Time paradox: quattro mesi dopo, arriva Looper

Tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana lontana (fra settembre e ottobre, per capirci), nel mondo è uscito Looper. Oggi, con calma, che fretta c’era, maledetta primavera, arriva pure in Italia. Nel frattempo, dopo il coro di osanna iniziale, si sono sentiti anche qualche “molto bello, eh, ma non ci allarghiamo” e perfino un paio di “mi ha fatto cacare”. Il che è positivo: magari si è un po’ abbassato il livello delle aspettative per chi ancora non l’ha visto. O magari no. Comunque, se non l’avete ancora recuperato per altre vie, ora sta al cinema. Ah, e le mie due righe al riguardo stanno scritte a questo indirizzo qua.

Joseph Gordon-Levitt, oltre ad essere truccato per assomigliare a Bruce Willis, ne imita l’espressività, le movenze, il modo di parlare e l’accento. Sarei curioso di sapere se hanno provato in qualche modo a conservare questa cosa nel doppiaggio italiano, facendoli parlare alla stessa maniera.

Flight


Flight (USA, 2012)
di Robert Zemeckis
con Denzel Washington

Una sera di parecchi anni fa, stavo zappando fra i canali di Sky e sono capitato su un film di Alfred Hitchcock. Non ricordo assolutamente di che film si trattasse, ma mi sembra di ricordare abbastanza chiaramente che non era uno dei suoi film “famosi”, quelli che conoscono tutti. O magari mi sbaglio. Si capisce, eh, che non sono un grande conoscitore di Hitchcock? Comunque, beccai, guardacaso, una scena in cui Alfredino mostrava un disastro aereo e, caspita, rimasi folgorato dal fatto che un’inquadratura in particolare era identica a un’inquadratura utilizzata tanti anni dopo da Robert Zemeckis nel mettere in scena il disastro aereo del suo Cast Away. Mi tornò quindi alla memoria il fatto che Zemeckis era solito infilare nei propri film il suo grande amore per Hitchcock, e del resto, su questa cosa, ci aveva praticamente costruito l’intero Le verità nascoste. O almeno così mi avevano assicurato. Beh, citazione o meno, quanto era bello e travolgente, il disastro aereo di Cast Away? Tanto. La scena più spettacolare di un film bellissimo anche per mille altri motivi. Che in effetti è un po’ quel che penso pure del disastro aereo di Flight: è una scena spettacolare di un film bellissimo anche per mille altri motivi. Una scena spettacolare che, in realtà, è molto diversa, per intenzioni, struttura e composizione, rispetto a quella di Cast Away. Ma è anche una fra le tante prove del fatto che, dodici anni dopo, con in mezzo tre esibizioni all’insegna del performance capture, Robert Zemeckis è ancora un gran regista.

Fun fact: sto scrivendo questo post in aereo. Appena ho completato il primo paragrafo, siamo finiti nel bel mezzo di una tempesta e il capitano ha annunciato che la cosa andrà avanti per quindici minuti. Il film l’ho visto due giorni fa e ce l’ho bello chiaro in mente, così come ho ben chiaro in mente il modo in cui, durante la scena del disastro aereo, me ne stavo lì col pugno stretto e la tensione a mille. Direi che a questo punto chiudo il file, spengo il computer e mi tocco violentemente le palle per quindici minuti.

Bene, sono ancora vivo, ho nello stomaco un intero maiale di Bodean’s, possiamo andare avanti. Quel disastro aereo non è l’unico pezzo di bravura di un film che può per esempio vantare anche la meravigliosa scena di dialogo a tre sulle scale, lo splendido incubo del minibar e la bella inquadratura finale, portata avanti il giusto per essere di perfetto impatto senza risultare patetica o stucchevole. Un po’ tutte le due ore e spiccioli di Flightrappresentano una gran dimostrazione di palle fumanti, non solo di chi sta dietro alla macchina da presa, ma anche e soprattutto di chi ci si è messo davanti. Denzel Washington è spaventoso, in un’interpretazione mostruosamente umana, semplice, dolorosamente viva, che ritrae un uomo afflitto da pesanti dipendenze senza abbandonarsi al melodramma e alle esagerazioni. E non è neanche solo, circondato di gente che prova a rubargli la scena, con in testa John Goodman e James Badge Dale, fenomenale in quella fantastica conversazione “ospedaliera”, e via via tutti gli altri, compresa l’ottima Kelly Reilly. Ma non sta in fondo neanche tutto qui, nella bravura di chi ci ha lavorato, il fascino del film.

