Amore e inganni

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Dopo aver costruito una carriera su film che sembravano adattamenti modernizzati di romanzi mai scritti da Jane Austen (o, comunque, mi davano quell’impressione, per quel che sono in grado di giudicare io, che in materia di Jane Austen ho letto un romanzo e visto qualche film), giustamente Whit Stillman si è dedicato a una breve storia epistolare che Austen ha scritto (forse) a vent’anni ma è stata poi pubblicata ampiamente postuma. Il risultato è un film pieno di situazioni e personaggi che paiono arrivare per direttissima dai precedenti film di Stillman ma si scrollano di dosso quel tono surreale, assurdo, fuori da ogni logica, grazie all’ambientazione di fine diciottesimo secolo. Ed è una delizia.

Lo stile arzigogolato e pomposetto con cui Whitman è solito esprimersi si adatta perfettamente al contesto e, anzi, trova forse nuova vitalità nel raccontare la storia di Lady Susan Vernon, vedova alla ricerca di mariti “adatti” a lei e alla sua unica figlia (quindi nobili e facoltosi, ma soprattutto facoltosi). La racconta, però, senza abbracciare il genere della commedia romantica che magari molti si aspettano da Jane Austen e senza puntare tutto sul lato sentimentale delle vicende, anzi. L’amore come inteso da Lady Vernon va piazzato tra virgolette, perché è tutto un mettere in piedi piani cinici e complessi per accasarsi comodamente e per sistemare una figlia cui, per altro, non sembra essere particolarmente affezionata. A dominare nel film è la commedia, sofisticata, crudele, adagiata su dialoghi ricamati in punta di fioretto, mirata a massacrare le convenzioni dell’epoca (e forse anche quelle moderne) e parlare di una donna forte, spietata e pronta a (relativamente) tutto per farsi strada e ottenere quello che vuole.

Tutto questo viene messo in scena con un approccio quasi da sit-com, in un film il cui racconto vero e proprio è onestamente esile e le vicende sono strutturate lungo una serie di scenette dai tempi comici perfetti. Gli attori sono tutti estremamente in parte, con menzione d’onore per un fantastico Tom Bennett nei panni del più cretino del reame. Kate Beckinsale, poi, è scatenata e si mangia il film, anche perché un ruolo così corposo quando mai se l’è trovato e quando mai se lo troverà di nuovo fra le mani? Whitman e i suoi collaboratori ci mettono del loro con una fotografia curatissima e un’attenzione particolare sui volti dei personaggi, quasi sempre contorti in pose di incredulo disgusto di fronte alle assurdità che escono dalle bocche delle persone con cui hanno a che fare.  E insomma, bello e divertente. Fra l’altro, sarà che dalle mie parti è uscito mesi fa e l’ho visto mentre mi stavo guardando Scream Queens, ma ci ho visto dei punti di contatto, soprattutto se vogliamo fare un parallelo fra i matrimoni e gli omicidi. Ma forse avevo bevuto.

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