Archivi tag: Patrick Wilson

The Founder

outcast-cover-blank-copy

La cosa buffa di The Founder è che, a seconda di come lo guardi, può fare tanto da condanna del suo personaggio principale quanto da attestato di stima lungo cento minuti. È un meschino arrivista, certo ammirevole per la pervicacia e l’abilità imprenditoriale, ma comunque fondamentalmente brutta persona che la butta in quel posto a due  fratelli che hanno l’unica colpa di non voler sfruttare in un certo modo quel che hanno creato? Oppure è una grande incarnazione del sogno americano, un uomo che si è fatto da solo e che ha saputo trasformare in impero ciò che due persone di scarse vedute non erano in grado di sfruttare appieno? Se lo chiedete a me, vince la prima interpretazione, con qualche concessione alla seconda, ma alla fin fine è tutta una questione di punti di vista.

Continua a leggere The Founder

The Conjuring – Il caso Enfield

The Conjuring – Il caso Enfield  è un seguito fotocopia, fatto a modino, con tutte le sue cose al posto giusto e che non ha proprio intenzione di differenziarsi dall’originale, se non nel minimo sindacale dato dalla maggior convinzione sul fronte degli effetti speciali, dalla tendenza a rifare tutto un po’ più grosso e da velatissimi ribaltamenti di ruoli. A tratti sembra veramente di guardare lo stesso film, solo col volume più alto: un prologo incentrato su un caso che avrà ripercussioni nella storia principale (nel primo film fu la bambola destinata a conquistarsi uno spin-off, qua si omaggia l’indagine più famosa dei coniugi Warren in quel di Amityville… ma si buttano comunque i semi per un altro spin-off); una casa infestata che si svela pian pianino; una certa attenzione nell’approfondire il lato umano delle vicende, tanto per le vittime quanto per gli investigatori dell’occulto; un taglio da horror vecchio stile come non se ne fanno (facevano?) più; un finale in cui la tensione cala le braghe in nome di spettacolo ed effetti speciali. Se quel che si cerca è un more of the same realizzato con un pizzico di gusto, insomma, bene così.

Continua a leggere The Conjuring – Il caso Enfield

Bone Tomahawk

È un po’ triste che un film come Bone Tomahawk, bello com’è e col cast che si ritrova, finisca per uscire negli USA giusto in qualche sala, confinato al regno delle produzioni indipendenti che vivono soprattutto di distribuzione digitale. In pratica, perlomeno se andiamo a vedere certi generi, il mercato cinematografico americano ha fatto il giro nella direzione opposta per diventare comunque simile a quello italiano, dove le cose più interessanti, se va bene, passano magari in TV e/o si accomodano in home video. Che è infatti quel che è accaduto a Bone Tomahawk. O forse non è triste ed è solo il segno dei tempi, una volta qui era tutta campagna e i cinema erano invasi dai cowboy come oggi lo sono dai supereroi, fra quarant’anni saremo pieni di gente in calzamaglia direct to video e chissà cosa ci sorbiremo sul grande schermo. Nel mentre, però, un po’ spiace non potersi gustare questo gran bell’esordio in sala. Ma insomma, sopravvivremo.

Continua a leggere Bone Tomahawk

Fargo – Stagione 2

Se devo trovare un difetto alla prima stagione di Fargo, mi metto a ravanare cercando il pelo nell’uovo e posso dire che impiega qualche puntata per scrollarsi di dosso l’eredità pesante del film dei Coen e spiccare definitivamente il volo, abbracciando una propria anima indipendente. Ecco, la seconda stagione parte che sta già a diecimila metri d’altezza e non si ferma mai, mai, mai. Nella testa di Noah Hawley esiste un grande libro dedicato alla storia del crimine nel Midwest e sta a Fargo, tanto il film quanto le varie stagioni del telefilm, il compito di raccontarne i vari capitoli. Con il secondo anno del suo show si affronta quel massacro di Sioux Falls cui accennavano i personaggi della prima stagione, ma soprattutto viene raccontata un’altra piccola storia di persone normali alle prese con la furia degli eventi rabbiosi che dominano il mondo fuori dal tranquillo focolare domestico. E ne viene fuori l’impresa incredibile, una stagione ancora più bella della prima, forte di un cast forse senza pari, di una scrittura strepitosa e di una cura per l’immagine senza senso. Insomma, una bomba atomica.