Flight racconta la storia di un disastro umano, prima che aereo. Mette brutalmente e crudelmente in scena la vita di un alcolista e cocainomane, un uomo sorprendentemente normale, abbattuto, dalla vita deragliata in preda alle sue dipendenze e che, paradossalmente o forse no, solo quando abbraccia le proprie debolezze dà il meglio. Sarebbe riuscito, Whip Whitaker, a salvare quasi cento persone, se non fosse stato preda della folle lucidità che solo un doposbronza e due sniffate riescono a dargli? Probabilmente no. Whip è un eroe, ma allo stesso tempo è un uomo a pezzi, distrutto da quegli stessi vizi che lo tengono in piedi, incapace di rimanere fedele alle proprie decisioni quando il gioco si fa duro, in sostanza un perdente. Uno che trascorre tutto il film reagendo, da persona normale, a un evento straordinario, provando a trarne motivazione per dare una svolta alla propria vita e, poi, mancando della forza necessaria per riuscirci. Uno che prova a combattere la sua debolezza e poi, quando cede e abbraccia nuovamente quel che stava provando a sconfiggere, scopre che solo così facendo riesce a dare il suo meglio.

Flight racconta di una persona che, nel salvare quasi cento vite, ha brutalizzato la legge, “tradito la fiducia del pubblico”, commesso un reato. E che per questo motivo si ritrova ad essere tanto eroe quanto criminale, a rischiare tutto in una situazione capace di portarlo a mettersi e rimettersi completamente in gioco. E infine Flight decide di prendere una posizione. Una posizione del tutto coerente con il modo in cui fino a quel punto è stato dipinto un personaggio in costante lotta con se stesso e con la propria natura, che di fronte a una scelta eccessiva non ce la fa più e chiede aiuto con una battuta infilata in maniera perfetta, che costretto a cambiare dagli eventi, riesce in ciò che con le sue forze non sarebbe mai stato in grado di fare. Può dar fastidio, che Whip Whitaker alla fine completi il proprio viaggio, si può pensare che sarebbe stato più ganzo chiudere su quella battuta lì, ma di sicuro non si tratta di uno sviluppo poco coerente. E forse può dar fastidio anche che il fatto di aver salvato tutte quelle persone non basti, da solo, a cancellare ogni colpa. Ma qua si apre tutto un altro pentolone, e non vorrei deragliare.

“E quest’anno il terzo Oscar non me lo leva nessun… eh? … God help me.”

Quanti significati può avere, il titolo del nuovo gran bel film di Robert Zemeckis? C’è il riferimento all’aereo di linea, certo. C’è il volare inebriati dagli effetti delle sostanze in cui Whip Whitaker si immerge. C’è la fuga abbastanza letterale verso la campagna, per nascondersi dalla città, dalla stampa, dalle attenzioni e dai crimini commessi. E c’è la fuga da se stessi, dalle colpe, dalle responsabilità, da quel tentativo a più riprese fallito di riappropriarsi della propria vita. C’è quell’ultimo volo spiccato, credendo di aver ritrovato il proprio splendore, per affrontare il processo decisivo. E c’è forse anche un placido decollo conclusivo, da uomo in grado di riabbracciare il proprio figlio. Non sarà sul Cessna del babbo, ma forse vale di più.

E alla fine sono riuscito a non fermare il blog durante la trasferta londinese, pensa te. Magari si ferma adesso. Comunque ancora non sto molto bene. Mah. Ah, Lingua originale, Denzel, su.

Django Unchained

Django Unchained (USA, 2012)
di Quentin Tarantino
con Jamie Foxx, Christoph Waltz, Leonardo Di Caprio, Samuel L. Jackson, Kerry Washington

Mi rendo conto che a molti questa cosa potrà sembrare bizzarra, se non assurda, ma mentre guardavo Django Unchained, in particolare durante la prima parte, quella del viaggio di Django e Schultz, mi sono ritrovato a pensare di star guardando un film di una dolcezza e un romanticismo infiniti. Il rapporto fra i due protagonisti, la caratterizzazione stessa che hanno presi per i fatti loro, il modo in cui la loro amicizia si evolve nel tempo, il disperato percorso narrativo di Django, il racconto della leggenda di Brunhilde davanti al fuoco, il tono spensierato e cazzone con cui tutto viene raccontato… è tutto delizioso, per l’appunto dolce, romantico, e lo è nonostante il contesto sia quello di una scemenza esageratissima, piena di risate sincere, dai toni completamente sopra le righe, in cui ogni morte è accompagnata da una capriola, una piroetta e un getto di sangue che neanche quando il western l’aveva fatto Sam Raimi.

