di tensione pazzesco, che inizia a strabordare nel momento in cui si svelano tutti i doppi giochi (la faccia di Dougray Scott che rosica al rallentatore dopo aver avuto la conferma è esilarante) ed esplode fragorosa nella bellissima parte dell’assalto al palazzo. Il montaggio alternato fra l’azione dei buoni e il cattivo che illustra il prevedibile piano del suo rivale è fantastico e quando finalmente si arriva al primo confronto scatta una meravigliosa, emozionante sequenza, che mette Tom Cruise al centro dei balletti action di John Woo, in un tripudio di piroette e proiettili, e si chiude con quel saluto finale, ancora, romantico, esasperato, lancinante, e una promessa di ritorno. Insomma, un’ora e mezza di tensione sempre più alta, che si rilascia infine con quell’accompagnamento musicale fuori giri.

E parliamone, un attimo, di questo accompagnamento musicale. L’azione interpretata come un balletto non è certo una novità, anzi, è quel che l’ha reso famoso e ha finito con gli anni per diventare stereotipo insopportabile (un po’ tipo i bambini pallidi e corvini dell’horror giapponese). E anche la scena d’azione con la musica lirica che copre spari e botti non nasce certo in M:I II. Qui, però, Woo va oltre e realizza un film che è un intero balletto, uno spettacolo musicale, dall’inizio alla fine, in cui c’è un percorso che si apre sulle prime immagini e accompagna le azioni con un crescendo coreografato ininterrotto. Tutto quello che avviene sembra voler seguire un interminabile tappeto musicale e questo contribuisce a maggior ragione al senso di accumulo che esplode improvvisamente, vomitando fuori all’improvviso il minestrone di romanticismo, passione, autoironia (anche dopo aver detto la frase maschia e promesso amore eterno, Cruise fugge via facendo la capriola inutile solo perché è ganza). Aggiungiamo la voglia di sperimentare con una costruzione di alcune scene dalla matrice volutamente molto televisiva (penso alla bella parte ambientata all’ippodromo), quasi per riflettere sulle origini della saga, e, guarda un po’, c’è pure materia per sostenere che Woo non si limiti al compitino e provi invece a fare qualcosa di diverso dai suoi film precedenti, o perlomeno a portare a ulteriore evoluzione il suo stile.

Inoltre, chiaro, c’è il macello finale, un fantastico carosello di azione, maschere, spettacolo e caos. Tom Cruise che frega i cattivi con un colpo di teatro, fugge col malloppo, inforca gli occhiali scuri e salta in moto (fra le fiamme) sulle note dei Limp Bizkit per poi mettersi a sparare prendendo la mira nello specchietto retrovisore è di un badass che non ci si crede. E lo scontro finale rappresenta al meglio il carico di tensione, fastidio, rabbia e passione accumulati fino a quel momento: spettacolare, elegante, fighetto (e con Tommaso che si diverte a fare i calci volanti per lo più di persona), ma contemporaneamente violento, furioso, ruvido, rabbiosissimo. E pure con la capriola a colpi di pistola, inevitabile, immancabile, perché è quel che ci deve essere nel filmetto su commissione firmato da John Woo. Può non piacere, e capisco perfettamente i motivi per cui possa non piacere, ma Mission: Inpossible II è un film spettacolare, estremamente ben confezionato, diretto da un regista dalla tecnica e dalla padronanza del ritmo sopraffini. Mantiene alla perfezione tutte le promesse che ci si aspetta di veder mantenute da un’operazione del genere, messa in mano a John Woo, a quel John Woo di quel momento lì. Insomma, whatever.

Poi, intendiamoci, non vale un’unghia del miglior Woo e siamo tutti d’accordo. Ma del resto, il primo Mission: Impossible non sarà mica paragonabile al miglior De Palma, no? No. Purtroppo il successo mondiale di questo film John Woo l’ha usato per buttarsi in Windtalkers e caracollare quindi in Paycheck. Anche se, va detto, ha poi finito per tornarsene in Cina e tornare in gran forma.


