Archivi tag: Danny Huston

Wonder Woman

Wonder Woman è un film… strano, che si contraddice da solo mentre spinge costantemente in una direzione nell’altra, tirando fuori un pasticciotto che però, nell’inevitabile confronto con i precedenti film di ‘sto disastrato universo cinematografico DC, esce fuori a testa alta, facendo la figura del migliore di tutti. Arriva per primo nel campionato dei supereroi al femminile e prova a spingere sul tema del femminismo, della protagonista donna forte che sa cavarsela da sola, spacca tutto e non dà mai retta a ciò che la società patriarcale vorrebbe imporle. Allo stesso tempo, però, racconta di fondo la più stereotipata delle storielle disneyane, quelle che la stessa Disney ha ormai ripudiato, proponendo una principessa ingenua (se non proprio cretina), che fugge dalla gabbia di vetro in cui i genitori volevano proteggerla per inseguire desideri e destino ribelli, scoprendo di non sapere nulla del mondo, facendoselo spiegare dagli uomini che la circondano e innamorandosi letteralmente del primo che passa. E, ancora, trova una comicità azzeccatissima quando la butta sul ridere ma sprofonda nel ridicolo quando tenta di prendersi sul serio. Insegue tematiche universali e azzeccate, parlando di natura umana, libero arbitrio, scelte difficili e rimorsi, ma riduce tutto a una mitologia di partenza imbarazzante, raccontando poi di una Prima Guerra Mondiale in cui alleati a caso combattono i tedeschi cattivi, che comunque sono cattivi perché c’è il dio della guerra che li controlla. Insomma, è un pastrocchio che smitraglia a caso in tutte le direzioni ma, rispetto a chi è venuto prima, ha la fortuna di una scrittura più curata, strutturata e lineare, che non perde tempo con le meta-cazzate e gli permette di colpire più spesso il bersaglio.

Continua a leggere Wonder Woman

Annunci

Marie Antoinette


Marie Antoinette (Giappone/Francia/USA, 2006)
di Sofia Coppola
con Kirsten Dunst, Jason Schwartzman, Steve Coogan, Danny Huston, Marianne Faithfull, Jamie Dornan

Il più grande pregio di Marie Antoinette rappresenta forse anche il suo principale difetto. Il terzo film di una Sofia Coppola sempre più padrona dei propri mezzi e sempre meno aggrappata all’insopportabile didascalismo che caratterizzava la sua opera d’esordio racconta di una quattordicenne come tante, condannata a non essere come tante. Strappata dal suo ambiente naturale, infilata a forza in un contesto cui non sente di appartenere, vive un’adolescenza fatta di fastidiosi obblighi, superflui vizi e stupidini divertimenti. E alla lunga osservare la sua vita annoia, esattamente come annoierebbe osservare una ragazzina barcamenarsi fra monotoni pomeriggi davanti a MTV, frivoli party notturni e stucchevoli attese dell’alba in riva al mare.

Che il racconto riguardi un personaggio storico appare quasi incidentale, perché Sofia Coppola, pur contestualizzandolo più di quanto non sembri a uno sguardo superficiale, lo universalizza il più possibile. In maniera anche un po’ grossolana e fin troppo evidente, se vogliamo, con questa colonna sonora attuale, questi dettagli moderni infilati qua e là e questa sottolineata “consapevolezza”, fatta anche di un fugace sguardo verso la macchina da presa. Ma l’idea di fondo rimane quella già espressa anche ne Il giardino delle vergini suicide e Lost in Translation, quella spocchiosetta voglia di raccontare la bellissima e malinconica solitudine, intima compagna dell’essere donna, creatura meravigliosa, incomprensibile e inattaccabile da tutto ciò che la circonda (e che tende fatalmente a rivelarsi sempre inadeguato).

Se in Lost in Translation c’erano però anche la storia di una bella amicizia, l’irresistibile gigioneria di Bill Murray e il fascino di un’ambientazione talmente lontana e stuzzicante da tenere la scena per i fatti suoi, qui il racconto tende un po’ troppo a svanire nella nebbia. Una nebbia fatta di splendide immagini, dipinti curati nel minimo dettaglio e messi in scena con un’attenzione e un senso estetico impressionanti, che alla lunga lasciano però addosso un senso di vuoto. Vuoto che rispecchia forse l’esistenza di questa ragazzina strappata con violenza al suo vivere e impegnata a dare un significato alla sua adolescenza. Ma vuoto, anche, che colpisce lo spettatore con l’ammorbante assenza di un qualsiasi racconto, un qualsiasi personaggio, una qualsiasi “cosa” narrativamente interessante.

Birth – Io sono Sean


Birth (USA, 2004)
di
Jonathan Glazer
con
Nicole Kidman, Cameron Bright, Danny Huston, Lauren Bacall, Anne Heche, Peter Stormare

Quattro anni dopo l’apprezzato Sexy Beast, il videoclipparo Jonathan Glazer torna alla regia cinematografica con questo Birth, intrigante storia di ritorni dall’aldilà e conseguenti drammi esistenziali. Purtroppo, se il soggetto è senza dubbio affascinante, la sceneggiatura traballa parecchio, regalando più di una situazione oltre il limite del ridicolo e facendo molta fatica nel dare reale peso drammatico alle vicende.

A tenere in piedi la vicenda ci pensano la regia di Glazer – davvero bravo nel dipingere immagini estremamente evocative – e le splendide interpretazioni di Nicole Kidman e del piccolo Cameron Bright. Il film, però, è davvero troppo freddo e, sebbene si tratti probabilmente di una scelta consapevole, il risultato è che la storia fatica a decollare.

Se a questo aggiungiamo una risoluzione degli eventi davvero impacciata, un colpo di scena finale telefonato fin dai primi minuti della pellicola e un generale senso di incompiuto, il risultato finisce per deludere. Birth, insomma, è soprattutto un’occasione persa.