Mano a mano che il viaggio dei due improbabili eroi proseguiva, il sottotesto che parlava al piccolo Andrea Maderna si spostava assieme a loro. E improvvisamente, tutta quella dolcezza e quel romanticismo si sono messi lì in disparte, pur sempre pronti a farsi vedere in uno sguardo, in una mano poggiata su una pistola, in un sopracciglio alzato della bella interpretazione, pacata e dimessa, di Jamie Foxx. Ma ecco che saltava fuori un senso di disgusto fortissimo per il razzismo, lo schiavismo, le brutture dell’umanità. Django Unchained mi diventava un film capace di farmi venire la pelle d’oca di fronte anche alla sua idea più grezza e divertente. Uno spirito fortissimo e che in realtà era già presente in tante piccole cose precedenti – per esempio nel modo in cui Django improvvisamente, per la prima volta, trova la forza stupefatta di guardare Schultz dritto negli occhi quando questi gli propone, pazzesco, di stringere un accordo – ma che esplode all’improvviso quando si entra in casa accolti da quella cameriera tutta sorridente, vestita come una bambola, che ci parla in francese. E il piccolo Andrea era lì che ridacchiava e allo stesso tempo sentiva la pelle arrotolarglisi lungo le braccia, infastidito fin nelle budella per quel che Tarantino gli stava raccontando e che, per quanto fittizio, stupidino, voglioso di farti ridere e circondarti di gente che muore sparata piroettando e spruzzando sangue, mostrava ciò di cui siamo e siamo stati capaci.

O forse la forza del romanticismo, della dolcezza, del mostrare crudeltà e razzismo e di tante altre belle cose di questo film sta proprio nella sua natura schizofrenica. Nel modo meraviglioso e perfetto con cui mescola tensione, dramma, comicità surreale, demenzialità sfrenata, violenza brutale e violenza cartoonesca, gusto per l’omaggio e per la citazione infilati di forza nei suoi momenti più seri. È una potenza che non necessariamente funziona, con cui si deve essere in sintonia, perché non è scontato che si riesca a farsi rapire dalla tensione drammatica o dal romanticismo quando questi sono circondati da risate e minchiate, ma se funziona – e con me, caspita, se ha funzionato – è una meraviglia. E qui gli equilibri sono perfetti, o almeno lo sono parsi a me. E questo è il mio blog, il pallone è mio e comando io, quindi qui, Django Unchained è uno splendido, splendido film, di una bellezza che mi ha ammaliato come Tarantino non faceva da dieci anni almeno.

Uno splendido film in cui quasi tre ore volano via in un soffio e no, non c’è un singolo momento troppo lungo, dilatato, con problemi di gestione dei tempi. No no, funziona tutto alla perfezione, ogni dialogo sta al posto giusto, la scena degli incappucciati è perfetta e, cacchio, una volta tanto, non ho nemmeno avuto l’impressione che la passione per la chiacchiera di Tarantino rischiasse di danneggiare il racconto: ogni aneddoto, ogni battuta, ogni stronzata… era tutto perfetto, era tutto al suo posto. Django Unchained è uno splendido film che a livello superficiale può sembrare ricalcato su Bastardi senza gloria, ma in realtà se ne distacca tantissimo per tono, atmosfera, sviluppo, e anche le similitudini più forti (Christoph Waltz, la cena/taverna) sono tali solo in superficie. Tanto più che di Bastardi non ha forse quello splendore visivo nella costruzione di alcune scene semplicemente stordenti, come l’avvio o lo strudel, perché qui, di fondo, Tarantino fa un sacco di caciara e si perde dietro al suo omaggiare, citare, spolverare. Ma lo fa con gusto, criterio, eleganza, senza spaccare i maroni. Perlomeno senza spaccarli a me. E tira fuori uno splendido, splendido film, divertente, appassionante, comunque bellissimo da osservare, delizioso nelle sue centomila citazioni, con uno stellare lavoro sul linguaggio e una serie di attori che recitano tutti fuori dalla grazia di Dio. Ma quello è il meno: son bravi tutti, con Tarantino.

