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Wonder Woman

Wonder Woman è un film… strano, che si contraddice da solo mentre spinge costantemente in una direzione nell’altra, tirando fuori un pasticciotto che però, nell’inevitabile confronto con i precedenti film di ‘sto disastrato universo cinematografico DC, esce fuori a testa alta, facendo la figura del migliore di tutti. Arriva per primo nel campionato dei supereroi al femminile e prova a spingere sul tema del femminismo, della protagonista donna forte che sa cavarsela da sola, spacca tutto e non dà mai retta a ciò che la società patriarcale vorrebbe imporle. Allo stesso tempo, però, racconta di fondo la più stereotipata delle storielle disneyane, quelle che la stessa Disney ha ormai ripudiato, proponendo una principessa ingenua (se non proprio cretina), che fugge dalla gabbia di vetro in cui i genitori volevano proteggerla per inseguire desideri e destino ribelli, scoprendo di non sapere nulla del mondo, facendoselo spiegare dagli uomini che la circondano e innamorandosi letteralmente del primo che passa. E, ancora, trova una comicità azzeccatissima quando la butta sul ridere ma sprofonda nel ridicolo quando tenta di prendersi sul serio. Insegue tematiche universali e azzeccate, parlando di natura umana, libero arbitrio, scelte difficili e rimorsi, ma riduce tutto a una mitologia di partenza imbarazzante, raccontando poi di una Prima Guerra Mondiale in cui alleati a caso combattono i tedeschi cattivi, che comunque sono cattivi perché c’è il dio della guerra che li controlla. Insomma, è un pastrocchio che smitraglia a caso in tutte le direzioni ma, rispetto a chi è venuto prima, ha la fortuna di una scrittura più curata, strutturata e lineare, che non perde tempo con le meta-cazzate e gli permette di colpire più spesso il bersaglio.

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X-Men le origini: Wolverine

X-Men Origins: Wolverine (USA, 2009)
di Gavin Hood
con Hugh Jackman, Liev Schreiber, Danny Huston

Un tempo ai giovani registi sconosciuti ma interessanti si affidavano gli Alien. Adesso invece si beccano i Wolverine. E ok, Gavin Hood non sarà Ridley Scott, James Cameron o David Fincher, tutto sommato neanche Jean-Pierre Jeunet, però, insomma, i tempi cambiano, e in peggio. Via. Che si stava meglio quando i treni arrivavano in orario, ma soprattutto quando nei titoli dei film non c’erano i due punti. Già mi danno fastidio nei titoli dei videogiochi, i due punti, ma nei film proprio non si sopportano. A quando James Howlett Chronicles: Mutant Power – Wolverine Origins *The Logan Factor*? Lara Croft, anche. Maledetto George Lucas e il suo doppio mento.

Che film è, ‘sto Wolverine? È un filmetto scemotto e stupidino, che quando fa lo scemotto e lo stupidino funziona a meraviglia. Funziona perché abbraccia la consapevolezza di stare raccontando assurdità e lo fa in maniera spensierata e coinvolgente, con risatine, battute simpatiche (occhio: l’ho visto in lingua originale), qualche combattimento sborone, attori abbastanza azzeccati. Sì, azzeccati. Mi è piaciuto anche Schreiber, e non me ne frega niente se Sabretooth dovrebbe essere grosso il doppio, perché allora pure Wolverine dovrebbe essere grosso la metà di Hugh Jackman.

I problemi saltan fuori quando scatta il melodramma, quando il film prova a prendersi sul serio, perché davvero non riesce a funzionare. Sarà la sceneggiatura che non gira? Sarà Gavin Hood che non è capace? Sarà quest’inseguire l’iconografia fumettara con le urla al cielo e le pose copiate dalle vignette storiche? Sarà quel che sarà, ma l’epica melodrammatica non funziona e ogni volta che emerge vien da storcere il naso, pure a me che di melodrammi me ne sorbisco a fiumi senza problemi. No no, Wolverine, il film, è molto meglio quando fa ridere.