Continua a leggere Fargo – Stagione 2

Watchmen

Watchmen (USA, 2009)
di Zack Snyder
con Jackie Earl Haley, Patrick Wilson, Malin Akerman, Billy Crudup, Matthew Goode, Jeffrey Dean Morgan

I primi, boh, dieci o quindici minuti del Watchmen di Zack Snyder rappresentano una splendida dichiarazione d’intenti, che mostra fin da subito tutto quel che arriverà dopo. C’è la fedeltà al fumetto maniacale, riverente, se vogliamo anche un po’ pacchiana, fatta di inquadrature identiche, dialoghi ricalcati in copia carbone, gesti e sguardi. C’è la spettacolarizzazione di una morte, con un combattimento plastico, violento, vibrante, che in realtà nel fumetto non si vede nemmeno per sbaglio. C’è quello splendido collage dei titoli di testa, così pieno di tanti piccoli dettagli che funzionano per i fatti loro, ma assumono tutt’altro significato se hai letto il fumetto (o già visto il film). C’è la colonna sonora che spara fin da subito le cartucce pesanti, con un Bob Dylan da brividi. C’è tutta la poetica di Snyder, messa lì, fin da subito, che dice: “Oh, io l’ho fatto così, spero vi vada bene”. E a me va bene, via.

Poteva, il Watchmen cinematografico, rappresentare qualcosa della stessa portata di quanto fatto vent’anni fa da Alan Moore e Dave Gibbons? No che non poteva, per mille motivi, a cominciare dal fatto che il cinema di genere non ha certo bisogno dello sverginamento che serviva al fumetto di supereroi negli anni ottanta. Certo, magari mettendo Watchmen in mano a un Kubrick, a un regista geniale e poco interessato all’adattamento timoroso e fedele, ne sarebbe venuto fuori qualcosa di totalmente clamoroso e che, ovviamente, avrebbe fatto incazzare a morte i fan del fumetto. Ma tanto quelli si incazzano comunque, anche se non lo sanno. Anche se dicono che in fondo Snyder ha lavorato bene, loro sono incazzati lo stesso.

Epperò, bisogna dirlo, Snyder ha lavorato bene. Perché Watchmen alla fin fine è un bel film, che in qualche modo fa comunque compiere un ulteriore passo in avanti nel cammino fatto percorrere di recente da Iron Man e Il cavaliere oscuro a questa sottospecie di “genere” dei supereroi cinematografici. Un cammino in cui prova a scrollarsi di dosso l’adolescenza e ad ammantarsi di toni adulti, cercando un riconoscimento “alto” che non è neanche detto debba necessariamente spettargli.

Watchmen è un film di supereroi che non rinuncia totalmente alle convenzioni note, ma allo stesso tempo se ne distacca con sottolineata insistenza. Un film placido e maestoso, in cui i personaggi si perdono in conversazioni infinite e ogni tanto spezzano il ritmo tirando ceffoni al rallentatore. Un film estremamente bello da osservare, sviscerare in ogni sua inquadratura, non solo per chi ha voglia di fare il paragone allo stop motion, ma proprio per un’indiscutibile, violentissima carica visiva.

Un film che molti hanno trovato freddo, poco passionale, ma che al contrario a me di emozioni ne ha date molte. Non so bene cosa sia che mi fa entrare in sintonia con Snyder a film alterni, ma tanto guardando 300 non sono riuscito a farmi prendere neanche un attimo, quanto Watchmen mi ha accalappiato nelle budella, con questo suo modo viscerale e sboccato di riprodurre la malinconia, la disillusione, la profonda tristezza del racconto di Moore. E questo Watchmen è, ne sono sicuro, un’esperienza vibrante, potente, travolgente, tutta da gustarsi, specie poi sulla tovagliona dell’IMAX.

Ma il paragone con il fumetto? Il paragone con il fumetto mi è impossibile non tirarlo fuori, avendo ancora belli freschi in testa entrambi. Non è mai una roba che m’interessi più di tanto o che possa rovinarmi il film “a prescindere”, però certo è interessante notare le scelte fatte da Hayter, Snyder e Tse. L’impressione è che i tagli siano abbastanza accettabili e non vadano a danneggiare il film, anche se certo gli impediscono di vantare la stessa ricchezza e profondità dell’opera originale.

