Archivi categoria: Televisione

Mindhunter – Stagione 1

Fra tutti i pregi, i difetti, le caratteristiche forti, le peculiarità e i cliché di Mindhunter, ciò che più mi ha colpito nell’arco di tutte e dieci le puntate, spesso in maniera solo parzialmente conscia, altrettanto spesso con orecchio attento, è la colonna sonora. A volte era lì che mi schiaffeggiava potente, in altri casi si avvicinava di soppiatto e mi tirava la gamba del pantalone in maniera fastidiosa. Tutto ciò che è suono, in Mindhunter, è figlio di una cura spaventosa e veicolato – come del resto quasi ogni altro elemento della serie – a definire uno stato d’animo preciso. C’è il tema musicale, certo, che è l’aspetto più ovvio nel suo tornare sistematicamente in ogni momento chiave legato ai (serial) killer, con quei suoni acuti e subdoli, ma mai esagerati, che mirano a un’inquietudine e una tensione lente, di accumulo. C’è il grande studio sulle voci, sulle parlate, sul modo in cui ogni personaggio comunica il suo modo di essere, ma prima ancora il suo modo di apparire, attraverso il tono tramite cui si esprime. Senza contare il lavoro fenomenale di Cameron Britton nel riprodurre il vero serial killer Ed Kemper. E poi c’è il design dei suoni. Le catene, i registratori, i maledetti passi di Kemper, che punteggiano la sua presenza con quell’avanzare poderoso. Quei momenti splendidi in cui i racconti di fatti spaventosi vengono accompagnati dai rumori di ciò che accadeva, senza bisogno di usare le immagini.

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Suburra – Stagione 1

Esistono serie TV che partono subito a mille e tengono alto il livello dall’inizio alla fine. Sono piccoli miracoli che svettano là in cima, ai massimi livelli della produzione seriale. Ma sono casi rari. Più spesso ci sono alti e bassi, fra episodi pilota che sparano tutte le cartucce e rimangono senza nulla da dire poi, saliscendi vertiginosi e serie che crescono nel tempo, lentamente ma regolarmente. Queste ultime sono quelle che premiano la fiducia. La fiducia in questo o quell’elemento riuscito che hai colto nelle prime puntate e la voglia di vedere se gli aspetti positivi sapranno prendere il controllo della situazione. È il caso di Suburra, la cui prima puntata, diretta da Michele Placido come la seconda, va a un passo dal disastro ma si salva mostrando fin da subito quelli che saranno poi gli aspetti migliori e centrali della serie ispirata al film di Stefano Sollima, del quale la produzione Netflix è una sorta di prequel.

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Big Mouth

C’è un momento, nella vita di ogni maschio eterosessuale, in cui tutto cambia più o meno dal giorno alla notte. Gli esseri di sesso femminile assumono le sembianze di tagli pregiati di carne da valutare per scopi sessuali (certo, a seconda di come sei fatto, puoi tenerne più o meno in considerazione e rispettarne personalità e sentimenti, ma comunque, carnazza). All’improvviso, tutto ciò che ricorda anche solo vagamente un buco risveglia istinti che non eri certo di possedere. Il mondo torna ad essere una scoperta continua, quotidiana. Se già non lo sapevi, ti rendi conto che anche le femmine fanno la pipì. Talvolta scorreggiano, perfino. Suppongo che accadano cose “accostabili” anche alle femmine eterosessuali e non ho la minima idea di come funzioni l’omosessualità. Non mi ci metto nemmeno, a parlarne. Tanto mi sembra che lo faccia benissimo Big Mouth, nuova serie animata Netflix ideata da Nick Kroll, Andrew Goldberg, Mark Levin e Jennifer Flackett. Ci si sono messi in quattro, addirittura.

