Archivi categoria: Televisione

The Cloverfield Paradox

Il primo Cloverfield si basava su un’idea magari non originalissima ma piuttosto azzeccata. Se da un lato non è che realizzare un found footage, nel 2008, fosse esattamente un trionfo di creatività, dall’altro l’idea del film di mostri giganti girato in quella maniera funzionava e garantì una certa dose di freschezza a un racconto per il resto piuttosto ordinario. Aggiungiamoci un Matt Reeves piuttosto in palla, un buon lavoro sugli effetti speciali e qualche trovata d’effetto e ne venne fuori un film più che riuscito, oltretutto accompagnato da una campagna marketing di gran successo, per lo più basata sul non spiegare nulla. Stupisce che ci siano voluti dieci anni per vedere un seguito, ma insomma, ci siamo poi arrivati con 10 Cloverfield Lane, che conservava il concept del “facciamo il film di mostri, ma diverso” per estremizzarlo fino al “facciamo il film non di mostri, che però forse è di mostri”. La cosa fu talmente estremizzata che si prese un film assolutamente non concepito per essere seguito di Cloverfield e lo si trasformò in tale con un paio di aggiunte e modifiche, giocandosi tutto il marketing sul “Comunque non ve lo diciamo se è davvero un seguito, magari non lo è”. Un thriller psicologico ambientato in un bunker perché forse là fuori c’è qualcosa divenne un thriller psicologico ambientato in un bunker che si trova al 10 di viale Cloverfield perché forse là fuori c’è qualcosa e (spoiler) sono mostri giganti che forse hanno a che fare con quelli di Cloverfield.

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Le mie altre robe del 2017

E anche quest’anno concludiamo la tripletta di elenconi brutti sulla roba consumata (e appuntata e/o che non mi sono dimenticato) nel corso dell’anno precedente con il mischione di quel che resta. Il mischione include i libri, i fumetti e le robe varie viste in TV che non siano film, quindi serie TV, documentari, cortometraggi e pucchiaccherelle assortite. Come ieri e l’altro ieri, ho piazzato il link apposito per i casi in cui ne ho scritto da qualche parte. Come ieri e l’altro ieri, questo testo introduttivo è largamente copincollato da quello degli anni scorsi.

Ah, di nuovo, come per i post di ieri e dell’altro ieri, a favore dei matti che ci tengono a leggere anche i miei pareri sparati a caso al volo, ci sono i link alle socialrobe in cui ho scribacchiato velocemente anche di cose per le quali non ho scritto post o articoli. Per quanto riguarda i libri, qua c’è il mio profilo su Anobii, ma soprattutto qui ci sono tutte le “due righe” che ho scritto sui libri letti. Sul fronte serie TV, invece, qui abbiamo il mio profilo su Traktqui il classificone di tutto quel che ho guardato nel 2017 e qui i vari commenti che ho scribacchiato (in inglese stentato, perché le regole del sito impongono l’utilizzo dell’inglese). E per i fumetti? Una sega.

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Riverdale – Stagione 1

Quella di Archie Andrews e relativa casa editrice Archie Comics è una storia che inizia quasi ottant’anni fa, con la nascita dell’allora MLJ Magazines, e prosegue imperterrita ancora oggi. Il rosso adolescente Archibald “Archie” Andrews fa il suo esordio a fine 1941 in Pep Comics e diventa uno fra i personaggi più longevi, seppur fra alti e bassi, della narrativa seriale americana, fiero portabandiera dei fumetti che non hanno bisogno di superpoteri e si limitano a raccontare storie di gente normale (fermo restando che l’editore ha negli anni sperimentato anche con supereroi e fantastico, ottenendo per esempio un successo notevole con la streghetta Sabrina). Dalle nostre parti, le avventure di Archie, Betty, Veronica, Jughead e amici assortiti non hanno forse mai catturato l’attenzione come nei migliori anni della loro vita a stelle e strisce, ma ho un ricordo abbastanza angosciato della trasmissione italiana di Zero in condotta (The New Archies), che, come ogni cosa accompagnata dalla voce di Cristina d’Avena, finivo per guardare anche se non me ne fregava poi molto. Agevolo contributo audiovisivo.