Voglio dire, parliamo un po’ di Deadpool, facciamolo un po’ da nerd che conoscono i fumetti. Quanto è bello il Wade Wilson dei primi minuti? Quanto è perfetto, con quella sua parlantina, quel vomitare stronzate senza soluzione di continuità, quella salita in ascensore con gli altri che non riescono a trattenere le risatine? È lui, è proprio lui, ed è meraviglioso. Quasi commovente. Ecco, questo film, ahimè, non ce l’ha avuto il momento in cui mi sono ritrovato con gli occhi lucidi e la bocca spalancata a guardare i supereroi che saltellano. Non c’è proprio riuscito, a darmi quella commozione. Però il Wade dell’inizio, con le sue cazzate, c’è andato molto ma molto vicino.

Peccato solo che poi anche lui vada in vacca, quando scivola nella depressione, con quello sgorbio alla fine, pure simpatico da guardare che saltella, ma insomma, eddai, ma che spreco assurdo. E vogliamo parlare di Gambit? No, dico, vogliamo parlare di Gambit? Gambit! Uno che ok, ha smesso di essere interessante da anni, ma quanto figo era in quelle sue prime apparizioni? Quanto? Tanto! E poi rimane pur sempre quello che si è bombato Rogue, mica pizza e fichi! Ecco, il Gambit del film, anche se dura dieci minuti, poteva essere il motivo per pagare il prezzo del biglietto.

Poteva, ma non è, non ce la fa. Perché ha un briciolo, solo un bricioletto del fascino che dovrebbe avere. Ma un briciolo piccolo, che oltretutto, a naso, mi aspetto sia totalmente cancellato dal doppiaggio, con la perdita dell’accento. E fra l’altro è pure protagonista di uno fra i miglior nonsense del film, quando si teletrasporta da svenuto per terra a saltellante sul tetto. Nono, non si fa così, non mi si spreca così il Cajun, che cazzo.

Però alla fine mi sembra che ci si accanisca un po’ troppo su ‘sto Wolverine. È merda? No, non è merda. È merda se ti metti a fare lo scassamaroni che s’incazza perché in un film su Wolverine non si cita nemmeno il Giappone? Boh, probabilmente sì, e poi è sempre giusto incazzarsi quando c’è un’occasione per mostrare il Giappone e non viene sfruttata. Ma in fondo il Wolverine giapponese avrebbe bisogno di un film a parte, tutto suo.

Ma in ogni caso no, non è merda. È intrattenimento, ben confezionato, inferiore ad altre prove un po’ più autoriali nel suo genere, ma anni luce sopra a porcherie inguardabili stile Elektra. Davvero c’è bisogno di lamentarsene? Davvero qualcuno si aspettava qualcosa di più di una cacatina piena di piccole citazioni e strizzatine d’occhio per i fan? Sì, ok, sarebbe stato meglio se Hood fosse stato in grado di far funzionare le cose anche quando provava a commuovere. Ma via, in fondo il finale deprimente – certo, un filo telefonato per chi ha visto gli altri film – non è neanche male. Poteva andare peggio? Poteva andare peggio. Poteva andare meglio? Poteva andare meglio. Ci accontentiamo? Ci accontentiamo.

La proposta

The Proposition (USA, 2005)
di John Hillcoat
con Guy Pearce, Ray Winstone, Danny Huston, Emily Watson, John Hurt

La proposta racconta di uomini di legge che varcano il limite, fuorilegge che si barcamenano al di là e al di quà dello stesso, pazzi psicopatici che vivono in base alle loro, di leggi. Parla di onore, amore, rispetto, rabbia, follia, violenza. E, pur con tutti i limiti derivanti da una sceneggiatura un po’ troppo alla ricerca del personaggio a effetto e della trovata lirica da musicante, è un western intenso e vivo, coi suoi bei motivi d’interesse.

Per esempio La proposta affascina col suo illustrare la lurida vita nell’Outback australiano sul finire del diciannovesimo secolo, mostrando scenari che sembrano la versione brutta, sporca e disperata di quanto solitamente racconta il western americano. E a questa lercia atmosfera si adegua il film, che mette in scena corpi laceri e sfatti, persone distrutte da una terra crudele, uomini-bestie disposti a tutto per ottenere quello che vogliono.

Il film di John Hillcoat non si ferma ai falsi pudori e racconta i suoi personaggi immergendosi a piene mani nello sporco, nella merda, nel sangue che insozza la polvere australiana, mostrando cose che si fa fatica a osservare, ma dalle quali è difficile distogliere lo sguardo. Una storia intensa e dura, fatta di tragici errori e di implacabili conseguenze.