Come di consueto, l’ho visto in lingua originale, al cinema qua a Monaco. Devo dire che, per essere un film di Quentin Tarantino con Samuel L. Jackson che sbraita e pure con gli accentacci vintage del sudest, l’ho trovato sorprendentemente limpido e comprensibile. O magari è solo perché arrivavo dal disastro di dover stare dietro ai vecchi biascicanti di Lincoln.

Un post facile da lunedì mattina

Qualche tempo fa, Diegozilla ha pubblicato questo post, in cui faceva una delle sue solite chiacchiere sui limiti e i problemi di cui la nostra amata Italia è intrisa, che gli danno tanto fastidio e gli fanno venire voglia di emigrare. Cose che capitano. In quel post, mostrava il delizioso video di Dumb Ways to Die, pubblicità progresso australiana dallo stile e dagli intenti un tantino lontani da come quelle stesse cose si fanno di solito in Italia. Agevolo per comodità.

Ieri, un gentile lettore che risponde al nome di grievaris mi ha segnalato quanto segue, vale a dire un video che riproduce quel video “ambientandolo” nel mondo della serie TV di The Walking Dead. E che è davvero simpatico.

Già che parliamo di segnalazioni, poi, Surgo mi ha segnalato le due cose che seguono. La prima:

Un primo trailer del nuovo film di Stephen Chow, rinomato attore e regista di gioielli come Shaolin Soccer e Kung Fu Hustle (da noi noto come Kung Fusion), fermo dal 2008, che torna in campo (da co-regista) con una roba di cui non si capisce assolutamente nulla, se non che a quanto pare è ispirata alla solita leggenda cinese a cui si sono ispirati, per dire, Dragon Ball ed Enslaved: Odyssey to the West.

L’altra cosa che mi ha segnalato Surgo è questa:

Una corposa chiacchierata con sei registi: Gus Van Sant, Quentin Tarantino, Ang Lee, Tom Hooper, Ben Affleck e David O. Russell. È lunga un’ora, ma merita. Ce ne sono poi altre con attrici, attori, sceneggiatori, produttori e via dicendo.

Lo sapete che Stephen si legge “stiven”? Con la v. Io l’ho scoperto l’anno scorso. Ci sono rimasto un po’ male, devo ammetterlo. Pensa te. Avevo sempre detto “stifen ching”.

Gemelli siamesi al cinema

Sembra definitivamente tornata l’era della Hollywood che fa i film a coppie. Oddio, magari qualcuno mi dirà che non era mai andata via, e può essere, ma ultimamente, dai, la cosa tende a spiccare. Dei bei tempi, ricordo con particolare affetto Volcano e Dante’s Inferno, Armageddon e Deep Impact, Wyatt Earp e TombstoneRobin Hood con l’accento del New England e Robin Hood con quell’attore che ho già visto ma non mi ricordo come si chiama. Di recente mi saltano in mente Biancaneve quello con Julia Roberts e Biancaneve quello con quella che ha messo le corna al vampiro, ma anche Immortali e La furia dei titani. Mentre scrivevo mi sono ricordato di quel momento in cui uscirono Capote e Infamous. Qualche tempo fa abbiamo visto uscire praticamente in contemporanea i trailer di Oblivion e After Earth. Adesso abbiamo Gerard Butler che difende il presidente dal terrorista cattivo forse coreano e Channing Tatum che difende il presidente da non so chi. Se non mi perdo pezzi, c’è un trailer solo per il primo, quello con Leonida.

Quale sarà il più guardabile? Io punto su Gerard Butler, fosse anche solo perché mi fa piacere rivederlo finalmente in un film in cui fa la faccia brutta e non ci sono Jennifer Aniston, Katherin Heigl o simili. Ma in effetti anche perché Antoine Fuqua.

Da domani a mercoledì sono a Londra per lavoro. Non escludo il blog si fermi, anche perché sono ancora debilitato dal malessere che mi ha colpito questa settimana. Magari mi sto trasformando in uno zombi! 