I vari piccoli personaggi di contorno, per esempio. Nel fumetto di Moore, pur non andando poi troppo oltre lo status di macchiette, donano all’affresco una vita incredibilmente più forte, ma nel film appaiono appena, stanno lì sullo sfondo, inutili ma non dannosi per chi non li conosce, semplici strizzatine d’occhio per i fan che “sanno”. Ma c’è altro, che è cambiato, e che un pochino il naso te lo fa storcere per forza.

C’è la morte di un personaggio minore, evento a dir poco fondamentale nella crescita di Nite Owl, che nel film è stata tagliata. C’è il didascalismo di inquadrarti Rorschach per bene mentre regge il cartello, apposta per farti capire che è lui. C’è la maniera indecente in cui il gufaccio, ancora lui, viene fatto partecipare, urlare, sfogare nel finale, banalizzando in maniera tremenda uno fra i momenti più intensi di Watchmen. Che alla fine, diciamocelo, sticazzi del polipone, la vera cosa fastidiosa del finale di Snyder è proprio quella, quell’urlo, quel paio di cazzotti, quel mezzo stupro di un momento in origine molto più raffinato e toccante.

C’è anche però una scelta impressionante degli attori, tutti mostruosamente in parte. Pure Ozymandias, che in foto faceva sicuramente schifo al cazzo, e che fra tutti è quello che meno ricorda il personaggio a fumetti, è interpretato in maniera molto azzeccata (occhio, l’ho visto in originale, non so come sia il doppiaggio). E Manhattan e Rorschach sono favolosi. E le due scene madri del rosso sono da brividi, nonostante il gufaccio.

Insomma, a conti fatti, visti anche certi scempi fatti in passato sulle creature di Alan Moore, mi sembra ingeneroso criticare un adattamento che sì, spettacolarizza, enfatizza ed esagera, ma allo stesso tempo in qualche modo prova a mantenersi rispettosamente fedele a uno spirito certo diluito e semplificato, ma sempre presente. Anche perché poi non ci ho trovato molto di fuori posto. Le poche scene d’azione mi sono stranamente piaciute (ben più che in 300) e in qualche modo il taglio crudo mi è parso estremamente adeguato.

Davvero è un problema se in un film in cui dei criminali vengono pestati come fabbri si vede qualche osso spezzato e un po’ di sangue (in parte, fra l’altro, preso di peso dal fumetto, senza dimenticare che nel finalone di sangue se ne vede molto meno rispetto alle vignette di Gibbons)? Davvero è un problema se i supereroi al cinema si permettono di scopare (e quella scena, suvvia, è volutamente esagerata, sopra le righe, buffa, anche se magari non proprio di buonissimo gusto)? E mica ci si sconvolgerà per l’uccellone circonciso del Doc Manhattan, no? No, dai.

Hard Candy

Hard Candy (USA, 2005)
di David Slade
con Patrick Wilson, Ellen Page

Un trentenne fotografo di successo e una quattordicenne maliziosa si conoscono in chat e decidono di incontrarsi. Lavorando di occhiatine e sorrisini, lei riesce a farsi invitare a casa e, nonostante la prudenza di lui, gli eventi sembrano viaggiare verso un bel processo per abuso sessuale di minori. Sembrano…

Ho scoperto questo film quasi per caso, indagando sul regista che si sta occupando di adattare per il grande schermo 30 giorni di notte, e ho trovato un gioiellino, magari non perfetto, ma davvero interessante. Il soggetto ricorda un po’ Audition, ma la messa in scena e gli sviluppi della storia non hanno nulla a che vedere col film di Takashi Miike.

Qui a tenere banco è soprattutto la notevole prova attoriale di Patrick Wilson ed Ellen Page, entrambi molto intensi e convincenti, anche se magari un filo sopra le righe in certi passaggi. Un confronto a due quasi interamente fatto di dialoghi e di immagini evocative, con una fotografia molto, molto bella e una regia che, quando non si fa prendere dall’effettaccio, tiene bene in mano il racconto.

Hard Candy è un film fatto di dubbi e caratterizzazioni sfumate, che rende difficile l’identificazione e mette in crisi nella ricerca di un personaggio per cui parteggiare. Estremamente teso nella parte centrale, si sfilaccia un po’ nell’ultima mezzora, forse perché viene troppo tirata per lunghe, forse per l’incosistenza della sottotrama sentimentale. Ma rimane comunque un’opera molto interessante, che mette in mostra una giovane attrice e un regista esordiente davvero promettenti.