Archivi categoria: Televisione

Stranger Things 3

È cosa abbastanza nota che Stranger Things sia nato come progetto “contenuto” e si sia deciso in corsa di cambiare alcuni aspetti chiave, un po’ per accompagnare la scelta di proseguire e un po’ per andare dietro a quel che funzionava. Eleven non poteva morire come da piano iniziale, perché senza Eleven non esiste Stranger Things, e Steve non poteva morire come da piano iniziale, perché il potenziale del personaggio s’era imbizzarrito e troppo ci si poteva fare. Incidentalmente o forse no, da lì sono nati alcuni fra i colpi da maestro della serie, a cominciare proprio dall’evoluzione di Steve, fra le cose migliori di seconda e terza stagione senza se e senza ma. E dall’essere andati avanti nasce inevitabilmente anche quello che è il tema principale del terzo anno, il modo in cui la vita cambia e ti cambia, la resistenza alle mutazioni – fisiche, spirituali, esistenziali, carnali, naturali, forzate – l’andare avanti sempre e comunque, perché altro non si può fare.

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The Good Place

The Good Place è l’ultima creatura di Mike Schur, uno che si è fatto le ossa al Saturday Night Live, ha lavorato su The Office e ha poi co-creato robetta come Parks & Recreations Brooklyn Nine-Nine. È una creatura ormai rarissima, una sit-com trasmessa (in America) su un network televisivo tradizionale abbracciata da critica e fan per la sua carica destrutturante e innovativa. È, forse, l’unica serie da TV pubblica americana di cui si parla veramente bene negli ultimi anni e, per carità, la risposta può sempre essere “OK, è innovativa perché fa cose che non si sono mai viste in una sit-com tradizionale, ma finisce lì”, ma sarebbe una risposta sterile. Lo sarebbe perché comunque è giusto apprezzare quello che è comunque uno sforzo ammirevole, ma soprattutto lo sarebbe perché, anche a prescindere da questi discorsi, The Good Place è una serie pazzesca.

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Le mie altre robe del 2018

E anche quest’anno concludiamo la tripletta di elenconi brutti sulla roba consumata (e appuntata e/o che non mi sono dimenticato) nel corso dell’anno precedente con il mischione di quel che resta. Il mischione include i libri, i fumetti e le robe varie viste in TV che non siano film, quindi serie TV, documentari, cortometraggi e pucchiaccherelle assortite. Ah, per le serie TV, non sono incluse quelle di cui ho iniziato a guardare una stagione nel 2018 senza arrivare a finirla. Come ieri e l’altro ieri, ho piazzato il link apposito per i casi in cui ne ho scritto da qualche parte. Come ieri e l’altro ieri, questo testo introduttivo è largamente copincollato da quello degli anni scorsi.

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Runaways – Stagione 1

Runaways nacque nel 2003 come serie a fumetti inserita nella linea Tsunami di Marvel Comics, ideata per provare ad accalappiare gli amanti dei manga attraverso uno stile grafico che ammiccava verso l’oriente. Di quella linea non si salvò moltissimo ma certamente la creatura di  Brian K. Vaughan e Adrian Alphona è fra quelle ricordate con più affetto, grazie alla freschezza, alle idee azzeccate, alla scrittura brillante e, insomma, a un po’ tutto ciò che caratterizza le opere dello scrittore americano. La premessa era semplice ma azzeccata: un fumetto Marvel ambientato a Los Angeles, quindi lontano da dove operano di solito i supereroi della casa delle idee, incentrato su delle figure adolescenti e su un’estremizzazione della classica storia di conflitto generazionale: sono assaliti dagli ormoni ma anche dalla scoperta di avere superpoteri o, comunque, caratteristiche fuori dal normale; l’inevitabile moto di ribellione nei confronti delle figure adulte viene “lievemente” acuito quando si rendono conto che i loro genitori sono supercriminali uniti in un culto omicida; vivono le classiche vicende da ragazzini, amorose e non, in questo contesto surreale. A seguito di un ciclo iniziale splendido, la serie si è via via persa ma si è comunque a lungo parlato di un possibile adattamento e l’anno scorso l’ha tirato fuori Hulu, con la versione italiana finalmente arrivata oggi su TIMVISION (e prevista per gennaio su Rai 4).