The Tyson Report

Circa un anno fa, ho segnalato qua sul blog un episodio di The B.S. Report, podcast curato da Bill Simmons, giornalista sportivo divertentissimo, fra i miei preferiti da leggere e, oltretutto autore di un libro che ho adorato (e di cui ho scribacchiato qua). In quell’episodio c’era ospite Flea dei Red Hot Chili Peppers. Oggi segnalo un altro episodio molto ganzo e, secondo me, molto interessante anche per chi non conosce nello specifico l’argomento trattato (la boxe). Anche perché io, di certo, l’argomento trattato non lo conosco per niente. Magari per chi lo conosce ‘sto podcast è una pena. Vai a sapere.

Comunque, dicevo: in questo episodio, quello del 17 gennaio, che trovate assieme agli altri a quell’indirizzo linkato là sopra, a condurre c’è Adam Carolla e a rispondere alle sue domande c’è Mike Tyson. Ora, non so quanto di quel che viene detto sia roba già nota, perché appunto non me ne intendo dell’argomento, però si tratta davvero di una bella chiacchierata, in cui si parla relativamente poco di pugilato – e in termini che sono in grado di comprendere pure io – e molto di vita, della giovinezza di Tyson, di quel che ha combinato, di quel che sta combinando, in maniera aperta e semplice. Non dico sia istruttivo, ma è davvero un ascolto affascinante e pieno di begli spunti. Insomma, boh, lo segnalo, sai mai.

Segnalo anche che Tyson c’ha un modo di parlare che levati: se non avete gran semplicità a comprendere una parlata americana non esattamente limpida, lasciate perdere.

Lincoln

Lincoln (USA, 2012)
di Steven Spielberg
con Daniel Day-Lewis, Sally Field, Tommy Lee Jones

Lincoln non è un biopic in senso stretto, non racconta per intero la storia del presidente più amato e rispettato nella storia degli Stati Uniti d’America, si limita invece a concentrarsi sui suoi ultimi mesi di vita e sulla sua battaglia decisiva per l’approvazione del tredicesimo emendamento. Non è certo il primo e non sarà certamente l’ultimo film ad affrontare una figura storica in questo modo e a sfruttare la persona per parlare anche d’altro, in questo caso del funzionamento di quella cosa bizzarra che si chiama democrazia, della necessità di accettare compromessi e fare passi indietro su ciò in cui si crede per raggiungere un risultato fondamentale, dell’importanza di inseguire con forza, perseveranza, inarrestabile pervicacia, gli obiettivi in cui si crede. Ma il bello di Lincoln è che oltre a fare questo riesce anche a dipingere mortalmente bene la figura del suo protagonista, uomo alla mano, amichevole, sempre pronto a dire quel che pensa e a spiegare le sue opinioni in maniera chiara, raccontando episodi e barzellette per stemperare la tensione e lanciare messaggi limpidissimi, vicino al suo popolo come forse nessun altro presidente prima e dopo di lui, in un periodo in cui era normale che il capo dello stato se ne andasse in giro tranquillo fra la gente, a chiacchierare e stringere mani, senza scorte e cecchini da tutte le parti per proteggerlo.

Spielberg tutto questo lo racconta con uno stile compassato, riconoscibile e allo stesso tempo lontano da tanti altri suoi film, mettendo in piedi una pellicola che sembra quasi uno spettacolo teatrale, statica e per lo più appoggiata sulle larghissime spalle dei propri attori, che prende vita e movimento ogni volta che Lincoln attacca a raccontare i suoi aneddoti. Nonostante questo, e nonostante la pesantezza tematica di un film che non rinuncia a raccontare la Storia e anzi si sofferma su dettagli ed episodi da esporre con fiumi di parole, Spielberg riesce a dare alla sua storia un ritmo e una vita incredibili, puntando anche su un umorismo semplice ma azzeccato, portato avanti da caratteristi in gran forma (il trio Spader-Nelson-Hakwes è uno spettacolo), e sulla vita privata di un uomo che affronta il dolore mai scomparso, trattenuto ma fortissimo, per la perdita di un figlio, la difficile vita al fianco di una moglie che quel dolore non ha mai saputo digerirlo e il conflitto con un figlio maggiore che pare essere appoggiato lì in maniera sbrigativa e invece dice tantissimo con due parole e un gesto.