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Il gioco di Gerald

Il gioco di Gerald si inserisce nel gruppone, ultimamente piuttosto nutrito, dei progetti fortemente voluti e inseguiti per anni e anni da un regista che ci teneva proprio guarda in una maniera che non ti dico. La leggenda narra che Mike Flanagan, fin dagli esordi, girasse per Hollywood con il libro di Stephen King sotto braccio, cercando in tutti i modi di convincere qualcuno a fargliene dirigere un adattamento. Mentre inseguiva il suo sogno, il caro Mike ha deciso di esordire svelandosi come nuovo grande talento dell’horror con Oculus, per poi firmare altri tre film tutti interessanti (fra cui questo e questo), tutti ben diretti, tutti con qualità innegabili, tutti largamente imperfetti e non all’altezza del suo esordio. Evidentemente, però, il credito accumulato fino a quel punto gli ha permesso di entrare nel sempre più popolato club dei registi a cui Netflix ha detto “Ma certo, caro, noi ci mettiamo i soldi, tu fai un po’ quello che vuoi.” E “Quello che vuoi” è diventato un adattamento piuttosto fedele nella sostanza, intelligente nel modo in cui reinterpreta determinati aspetti del libro, forse troppo fedele riguardo ad altri.

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Preacher

Poco più di una settimana fa, si è conclusa la seconda stagione di (quella bomba clamorosa di) Preacher, che ho trovato anche superiore a (quella bomba clamorosa che già era) la prima stagione di Preacher. C’è un aspetto in particolare ad avermi convinto, esaltato, fatto ridere come un scemo e fatto venire voglia di scriverne qua dentro per spingere chi fosse indeciso a darle una chance: Preacher ha dimostrato definitivamente di essere una serie che fa quello che le pare. In maniera proprio netta. Certo, aveva iniziato a farlo fin dall’inizio, nelle scelte di casting che scatenano il fastidio di chi ci tiene al pigmento e nella decisione di stravolgere tanto, tantissimo, in termini di adattamento della storia. Ma a far quello, ormai, son bravi tutti. No, il bello di Preacher e, ripeto, soprattutto della seconda stagione di Preacher, è che riesce a riproporre alla sua maniera, che è una maniera tutta nuova e personale, quello spirito deflagrante che di fondo costituiva l’anima più profonda del fumetto. Quello spirito di chi si sta divertendo come uno scemo, non ha rispetto per nessuno e fa, appunto, quello che le pare. Ed è una serie fantastica.

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Castlevania – Stagione 1

Più passano gli anni e più, in questo triste mondo dell’entertainment tarato su misura dei fan scassamaroni, si fa largo l’idea che nell’adattare un’opera conti solo ed esclusivamente un presunto “rispetto dell’originale”. È quel modo di pensare secondo cui avere un Uomo-Ragno fedele al personaggio dei fumetti sia più importante di avere un Uomo-Ragno protagonista di un bel film (non è una frecciata a Spider-Man: Homecoming, che non ho ancora visto ma pare essere delizioso). È, se lo chiedete a me, un modo di pensare cancerogeno, che fa solo danni, ed è, sempre se lo chiedete a me, l’unico modo in cui è possibile ritenere che il Castlevania di Netflix sia per il momento molto più che mediocre, nonostante un paio di elementi azzeccati e l’impressione che possa solo migliorare. E se non lo chiedete a me, beh, che ci fate qua?

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Agents of S.H.I.E.L.D. – Stagione 4

Con la quarta stagione, un Agents of S.H.I.E.L.D. rimasto tutto solo in zona Marvel/ABC (ma con in arrivo un Inhumans che, a giudicare dalla pezzenza mostrata nel trailer, sembra un revival degli speciali in cui Hulk incontrava Devil e Thor) e spostato in fascia oraria protetta, poteva sembrare prossimo all’oblio, messo in punizione nell’angolino in attesa della mannaia. E invece oggi siamo qui a festeggiarne la stagione fino ad oggi migliore, una serie di scelte piuttosto azzeccate e la conferma per un quinto anno dalle premesse ancora una volta intriganti, che sembra spostare l’azione nello spazio per andare tematicamente dietro a quel che accadrà nei prossimi film Marvel. E probabilmente, così come è accaduto in questa quarta stagione col misticismo di Ghost Rider parallelo a quello di Doctor Strange, potrebbe essere un tema affrontato solo nelle fasi iniziali, per poi passare ad altro, magari recuperando il formato a tre blocchi che tanto bene ha funzionato qui.