Eppoi c’è Tom Crooze.

J. Edgar

J. Edgar (USA, 2011)
di Clint Eastwood
con Leonardo Di Caprio, Armie Hammer, Naomi Watts, Judi Dench

Dopo un trio di film particolarmente attenti all’emozione, alla romantica passione dei suoi eroi, come sono stati Gran Torino, Invictus e Hereafter, sorprende un po’ che il nuovo approccio di Clint Eastwood al “genere” biografico scelga la via del freddo distacco, così lontano da quel che si è abituati ad attendersi in questo tipo di film. Ma si tratta, in effetti, di un distacco soprattutto superficiale, e comunque figlio del personaggio raccontato. L’Hoover di Clint Eastwood – poco m’importa quanto sia aderente a quello reale – è un calcolatore che pone sopra a tutto la sopravvivenza propria, del potere accumulato, del suo status di uomo intoccabile che tutto può e a nessuno deve rendere conto, del Federal Bureau of Investigation costruito nel corso di decenni, resistendo indenne a otto presidenti, adottando gli stessi metodi delle malvagità contro cui lottava in nome di un presunto bene superiore. Tutto ciò che è la sua vita al di fuori di questo, e dell’amore totale per una madre che ne condiziona limiti e atteggiamenti in maniera irreversibile, viene soppresso, magari trattenuto a fatica, ma messo da parte in nome di ciò che più conta.

Lo sguardo di Eastwood è quello delle parole dello stesso Hoover, che racconta il suo passato travisando volontariamente i fatti per dare un’ultima botta di glamour alla sua vita, dipingendo un eroe che non è mai stato, ponendosi al centro di eventi osservati da lontano, “dimenticando” i veri uomini d’azione ai suoi comandi come Melvin Purvis, mai perdonato per essersi permesso di rubar la scena pubblica facendo fuori John Dillinger. E in questo sta la chiave di un film che scivola fra le pieghe di menzogne e parziali verità, mostrando anche quei momenti intimi che certo Hoover non avrebbe mai raccontato al suo biografo e dipingendo un personaggio estremamente solo, povero, ingabbiato nella necessità di mantenere una facciata lontana anni luce da quella dell’uomo insicuro e tentennante che emerge nei momenti di difficoltà. Proprio su questa interminabile pantomima si concentra J.Edgar, più che sull’uomo vero e proprio, dando forse l’impressione che Eastwood lo trovi un personaggio interessante, ne stimi la metodica devozione e i risultati, ma non riesca ad apprezzarlo come persona a tutto tondo (e viene anche difficile dargli torto).

J. Edgar è un film semplice, che non si propone di svelare grandi verità o raccontare un personaggio leggendario. Anzi, si fa piccolo piccolo attorno alle ridotte doti umane di un protagonista meschino, moralista fino all’eccesso anche (soprattutto?) contro chi in fondo ha le sue stesse presunte colpe, incapace di diventare essere umano pure in quelle rare occasioni in cui sembra volerci provare. Un calcolatore che organizza amori e amicizie come pedine nel grande schema della propria vita e del mantenimento di una facciata esteriore inattaccabile. Lento, malinconico, regolarissimo nel suo avanzare, Eastwood si risparmia le scene madri e mostra la sua grandezza, oltre che in una parte molto appassionante dedicata al rapimento Lindbergh, nei dettagli, nelle piccole cose. Nelle nevrosi di un protagonista dalla personalità remissiva e nel modo in cui si riflette attraverso gli occhi di chi lo circonda. Nell’insieme di piccoli momenti e gesti che percorrono l’intero film, oltre che negli inevitabili passaggi chiave della morte della madre e del confronto con l’amico/amore/collega di una vita Clyde Tolson. Ne viene fuori un ritratto malinconico e amaro, figlio anche dell’impressionante lavoro di Leonardo Di Caprio, splendido nella gestualità, nelle espressioni, nel dettare col ritmo delle sue parole la facilmente sgretolabile personalità tutta d’un pezzo del suo protagonista. Nonostante un makeup che lo fa sembrare John Voight (anche se francamente, dei tre, ho trovato davvero mal riuscito solo quello di Armie Hammer). Insomma, J. Edgar è un gran bel film, che ha forse il solo problema di non sforzarsi, di non inseguirti per ficcarti a forza in gola coinvolgimento emotivo e passione, limitandosi a srotolarti davanti placido, per i suoi cento e trentasei minuti, la storia di un uomo molto poco interessante, reso grande dall’effetto che la sua implacabile devozione riuscì a generare in tutto ciò che gli stava attorno.