Ma Lincoln è anche un film che sa essere potentissimo nelle sue scene più forti, in quell’unica, fortissima, scena di battaglia iniziale, nello splendido litigio fra il presidente e sua moglie e, ovviamente, nella scena madre, in cui Spielberg rende micidialmente appassionante, teso, da sudore sulla fronte, uno spoglio di voti, una serie di persone che vengono chiamate all’appello e devono dire “sì” o “no”, del quale oltretutto conosciamo già perfettamente l’esito. Bravissimo Spielberg, come sempre, come spesso non gli si riconosce, meravigliosi tutti i suoi attori, che non si esibiscono in una serie di mossette e smorfiette esagerate e invece tengono in piedi il film dando vita a personaggi stanchi, dimessi, tremendamente umani, pazzesco Day-Lewis, certo, ma fantastici anche tutti gli altri e fenomenale Tommy Lee Jones, oltretutto protagonista della scena più smaccatamente strappalacrime eppure non stucchevole. Peccato solo che Spielberg faccia forse andare avanti il film un po’ più del dovuto, si senta in dovere di raccontare – splendidamente, per altro – anche la morte di Lincoln e tiri poi fuori quella brutta cosa con la candela che m’ha fatto venire in mente quell’altrettanto brutta cosa con la faccia di Matt Damon di quindici anni fa.

Io l’ho visto qua a Monaco, al cinema, in lingua originale. Inutile dire che, per quanto possano essere bravi Pierfrancesco Favino e compagni, privarsi delle interpretazioni pazzesche che ci sono qua dentro è un crimine verso se stessi prima ancora che verso il film. Quantomeno se si è in grado di comprenderle. Cosa che, in questo caso, non va sottovalutata: fra gli accentacci e il fatto che son tutti vecchi biascicanti, servono orecchio fino e grande abitudine all’americano. Insomma, occhio.

Gangster Squad

Gangster Squad (USA, 2012)
di Ruben Fleischer
con Josh Brolin, Ryan Gosling, Sean Penn, Emma Stone

Il fatto di essere cresciuto con la testa infilata nel meravigliuoso mondo dei videogiuochi ha chiaramente deviato il mio cervellino, portandolo a prodursi in associazioni mentali automatiche che hanno poco a che vedere con il mondo normale. Tipo quando stavo guardando Il cigno nero, parte Il lago dei cigni e a me viene in mente il riarrangiamento firmato Amiga 500 di Loom. Ecco, mentre guardavo Gangster Squad, mi è capitata una cosa simile. Nella parte iniziale del film, il capo della polizia di Los Angeles William H. Parker (Nick Nolte) fa presente a Josh Brolin e a noi del pubblico che il suo autista si chiama Daryl Gates. Ora, questa cosa non ha alcuna importanza nel film e sta lì solo per ricordare con del sano name-dropping che ti stanno raccontando (e romanzando) fatti realmente accaduti. Una persona normale sente citare Gates e, magari, si ricorda che quel ragazzo diventerà un leggendario capo della polizia della città degli angeli, considerato il padre dei team SWAT e, per carità, anche un po’ famigerato. Io, invece, appena ho sentito le parole “Daryl Gates”, ho pensato “toh, quello di Police Quest“. Già, perché Gates, da pensionato, collaborò con Sierra Online prendendo in mano quella deliziosa serie di avventure grafiche da malati di mente della difficoltà anni Ottanta – leggendaria la necessità di seguire le procedure ufficiali per fare qualsiasi cosa – e lavorando su quarto episodio e successivi. Ma sto divagando.

Nei mesi scorsi, tutte le volte che ho letto interviste relative a Gangster Squad, ho trovato gente (attori, regista e via andare) che sosteneva di stare realizzando un film ambientato in quegli anni senza mitizzarli, che sarebbe invece stato scritto e girato come se fosse una storia ambientata al giorno d’oggi. Il che, probabilmente, è riassumibile nel fatto che non c’è nebbia dappertutto, volano continuamente pizze e proiettili e quando questo accade si vede parecchio sangue, ossa spezzate, pance spalancate. Insomma, è un film violento e moderno. Certo, poi la fotografia punta tutto sui colori sparati a mille e mi chiedo come si possa sostenere che, dal punto di vista visivo, questo sia un approccio realistico e che non restituisce una visione mitizzata e da cartolina di quei tempi, ma non importa. Il fatto, più che altro, è che quella descrizione non “spiega” veramente il film di Ruben Fleischer. Gangster Squad è sostanzialmente una rilettura in chiave action anni Ottanta/Novanta delle storie da poliziescone serio e un po’ noir. Come quando fecero il western gggiovane con Young Guns, se vogliamo. I personaggi sono tutti massicci e ganzi e si esprimono solo per battute del secolo, l’azione è continua, incalzante, ripetuta, le musiche ti gasano, il cattivo è bastardissimo e sopra le righe, i protagonisti non guardano le esplosioni, quando chi c’ha scritto “morto” in fronte muore hai comunque quell’attimo di commozione maschia, anche se lo sapevi dall’inizio, e sul pestaggio finale sei tutto contento perché finalmente il maledetto si becca quel che si merita. È quel genere di film lì, divertente, stupidino, che scorre via pulito e non ti lascia nulla addosso, ma con quest’ambientazione qua. Un Con Air col fedora in testa. E meno divertente di Con Air, per carità.