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The Cloverfield Paradox

Il primo Cloverfield si basava su un’idea magari non originalissima ma piuttosto azzeccata. Se da un lato non è che realizzare un found footage, nel 2008, fosse esattamente un trionfo di creatività, dall’altro l’idea del film di mostri giganti girato in quella maniera funzionava e garantì una certa dose di freschezza a un racconto per il resto piuttosto ordinario. Aggiungiamoci un Matt Reeves piuttosto in palla, un buon lavoro sugli effetti speciali e qualche trovata d’effetto e ne venne fuori un film più che riuscito, oltretutto accompagnato da una campagna marketing di gran successo, per lo più basata sul non spiegare nulla. Stupisce che ci siano voluti dieci anni per vedere un seguito, ma insomma, ci siamo poi arrivati con 10 Cloverfield Lane, che conservava il concept del “facciamo il film di mostri, ma diverso” per estremizzarlo fino al “facciamo il film non di mostri, che però forse è di mostri”. La cosa fu talmente estremizzata che si prese un film assolutamente non concepito per essere seguito di Cloverfield e lo si trasformò in tale con un paio di aggiunte e modifiche, giocandosi tutto il marketing sul “Comunque non ve lo diciamo se è davvero un seguito, magari non lo è”. Un thriller psicologico ambientato in un bunker perché forse là fuori c’è qualcosa divenne un thriller psicologico ambientato in un bunker che si trova al 10 di viale Cloverfield perché forse là fuori c’è qualcosa e (spoiler) sono mostri giganti che forse hanno a che fare con quelli di Cloverfield.

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Le mie altre robe del 2017

E anche quest’anno concludiamo la tripletta di elenconi brutti sulla roba consumata (e appuntata e/o che non mi sono dimenticato) nel corso dell’anno precedente con il mischione di quel che resta. Il mischione include i libri, i fumetti e le robe varie viste in TV che non siano film, quindi serie TV, documentari, cortometraggi e pucchiaccherelle assortite. Come ieri e l’altro ieri, ho piazzato il link apposito per i casi in cui ne ho scritto da qualche parte. Come ieri e l’altro ieri, questo testo introduttivo è largamente copincollato da quello degli anni scorsi.

Ah, di nuovo, come per i post di ieri e dell’altro ieri, a favore dei matti che ci tengono a leggere anche i miei pareri sparati a caso al volo, ci sono i link alle socialrobe in cui ho scribacchiato velocemente anche di cose per le quali non ho scritto post o articoli. Per quanto riguarda i libri, qua c’è il mio profilo su Anobii, ma soprattutto qui ci sono tutte le “due righe” che ho scritto sui libri letti. Sul fronte serie TV, invece, qui abbiamo il mio profilo su Traktqui il classificone di tutto quel che ho guardato nel 2017 e qui i vari commenti che ho scribacchiato (in inglese stentato, perché le regole del sito impongono l’utilizzo dell’inglese). E per i fumetti? Una sega.

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Riverdale – Stagione 1

Quella di Archie Andrews e relativa casa editrice Archie Comics è una storia che inizia quasi ottant’anni fa, con la nascita dell’allora MLJ Magazines, e prosegue imperterrita ancora oggi. Il rosso adolescente Archibald “Archie” Andrews fa il suo esordio a fine 1941 in Pep Comics e diventa uno fra i personaggi più longevi, seppur fra alti e bassi, della narrativa seriale americana, fiero portabandiera dei fumetti che non hanno bisogno di superpoteri e si limitano a raccontare storie di gente normale (fermo restando che l’editore ha negli anni sperimentato anche con supereroi e fantastico, ottenendo per esempio un successo notevole con la streghetta Sabrina). Dalle nostre parti, le avventure di Archie, Betty, Veronica, Jughead e amici assortiti non hanno forse mai catturato l’attenzione come nei migliori anni della loro vita a stelle e strisce, ma ho un ricordo abbastanza angosciato della trasmissione italiana di Zero in condotta (The New Archies), che, come ogni cosa accompagnata dalla voce di Cristina d’Avena, finivo per guardare anche se non me ne fregava poi molto. Agevolo contributo audiovisivo.