Non comincio neanche a parlare di quanto poco senso possa avere e quanto poco rispettoso possa essere guardarsi un film come questo in versione doppiata. Fate quel che vi pare e fine.

Mission: Impossible

Mission: Impossible (USA, 1996)
di Brian De Palma
con Tom Cruise, Jon Voight, Emmanuelle Béart, Henry Czerny, Ving Rhames, Jean Reno

Una cosa che ho sempre apprezzato di quest’operazione del portare al cinema uno dei telefilm che più mi divertivano da bambino è stata la scelta di porsi in qualche modo a metà, non reinventando tutto da zero come se niente fosse mai accaduto, ma neanche realizzando proprio il nuovo episodio sul modello dei film di Star Trek o X-Files. Perché è vero che qui si parte da capo, reinventando il “marchio” secondo nuovi canoni che spostano l’obiettivo del carisma sull’atletico sgarzolino invece che sull’esperto manovratore, ma è vero anche che la storia si propone come continuazione diretta della serie, che chiude col passato raccontandoci il destino di Jim Phelps. Insomma, una roba tutta nuova, dalla propria personalità, che cambia tanti aspetti ma a modo suo riesce a dare soddisfazione anche al fan di vecchia data. Perlomeno a quello che non spacca i maroni sui cambiamenti e sul tradire lo spirito della serie. Tipo lo stesso Peter Graves, che all’epoca si rifiutò di riprendere il suo storico ruolo proprio perché non gli andava – si può ancora parlare di SPOILER dopo quasi vent’anni? – la svolta che vedeva protagonista il personaggio.

L’altro aspetto che mi rende simpatica questa serie, poi, è la scelta di approcciarla un po’ secondo il modello di Alien, altra discreta anomalia in un universo produttivo che al contrario sempre più prova a realizzare trilogie e saghe compatte, con episodi tutti uguali fra di loro anche quando cambia l’uomo dietro alla macchina da presa. Qui invece no: ogni Mission: Impossible, così come in passato ogni Alien, ha un diverso regista e una diversa anima, con personalità che cambiano da un episodio all’altro pur mantenendo la costante di Tom Cruise e della squadra di pochi uomini alle prese con l’impossibile (e ci mancherebbe) e qualche altro elemento.

Il primo episodio, che mi rendo conto ora di aver visto solo una volta, al cinema, in quel lontano 1996, prima di riguardarmelo la scorsa settimana, mette subito le cose in chiaro: con questa serie il regista – pur magari dovendo sopportare le paturnie e le religioni giocattolose di Tom Cruise – ha l’opportunità di divertirsi come un pirla, sparando a mille sulle sue fissazioni stilistiche e tirando fuori il giocattolone che più gli gira. E infatti il primo Mission: Impossible urla fortissimo “Brian De Palma” da ogni fotogramma, anche se magari è il Brian De Palma più banalotto e superficiale possibile. Fin dal primo istante è tutto un divertirsi a giocare con l’inquadratura nell’inquadratura, raccontando l’azione in prima persona attraverso le telecamere nascoste negli occhiali dei protagonisti, piuttosto che facendo indugiare la macchina da presa su assembramenti di schermi che mostrano quanto ripreso da altre due, tre, quattro cinque telecamere. Insomma, al di là dello schermo diviso, stranamente assente visto quanto bene si sarebbe prestato, tutto quel che ci si aspetta da un filmino luna park di De Palma c’è.