Bravissimi gli attori, bravo il regista, una pacca sulla spalla pure a Nick Cave che scrive sceneggiatura e (ovviamente) musiche. Ci son bei personaggi, dialoghi intensi e sentimenti forti, anche se si tende ogni tanto a uscire un po’ troppo dal seminato alla ricerca del poetismo e del personaggio dannato e fuori dagli schemi. Un po’ troppo per quelle che sono le mie corde, quantomeno. E poi John Hurt che fa il pazzerello sta diventando un po’ come Susan Sarandon che fa il monologo: basta.

30 giorni di buio

30 Days of Night (USA, 2007)
di David Slade
con Josh Hartnett, Melissa George, Danny Huston, Ben Foster

Barrow è una piccola cittadina situata nell’angolo più sperduto all’estremo nord dell’Alaska, ad almeno trecento miglia da qualsiasi cosa, e che ogni anno, in pieno inverno, si trova ad affrontare una notte lunga trenta giorni. Un giorno un gruppo di vampiri particolarmente incazzosi decide di recarsi in questa amena località per trascorrere un mesetto di vacanza dalla frenetica vita del succhiasangue moderno, pasteggiando in serenità senza doversi preoccupare di nascondersi dalla luce del sole. I cittadini di Barrow, condotti dallo sceriffo senza macchia e senza paura Eben Oleson, faranno di tutto per sopravvivere.

30 giorni di buio è un discretamente riuscito tentativo di portare sul grande schermo la splendida e più o meno omonima saga a fumetti creata da Steve Niles e Ben Templesmith. Il risultato della trasposizione è un horror dall’atmosfera sordida e cupa, che gioca tantissimo sul fascino dell’ambientazione e sulla furia animalesca dei cattivi di turno. Tutta la prima parte di film è particolarmente riuscita, con una bella atmosfera morbosa di “preparazione” e uno splendido primo assalto dei vampiri. Slade non si preoccupa di trattenere i sacchetti di plasma e i risultati convincono grazie al ritmo serrato e a una discreta cura per l’immagine.

Poi il film si adagia, perdendosi in sviluppi abbastanza ordinari e prevedibili. A mantenerlo in piedi ci pensano le buone interpretazioni (Danny Huston mette davvero i brividi) e un’intrigante ricerca stilistica. Le schizoidi tavole pittoriche di Ben Templesmith erano difficile da riprodurre in maniera realmente fedele, ma il look dei vampiri e in generale la composizione delle immagini sono davvero notevoli e riescono a dare al film una faccia fresca e di grande personalità. Certo, le sorprese terminano abbastanza in fretta e da un certo punto in poi diventa facile capire dove si stia andando a parare, ma il ritmo trascinante e la carica violenta con cui si sviluppano gli eventi rendono 30 giorni di buio gustoso fino alla fine.

Discorso a parte andrebbe fatto sulle scelte di adattamento: durante la visione il film mi sembrava incredibilmente fedele al ricordo che avevo del fumetto, cosa che testimonia la capacità di coglierne l’atmosfera e il fascino particolare (o il mio rincoglionimento, magari). Poi, però, il fumetto me lo sono riletto e bisogna anche dire che in un certo senso se ne è tradito uno degli aspetti più particolari e caratterizzanti. Nella storia di Steve Niles gli esseri umani sono pochissimo approfonditi e solo i due protagonisti hanno un abbozzo di passato da raccontare, mentre i vampiri sono personaggi a tutto tondo, dalla forte personalità, che si comportano come esseri umani, parlano inglese e si atteggiano da sbruffoni “tarantiniani”. La scelta di caratterizzare maggiormente le vittime e ripiegare su vampiri bestiali e stralunati che parlano una lingua tutta loro appare un po’ troppo facile e adagiata su piste battute mille volte. Poco coraggiosa, insomma, e dal retrogusto di occasione persa.

A margine – non ce la faccio proprio a evitarlo – mi devo lamentare dell’adattamento italiano. Non tanto di un doppiaggio che mi è parso decoroso, ma della scelta di usare come titolo 30 giorni di buio, piuttosto che il già utilizzato per il fumetto e a parer mio ben più elegante, particolare ed evocativo (oltre che fedele all’originale) 30 giorni di notte. Questo senza nemmeno citare il fatto che in realtà, nel film, fra luci artificiali, luna piena, riverbero del ghiaccio ed esigenze sceniche, i protagonisti al buio non ci stanno praticamente mai. Altro che trenta giorni.