A dirla tutta, Gangster Squad è sostanzialmente un remake di Gli intoccabili, approcciato senza le pretese d’autore di De Palma, cercando semplicemente di tirarne fuori una tamarrata d’azione divertente. Josh Brolin fa Kevin Costner, Ryan Gosling fa Andy Garcia (ma con un ruolo più importante), Robert Patrick fa il vecchio (quindi Sean Connery, anche se con un ruolo mooolto meno importante), Giovanni Ribisi fa quello con gli occhiali e poi ci sono l’ispanico e il nero per far colore. Sean Penn fa De Niro e ha pure l’aiutante cattivissimo, solo con la cicatrice a un occhio invece che la faccia di Billy Drago. E poi c’è Emma Stone che fa la Kim Basinger di L.A. Confidential. Tutto è filtrato attraverso una sensibilità da stronzata action e ne viene fuori un film gradevole, con Ryan Gosling che si impegna tantissimo sul suo accentino, Sean Penn che riesce comunque a regalare una bella prova, fatta soprattutto di inquietante presenza fisica, e poi dell’azione brutale e per lo più divertente, un inseguimento in macchina davvero riuscito, alcune ricostruzioni d’epoca spettacolari e, purtroppo, una sparatoria finale poco convincente. Insomma, se ci si presenta al cinema senza aspettarsi un noir fatto come si deve, o anche semplicemente – come nel mio caso – aspettandosi una porcheria, tutto sommato, se ne può uscire sorpresi in positivo. A patto di saper fare i conti con una sceneggiatura poco riuscita. L’idea è chiaramente di divertirsi e far divertire, e senza dubbio qualche gag e qualche dialogo divertente ci sono, ma mancano le battute fulminanti dei migliori film d’azione cui questo chiaramente si ispira e, soprattutto, in quei momenti in cui Gangster Squad prova a prendersi sul serio, cadono le braccia. Alcune trovate sono pure apprezzabili, in particolare il personaggio della moglie di Josh Brolin che lo aiuta a selezionare i membri del team, ma nel complesso c’è proprio questo problema che ogni tanto la baracconata si ferma e parte il momento drammatico. E fa pietà. Poi, per fortuna, si ricomincia. Peccato solo che si chiuda tutto con quel monologo sulla spiaggia da vergognarsi di essere entrati al cinema.

Il film l’ho visto qua a Monaco, in lingua originale, e do per scontato che metà del divertimento andrà a perdersi con la traduzione dei dialoghi. Comunque, in Italia esce fra un mese, con calma.

Torna Nakata

Continuo ad essere fisicamente e mentalmente sbalestrato, quindi anche oggi mi limito a un post di quelli semplici semplici col trailer. Nello specifico, si tratta del teaser trailer per il nuovo film di Hideo Nakata. Il caro Hideo è noto all’universo per essere stato il regista del Dark Water giapponese, poi rifatto in occidente con Jennifer Connelly my love, e soprattutto dei due Ringu, vale a dire i film a cui si ispirò poi Gore Verbinski per il The Ring occidentale con quella gran bionda che a me piace tanto di Naomi Watts. Nakatino bello, poi, ha pure fatto capolino in occidente con The Ring 2, il seguito americano del remake americano del film che aveva diretto lui in Giappone. Facendo, fra l’altro, da quel che mi ricordo, un lavoro vagamente decoroso. Dopo questa esperienza, ha diretto una serie di altre robe giapponesi di cui da queste parti non si è accorto nessuno, fra le quali troviamo anche L: Change the World, spin-off della saga di Death Note dedicato al personaggio di L, ci ha poi riprovato in occidente con l’agghiacciante Chatroom – I segreti della mente e continua insomma a lavorare tutto contento.