E in generale il film, sotto questo punto di vista, tiene piuttosto botta anche a tanti anni di distanza. L’avvio è delizioso e ti prende in contropiede facendo a fette una squadra popolata di attori sufficientemente famosi da stupirti nel momento in cui muoiono così in fretta. Certo, avrebbe funzionato meglio se del team avessero fatto parte un po’ di facce note della serie televisiva, e soprattutto quel momento in cui sono tutti lì che fanno i grandi amici e si vogliono bene sembra costruito solo in quell’ottica. Ma Martin Landau non aveva voglia di restarci secco dopo cinque minuti, e tutto sommato dagli torto. Al di là di questo, la sequenza a Langley è bella oggi come allora, immagini come la gomma da masticare sull’acquario funzionano sempre a meraviglia e l’elicottero che si tuffa nel Chunnel, nella sua completa assurdità, è ancora divertente. Va pure detto che è proprio affascinante guardare oggi un film d’azione di quasi vent’anni fa, oltretutto diretto da un regista le cui radici vano ben più indietro: il ritmo di regia e montaggio viene davvero da un’epoca diversa, in cui l’azione veniva mostrata in maniera ampia e chiara, un’inquadratura poteva durare oltre dieci secondi e il regista poteva prendersi i suoi tempi per infilarti nel mezzo del bordello. Chiaro, si tratta di una cosa anche molto figlia dello stile di De Palma, ma, per esempio, la differenza con l’ultimo Sherlock Holmes è pazzesca, soprattutto se consideriamo che quello di Guy Ritchie, oggi, viene da molti ritenuto un film barboso: la struttura del racconto non è molto diversa, ma la messa in scena è lontana millenni. Comunque, poco da dire, Mission: Impossible rimane un bel carrozzone stilizzato e divertente, anche affascinante per la sua “vecchiaia”. I problemi, o comunque gli elementi che mi impediscono di amarlo fino in fondo, stanno altrove.

Narra la leggenda che De Palma avesse sostanzialmente nella capoccia un paio di scene d’azione (in particolare quella del treno) e abbia detto agli sceneggiatori che non glie ne fregava nulla della storia e gli bastava che gli giustificassero in qualche modo quel che voleva fare. Ora, magari la leggenda esagera, ma francamente questa cosa si vede abbastanza, oggi come allora. Certo, è anche tanto un problema mio, che fatico a non farmi sempre respingere un po’ dalla freddezza dei film di Brian, anche di quelli più affascinanti, ma il punto è che qui mancano le viscere, manca il coinvolgimento emotivo, manca quel romanticismo di fondo così ben presente bene o male in tutti gli episodi successivi, che pure hanno magari altri limiti. In teoria ci sarebbe lo pseudo rapporto padre/figlio fra Jon Voight e Tom Cruise, ma all’atto pratico viene sfruttato poco e male. Il personaggio di Jim Phelps è esilissimo, vive solo di luce riflessa dal telefilm (e la luce è pure oscurata dal fatto che l’attore è diverso), e Ethan Hunt è nulla più che uno sgarzolino che passa tutto il tempo a fare il ganzo, sorridere a centoventotto denti e mostrare il bicipite. Nel mezzo c’è una storia tutta incentrata su presunti colpi di scena che non fregano nessuno (si vede benissimo, e giustamente, che la pistola sul ponte è “auto sparante”) e praticamente nient’altro. Azzarderei la parola “noia”, ma non voglio esagerare. Un vuoto spinto che non mi impedisce di stare piacevolmente seduto sull’ottovolante e godermi a fondo i momenti migliori, ma un po’ di gusto me lo strappa via per forza. Errore mio, immagino.

Leggo su Wikipedia che l’appena accennato triangolo amoroso, nelle intenzioni iniziali, sarebbe dovuto essere più cicciuto. Non so, magari avrebbe aiutato, magari no. Magari anche chissenefrega. Va bene così.