Marie Antoinette


Marie Antoinette (Giappone/Francia/USA, 2006)
di Sofia Coppola
con Kirsten Dunst, Jason Schwartzman, Steve Coogan, Danny Huston, Marianne Faithfull, Jamie Dornan

Il più grande pregio di Marie Antoinette rappresenta forse anche il suo principale difetto. Il terzo film di una Sofia Coppola sempre più padrona dei propri mezzi e sempre meno aggrappata all’insopportabile didascalismo che caratterizzava la sua opera d’esordio racconta di una quattordicenne come tante, condannata a non essere come tante. Strappata dal suo ambiente naturale, infilata a forza in un contesto cui non sente di appartenere, vive un’adolescenza fatta di fastidiosi obblighi, superflui vizi e stupidini divertimenti. E alla lunga osservare la sua vita annoia, esattamente come annoierebbe osservare una ragazzina barcamenarsi fra monotoni pomeriggi davanti a MTV, frivoli party notturni e stucchevoli attese dell’alba in riva al mare.

Che il racconto riguardi un personaggio storico appare quasi incidentale, perché Sofia Coppola, pur contestualizzandolo più di quanto non sembri a uno sguardo superficiale, lo universalizza il più possibile. In maniera anche un po’ grossolana e fin troppo evidente, se vogliamo, con questa colonna sonora attuale, questi dettagli moderni infilati qua e là e questa sottolineata “consapevolezza”, fatta anche di un fugace sguardo verso la macchina da presa. Ma l’idea di fondo rimane quella già espressa anche ne Il giardino delle vergini suicide e Lost in Translation, quella spocchiosetta voglia di raccontare la bellissima e malinconica solitudine, intima compagna dell’essere donna, creatura meravigliosa, incomprensibile e inattaccabile da tutto ciò che la circonda (e che tende fatalmente a rivelarsi sempre inadeguato).

Se in Lost in Translation c’erano però anche la storia di una bella amicizia, l’irresistibile gigioneria di Bill Murray e il fascino di un’ambientazione talmente lontana e stuzzicante da tenere la scena per i fatti suoi, qui il racconto tende un po’ troppo a svanire nella nebbia. Una nebbia fatta di splendide immagini, dipinti curati nel minimo dettaglio e messi in scena con un’attenzione e un senso estetico impressionanti, che alla lunga lasciano però addosso un senso di vuoto. Vuoto che rispecchia forse l’esistenza di questa ragazzina strappata con violenza al suo vivere e impegnata a dare un significato alla sua adolescenza. Ma vuoto, anche, che colpisce lo spettatore con l’ammorbante assenza di un qualsiasi racconto, un qualsiasi personaggio, una qualsiasi “cosa” narrativamente interessante.

Birth – Io sono Sean


Birth (USA, 2004)
di
Jonathan Glazer
con
Nicole Kidman, Cameron Bright, Danny Huston, Lauren Bacall, Anne Heche, Peter Stormare

Quattro anni dopo l’apprezzato Sexy Beast, il videoclipparo Jonathan Glazer torna alla regia cinematografica con questo Birth, intrigante storia di ritorni dall’aldilà e conseguenti drammi esistenziali. Purtroppo, se il soggetto è senza dubbio affascinante, la sceneggiatura traballa parecchio, regalando più di una situazione oltre il limite del ridicolo e facendo molta fatica nel dare reale peso drammatico alle vicende.

A tenere in piedi la vicenda ci pensano la regia di Glazer – davvero bravo nel dipingere immagini estremamente evocative – e le splendide interpretazioni di Nicole Kidman e del piccolo Cameron Bright. Il film, però, è davvero troppo freddo e, sebbene si tratti probabilmente di una scelta consapevole, il risultato è che la storia fatica a decollare.

Se a questo aggiungiamo una risoluzione degli eventi davvero impacciata, un colpo di scena finale telefonato fin dai primi minuti della pellicola e un generale senso di incompiuto, il risultato finisce per deludere. Birth, insomma, è soprattutto un’occasione persa.