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Stranger Things 2

L’aspetto forse più interessante di Stranger Things 2, almeno per come la vedo io, sta nel fatto che ha offerto ai Duffer l’occasione di raccontare quel che nei film a cui si sono ispirati non abbiamo mai visto, per ovvi motivi. Cosa accade, dopo? Dopo il finale, dopo l’epilogo che chiude i fili narrativi, dopo che si è conclusa l’avventura, si è risolto l’evento traumatico, si è tornati alla vita di tutti i giorni, ma prima che esploda la nuova avventura raccontata nel secondo film, come si vive? Lo vediamo qui, soprattutto nelle prime puntate, che dilatano i tempi introduttivi del classico seguito proprio dando spazio al ritorno alla normalità, più riuscito per alcuni invece che per altri. E la risposta, per quegli alcuni, è che non si vive benissimo, e non solo perché l’avventura non si è del tutto conclusa e ci sono ancora (più) strane creature che gironzolano fra questo mondo e quell’altro. Il tratto più affascinante, per quanto certo limitato nell’approfondimento, di come vengono caratterizzati i protagonisti in questo secondo anno della serie  Netflix sta, se vogliamo, nello stress post traumatico che ti ritrovi addosso dopo essere sopravvissuto a un demogorgone del sottosopra.

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Mindhunter – Stagione 1

Fra tutti i pregi, i difetti, le caratteristiche forti, le peculiarità e i cliché di Mindhunter, ciò che più mi ha colpito nell’arco di tutte e dieci le puntate, spesso in maniera solo parzialmente conscia, altrettanto spesso con orecchio attento, è la colonna sonora. A volte era lì che mi schiaffeggiava potente, in altri casi si avvicinava di soppiatto e mi tirava la gamba del pantalone in maniera fastidiosa. Tutto ciò che è suono, in Mindhunter, è figlio di una cura spaventosa e veicolato – come del resto quasi ogni altro elemento della serie – a definire uno stato d’animo preciso. C’è il tema musicale, certo, che è l’aspetto più ovvio nel suo tornare sistematicamente in ogni momento chiave legato ai (serial) killer, con quei suoni acuti e subdoli, ma mai esagerati, che mirano a un’inquietudine e una tensione lente, di accumulo. C’è il grande studio sulle voci, sulle parlate, sul modo in cui ogni personaggio comunica il suo modo di essere, ma prima ancora il suo modo di apparire, attraverso il tono tramite cui si esprime. Senza contare il lavoro fenomenale di Cameron Britton nel riprodurre il vero serial killer Ed Kemper. E poi c’è il design dei suoni. Le catene, i registratori, i maledetti passi di Kemper, che punteggiano la sua presenza con quell’avanzare poderoso. Quei momenti splendidi in cui i racconti di fatti spaventosi vengono accompagnati dai rumori di ciò che accadeva, senza bisogno di usare le immagini.

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Suburra – Stagione 1

Esistono serie TV che partono subito a mille e tengono alto il livello dall’inizio alla fine. Sono piccoli miracoli che svettano là in cima, ai massimi livelli della produzione seriale. Ma sono casi rari. Più spesso ci sono alti e bassi, fra episodi pilota che sparano tutte le cartucce e rimangono senza nulla da dire poi, saliscendi vertiginosi e serie che crescono nel tempo, lentamente ma regolarmente. Queste ultime sono quelle che premiano la fiducia. La fiducia in questo o quell’elemento riuscito che hai colto nelle prime puntate e la voglia di vedere se gli aspetti positivi sapranno prendere il controllo della situazione. È il caso di Suburra, la cui prima puntata, diretta da Michele Placido come la seconda, va a un passo dal disastro ma si salva mostrando fin da subito quelli che saranno poi gli aspetti migliori e centrali della serie ispirata al film di Stefano Sollima, del quale la produzione Netflix è una sorta di prequel.