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Stranger Things 2

L’aspetto forse più interessante di Stranger Things 2, almeno per come la vedo io, sta nel fatto che ha offerto ai Duffer l’occasione di raccontare quel che nei film a cui si sono ispirati non abbiamo mai visto, per ovvi motivi. Cosa accade, dopo? Dopo il finale, dopo l’epilogo che chiude i fili narrativi, dopo che si è conclusa l’avventura, si è risolto l’evento traumatico, si è tornati alla vita di tutti i giorni, ma prima che esploda la nuova avventura raccontata nel secondo film, come si vive? Lo vediamo qui, soprattutto nelle prime puntate, che dilatano i tempi introduttivi del classico seguito proprio dando spazio al ritorno alla normalità, più riuscito per alcuni invece che per altri. E la risposta, per quegli alcuni, è che non si vive benissimo, e non solo perché l’avventura non si è del tutto conclusa e ci sono ancora (più) strane creature che gironzolano fra questo mondo e quell’altro. Il tratto più affascinante, per quanto certo limitato nell’approfondimento, di come vengono caratterizzati i protagonisti in questo secondo anno della serie  Netflix sta, se vogliamo, nello stress post traumatico che ti ritrovi addosso dopo essere sopravvissuto a un demogorgone del sottosopra.

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Mindhunter – Stagione 1

Fra tutti i pregi, i difetti, le caratteristiche forti, le peculiarità e i cliché di Mindhunter, ciò che più mi ha colpito nell’arco di tutte e dieci le puntate, spesso in maniera solo parzialmente conscia, altrettanto spesso con orecchio attento, è la colonna sonora. A volte era lì che mi schiaffeggiava potente, in altri casi si avvicinava di soppiatto e mi tirava la gamba del pantalone in maniera fastidiosa. Tutto ciò che è suono, in Mindhunter, è figlio di una cura spaventosa e veicolato – come del resto quasi ogni altro elemento della serie – a definire uno stato d’animo preciso. C’è il tema musicale, certo, che è l’aspetto più ovvio nel suo tornare sistematicamente in ogni momento chiave legato ai (serial) killer, con quei suoni acuti e subdoli, ma mai esagerati, che mirano a un’inquietudine e una tensione lente, di accumulo. C’è il grande studio sulle voci, sulle parlate, sul modo in cui ogni personaggio comunica il suo modo di essere, ma prima ancora il suo modo di apparire, attraverso il tono tramite cui si esprime. Senza contare il lavoro fenomenale di Cameron Britton nel riprodurre il vero serial killer Ed Kemper. E poi c’è il design dei suoni. Le catene, i registratori, i maledetti passi di Kemper, che punteggiano la sua presenza con quell’avanzare poderoso. Quei momenti splendidi in cui i racconti di fatti spaventosi vengono accompagnati dai rumori di ciò che accadeva, senza bisogno di usare le immagini.

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Suburra – Stagione 1

Esistono serie TV che partono subito a mille e tengono alto il livello dall’inizio alla fine. Sono piccoli miracoli che svettano là in cima, ai massimi livelli della produzione seriale. Ma sono casi rari. Più spesso ci sono alti e bassi, fra episodi pilota che sparano tutte le cartucce e rimangono senza nulla da dire poi, saliscendi vertiginosi e serie che crescono nel tempo, lentamente ma regolarmente. Queste ultime sono quelle che premiano la fiducia. La fiducia in questo o quell’elemento riuscito che hai colto nelle prime puntate e la voglia di vedere se gli aspetti positivi sapranno prendere il controllo della situazione. È il caso di Suburra, la cui prima puntata, diretta da Michele Placido come la seconda, va a un passo dal disastro ma si salva mostrando fin da subito quelli che saranno poi gli aspetti migliori e centrali della serie ispirata al film di Stefano Sollima, del quale la produzione Netflix è una sorta di prequel.

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