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Into the Badlands – Stagione 2

Conclusasi la seconda stagione, con una terza già confermata e la ormai solita formula AMC del numero di puntate che cresce da un anno all’altro ben avviata, viene da pensare che l’esperimento di Into the Badlands abbia funzionato, quantomeno in termini di pubblico. D’altra parte, se il catalogo statunitense di Netflix deve fare testo, le arti marziali sulla TV a stelle e strisce funzionano bene, quindi non è che ci sia troppo da stupirsi. E Into the Badlands, pur con tutti i suoi problemi, si inserisce bene in quella nicchia, cercando e trovando una sintesi abbastanza azzeccata fra diverse scuole di calci in faccia e occupando uno spazio che nelle serie TV non era particolarmente esplorato. C’è un immaginario da distopia fantasy e/o fantascientifica che non inventa molto e fa un bel mix casinista. C’è un tasso di violenza particolarmente alto, con ettolitri di sangue, arti mozzati, spade che – incredibile! – tagliano davvero la carne. E c’è un approccio al combattimento che strizza l’occhio all’oriente sul piano visivo, utilizza un po’ di cavi per far zompare la gente ma non esagera e butta sul piatto coreografie divertenti, spettacolari, visivamente molto curate.

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The Walking Dead – Stagione 7

La settima stagione di The Walking Dead, perlomeno fino a metà, ha funzionato come da tradizione: una prima puntata fenomenale e poi un discreto ammosciarsi sui suoi ritmi compassati e i suoi alti e bassi. La solita roba che rischia di ammazzarti le gonadi se la segui di settimana in settimana ma che tutto sommato, almeno se lo chiedete a me, ha un suo senso e un suo ritmo se ti spari la maratona. In questo caso, però, quasi alzo le mani e mi arrendo: la prima metà di stagione, pur avendo, lo ripeto alla faccia delle polemiche, una prima gran puntata e qualche bel momento, ha stancato abbastanza pure me, che ho bene o male sempre difeso la serie. Sarà che era veramente un po’ troppo tutto un preparare faccende senza avanzare in maniera concreta. Sarà che alla fin fine Negan, per quanto reso a meraviglia da un Jeffrey Dean Morgan alla prima occasione in carriera che gli permette di mostrare carisma senza tentare di sedurre casalinghe, m’è parso sottosfruttato. Sarà che quando ti giochi la morte pesante stagionale all’esordio poi diventa dura, e infatti il cadavere di metà stagione chi se lo incula, ma insomma, meh. Poi, però, è successo qualcosa.

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iZombie – Stagione 2

La prima stagione di iZombie era un gioiellino sorprendente e convincente oltre ogni più rosea aspettativa. Ispirata al bel fumetto di Chris Roberson e Mike Allred, la serie curata da Rob Thomas e Diane Ruggiero lo adattava in maniera eccellente, perlomeno secondo quelli che dovrebbero essere sempre i termini in cui si giudica un’operazione di quel tipo. Prendeva lo spunto iniziale e qualche personaggio, coglieva lo spirito più essenziale dell’opera originale, nella sua natura assolutamente pop, spigliata, giovanile, buffa, autoironica, e procedeva poi col farsi gli affari suoi. Via le divagazioni ultraterrene di vario tipo, presenti al massimo come simpatici omaggi, spazio a un racconto tutto incentrato sulla rilettura assurda e dissacrante del mito degli zombi, con l’idea della protagonista che “assimila” i ricordi di chi mangia a fare da perfetto punto di partenza per una struttura procedurale azzeccata e sempre varia, con tredici episodi divertentissimi e una narrazione orizzontale comunque presente e solida. Insomma,  una gran bella prima annata, dalla qualità costante e convincente come capita di rado.

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