Questo qua sotto è appunto il teaser trailer del suo nuovo film, tale Kuroyuri danchi (per gli amici The Complex). Una roba che, a giudicare dal poster là sopra, continua a prevedere i fantastici bambini inquietanti da horror giapponese che ci piacciono tanto. Vediamo un po’.

OK, non si capisce una sega, dato che – ovviamente – parlano in giapponese ed essendo un teaser non viene mostrato nulla. Però sembrerebbe quasi esserci una bella atmosfera. Vogliamo crederci? Boh, vedremo. Tra l’altro, fra i suoi progetti successivi, noto su IMDB che è già in postproduzione Words With Gods, un film a episodi a cui ha partecipato assieme ad altri registi provenienti da un po’ tutto il mondo (Guillermo Arriaga, Hector Babenco, Bahman Ghobadi, Amos Gitai, Alex de la Iglesia, Emir Kusturica, Mira Nair, Warwick Thornton) e un progetto senza titolo che parla di onsen, quindi già mi immagino il mostro delle terme giapponesi. Su Wikipedia, invece, si fa cenno a un The Ring 3D previsto per il 2014. Che un po’ mi sconforta. Fra l’altro all’Asia Filmfest di novembre proiettavano Sadako 3D, ma non c’ho avuto la forza.

Se le forze non mi abbandonano, ho pronta davanti a me una tripletta in tre giorni: Ganster Squad, Lincoln e Django Unchained. Fra l’altro, così, a occhio, mi sa che sarà un crescendo.

7 psicopatici


Seven Psychopaths (USA, 2012)
di Martin McDonagh
con Colin Farrell, Sam Rockwell, Christopher Walken, Woody Harrelson

A volte mi capita di guardare film che poi, nel ricordo, crescono, diventano molto più belli e significativi di quanto mi fossero parsi durante la visione. È per esempio il caso de Il petroliere, che pure mi era piaciuto un sacco guardandolo, ma col tempo mi è diventato sempre più bello, in una specie di distorsione mentale che lo ingigantiva nella mia memoria. Ecco, 7 psicopatici è un po’ il caso opposto, e a ripensarci a qualche settimana di distanza mi sembra una robetta meno riuscita rispetto alle belle sensazioni che quel monologo finale di Christopher Walken mi aveva lasciato addosso. Non che sia un brutto film, anzi, è pieno di idee fulminanti, scritto in maniera brillante e recitato molto bene. Ma alla fin fine non è nulla più che un giochino in cui Martin McDonagh si diverte a raccontare di film nel film nel film.

La storia è semplicemente un gran casino e non so nemmeno quanto senso abbia raccontarla. Parla di uno sceneggiatore che si chiama Marty, come il regista, e che sta cercando di scrivere la sua nuova sceneggiatura, intitolata per l’appunto 7 psicopatici. Siccome il caro Marty è una persona un po’ squallida e, fra l’altro, non ha mai avuto un’idea che fosse sua – mi chiedo se qui McDonagh abbia fatto autocritica – diventa inevitabile andare a copiare in giro, pescando fra psicopatici veri e finti, leggende metropolitane, racconti, drammi umani e disastri vissuti di persona. Ne viene fuori un film che continua a passare da un piano del racconto all’altro, mostrando le vicende di Marty e dei suoi amici, quel che loro raccontano, fatti di cronaca, leggende che poi si scoprono essere reali, tutto mescolato in un gran minestrone.

Ed è un minestrone divertente da seguire, simpatico, casinista, che però, da un certo punto in poi, scivola forse troppo nella riflessione “filosofica” sul cinema e sul ruolo dell’autore, perdendo un po’ il controllo di quel che sta raccontando e rimanendo in piedi solo grazie a uno strepitoso Christopher Walken e a quel bizzarro, dilatato confronto finale nel deserto. Insomma, una cosetta divertente da guardare, ma che poi, a conti fatti, non lascia molto addosso. Tanto più che Olga Kurylenko ha un ruolo piccolissimo. Non puoi vendermela nel trailer e poi farmela vedere così poco. Olguccia.

L’ho visto qua a Monaco, in lingua originale, che merita per tutti i biasciconi che si esibiscono, a inizio dicembre. Ne ho scritto adesso perché sono un po’ febbricitante, ho la mente annebbiata e mi sembrava dunque il film adatto per oggi.