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Big Mouth

C’è un momento, nella vita di ogni maschio eterosessuale, in cui tutto cambia più o meno dal giorno alla notte. Gli esseri di sesso femminile assumono le sembianze di tagli pregiati di carne da valutare per scopi sessuali (certo, a seconda di come sei fatto, puoi tenerne più o meno in considerazione e rispettarne personalità e sentimenti, ma comunque, carnazza). All’improvviso, tutto ciò che ricorda anche solo vagamente un buco risveglia istinti che non eri certo di possedere. Il mondo torna ad essere una scoperta continua, quotidiana. Se già non lo sapevi, ti rendi conto che anche le femmine fanno la pipì. Talvolta scorreggiano, perfino. Suppongo che accadano cose “accostabili” anche alle femmine eterosessuali e non ho la minima idea di come funzioni l’omosessualità. Non mi ci metto nemmeno, a parlarne. Tanto mi sembra che lo faccia benissimo Big Mouth, nuova serie animata Netflix ideata da Nick Kroll, Andrew Goldberg, Mark Levin e Jennifer Flackett. Ci si sono messi in quattro, addirittura.

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Il gioco di Gerald

Il gioco di Gerald si inserisce nel gruppone, ultimamente piuttosto nutrito, dei progetti fortemente voluti e inseguiti per anni e anni da un regista che ci teneva proprio guarda in una maniera che non ti dico. La leggenda narra che Mike Flanagan, fin dagli esordi, girasse per Hollywood con il libro di Stephen King sotto braccio, cercando in tutti i modi di convincere qualcuno a fargliene dirigere un adattamento. Mentre inseguiva il suo sogno, il caro Mike ha deciso di esordire svelandosi come nuovo grande talento dell’horror con Oculus, per poi firmare altri tre film tutti interessanti (fra cui questo e questo), tutti ben diretti, tutti con qualità innegabili, tutti largamente imperfetti e non all’altezza del suo esordio. Evidentemente, però, il credito accumulato fino a quel punto gli ha permesso di entrare nel sempre più popolato club dei registi a cui Netflix ha detto “Ma certo, caro, noi ci mettiamo i soldi, tu fai un po’ quello che vuoi.” E “Quello che vuoi” è diventato un adattamento piuttosto fedele nella sostanza, intelligente nel modo in cui reinterpreta determinati aspetti del libro, forse troppo fedele riguardo ad altri.

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Preacher

Poco più di una settimana fa, si è conclusa la seconda stagione di (quella bomba clamorosa di) Preacher, che ho trovato anche superiore a (quella bomba clamorosa che già era) la prima stagione di Preacher. C’è un aspetto in particolare ad avermi convinto, esaltato, fatto ridere come un scemo e fatto venire voglia di scriverne qua dentro per spingere chi fosse indeciso a darle una chance: Preacher ha dimostrato definitivamente di essere una serie che fa quello che le pare. In maniera proprio netta. Certo, aveva iniziato a farlo fin dall’inizio, nelle scelte di casting che scatenano il fastidio di chi ci tiene al pigmento e nella decisione di stravolgere tanto, tantissimo, in termini di adattamento della storia. Ma a far quello, ormai, son bravi tutti. No, il bello di Preacher e, ripeto, soprattutto della seconda stagione di Preacher, è che riesce a riproporre alla sua maniera, che è una maniera tutta nuova e personale, quello spirito deflagrante che di fondo costituiva l’anima più profonda del fumetto. Quello spirito di chi si sta divertendo come uno scemo, non ha rispetto per nessuno e fa, appunto, quello che le pare. Ed è una serie fantastica.

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Castlevania – Stagione 1

Più passano gli anni e più, in questo triste mondo dell’entertainment tarato su misura dei fan scassamaroni, si fa largo l’idea che nell’adattare un’opera conti solo ed esclusivamente un presunto “rispetto dell’originale”. È quel modo di pensare secondo cui avere un Uomo-Ragno fedele al personaggio dei fumetti sia più importante di avere un Uomo-Ragno protagonista di un bel film (non è una frecciata a Spider-Man: Homecoming, che non ho ancora visto ma pare essere delizioso). È, se lo chiedete a me, un modo di pensare cancerogeno, che fa solo danni, ed è, sempre se lo chiedete a me, l’unico modo in cui è possibile ritenere che il Castlevania di Netflix sia per il momento molto più che mediocre, nonostante un paio di elementi azzeccati e l’impressione che possa solo migliorare. E se non lo chiedete a me, beh, che ci fate qua?

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